Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       



Anna Russano Cotrone

usi e costumi



Dai documenti esaminati emerge in modo molto chiaro il ruolo delle donne nell'economia di Strongoli. Esse portano la dote "per alleviare i pesi del matrimonio"; ricevono in regalo "venticinque ducati di 'maritaggio' che suole dare il Principe a vergini onorate" secondo una pia disposizione della Principessa Pisciotti che Gerolamo Pignatelli avalla come legato nel suo testamento del 1745, documento non rinvenuto



ma citato in modo chiaro ed esplicito in un contenzioso fra il Principe Pignatelli e l'Università [Amministrazione] della Città datato 1809-13 (ASCS, Conto Amm,), Il 20 marzo 1857 (cons. gen. Ospizi) la disposizione è citata come istituita nel 1688.

Nel 1753 in data 1 febbraio tale "pia disposizione" è richiamata in un concordamento fra Teresa Seminara e Giuseppe Marsico (Not. Minardi).

Non sempre tale maritaggio veniva effettivamente versato poiché padri e mariti ne facevano volentieri oggetto di trattativa per scontare tasse e debiti, come il marito di Teresa che paga con i ducati il prezzo di "un ventaglio del Giardino di Murgia" dovuto alla "Principal Camera".

Le donne intervengono spesso nei rogiti notarili per dotare le figlie, garantendo coi propri beni, mentre i figli erano i naturali eredi dei beni paterni consistenti in case e terreni. La dote com­portava espressa rinuncia all'eredità salvo casi particolari, ma ci sono anche fratelli obbligati a dotare le sorelle per la morte del genitore, nonostante che l'eredità stessa fosse gravata da troppi pesi.

Quanto alle attività delle donne, ci è dato sapere che, alla metà del settecento, lino, cotone e telai erano presenti a Strongoli, quindi le spose tessevano certamente per la propria famiglia. Qualcuna lo faceva anche per ricavarne un guadagno come attività specifica: Francesca Longo nel suo testamento (18 setto 1755, Minardi) dichiara di avanzare l0 carlini da Giulio Citerà "per tanta tela vendutali".

Le donne inoltre allevano animali domestici anche per venderne. La stessa Francesca Longo avanza da Gaetano Toscano 32 carlini "per una troia vendutali" e chiede che si vendano "i porcelli che possiede" per fare un lascito alla chiesa delle anime del Purgatorio e all'altare della Beatissima Vergine dell'Annunziata.

Qualcuna ha il coraggio di esercitare il mestiere di tavernara ma la gente non perdona questi azzardi e vedremo perché.

Ai primi dell'ottocento le donne prestano grano su ipoteca come Donna Carmina Siena o si cimentano nel mestiere di fornaia come Angela Crivaro, che nel fare testamento fa scrivere al notaio il 13 gennaio 1809 (Valenti) che tutti i beni che possiede li ha acquistati "con il sudore come sa questa intiera popolazione, con aver faticato a fare il pane dell'Annona per commodo di questa Università" .

In questi stessi anni molte donne che dotano le figlie o che vengono dotate, risultano matrici o tessitrici ed è singolare che la qualifica sia citata poiché dopo l'incendio del 1806 che devastò l'abitato, gli uomini dovevano essere pochi fra la guerra francese, le diserzioni, l'obbligo di leva e le inevitabili morti di ogni conflitto.

Alle donne dunque la responsabilità di rimettere in sesto una economia disastrata e di garantire in qualunque modo la soprav­vivenza. La citata Angela Crivaro nel lasciare i suoi beni alla figlia la prega "che... casomai tornasse il nipote Antonio Catanzaro... che ora si attrova in Sicilia... con i briganti... gli consegni un poco di mobilia... cinquanta ducati" e ceda una stanza della sua casa.

A volte esse non riescono da sole a far fronte alle difficoltà amministrative e legali derivanti dai beni lasciati dal marito. Donna Vittoria Parise vedova di Don Domenico Palazzo "dottore fisico" vende per mille ducati la sua casa a Domenico Rotella.

La casa consta di ben sei membri superiori e sei inferiori e con­fina con l'abitazione dell'Arcidiacono Lequaglie a via Sant'Anna, mentre è libera sugli altri lati. E nei mille ducati è compresa una vigna a Pianette confinante con la vigna del Principe, quella una volta di Antonio Russo e quella di Giuseppe Mannarino.

La vendita dei beni è dovuta al bisogno che Donna Vittoria ha di sostenere le spese di una lite con il cognato Don Gennaro Palazzo e per "alimentarsi e mantenersi con quel decoro proprio di una signora" (18 luglio 1828, Pelaggi).

L'atto notarile precisa ancora che seicento ducati le sono stati già versati in più volte "per spese occorse al funerale... di suo marito... confezione d'inventario... celebrazione in suffragio... et altri pesi impostoli col testamento dello stesso fu suo marito".

Ma l'acquirente di lì a poco le restituisce i beni sotto forma di una nuova dote (16 dicembre 1828) facendole sposare suo nipote Don Antonio D'Afflitto "galantuomo domiciliato a Crucoli" col patto che gli sposi sostengano le spese della lite col terribile Don Gennaro che morirà di lì a poco il 16 maggio 1829 (Pelaggi).

Fortissimo il controllo sociale esercitato sulla comunità e sulle donne in particolare: Vittoria Ciramena (15 luglio 1751, Minardi) è qualificata "donna poco onesta e di vile condizione... che vende acquavite in una taverna in piazza [all'epoca davanti alla chiesa della Sanità] ... e più delle volte si è ubriacata, in maniera tale che un giorno dormì nella pubblica bottega di mastro Antonio Olivadoti per una giornata intera con sommo scandalo...". E non basta poiché... "Per le male immodeste qualità di detta Vittoria, il marito... Nunziato Zaccone è ridotto in malissima salute e pieno di morbi gallici..." Naturalmente la colpa è tutta di Vittoria!

Difficile è anche avvicinarsi ad una donna senza chiare e manifeste intenzioni matrimoniali: un tentativo di corteggiamento può, in mancanza di tale fine, essere oggetto di denuncia. Giovanni Bonelli deve infatti testimoniare davanti alla Corte di non aver mai sentito Giuseppe Tilelli fare formale promessa di matri­monio a Caterina Bastone. Il teste dichiara di sapere che i due ­erano imbrogliati fra di loro, però giammai intese il Tilelli averli donato parola di matrimonio" 04 luglio 1751, Minardi).

Anche per le vedove il controllo sociale è forte e la maggior parte di esse si risposa più di una volta se le circostanze congiurano nel lasciarla sola. Difficilmente lo stato vedovile dura molto tempo in un'epoca in cui sia il lavoro che i beni di ogni persona uomo o donna che sia, sono necessari all'equilibrio sociale ed economico di una comunità.

D'altra parte la vigilanza continua sul comportamento femminile induce a pensare che forse era preferibile per una donna appartenere ad un uomo solo piuttosto che essere sospettata di essere accessibile a molti. Ricordiamo per inciso che essa è sempre sotto tutela ed interviene nei rogiti notarili "col permesso di suo marito" o di qualcun altro in mancanza di questi.