Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       


ORIGINE DI STRONGOLI (1)


Si ha l'origine di Strongoli, cioè prima delle guerre di Belisario e Narsete (546) e non come erroneamente si riporta dagli storici, dopo o contemporaneamente alla distruzione di Petelia. Ne abbiamo conferma nel Lenormant, al quale per la sua autorità storica rendiamo ossequio.

Così, Petelia veniva sostituita dal castello Strongilos, che Procopio giustamente riporta ricostruito per ordine di Giustiniano verso il 550 d. C. Strongilos, parola greca che significa «rotondo», castello posto precisamente sul sito dell' acropoli dell'antica Petelia, attorno al quale sorsero le case della nuova Strangoli L'Aceti nella sua prima nota al Barrio, così si esprime: 1'. Strongilis, aliis Strongilum a reco Strongolos, civitas quippe edito loco sita rupibusquc undequaque septa rotundam figuram exibet. Nisi dicere velimus a Strotingo, promontorio finitimo de quo supra nomcn sumsisse. Hoc nomen a graecis sequiori saeculo donata est cum antea Petilia vocitata sit».

Alla cacciata degli Ostrogoti da Narsete, dal 554 al 1057, da Giustiniano I ad Isacio Commeno, per 184 anni i Bizantini fecero sentire tutte le ingiurie della loro scemata e fiacca dominazione, sotto il dominio dell'Esarcato e per altri 306 anni sotto gli Straticò, Protospatari, Patrizi e Catapani.

Verso il 590 Strongoli figura appartenere al Gastaldato di Cosenza.

Dal 591 al 598 il suo territorio dove certamente essere devastato per effetto delle contese tra Arechis e Bizantini, in quanto il primo dilagò nel Bruzio per impedire attacchi bizantini all'ala sinistra, quando avesse minacciato Napoli (Pochettino, pago 75). Crotone, però, non fu conservata dai Longobardi, perché città marittima e le conquiste nel Bruzio si circoscrissero al di sopra di Crotone nella provincia di Cosenza alla quale Strongoli apparteneva.

Nel 642, mentre la parte settentrionale e del Bruzio apparteneva al Ducato beneventano (Rodoaldo), la parte meridionale restava ai Greci Bizantini. Forse, la linea di confine, a questo punto, correva, come crede lo Schipa, da Rossano a Bisignano; ed Amantea c Bisignano infatti, dopo la caduta di Cosenza, restarono come la sentinella avanzata della Bruzia bizanlina (Batiffol, 111), nè i Longobardi poterono mai superare ed occupare quest'ultima parte meridionale del Bruzio. 

Verso l'anno 680, i Longobardi occuparono il Bruzio fino a Crotone (Romoaldo) restando ai Greci solo alcune terre da Crotone a Reggio.

In tale periodo Strongoli fu compresa nel XII Temi o Governo, secondo il sistema di Costantinopnli, che vi spedì nelle contrade Duchi, Patrizi ed Ufficiali superiori. Tale dodicesimo Temi si componeva delle provincie siciliane e bruzie e le relative capitali, ove risiedevano i governatori, con vari titoli, ertno Reggio, Gerace, Santaseverina, Crotone.

Nella lotta tra Leone Isaurico e Gregorio 111, il Basileus d'oriente, sdegnato per la resistenza energica e tenace di un tal Papa che aveva commosso tutta l'Italia, e stava sul punto di fare tracollare la stessa dominazione bizalltina, ordinò con la confisca dei beni della Chiesa, anche la soggezione della provincia ecclesiastica cala­brese al Patriarca di Costantinopoli. Inutili e vane furono le intercessioni e le proteste di Carlo Magno che, quale' Patrizio di Santa Romana Chiesa, dal Papa Adriano I era stato chiamato a difendere e tutelare i beBi temporali del Papa. E la sede episcopale di Strongoli, cosÌ, passò sotto la dominazione del Patriarca di Constantinopoli" che volle sottometterla alla giurisdizione della metropolitana di Santa Severina, quale Suffraanea, nel 733.



SARACENI



Nell'anno 880, i Bizantini, comandati da Sirio Nasar, riconquistarono il litorale jonico rimanendo ai Saraceni Santa Severina ed. Amantea, città che, dopo 1'888 con Niceforo Foca caddero nelle sue mani.

Nell'anno 911, sotto Costantino Porfirogenito, Strongoli dipendeva dalla Prefettura di Calabria (Calabria Reggio) il cui prefetto risiedeva in Rossano nella Brezia.

Nell'anno 925, la città soggiacque alla devastazione dell'esercito arabo di Abou.Ahmed-Diafar e nell'anno 932 i Saraceni, comandati da Saklab occuparono Strongoli. Nello stesso anno Ottone II, giunto a Rossano vi lasciava la moglie ed il tesoro imperiale, spingendosi poi alla volta di Cotrone dove, forse, trovavasi Abulkasem.

