Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       


PETELIA


.. .In basso, lontana, si scorge Strongoli, e sembra che il mare plumbeo e

profondo la debba pur baciare. Tutta un'ondata di classici ricordi mi 

tumulta nella mente avvicinandomi alla terra dove, un tempo antichissimo,

fu la superba Petelia, la forte provata fedele di Roma.

Giovanni Patàri (Terra di Calabria)


L’ubicazione: nei documenti, nella storiografia

A svariate ipotesi ha dato luogo nei tempi l'ubicazione di Petelia per la vaghezza e il contrasto delle indicazioni che dall'antichità ci sono pervenute.

Di quelle, per prima, facciamo esposizione cronologica e confronto anche alla luce di ulteriori studi; procederemo, quindi, ad un esame delle scoperte archeologiche che pur di seguito hanno arricchito le nostre conoscenze, e, con l'aggiunta di opportune considerazioni, non è improbabile che si pervenga, al là di ogni vuoto campanilismo, alla chiarificazione della, a volte volutamente, intricata questione.

È la storia dei tempi ricca di ricordi che confermano le strette relazioni mantenute dalle colonie greche con la patria di origine; se n'è fatto precedentemente cenno, come pure a quanto fosse in esse particolarmente diffuso il culto di Apollo.

Sorgeva di questi ed anticamente a Delfi un famoso santuario-oracolo ove, a partire dal 582 a.C., e salva qualche interruzione, ogni quattro anni, nel mese di Bucano (agosto-settembre), si svolgevano anche con la partecipazione di rappresentanze di quella gente verso la quale l'oracolo tanta influenza aveva esercitata con incoraggiamenti ed orientamenti nella fondazione delle colonie, feste solenni che, coi giochi pubblici, gli oracoli e le Amfizionie, istituzioni comuni a tutti e da tutti riconosciute, contribuivano, in mancanza di unità politica, a mantenere viva l'unità morale e saldo il vincolo della nazionalità fra i tanti Stati e le diverse stirpi che costituivano l'antica Grecia, e a ravvivare i rapporti fra le lontane comunità e la patria di origine: dette feste Pythie [1] , all'approssimarsi di esse, theoroi [2] presso di quelle venivano inviati per darne l'annunzio e presentare l'invito a parteciparvi.

È nelle ritrovate liste dei paesi visitati dai delfici theorodokoi, riferite l'una al IV secolo [3] , e l'altra al II secolo a.C. [4] che, per quanto ci risulta, appare chiaramente, per la prima volta, il nome della città, sin lì ignorata dalle fonti storiche, con nominazione pure del latore dell'invito (Ofallio) nel più recente documento epigrafico, laddove, in stretto ordine di collocazione geografica, sono indicati quei centri di origine greca visitati, che al tempo godevano di autonomia, e che ci consente di determinare con molta approssimazione l'ubicazione degli stess i [5] :

Itinerario occidentale:

Col.IV 81 εγ Κορχύρα Μνασίλ ^,

82 Λαδέχταί, Αέω[ν, -

83 εν Ύαραντι Νέω[ν, -

84 εν ϊίροοχλείαι Ή/?α[ - -

85 τεοί Οοτόολη!

86 ε^ Πετ^Λιαί Ό^αΑ[ΑιοΓ,

87 εν Αοχροϊ! Φιλω[ν–

88 εν Ύαΐ8ί(χι ^χοηιί>[

89 εν 'Ρηγίωι Μυΐσχο![

90 φ Μεσσάναί...

Compresa [6] , dunque, per come nel documento si legge, tra Eraclea e Locri [7] , Petelia in Bruttis, con minor vaghezza indicherà poi nelle sue Historie Livio, così ogni diversa e pur ipotizzata collocazione fuori regione disattendendo [8] , quando già Apollodoro (120 a.C.), avendo accennato alle navi greche giunte nei pressi di Crotone (in: De Navibus Graecorum ad Troiam [9] ), nel menzionare Petelia, aveva precisato che più in dentro di essa erano Verzino (Verzino) e Calascina (o Calaserna), l'oggi Campana: così riferisce Strabene che, avendo, da parte sua, indicato in Filottete il fondatore della città, definendola metropoli dei Chonii, ag­giunge che negli stessi luoghi (circa loca ipsam Philoctetes et vetustam condidit Crimissam), fondò egli anche Crimisa, e dietro, in posizione più elevata (rispetto a Crimisa), la città di Chone (super illud oppidum, Chonin, a quo incolae dicti), dalla quale presero nome gli abitanti della regione (Strab., Geogr. 1. VI ) [10] .

Ora, se la corrispondenza di Punta Alice (approssimati­vamente Ciro Marina) con la città di Crimisa (« Κρίμισσααχρα », estremità, punta, Apoll. apd. Strab.) è esatta (sono rari quelli che lo contestano), e se, quindi, la città di Chone, stando alle indicazioni di Strabene (... et super...) può essere collocata all'incirca a Ciro Superiore, nessun preciso elemento di identificazione invece ci è dato di Petelia (che lo stesso autore ricorda abbastanza popolosa al tempo suo: « satis est frequens hominibus », 1° sec. a.C. - 1° sec. d.C.) al di fuori della prossimità con Crimisa (« Petelia... metropoli dei Chonii... in quegli stessi luoghi... Crimisa »); e neppure dal menzionato Tito Livio (59 a.C. - 17 d.C.) che appena più in là, descrivendo l'imboscata tesa da Annibale alla milizia romana (208 a.C.) proveniente da Tarante e diretta a Locri - ne abbiamo già accennato -, indica il luogo dell'imboscata, sub tumulo Petelliae, sotto il colle di Petelia (Hist. 1. XXVII) e l'ubicazione di esso, « ob Tarento viam », lungo la strada di Tarante, ma senza precisarlo topograficamente in senso stretto.

Ciò nonostante, ci pare che già alla luce di queste più antiche, sia pure vaghe, testimonianze, è possibile addivenire ad una prima valida conclusione: che Petelia [11] doveva sorgere tra Eraclea e Locri, vicino a Crotone [12] ; lungo l'asse di percorrenza costiera del Mare Jonio [13] ; prossima a Crimisa (Ciro Marina all'incirca), come indicato da Strabene; con alle spalle all'incirca Verzino e Campana (Apollodoro); che la città, pur vicina al mare, non era del tutto marittima (« sub tumulo Petelliae (Livio)), ma che perciò non era del tutto mediterranea (entroterra); ad 11 miglia a nord di Crotone, per come riportato nella carta geografica della rete stradale dell'Impero Romano, detta Tabula Peutingeriana [14] (conservata nella Biblioteca Naz. di Vienna).

Così circoscritta, sia pure a grandi linee, la posizione di Petelia, non vi è dubbio che la descrizione successivamente fattane da Plinio (1° sec. d.C., in: Naturalis Hist. Ili, c.X), se da un lato, ed allorché considera mediterranea la città, lascia del tutto indifferenti, non potendosi - abbiamo notato - ritenere propriamente marittima, dall'altro suscita una certa perplessità quando, ed avendo elencato alcuni fiumi che al tempo erano navigabili, Corcinus (Corace), Crotalus (Alii), Semirus (Simeri), Arogas (Crocchio), Thagines (Tacina), aggiunge: « ... Oppidum intus Petilia mons Clibanus (sopra Roccabernarda), promontorium Lacinium... », tant'è che poi l'Alberti (1525 ca) e quindi Mazzella, Fiore, Ughelli, Barrio, Fico (v. in App. bibl.), ed altri, forse per attrazione di nome, se non di stola [ 15] , ritennero d'identificarla chi con Belcastro e chi con Policastro.

