Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       

 

FAMIGLIA SANSEVERINO

Nel 1349 (ved. fasc. 89, foi. 51 t, reperto De Lellis, Arc. Napoli fol. 481) la città di Strongoli venne concessa al nobile Rugerio Sanseverino, conte di Mileto ed alla di lui moglie Margherita Clignetta. Nel 1360 la città, ancora una volta, si diede volontariamente agli Aragonesi. Il Rugerio ne tenne il dominio fino al 1390, epoca nella quale (arc. Napoli, Reg. lei. a, foI. 38 t), si l'i confermò col titolo di baroni a al magnifico Nicola Ruffo, marchese di Collune e conte di Catanzaro, unitamente alle baronie di Altavilla, Cotrone, Martorano, Casali Scellani e Monte Grimaldi, con tutte le altre terre che gli competevano, sia per successione paterna come per concessione del Re Ladislao e della Regina Margherita.
Nel 1400 (Arc. Napoli, let. A, foi. 56 t), si concesse alla città il privilegio di Capitania per il nobile Antonio di Cassano da Rossano. Sembra che nel 1406, ancora una volta, gli strongolesi si ribellarono al regitne Angiojno, ed infatti, nel 1407 (fol. 80, re_. 369), il Re concesse i beni della città ad Antonio Romano da Policastro per Serviti o prestito in reductione dictae civitatis adfidem nostram.
Nel 1415 (fol. 153, reg. 372), venne concesso il dominio al nobile guerriero Giovanni Onofrio Galgano di Giacobbe da Aversa per l'annuo canone di once 40.
Solo nel 1417 li compare nel dominio la famiglia Sanseverino (t'oi. 396 t, Reg. 374), assicurandone il vassallaggio al magnifico Ruggiero Sanseverino, conte di Altomonte e di Tricarico e ad Antonello suo figliuolo, per come la città era stata dei loro genitori. Strongoli rimase sotto tale dominio fino al 1606. Detta famiglia era originaria dei duchi di Normandia e venne nel Regno con Turgisio, uno dei seguaci di Roberto il Guiscardo. La storia ricorda in successione: Luca, duca di S. Marco che, per intercessione' di Ferrante d'Aragona, comprò dal fisco nel 1461 la città di Bisignano col suo fortissimo castello, città che fu capoluogo di principato dei predetti feudatari. Il Luca fin dal 1452, essendo conte di Tricarico, aveva comprato Umbriatico e Rocca di Neto da Marino Marzano Ruffo, principe di Rossano e genero del Re, che vi diede l'assenso.
Nel 1461 Luca fu nominato luogotenente generale del ducato di Calabria e Ferrante d'Aragona gli concesse poi i contadi di Rende, Dolllanico, Mendicino, Carolei, Sanfili ed altre terre, ma il titolo di principe di Bisignano pare gli fosse stato concesso solo nel 1463 (ved. Arch. Stor. Provo Napoletane, anno 1899). Da lui e da una Ruffo nacque Girolamo che nel 1482 (reg. 101, fol. 35, arch. Napoli), pagò al Re 3400 ducati per rata del prezzo del contado di Cariati che S. M. gli aveva venduto. Da Girolamo ed Eleonora Piccolomini d'Aragona nacque Pietrantonio e da questi ed lIma Castriota nacque Niccolò Bernardino che fu ultimo feudatario del ramo Bisignano (1604).
Va notato però che Ferrante d'Aragona il 2 novembre 1487 torse la Mastrodottia di Strongoli, Miglionico, Tricarico, Bisignano e Corigliano al priucipe Girolamo per darle a Giovanni Nanclero. Il Ferrante non conobbe freno al disegno di abbattere i Sanseverino, ma noi osserviamo che nel 1510 (ved. Arch. Pignatelli), ritornano ancora al potere ed hanno il privilegio per la Mastrodottia di Strongoli che cedono in beneficio di Nicola Pica per il territorio dello Scalario e Cornacchia, come assenso della donazione fatta da Giovambattista Pujero a Nicola Pica suo genero.
In verità bisogna dire che tali Principi furono amanti delle lettere e che non vessarono in alcun modo i loro vassalli. La storia ci tramanda i nomi di Aurora, avvenente ed ammirabile per leggiadria e per grazia; la quale, oltre ad essere stata autrice di poesie, fu inscritta alle principali accademie d'Italia. Degna di menzione è pure Suor Mariangiola del Crocifisso, figlia di Leopoldo, che morì in concetto di santità.
Lo stemma di tale famiglia, che riportiamo nella Tav. XIX, fig. l, è composto di una fascia rossa su un campo argenteo, e pare ricordi come un barone di detta famiglia, militante nell'esercito di Carlo I d'Angiò, nel 1265 in una battaglia si fosse servito per bandiera di una insanguinata camicia di un morto sul campo, onde troverebbero ragione le liste rosse sul campo bianco.