Nel 944 la città venne affrancata dai Greci, i quali vinsero Akmeleb, comandante dei Saraceni.

Nel 950 Hassan-Ibu-Alì, nel luglio, respinse i Greci dalla Calabria oltre il Crati e dilagò su Tropea, Petelia (Strongoli), Mileto e Cosenza.

Gli albori dell'anno 967 segnarono ancora, per la città, come per molte contrade del Bruzio, il doloroso evento di essere soggiocata e distrutta, ancora una volta, dai Saraceni, e nell'anno 968, Ottone I, scendendo in Calabria, contro di essi occupò pure Strongoli che dalla contesa ebbe molto a soffrire.

Nel 969 i comandanti Guntero e Siginfredo combatterono nel suo territorio contro lo straticò Gregorio Tratamura, ch'era il Catapano dal quale Strongoli dipendeva e, poi, rasentando la foce del Neto, andarono a stabilirsi su l'Esaro. Insomma, dal secolo VIII a tutto il decimo corse per queste nostre terre un'epoca luttuosissima per le guerre tra Longobardi. Beneventani, Greci e Saraceni; e dove sorgevano deliziose città e ville non rimasero che ammassi di rovina. Il monaco Arnolfo, riferendoci i tristi mali apportati in Calabria dalle continue scorrerie saracene, ricorda con orrore quella di Olkebeek (922) che si era unito al Califfo d'Africa, ed aggiunge che, quando la Calabria potè col loro allontanamento riacquistare in breve tempo la primitiva floridezza, un nuovo saccheggio nel 977, operato da Geber, figlio dell'Eroir Chbir di Sicilia potè toglierei tanta moneta in oro ed argento da permettergli d'inviare al padre la non indifferente somma di un milione di ducati, oltre quello diviso nell'esercito. (Vedi Codice Arabo Siciliano, tomo 2, pagg. 535.537-541). Erchempert (§ 35) descrivendo ci gli orrori del saccheggio dell'871, scrive: « Saccheggiarono la Calabria, cosicchè restò deserta come per effetto di diluvio» .



NORMANNI





Quasi nessuna notizia si ha di Strongoli sotto tale dominazione. Sappiamo solo (Giannone, pago 164, lib. VI) che la sede vescovile della città, che nel periodo bizantino era passata al Patriarca di CostantinopoIi. per opera di Ruggiero, conte normanno, che volle ingraziarsi l'animo del Pontefice, ritornò alla giurisdizione del Pontefice Romano, e preçisamente nel 1096. Ne troviamo riconferma nel Lenormant (citata opera).

In tale periodo (1178), notiamo tra gli uomini illustri di Strongoli, il vescovo Modio, di cui ci occuperemo in seguito.



SVEVI



Le consultazioni fatte nel R. Archivio di Napoli, voI. I a VI, che si riferiscono a pergamene dal 748 al 1130 non danno alcuna notizia precisa o interessante, come nulla troviamo nell'Archivio, precisamente nel registro di Federico II (Ind. di Pietro Vincenti 161014). Rileviamo però che in tali anni troviamo ancora segnata la voce « Petilia », senza alcuna annotazione, il che lascia supporre che il nascente sobborgo di Strongoli, per tradizione, continuava a portare l'antico nome di Petelia. Deduzione questa che trova poi conferma in Procopio, il quale nella sua Cronaca, verso il 1000 ridà a Strongoli il nome di «Petilium».

Dagli ultimi Imperatori Greci fino ai tempi di Federico II la Calabria figura divisa in terra Jordana VaI di Crelti: Petelia era con la terra Jordana.

Il geografo e viaggiatore arabo Edrisi (1099-1164), che visse alla Corte di Ruggiero il, Re di Sicilia, nel suo volume Ricreazioni di chi desidera percorrere i paesi, scritto verso il 1150, (e tradotto per quanto riguarda l'Italia, dall'Amari, Schiapparelli e Salviucci, nel 1883), fra le altre cittadine rifiorite al suo tempo fa menzione di Strongoli e Cirò.

Nel testo di una pergamena del febbraio 1228 (Sillabus Grae­corum membranorum, pago 382-383), riferentesi agli anni 885-1450, a proposito di uua donazione fatta al monastero di S. Nicola di Cepullo di un territorio sito nelle pertinenze dello stesso monastero, si legge, in greco, quanto poi tradotto in latino nello stesso testo, è così concepito: A meridie via quae vadit a sancto Nicolao ad locum dictum de Strongilito. Nello stesso fascicolo, pagine 384-385, nel testo di una pergamena del mese di marzo 1228, che concerne una donazione di un territorio fatta da Niccolò Primicerio al monastero di S. Giovanni in Fiore, si legge, nella stessa forma: Ab occidente via antiqua quae vadit ad Strongilum. Il territorio, di cui fa menzione la donazione, era posto nel tenimento di Santaseverina, in luogo detto «Bitauro».