Si è molto opportunamente osservato, ed anche recentemente ed acutamente, che non pochi sono gli errori e le incongruenze in Plinio [16] le cui indicazioni, che non sono suffragate da alcun dato obiettivo di riscontro, anche a lume dei fatti finiscono col rivelarsi solo irrigorosi riferi­menti che discendono dall'evidente non conoscenza diretta di luoghi, oppure da quella medesima « gran difficultà » di descriverli incontrata più in là dall'Alberti per mancanza, nei tempi antichi, di « luoghi nobili et meritevoli di farne memoria, eccetto qualcuno », da servire come termini precisi di riferimento, ond'egli non di rado, e per quanto lo riguarda, si avvalse delle notizie fornite da G. B. Martirano, che, pertanto, non ci pare possano contribuire molto alla soluzione del problema [17] .

Perplessità insorgono pure attraverso la lettura dell'pera di Pomponio Mela (Chorographia, 1° sec. d.C.), sopratutto per la confusione che ingenera: è pur vero - premette egli stesso - (II, 58) che il lavoro suo è da considerarsi soltanto un compendio tratteggiante in generale determinate località, e quindi senza pretesa di organicità espositiva; tuttavia l'avere, egli che per la costa jonica procede da nord verso sud, ad es. invertito l'ordine di Crotone e Thurio nel golfo Tarantino (quando avrebbe dovuto prima indicare Thurio e poi Crotone), l'avere poi indicata Petelia (che è a nord di Crotone) collocandola nel sinus Scylaceus, quindi Columna Regia, cui seguono Rhegium, Scylla (quando essa è tra le due appena menzionate, e Metaurum che è in (sinu) Bruttio, ed altro, lascia ritenere che neanche Mela dovette avere conoscenza diretta dei luoghi [18] .

« Magnae Graeciae urbs mediterranea Petelia », scrive Tolomeo (II sec. d.C.), che pone la città però vicino a Cho-ne, e, sulla falsariga di lui, Stefano di Bisanzio (420 d.C., in Lessico) scrive che « non molto lontano dal promontorio Lacinio e^a Petelia, posta su di un monte vicino Conia e Reazio... », indicazione anche questa alquanto vaga per potere con ciò intendere, come taluno ha poi inteso, ch'egli abbia voluto collocare la città nel sito di Policastro, perché se è vero - come è stato rilevato, che Reazio (Mesoraca) è prossima a Policastro, questa non è poi tanto vicina al promontorio Lacinie, e sopratutto a Conia che - si è visto -anche secondo le indicazioni degli antichi storici, è da collocarsi verso Ciro Superiore [19] .

Sennonché qualcuno, con molta fantasia e tanta faciloneria, onde avvalorare l'assunto e sfatare ogni diversa sup­posizione, ed avendo sospettato che un certo « sasso ivi tro­vato » (a Strongoli) relativo ad un testamento poteva « essere stato a bella posta inciso ed ivi (a Strongoli) da altro luogo trasportato», (G. A. Fico, 1760: Notizie storiche della patria di S. Zosimo, p. 38), gli fa scrivere: « non procul a Lacinio promontorio extat civitas a Philoctete condita, vulgo dieta Policastro, Calabriae ulterioris in monte praecipiti Coniae, atque Reatio proxima... », dimenticando che al tempo di Stefano, Policastro ancora non esisteva almeno con tal nome, e la Calabria non era divisa in citeriore ed ulteriore.

È scritto nel « De antiquitate et situ Calabriae » di Ga­briele Barrio (1571): « Hinc quidam Strongilem Peteliam fuisse opinati sunt, sed longe decipiuntur, nam Petiliam Policastrum esse ostendimus » (... ingannati per lungo tempo, riteniamo che Petelia è la Policastro di oggi).

Scrisse il canonico Stratioti del Vescovato di Strongoli nel 1586 una « Breve descrizione della città di Strongoli, anticamente Petelia» [20] .

È il Marafioti (1595) per Policastro in « Croniche et an­tichità di Calabria », e pure Mazzella (1597, in: Descrizione del Regno di Napoli) che molto sommariamente illustrando in 14 pagine città, uomini e cose della Calabria Ultra, scri­ve: « Vi si scuopre non molto discosto Policastro detto da­gli antichi Petilia» [21] .

Scrive G.C. Recupito, Terremoti di Calabria, 1638, Urbs ili., quamnunc Bellicastrum appellat, ut contendit Leander (Alberti), sive Policastru, ut Barrius, Strongiolis, ut alii... ».

Il Fiore (1641), in « Della Calabria illustrata », scrive:

« Tolomeo e Stefano collocano Petilia fra i due fiumi Tacina e Arocha, cioè Crocchia, adunque ella è Belcastro posta nel mezzo dei sudetti fiumi », mentre Noia Molise (1649) sostiene la tesi strongolese in « Cronica dell'antica e nobile città di Crotone ».

Seguono l'Ughelli (Italia sacra, 1662) che scrive: « Post varios casus in Calabriam cum venisset Philoctetes Pete­liam condidit... Polycastrum autem esse antiquam Pete­liam » (1. IV, e. 3, tomo 10), e il Pacichelli, // Regno di Napoli in prospettiva, 1703, il quale riferisce che Strongoli fu detta Macalla e che « vuole qualche erudito geografo ch'ella già fosse l'antica Petelia », mentre il policastrese Antonio Man­narino 'sposa la tesi del suo paese nelle « Memorie istoriche dell'antica Petilia » (1721).

Conferma G.B. Aitano in « Storia del Regno di Napoli » (1725) l'opinione diffusa al suo tempo secondo la quale Strongoli era l'antica Petelia, e l'Aceti (in: Barrio, 1. IV, e. XXIII, 1730), che annotando l'opera del Barrio, corregge:

« Si quidem recte, si gente consideremus, si vero situm, non ita (Policastro) esse, sed de sola Strongili potes »; sup­ponendo, poi, che i fuggiaschi petelini al tempo di Annibale trovarono rifugio in diverse località, «partim Policastrum; partim Mesuraceum, partim alio...» portando con sé mone­te ed altre testimonianze della patria loro (eosque nummos, aliaque monumenta...), ritiene che il ritrovamento che ne fu fatto successivamente in quella abbia dato luogo alle svariate congetture sul sito di Petelia: « tracta temporis nu-mos et monumenta adjiciendo, Peteliam se esse arbitrati sunt ».

«Ell'era propriamente dove in oggi è la città di Strongoli », scrive il Troyli, in Istoria generale del Reame di Na­poli (tomo I, p. II, 1753).

L'abate di Saint-Non, in Viaggio Pittoresco o descrizio­ne del Reame di Napoli e Sicilia, annota che «Strongoli è l'antica Petelia, repubblica greca...» ove, arrivando «si scor­gono... vestigia della ricchezza e della (sua) magnificenza », disseminata, come gli appare, di «frammenti e di pezzi di colonne...».

Precisa il Magnan in «Bruttia Numismatica: «Haec est hodie Strongoli » (1783).

«Se noi riflettiamo alle descrizioni che di Petelia ci lasciarono gli antichi non potremmo in alcun luogo riporla che a Strongoli, non lungi dal mare», scrive il Romanelli in «Antica topografia isterica» (1815).

Nel 1830 il vicario Ganini dell'Arcivescovato di Santa Severina (v. Vaccaro, o.C.) dettava una lapide, poi murata sulla porta (ora inesistente) restaurata di Strongoli: « Philoctete a litibus / condita, heu, yacet hic / Macalla-Petelion / orbiculata sommitate ex in / Strongolen non deditus / fides, constantia, virtus / civium clarissima / restauravit a.d. 1830 » (Ahimè, qui giace Macalla / Fondata per le ferite di Filottete. La fede, la costanza, la preclara virtù dei cittadini restaurò poi Petelia, non nello stesso sito, ma in Strongoli dall'altezza rotonda).

Ciò nonostante, poi, nel 1840 sposava la tesi di Policastro.

«Petelia era posta a 15 miglia da Crotone, quale distanza dimostra chiaramente che fu Strongoli...»: così nel 1832 il Corcia nella Storia delle Due Sicilie dall'antichità più remota al 1789.

Scrive l'Aleardi (in: Enciclopedia dell'Ecclesiastico, 1847): Strongoli è situata sul colle ove fu Petelia che malamente il Barrio situò a Policastro; dello stesso avviso il Leoni nel 1846 in: Della Magna Grecia e delle Tre Calabrie.

Nicola Falcone, in primo tempo fautore della tesi di Policastro, nel 1849 - riferisce Vaccaro (o.c.) - in un manoscritto rinvenuto nella biblioteca dei baroni Giuranna di Umbriatico, sostenne che «gli strongolesi, a giusta testimonianza della loro antica origine petelina conservano nell'impronta del loro antico suggello le memorie delle fiam­me che arsero la città al tempo di Annibale».

« Chi percorra oggi in una lunga e faticosa giornata di circa 14 ore gli ottanta chilometri che dividono Crotone da S. Giovanni in Fiore... due città greche noi vediamo impostate a guardia di questa grande arteria, la potente Croton a sud dello sbocco, e la piccola Petelia a nord », scrive Paolo Orsi nel 1912 in «Siberene-Santa Severina », ed aggiunge poi nel 1923 con l'autorità sua indiscussa in « Tre lustri di scoperte archeologiche nei Bruttii»: « Per precedenti e nu­merose scoperte si sapeva con certezza quasi assoluta che l'antica Petelia, città fondata da Choni ed Enotri, poi elle­nizzata, e che rappresentò una parte importante nella se­conda guerra punica, sorgeva nel sito denominato Pianetta ad est di Strongoli. Un'importante scoperta epigrafica avvenuta nel 1892 22 [22] recò piena conferma a questa tesi topografica».

Segue a ruota il Ciaceri (Storia della Magna Grecia, 1924/1927), che scrive: « ... Per lungo tempo nel passato si è discusso intorno alla sua località cercandosi sostenere da parte degli scrittori calabresi, dal Barrio in poi, in base all'erronea indicazione di Plinio, ch'essa corrispondesse all'odierna Policastro, la quale finì col prendere l'appellativo di Petelia, mentre oggi si è concordi nel collocarla vicino alla borgata di Strongoli, presso cui si sono trovati ruderi ed iscrizioni [23] .

Ma già il prof. Barnabei ( Notizie scavi, 1894) aveva scritto: «Studiando le antichità romane in contrada Pianetta... la medioevale Strongoli sorge sull'altura dove era la sede di Petelia, nel tempo che precedette il dominio romano e dove i Petelini, per difendersi 'dalla pirateria e dai pericoli nell'età di mezzo, tornarono a chiudersi».

Scrive infine il Larizza (in: Crotone nella Magna Grecia, 1934): «Esistono le rovine di Petelia presso Strongoli, umile borgo irradiato di luce eroica dai riflessi della madre antica ».

Giunti ora al termine di questa lunga carrellata, valida senz'altro a dimostrare con quanta passione da antichi e moderni è stata affrontata e dibattuta l'intricata questione del sito di Petelia, ci pare che almeno due considerazioni ben precise si possono fare: le diverse tesi prospettate non sempre hanno il gusto dell'originalità perché ricalcano senza apporto di nuovo, talvolta falsando, quanto già altri ave­vano esposto, i più antichi autori, ai quali, pertanto, e tenuto conto delle osservazioni dianzi svolte, ci dobbiamo riportare; Petelia non può aver trovato sito ne in Belcastro ne a Policastro, territori ove è probabile abbiano trovato rifugio prorughi petelini sruggiti all'assedio di Annibale e quelli che poi furono scacciati dalla città, ubicata, piuttosto e conseguentemente, nel territorio di Strongoli ove ci conduce la distanza di 11 miglia (circa 18 Km.) da Crotone indicata dalla Tabula Peutingeriana, dato che trova conferma e conforto nel vasto materiale archeologico rinvenuto, di cui ci accingiamo a dire.

A stesse conclusioni pervengono i cartografi più accreditati dell'antichità, quali: Pirro Ligorio (1577) che segna la città col nome di « Petelia vel Strongoli »; Gerardo Merca­tore (1589) che la nomina «Strongillo over Petelia»; Castaidi (1595) che, ponendola esattamente dopo Crimisa e Macalla ma prima della foce del Neto, l'indica: «Petelia», col quale nome, ugualmente, è annotata in una carta della Grand Grece di I.B. Bourguignon d'Anville 1697-1782) e in una vecchia edizione di Lipsia nel 1731 della Geografia di Strabene.

Ricordata da Arnulfo col nome di «Petelium,» nel 1000 circa nella sua Cronica, è riportato l'antico nome nella numerazione dei fuochi dell'anno 1597 ove è scritto: «Civita-tis Strongulis sive Petelia», e così pure in una pergamena datata 3 ottobre 1598 di Casa Pignatelli, ove Elisabetta Murgia, sposa di Grigorio Campitelli, compare quale « no­bile della Città di Strongoli anticamente Petelia».

Scrive Oreste Dito (in: Calabria, p. 227): « È soltanto ridicolo che ancora per vanità campanilistica si voglia collo­care Petelia ove non è mai esistita (riferendosi a Policastro). Purtroppo, non pochi paeselli nostrani soffrono di questo solletico passatista».

[1] Da Pythò, antico nome di Delfì, in ricordo della vittoria di Apollo sul serpente Pitone.

[2] Theoroi o Theorodokoi, da Theoria: delegazione, ambasceria.

[3] Pubblicata in IG IV, 1,94/5; in E. Kirsten, Viaggitori e vie in epoca greca e romana, 1962.

[4] Pubblicata in SGDI, 2580, Bull. corr. hell. XLV (A. Plassart, 1921), il documento è databile 1° decennio del II sec. a.C. (v. G. Manganare in: Città di Sicilia e Santuari panellenici del III e II sec. a.C., in Historia, 1964, p. 414 ss, che ne ha ripubblicato la parte interessante l'itinerario occidentale, e che ritiene che il viaggio dei theoroi delfici in Magna Grecia si sia svolto nella primavera del 198 o del 194 a.C., partiti come si legge nel testo epigrafico, da Korkira (Corfù). Si rileva la stranezza dell'ignoranza delle liste da parte della storiografìa della Regione, nonostante la loro importanza.