ANGIOINI E ARAGONESI



Solo in tale periodo storico cominciamo ad avere notizie precise di Strongoli.

Dal Registro del De Lellis del 1270, lettera B, fol. 125-127, rileviamo il provvedimento di pagamento delle decime in favore del vescovo di Strongoli e da quello del 1271 (lettera B, fol. 51), rileviamo l'ordine di esecuzione per la concessione della terra di Strongoli in favore del milite Errico Di Cimmo o Cumilli. Il pa­gamento delle decime rimonta al periodo Normanno. Il primo, un diritto concesso alla chiesa e non prima del Concilio Lateranense 1179, passò ai laici. Si trattava di pagamento fatto al feudatario per sostituzione del terratico o censo sui terreni.

Nel 1272 (XV Ind. fo!' 131 T.) si sanzionano le modalità di detta concessione e, nello stesso registro (Let. B, Fol. 200 T.), in un documento di 16 righi, si fa provvedimento a Guidone Palmenterio, cittadino di Strongoli, contro Errico De Cumilli a, padrone di Strongoli, che viene spogliato dei suoi beni.

Nel N. 14 del medesimo registro, stesso anno, (Let. B, f. 221. 227 - 231 t), si dà mandato al maestro Giovanni De Limosi ed a Goffredo Buccinarro di Bari, fittavoli di terre in Calabria, di restituire alla Curia le terre di Strongoli che, una volta, erano state concesse al guerriero Errico De Cumilli.

Nel Registro A. C. 18 del 1273 (let. A, fo!' 81) si dà provvedimento al menzionato Errico De Cumilli in favore della sua terra di Strongoli, sita in terra Giordana, con sanzione di alcuni speciali diritti e, nel medesimo registro (Iet. A, fo!' 151) si dà esecuzione al predetto guerriero per la concessione della terra di Simeri, devoluta per la morte senza eredi di Bertajni, di Malamorte e Pietro Di Spatafora, traditori entrambi, in cambio della terra di Strongoli, precedentemente concessagli.

Dall'Archivio Storico per le Provincie Napoletane, fascicolo IV, 20 marzo 1923, nella trattazione: «I Registri Angiojni e la popolazione calabrese del 1276 di Giuseppe Sardi» rileviamo che l'imposta in detta epoca era per strongoli di oncie 114 - tad 11 e grana 8, ridotta in grana 68628.

Nel dicembre del 1282, la terra di Strongoli, facente parte del giustizierato di terra Giordana e VaI di Crati, era alle dipendenze di Ponzio Blanchefort il quale aveva per capitano generale da Roseto al Faro, fino al 1284, Pietro Ruffo.

Dal Registro Angiojno 1283 (A. N. 45 fascicolo 147), rileviamo che il Principe di Salerno, il primo giugno del 1284, dietro speciale licenza del Legato Apostolico del Regno, ordinava al vescovo di Cotrone di esigere da quello di Strongoli e di altre sede vescovili viciniori tutte le rendite e proventi di chiese o di monasteri per colmare le spese di guerra.

Nel 1284 (let. B, Reg. 48, £01. 136) si dà mandato di inchiesta al nobile signore di Monteforte, Conte di Squilla ce, sull' accertamento del reddito della terra di Strongoli, concessa al guerriero Errico Girardi, familiare, per l'annuo valore di 60 once, canone questo confermato nel medesimo registro (fol. 136 t., let. C. fol. 333). Tale Girardi, forse, era quello stesso che nel 1283 era stato nominato Capitano di Vascello delle Puglie ed Abbruzzi (Archivio Storico Provincie Napoletane, voI. I, pago 265).

Siamo nel periodo delle guerre tra Angiojni ed Aragonesi: Pietro DI d'Aragona, sposo della figlia di Manfredi, era stato acclamato Re di Sicilia.

Il Papa, che aveva tanto perseguitato gli Svevi, e quindi gli Aragonesi, scomunicò il Re di Sicilia e contro di lui bandì la Crociata. La guerra ebbe maggiore sviluppo per mare. Intanto al morto Carlo d'Angiò era successo il figlio Carlo II; che da Pietro di Lauria veniva fatto prigioniero presso Napoli e poi rilasciato. Il Lauria sbarcò in seguito in Calabria dove maggiormente continuò feroce la guerra tra Carlo II e Giacomo d'Aragona, i quali erano rispettivamente successi ai loro padri. Giacomo approdò a Cotrone con un forte esercito e di là si accinse alla conquista delle vicine terre, inviando Ruggero di Lauria. Strongoli, unitamente ad altri Comuni, come Nicastro, Martirano, nello stesso anno 1284, senza aspettare la violenza delle armi vincitrici, guidate da Fortuneo Aldobelli, passò volontariamente alla devozione di questi, mal sopportantando il giogo angioino.