[5] Rileva il Kirsten (o.c.) in relazione alla diffusione della civiltà greca nel retroterra che la lista riferita al IV sec. enumera soltanto le vere colo­nie greche della costa: Rhegion, Lokroi, Kroton, Thurioi, Metapontion, Ta-ras, Terina, raggiunte via mare dai theoroi che poi da Crotone pervenivano a Petelia.

Il rilievo del Kirsten induce a brevemente soffermarci su alcune conside­razioni sue ed anche di altri in fatto di viabilità: Niente di preciso si sa cir­ca la viabilità in età greca. Giunti dal mare, si stanziarono i colonizzatori greci sulle coste, che offrivano la possibilità di rapida evacuazione in caso di attacco da parte degli indigeni: è verosimile, quindi, che comunicazioni e traffico avvenissero prevalentemente via mare, come lasciano supporre, del resto, i numerosi reperti disseminati nei fondali lungo le rotte maritti­me di collegamento fra i vari insediamenti scrivibili a quell'età.

Strade di terra, quindi, non dovettero in quei primi tempi esistere che non fossero - scrive l'Orsi (in: Rapporto preliminare sulla 5 campagna di scavi in Calabria, 1910, Roma, Acc. Lincei, 1912) - trazzere o fratturi, segmenti cioè che solo col tempo e il continuo spostarsi degli uomini, per ragioni connesse sopratutto ai bisogni della pastorizia e dell'agricoltura , che al­lungandosi e congiungendosi, finiranno col divenire veri e propri assi viari (v. G. Luigi in: II sistema stradale della Magna Grecia, in Atti del II Conv. Studi, 1962), il più importante dei quali fu quello di percorrenza costiera lungo il mare Jonio, che, attraverso una serie di diramazioni a pettine, rag­giungeva l'interno, dove, discosti e normalmente in posizione dominante e di controllo, sorgevano gli abitanti protostorici.

Soltanto con la conquista romana della Magna Grecia, tra la fine del IV e l'inizio del III sec. a.C., ricalcandosi grosso modo le antiche piste costiere, viene collegata Tarante con Reggio con una vera e propria via, la cui con­tinuazione, per quanto ci riguarda, è data dalla via Herculea (c.d. poi in oc­casione del rinnovamento avvenuto nel 311 d.C.), le cui mansiones sono enumerate nell'Itinerario Antonino (principio del III sec. d.C.), laddove mentre è segnato il Neto, non è segnata Petelia, come non sono riportate Locri e Caulonia e neppure Crotone, non perché non esistessero, ma evi­dentemente perché località non comportanti mansiones (luoghi di posta, con stalle, alloggi, ristori) o mutationes (posti adibiti al cambio dei cavalli) che potessero interessare il tipo di viaggio al quale l'itinerario era destina­to, tanto è vero che poi ancora in diverso tipo di itinerario, la Cronografia dell'Anonimo Ravennate (VII sec. d.C.), è indicata Petelia tra Thurio e Capo Lacinio. Ritiene a proposito il Kirsten che mentre l'Itinerario Antoni­no venne scritto per i rari viaggiatori via terra, la Tabula Peutingeriana, che pure riporta Petelia tra Crotone e Thurii, invece, per le comunicazioni e i traffici marittimi, e ciò spiegherebbe la differenza tra di loro.

[6] L'autonomia di Petelia è storicamente accertata tanto per l'epoca alla quale riteniamo riferibile il primo documento, circa il 302, quando cioè essa venne dai Romani affrancata dalla soggezione bruzia, quanto al tempo del secondo documento, dichiarata, com'è noto, dopo i fatti cartagi­nesi, libera e federata (204 circa a.C.).

[7] « Gli studi Louis Robert per l'Asia minore, i miei per la Grecia occi­dentale e per Creta (in: Bull. corr. hell. 70, 1946; Kirsten, in Zur griech. Landeskunde, I), di G. Manganare per la Sicilia, hanno confermato l'opi­nione che i punti menzionati in questa iscrizione si seguono in ordine strettamente geografico. Sfortunatamente il catalogo non contiene molti nomi della M. G., ma da la serie così: Tarante, Eraclea, Petelia - per la seconda volta la città del retro­terra - e manca spesso Crotone; poi Locri, Taisiai, Reggio, Messina » (E. Kirsten, in Relaz. tra colonie greche e centri ellenizzati, in: Atti del II conv. di studi sulla Magna Grecia). La mancata menzione di centri di maggiore importanza è dovuta al diverso stato politico di essi a quel tempo.

[8] Historie XXIII, p. 189, F; 1. XXIX, p. 280 D: « In Brutiis...Petelia ».

[9] Cade così l'ipotesi di quanti la collocano in Campania. Scrive il Le-normant (Magna Grecia) che « qualche erudito (v. anche P. Troyli in: Sto­ria gen. del Reame di Napoli, 1747) interpretrando male il passo di Strabo-ne (« Lucaniae caput Paeteliam »)... suppose...resistenza di una seconda cit­tà omonima nella Lucania propria..; i falsar! ... immischiatisi e impadroniti-si della cosa, foggiarono una serie di pretese iscrizioni latine, dalle quali sarebbe risultato che vi fosse stata una città tra Paestum e Velia. Si rinven­gono queste iscrizioni nell'opera dell'Antonini sulla Lucania (La Lucania, vol.I) e si dubita che egli stesso ne sia stato l'autore. Il Mommsen non durò fatica a dimostrare la loro falsità ».

E da notare che tutte le città indicate nell'itinerario dei theoroi sono situa­te sulla costa jonica, mentre Paestum e Velia sono sul Tirreno.

[10] « A Lacinie Promontorio, atque Monte Clibano ad Metapontum usque, extensam fuisse Chonum gente, seu Chonem Regionem » (F. Cluve-rio, in Italia antiq., Leyde, 1624; v. pure Arisi, Polit. 1. VII).

[11] La continuità del sito di Petelia (di prima e dopo Annibale) appare confermato dalle liste delfiche (IV sec. la prima, II sec. la seconda).

[12] Da dove, abbiano visto, i theoroi delfici nel IV sec. si portarono a Petelia.

[13] « Ob Taretnto viam », Livio, e cioè la Taranto-Reggio.

[14] Nella quale è posta tra Turris (Turio) e Croton, a 38 miglia dall'una e 11 dall'altra

[15] Gli autori menzionati furono tutti eccelsiastici.

[16] Al tempo di Plinio la vita di Petelia era in così rigoglioso svolgi­mento come attesta il copioso materiale archeologico ed epigrafico di quel tempo, a Strongoli poi rinvenuto, ed allora nello stesso luogo ovviamente evidente, che solo sconoscendo il paese avrebbe potuto sconoscere Plinio o chiunque suo contemporaneo.

A parte tale rilievo, scrive l'Orsi in « Siberene-S.Severina » (1912, riprodot­to in riv. Siberene, gennaio 1913), a proposito del monte Clibano: « la indi­cazione di Plinio è troppo vaga »; sempre a proposito di Plinio, in ultimo C. Turano (in Klearchos n. 65-68/1975) accennando all'ordine geografico errato di alcune località della costa tirrenica e alla confusione di nomi e collocazioni, osserva tra l'altro che Plinio, che i luoghi decrive procedendo da nord verso sud, indica dapprima il « sinus Vibonensis » con il luogo di Clampetia, quindi Tempsa, Terina (invece è il contrario), e il « sinus ingens terinaeus ». Ritorna poi a nord ed indica Cosenza e l'Acheronte (fiume) « in paeninsula ». Nomina quindi Vibona (che, si sa, è dopo Terina e Teme-sa), dal cui nome fa derivare quello del « sinus Vibonensis » facendo so­spettare l'esistenza di due golfi, il Vibonensis e il Terinaeus, quando si trat­ta della stessa insenatura (v. pure P. Zancari Montuoro in: « Dov'era Teme-sa? », in Rend. Acc. Arch. Napoli, XLIII, 1969).

Per la costa jonica, avendo menzionato i cinque fiumi navigabili, Carcinus, Crotalus, Semirus, Arogas, Thagines, subito dopo aggiunge « oppidum in-tus Petilia », quindi torna indietro e menziona « promontorium Lacinium » e davanti ad esso colloca un arcipelago, composto da cinque isole, Dioscu­ri, Calipso, Tiris, Eranusi, Meloessa, di dubbia esistenza.

[17] Si ritiene dai più che l'opera di Plinio non è frutto di conoscenza diretta, avendo egli attinto da fonti diverse.

[18] «... secundus (sinus) inter promunturia Lacinium et Zephirium in quo est Petelia, Carcinus, Scylaceum, Mistiae...»

[19] Polemiche ancora insolute sono insorte circa l'originalità delle carte tolemaiche, da alcuni studiosi ritenute elaborate successivamente (v. C. Turano, anche in: Calabria antica, Reggio, '77).

[20] Nel 1863 Policastro ancora non aveva preso il nome di Petilia (Maone, in S. Mauro Marchesato, 1975).

[21] Scrive Tommaso Aceti in: Barrio cap. XXII del 1. IV, che al tempo suo il libro dello Stratioti, ora introvabile, era conservato nella Biblioteca Ottoboniana di Roma, al n. 1121, ed aveva titolo: Breve descrizione della città di Strongoli anticamente detta Petelia, nella prov. .di Calabria Citra, per comandamento di Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Altemps, fatta dal suo obligatissimo servo D. Gio: «Stratioti, Canonico del Vescovato di detta città, l'anno 1586».

[22] v. in appresso, testamento di Megonio, scoperto a Pianetta, ora rione abitato di Strongoli, il 16 ottobre 1892.

[23] Per sostenere la tesi di Policastro è stato da qualcuno ricordato il ritrovamento ivi avvenuto nel 1727 di una fonte di marmo che in ciascuna delle opposte due facce aveva uno scudo rappresentante tré castelli cir­condati da un fiume , e, poi, una spada ed una corona sull'uno dei lati, e un elmo sull'altro, con la sottoposta iscrizione ICON PETILIAE (Fico, o.c.):

senonchè è stato osservato (v. Vaccaro, o.c.) che l'uso degli stemmi fu introdotto in Europa soltanto verso l'XI secolo, quando Petelia era stata distrutta da un bei pò di secoli, mettendosi così in serio dubbio la vetustà del monumento che, d'altra parte, pare non esista più.

Molto recentemente è stato pure osservato che Strongoli per la insufficienza di acqua non poteva resistere 11 mesi di assedio, sicché anche per ciò non può essere stata l'antica Petelia: è appena il caso di osservare che per secoli, e sino a meno di cinquant'anni fa, Strongoli non ha avvertito il problema che assilla, soprattutto a causa delle moltipllcate esigenze, tanti paesi: che, infatti, l'acqua qui a Strongoli sorge spontanea e senza fine pure nello stesso centro abitato ed immediate adiacenze (fonti di Zigari, Lazzovino, Zuccaleo, Murge; è di questi ultimi anni il progetto di rilevare l'acqua di Murge, purissima, per alimentare Strongoli), pure oggi utilizzata; un'infinità di pozzi e cisterne antichissimi, rinvenuti a non molta profondità, specie a Pianette, fanno pensare a tutto un sistema idrico organizzato e di vasta portata, tale da soddisfare permanentemente a quei tempi le esigenze nel centro abitato: è evidente che neppure gli autori di quest'ultima trovata conoscono Strongoli.

...***...


Collegata com'e per tanta parte alle vicende delle più conosciute ed importanti città magno-greche dell'Italia meridionale, e nel più vasto contesto della storia della Magna Grecia, e quindi di esse che quella di Petelia va riguardata per intenderla appieno. e non cogliere soltanto quei pochi. risaputi momenti episodici un pò ovunque annotati.

A cominciare da Sibari, la più grande e ricca tra le colonie achee, il cui dominio nella seconda metà del VI secolo si estendeva dal territorio di Crotone, col quale limitava, fino a quello di Metaponto, tal da comprendere, con la nostra, le città tutte che la tradizione attribuisce per fondazione a Filottete. Contava dopo un secolo di vita - a dire di Timeo - 300.000 abitanti, ed aveva una superficie fabbricata che si sviluppata in un perimetro murale di 30 stadi (9 Km.) - scrive Strabone (VI-I, 13) - e nessuna città poteva per floridezza con essa competere. Sin quando divergenze e rivalità insorte per il mantenimento e la conquista di un contestato primato politico-economico non segnarono, con l'intervento armato di Crotone, che della di lei potenza commerciale era divenuta la più accanita e temibile concorrente, l'inizio di una tragica guerra (che finirà poi col coinvolgere tutti gli Stati). che in soli 70 giorni portò alla distruzione totale della città (510 a.C.), sommersa, infine, dalle deviate acque del fiume Crati.

Prende, con la caduta di Sibari, avvio la politica espansionistica della citta di Micello, che, ormai la piu florida e popolosa dell'Occidente, centro religioso il più importante delle citta italiote, rinomata per la scuola e l'inseanamento di Pitagora, in breve riuscirà (ma pure per breve tempo, fino al 440 circa) ad estendere la propria sfera d'influenza su tutto il territorio compreso tra Scylletio e Caulonia sul lonio, Ipponio. Medma, Terina e Temesa sul Tirreno; su quasi tutta la Sibaritide, e nell'interno tutta la Sila, lo sguardo puntato verso gli Stati di Locrì e Reggio: cade cosi anche Petelia sotto il dominio di Crotone.

Si dissolve pero e per sempre quella Lega Achea che intorno al tempio di Hera s'era formata e che aveva sin lì costituito una vera e propria potenza e consentito il saldo mantenimento dei legami etnici in terra straniera ed il prosperare di quei popoli immigrati. che con la rovina di Sibari cominciano anch'essi a rapidamente logorarsi con rivoluzioni interne guerre incessanti provocate anche dalla spartizione del territorio di quella scomparsa città, avviandosi così a definitiva decadenza, Crotone compresa, il cui primato contribuiscono a fiaccare le ricorrenti lotte coi Locresi.

Fondata nel 443 una nuova Sibari, sul Traente, sorge pure, appena più in là, per contrasti insorti fra i coloni che alla fondazione avevano contribuito, ateniesi, peloponnesiaci e superstiti Sibariti, un'altra città, col nome di Thurii, che, avendo presto raggiunto più che florido traguardo, suscita le gelosie di Taranto che, divenuta il centro dell'eIlenismo italico, e il principale mercato degli scambi commerciali fra l'Italia meridionale e la Grecia e i primari dell'Adriatico, e superando in potenza ogni altra vicina città, onde arginare le non celate mire egemoniche di quella ed anche le minacciose incursioni dei Lucani, favorisce la fondazione di Eraclea (433) nel territorio dell'antica Siri che, per essere divenuta talmente prospera da provocare le apprensioni di Sibari e Metaponto ed anche di Crotone, verso il 530, era stata da queste distrutta.

Taranto con Metaponto e Thurii, Locri con Reggio. piu o meno coinvolte le altre, nel 431 a.C., all'inizio delle guerre peloponnesiache. erano le popolazioni delle colonie tutte in lotta fra di loro, ma gia da qualche anno Atene, con intento di stabilire un suo protettorato in Magna Grecia ed )in Sicilia, e così divenire la dominatrice del Mediterraneo occidentale, aveva stretta alleanza con Reggio e si preparava ad attaccare Siracusa (alla quale si appoggiavano i Locresi per vecchia rivalità con Reggio), che mirava pur'essa di estendere la propria influenza su quelle regioni.

Annientato dopo due anni di dure lotte con l'appoggio degli Spartani, nel 413, il corpo di spedizione ateniese, e fronteggiato, ad opera di Dionisio, signore della citta nel 403, ben più grave attacco dei Cartaginesi (che in rivalità commerciale coi Greci stanziatisi nell'italia meridionale, si erano installati sin dal V secolo nella parte occidentale della Sicilia), si avvia Siracusa ad imporre il proprio dominio su non poche città del meridione: assoggettate Caulonia, Squillace, Medma, abbattuta Ipponio, il cui territorio e affidato a Locri, e costretta Reggio alla resa (386), si trova Dionisio nel 379 a Crotone, lacerata da interne discordie, ove s'impadronisce della rocca e saccheggia il tempio di Giunone Lacinia, avendo di già stretta alleanza coi Lucani allo scopo di arginare un possibile intervento di Taranto che, preoccupata per l'incombente pericolo, si era, nel 393, resa promotrice di una lega fra le città magno-greche che impegnava le stesse a reciproco aiuto.

Avendolo chiesto, ma non atteso per soverchia fiducia nelle proprie forze, onde porre fine alle continue scorrerie dei Lucani, muove nel 390 Thurii contro di essi; soverchiati però di numero, nel 389 a.C., nei pressi di Laos, vengono quelli di Thurii disfatti.

Quasi alla fine dei suoi giorni (367). interrompe Dionisio i rapporti coi Lucani, che si erano ormai resi troppo potenti e pericolosi ed avevano spinto il loro dominio da Posidonia a Laos, Pandosia e Terina sul Tirreno, penetrati in Calabria nella regione montuosa abitata dai Brettii o Bruttii, e sullo lonio dall'ex Siris, Thurii, fino a Petelia, contro i quali muove guerra, che poi nel 358 a.C. il figlio successore comporrà.

Punta la più avanzata della loro conquista, a confine col territorio di Crotone, prestante per sua stessa posizione, urbs natura loci munita, diventa così Petelia un centro strategico primario dei Lucani che percio maggiormente fortificano con costruzione di nuove torri (Strab. I. VI): egregiis monumentis validam adeo, ut Samnites (vale per Lucani) eam quandoque castellis aediticatis corroborarint, e per la prima volta assume notorietà ed importanza tali che mentre è menzionata da Diodoro Siculo più appropriatamente metropoli dei Lucani. (Petelia quidem Lucanorum Metropolis putatur ), Strabone (VI, I.13) addirittura la definisce capitale di quella regione: Lucaniae caput Paeteliam...
Restano così le popolazioni indigene alla mercè di quei conquistatori. quando nel 356 scoppia la rivolta dei Brettii, che ben presto riescono ad impadronirsi di Thurii, a spingersi nel territorio locrese. a Terina, Ipponio e Temesa in un primo tempo, tranne che in quella parte del masso silano che da Crotone si estende fino a Petelia (O. Dito, Calabria).Pietra della Battaglia e Presunta Toma di Marcello
Minacciati dalle popolazioni lucane e brettie, ricorrono i Tarantini ad Alessandro il Molosso re di Epiro che, portate le armi contro i Brettii (334-330). occupa Cosenza, che di essi era la capitale. e poi Temesa e pure Terina ed Ipponio. e contro i Lucani che a Pesto sconfigge.
Alla morte di lui (330). muovono i Brettii, che intanto avevano stretta alleanza cui Locresi, alla conquista di Crotone (che poi sarà liberata nel 324 a seguito di un nuovo intervento dì Siracusa) e del territorio di Petelia e Cnmisa (Livio, Hist. XXII, p. 181 Dl. XXIII, p. 187, B).
Si protrae la permanenza di Agatocle. tiranno di Siracusa, in Calabria per un buon decennio, durante il quale. in alternarsi di vicende fortunate, occupa Reggio ed Ipponio; da un nuovo attacco brettio libera Crotone nel 307. quando, chiamato in Sicilia. e costretto ad interrompere la sua impresa; si sfalda così il dominio siracusano nella regione, che resta, pertanto, e nuovamente, abbandonata, alla merce dei suoi avversari. E allora che i Tarantini sotto la minaccia dei Romani al nord, e dei Brettii al sud, nel 303, con l'aiuto di Cleonimo di Sparta. Niessapi e Lucani, occupano Metapunto e tutta la costa jonica fino a Thurii, liberata poi l'anno appresso dai Romani ai quali ricorre, al pari di altre città greche che nel desiderio di sottrarsi alla tutela di Taranto chiedono ed ottengono guarigioni, Locri e Reggio nel 282, Crotone nel 277, Caulunia nel 270, Romani che così prendono ad ingerirsi nelle faccende del nostro meridione.
Pure chiamato dai Tarantini con pretesto insignificante, in realtà perchè preoccupati di perdere con la presenza romana quel primato che erano riusciti ad imporre in Magna Grecia. interviene Pirro (280-273 a.C.), re dell'Epiro, che, a seguito della vittoriosa battaglia di Eraclea, si conquista il favore dei Sanniti e Salentini, Lucani e Brettii, Crotone, Locri, Caulonia, ed altre città, che così diventano suoi alleati, quando, sconfitto a Benevento (273 a.C.). e costretto a rientrare in patria. Cade, quindi, Taranto nel 272 in mano dei Romani e Reggio nel 271, ma già nel 278, coi Lucani, Brettii e Sanniti, aveva avuto inizio la conquista loro del meridione, di Crotone nel 276 per tradimento dei suoi stessi concittadini, di Locri e pur di Caulonia.
E a quel primo contatto di Roma (che ridando ai Greci la più ampia liberta appare la vera protettrice dell'ellenismo contro i barbari delle montagne) con la nostra penisola (302 circa) che può riferirsi il patto di amicizia tra i Romani e i Petelini, sottratti all'altrui dominio, e l'inizio dell'autonomia della citta; l'ipotesi pare trovare conferma in un passo di Livio (flist. XXII), laddove, con riferimento alla successiva defezione dei popoli amici a seguito della rotta di Canne (213 a.C.) si legge; " Deficere autem ad Puenos bi populi. Attellani. Calatini. Ilirpini. Apulorum pars. Samnites, preter Petellìnos Brutii omnes, Lucani preter PetellinosBrutii omnes, Lucani, preter hos Surrentini, et Graecorum òmnis ferme ora, Tarantini, Metapontini, Crotoniense, Locrique... " (Passarono ai Cartginesi questi popoli; gli Atellani (abitanti di Atella, antica e fiorente città osca della Campania. che fu quindi punita con la distruzione), i Calatini (abitanti di Calazia, città della Campania).,gl'Irpini, parte degli Apuli, i Sanniti, i Bruzi tutti tranne i Petelini, i Lucani. e inoltre i Sorrentini, e dei Greci sparsi sulle coste quasi tutti, i Tarantini, Metapontini, i Crotonesi, e Locri...).

Pure a quel tempo e da ricondursi la prima emissione di monete peteline. che per essere. infatti. espressione della più ampia sovranità di un popolo. sarebbe assurdo riferirla ad un tempo di soggezione; a giudicarle, d'altra parte, dal metallo con cui furono coniate. non potettero essere battute prima della fine del IV secolo, che fu quello in cui i nostri popoli cominciarono ad usare il bronzo per le monete; piuttosto rozze, riproducono in alcuni tipi la Demetra velata e incoronata di spighe con sul retro Zeus nudo e appiedato con scettro e fulmine nelle mani, tipo che - scrive Giannelli (Culti e Miti della Magna Grecia) si puo far risalire a quello esibito da un antico bronzo di Olimpia, ripetuto poi abbondantemente sulle monete di parecchie città, e il cui affermarsi a Petelia, a suo dire, coincide con la spedizione di Pirro (ubolo); riproducono altri Apollo laureato con sul retro il tripude (esakalkos), altri ancora Ares barbutu ed elmato con sul retro un cane che corre (dikalkos); Eracle barbuto con sul retro la clave (litra); tutti esemplari dei copiosi ritrovamenti in territorio di Strongoli. che portano impressa la leggenda, e che testimoniano la sopravvivenza di elementi greci nei culti di Petelia.

Pruseguiva intanto l'intrapresa e non facile lotta di assoggettamento da parte dei Romani. quando nel 264 ebbero inizio le guerre puniche (264-241; 218-201; 149-146), durante le quali Petelia (come Reccio. forse altre città). legata, nella sua autonomia, a Roma da vincoli di alleanza e fedeltà, non e menzionata dalla storia se non saltuariamente. e per alcuni episodi. il più importante dei quali e certamente quello che le aggiudicò l'appellativo di seconda Sagunto. Nota è la data del 2 agosto 216 a.C. per la battaglia di Canne, la strepitosa vittoria di Annibale sui Runiani, la perdita dì 23.000 soldati da parte di essi.

Era Roma per tal tragico evento caduta nello sgomento, e la potenza della citta sembrò vacillare; Bruzi e Lucani. che malamente avevano sin li dovuto sopportare l'egemonia di Roma. approfittando della situazione, non esitaruno un istante a ribellarsi e s\ incularsi da essa e schierarsi dalla parte dei Cartagìnesi lasciando isolata Petelia che, gelosa della conquistata autonomia, da Roma garantita, disdegnnava seguirne l'esempio, nonostante le pressanti minacce; "Eodem tempore, Petellinus. qui uni ex Bruttiis maansuerunt in amicitia Romanorum non Carthaginenses modo,qui ragionem obtinebant. sed Bruttiis quoque coeteri ob separata ob se consilia oppugnabant" (Livio, XXXIII, XV). Consapevoli della loro pochezza e intravedendo possibilità di salvezza soltanto nella presenza di un presidio alleato, a sollecitarne l'intervento " legatos ad senatum implorantes miserunt " (Valerio Massimo, 1. VI cap. VI).

Giunti che furono i legati petelini nella Città, introdotti nell'atrio della Curia, avendo esposto con pianti e lamenti le tristi vicende della patria loro, tutti si commossero, senatori e popolo sì che la proposta. col consiglio del Pretore Marco Pomponio. fu portata in discussione al Senato.



...Fremettero discordi lungamente i padri
poi dettero risposta molto amara a noi...
(L. Siciliani, La Presa di petelia)


Impossibile concedere il benché minimo aiuto, che troppo gravi erano state le perdite di uomini ed armi subite a Canne; tornassero, quindi. alla loro terra con la gratitudine dì Roma, e la certezza che mai sarebbe stata dimenticata tanta prova di fedeltà, e adottassero quel consiglio che più utile ai petelini fosse sembrato. sciolti così dal patto di amicizia che ad essa li legava
Rientrati che furono i legati a Petelia, fu riunito di urgenza il consiglio di città per l'esame della situazione e decidersi il da fare; le opinioni diversero, che mentre taluni manifestarono il proposito di unirsi ai ribelli Bruzi con risparmio di lutti e rovine, ricordarono gli altri che grazie ai Romani la città era stata restituita alla sua libertà ed autonomia, e che perciò ed oltretutto si sarebbe compiuto un atto di estrema ingratitudine col rinnegare il patto di amicizia.
Fu così che prevalendo il loro consiglio. non resto agli Ottimati che raccogliere l'indomani l'unanime consenso; vicit tamen ea pars. quae nihil raptim nec temere agendum, consulendumque deintero censuit. Relaxata postero die, per minorem trepidatìonem. retinuerunt optimates ut convectis omnibus cx agris urbem ac muros firrnarent (Livio, id.).
Allontanati. quindi. dalla citta i vecchi, gli ammalati. i bambini. e introdotto cio che si pote dalle vicine campagne (Fiore. o.c.). corsero i petelini ad innalzare e rafforzare i bastioni, quand'ecco minacciosa apparire l'armata cartaginese, con Imilcone in testa che
intorno cinge l'rto colle che sulla cima porta la città turrita (Siciliani)
con quelle grandi macchine di guerra che pietre e fiamme poi riverseranno sui fragiili tetti di Petelia.
Si promettevano i Cartaainesi una facile conquista. quando invece trovarono così energica difesa, fra le più eroiche e memorabili di quei tempi. che rese vano l'attacco costringendoli a regolare assedio.

Non meno degli uomini, che nell'impari lotta cominciarono ad assottigliarsi di numero, l'eroismo delle donne Peteline, che ne divisero fatiche e disagi, distinguendosi particolarmente nella distruzione delle macchine nemiche e nelle sortite per la ricerca del necessario alla sopravvivenza.


Le donne vigorose, bella stiroe achiva,
ardenti tizzi scaglian sulle catapulte,
rovesciano macigni sopra le baliste
(L. Siciliani)


Trascorsero così lunghi tragici mesi, e poiché la situazione ristagnava a senza che il luogotenente di Annibale potesse venirne a capo. venn'egli sostituito nel comando delle forze da Annone che mutò l'assedio in blocco, togliendo così ai petelini ogni residua speranza di salvezza.
Cinta Murale, TestineVotive
Ma essi, che avevano ormai risoluto di morire sotto le rovine di Petelia piuttosto che consegnarsi al nemico, attendono giorno dopo giorno, col coraggio della disperazione e le armi in pugno. il compimento del voluto destino.
Stremati per le lunube sofferenze, e la fame, infine, a piegare i valorosi, esaurite le scorte, e pure le erbe, le foglie degli alberi, il cuoio rammollito, gli animali più immondi, loro ultimo cibo. Vana così ogni altra resistenza, dati alle fiamme dall'ultimo superstite i resti della vecchia citta, l'estremo sacrificio si compie.


più qui non sorgono sommi edifici
più non si ascoltano concenti bellici,
qui tutto è cenere, Petelia fu.
(Biagio Miraglia, L'esule di Petelia)

Sono trascorsi 11 mesi dall'inizio, ed ora e la fine.
Fumabat versis incensa Petelia tectis
infelix fidei miserequae secunda Sagunto
(Silio Italico, De Bello Punico)


Il sepolcro di Petelia e ora del suo conquistatore.
Non esiste più pietra su pietra, ma alta rifulge nella gloria! Rifiutò la vita per vivere in eterno. (Richelmo da Cerzeto; Leggende e racconti calabresi, Cosenza, 1969).

Era il luelio del 213 a.C. (Pais, Storia di Roma durante le guerre puniche), e il territorio della citta così conquistata affidò il cartaginese ai Bruzi.
Cadute pure Thurii e Cosenza, e Locri e Caulunia e Crotone in mano dai cartaginesi, che appena piu in la devasteranno il territorio di Reggio (211), l'unità delle colonie greche e ormai spezzata irreversibilmente, e le stesse citta sono ammassi di rovine, e quelle che sopravvivono ridotte a sparuti villaggi. spesso fuggiaschi i superstiti. e senza storia conosciuta, quando nel 208. essendo venuto Annibale a conoscenza che una colonna romana era partita da Taranto diretta verso Locri nel tentativo d'impadronirsene, sotto il colle di Petelia (cc Ibi sub tumulo Petelliae c>, Livio, Nist. I. XX\'II) ordisce un'imboscata che procura ai nemici una sanguinusa sconfitta, la morte di 2.000 soldati e la perdita di altri 1.200 che caddero prigionieri, mentre la flotta, che pure aveva partecipato all'azione, venne respinta con ingenti perdite.

Appena più in là, e sotto le mura della citta fedele, cadrà Marcello. ch'era stato nominato console in quell'anno. accorso alla notizia del disastro. nel corso di un duro combattimento dall'esito altrettanto disastroso per i romani: così una tradizione, secondo la quale lo scontro degli eserciti sarebbe avvenuto nella località denominata Battaglia in territorio di Strongoli, là dove una pietra secolare ne fa ricordo.
Il corpo del console, soprannominato Spada dei Romani, sarebbe stato sepolto in prossimità dell'attuale scalo ferroviario di Strongoli. e la credenza troverebbe conferma nel casuale rinvenimento avvenuto nel luglio 1897 (v. Strafforello, La Patria, 1900) da parte di contadini, di una cripta che. da essi demolita. mise in luce, anzicchè un ritenuto tesoro, avanzi di un cadavere. l'eIsa di una spada. un'anello. e due vasetti lacrimatori.
Recuperarono i Romani rapidamente. a seguito della controffensiva cominciata nel Bruzio nel 206, i territori ch'erano caduti in mano cartaginese; e pure Petelia fu così. nell'anno 204. definitivamente riscattata ad opera di Publio Sempronio Tuditano , scacciato il presidio bruzio che. prima di trincerarsi con le residue forze nei pressi di Crotone, vi aveva Annibale insediato dopo avere ancora infierito cui suoi cavalieri Numidi contro la sventurata città, fatto ,uccidere i maggiorenti di essa. armati gli schiavi, sovvertite le condizioni dei sopravvissuti. relegati a Crotone gli indesiderati, e ciò a seguito di rinnovata professione di fede dei petelini a Roma.
Ma ormai le sorti della guerra condotta in Africa dai Romani erano sul punto di decidersi definitivamente. e Annibale fu richiamato in patria; completate le operazioni d'imbarco erano, nei pressi di Crotone, i navigli cartaginesi in attesa del vento favorevole per salpare. e pochi soldati a terra ne facevano la guardia, quando d'improvviso furono essi assaliti e trucidati; esplodeva così tanta repressa collera, anche dei Petelini, mentre calava il sipario sull'ultimo atto di una impresa. quella cartaginese in Italia, che, nonostante aspetti spesso poco edificanti, è da ascriversi fra le più memorabili della storia.

Coincide la conclusione della guerra cartaginese in Italia (201 a.C.) con l'affermarsì incontrastato della potenza romana e con la perdita definitiva dell'autonomia delle antiche repubbliche greche.
Ricorda Appiano (o.c.) che il Senato, dopo la partenza di Annibale, concesse un'amnistia generale alle popolazioni che per lui avevano parteggiato, fatta eccezione dei Brezi che, spesso affiancati al nemico, avevano a lungo e durameente contrastato il dominio dì Roma, e che percio umiliarono e spogliarono di beni ed armi.

Colonie di cittadini romani furono inviate a Tempsa e Crotone (194), nel Bruzio, a Copia (193) e ad Ipponio che assunse il nome di Valentia (192). e le città, ormai tutte in decadenza, e che titolo di gratitudine verso Roma avevano acquistato. furono nomate Municipio.

In memoria della sua ardimentusa prova di fedelta,venne Petelia ricostruita. e ripopolata dopo diligente ricerca degli sventurati dispersi. restituiti in soli 800 alla patria loro (Appiano Aless., De Bello Punico, 1. VII. e. XXIX e XXIX).
Dichiarata. quindi. libera e federata. le venne concesso il diritto di battere moneta condizione di evidente privilegio che mantenne. poi. sino all'anno 89 a.C., quando. di seguito alla legge Plautia-Papiria. cambiò condizione divenendo Municipio. e classificata nella tribù Cornelia.


A conclusione di queste purtroppo brevi note, intramezzate da note incolmabili per quanto riguarda Petelia, ignorata dalla Storia dopo le guerre
puniche, ma che tuttavia sia pur lentamente dovette fiorire ed avviarsi a vita rigogliosa, di un ultimo episodio, che pur la vide cuinvolta, ed al quale appena gli antichi storici accennano, facciamo menzione: e del tempo della rivolta dei gladiatori. il 73 a.C., quando un gruppo di poco più di 70 schiavi traci guidati da Spartaco, che man mano poi ingrossò a dismisura, sostenuto dalle simpatie e l'appoggio delle popolazioni meridionali, ribellatosi alle soverchierie dei padroni, cominciò a scorazzare per i territori della Campania e della Calabria, ovunque saccheggiando e distruggendo. Inseguito dalle legiuni romane, e dopo avere inflitto all'esercito colpi ben duri e sconfitte memorabili.,infine sulle alture di Petelia si attestò in attesa di Tremellio Scrofa. Questore di Crasso. Nel corso della battaglia che ne seguì il Questore, anche perché preso alla sprovvista, fu vinto, e Spartaco poté prendere la via della Lucania, lungo la quale, però poi, nel 71. sulle montagne prossime al Silaro la ribellione fu stroncata, ed egli ucciso.
Si chiudeva con ciò un nuovo capitolo di storia vittoriosa per Roma, e di sangue e rovine ancora una volta per la già tanto martoriata Petelia.

(1) Salvatore Gallo - dal sito Macalla&Petelia.

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