Dal Registro del 1292 (let. E, fol. 299 t.), e da quello del 1294 (A 70.71, let. M, fol. lO e 19 t.) rileviamo che la terra di Strongoli fu concessa dagli Aragonesi, in detta epoca, al guerriero Americo di Passiaco, per l'annuo valore di once 100 per il 1292, e once 110 per il 1294, dando ordine per la regolare immissione in possesso nel dominio che fu tenuto fino al 1308.

La guerra fra i due cennati regnanti continuò intanto fiacca. mente e parve anzi, accennare alla fine, perché Giacomo (1291), a seguito della morte di Alfonso In, aveva riuniti i due regni di Sicilia e d'Aragona e Bonifazio VIII (Benedetto Caetani}, vecchio, ma energico e risoluto Pontefice, esigette da Giacomo la immediata consegna dell'Isola, offrendogli in cambio l'investitura della Corsica e della Sardegna dove, ancora, avevano il dominio genovesi e pisani (1285). I siciliani, però, non vollero subire la imposizione papale e, di rimando, proclamarono Re Federico Il d'Aragona, fratello di Giacomo, che accettò e cinse la corona in Palermo. In conseguenza. la guerra fu ripresa con maggiore vigore e con vantaggio dei siciliani.

Da un importantissimo documento, rinvenuto nel R. Archivio di Napoli, e che qui di seguito riportiamo, sappiamo che nel 1296 (31 agosto) Re Carlo II sancisce da Brindisi di revocare al regio demanio la città di Strongoli, nonostante la concessione già fattane, a condizione però che essa prima della festa del Natale fosse ritornata alla fede regia (R. Archivio di Stato Napoli Reg. Angiojni, voI. 77, foI. 61 b). Eccone il testo:

« Karolus secundus etc. Ad perpetuam rei memoriali. Fides et merita gr.atiam pariunt et deviationis incognitas, conferentis mentemen non immerito preparant ad munificentie largitatem. Sic ergo pensantes quod non differì et fidem, vel merita abiurare perfidiam et erroris lapsum ad frugem vite c°t:lvertere melioris, civitatem Stronguli sitam, in justitiariatu terre Jordane, nunc in manu hostium exsistentem, suosque cives et incolas eurumque successores etiam, et heredes, si quidem infra proximum festum Nativitatis domini ce, abiurata perfidia hostium eocumdem, redeunt ad verum, fidei nostre cultum, ad demanium nostrum nostrorumque. liberorum etiam et heredum imperpetuum revocamus eosque in illo sic, volumus continue conservare, concessione seu dono facto de ipsa in irritum de certa nostra scientia revocato, eo etiam, non obstante quod de civi. tale pedata est aliter exsinde usquo modo servatum, mandato quo. cumque vel ordinatione facta in contrarium, aut in antea forsitan facienda, in ullo penitus refragante. In cujus rei fidem pertuamque memoriali tali hominum civitatis, ejusdem quali eorum heredum cautelam, presens privilegium exinde fieri et pendenti majestatis nostre sigillo jussimus, communiri. Datum Brundusii, presentibus Rajnallo de Avellis, regni Sicilie Amirato, Johanne Pipino de Barscio et Henrico de Gerardo; magne curie nostre magistris rationaliboa, dilectis consiliariis, familiaribus et fidelibus nostris, ac pluribus aliis. Et datum ibidem in absentia Prothonotarii Regni Sicilie per manna magistri Guillelmi de Toderio locumtenentis, Cancellarii dicti regni etc. ultimo mensis augusti, cone indictionis».

A margine del documento sta scritto: Pro civitate Stronguli.

Le precedenti parole, scritte all'inizio del documento Deviationis etc. graficamente riescono di non semplice interpretazione. Pare che il senso interpretativo debba essere il seguente: «La fede e i meriti producono la grazia e preparano la mente di chi considera le incognite dello sviamento alla larghezza della munificenza». Questo esordio spiegherebbe la grazia della dichiarazione di regio demanio, promessa sotto la condizione del ritorno alla fede regia.

Altro importante documento abbiamo trovato nell'Archivio di Napoli. Esso rimonta al 26 Agosto del 1297, nel quale Roberto, figliuolo e vicario di Re Carlo 1I essendo la città di StrongoJi tornata alla fede regia, annulla ]a concessione fatta ne già dal padre a favore di Americo de Possiaco; e ]a richiama al demanio regio. (R. Archivio di Stato, Napoli Reg. Angiojni Voi 77, Col. 55 b).

c Robertus primogenitus etc. Universis presens privilegium in­specturis, presentibus et futuris. Si regale fastigium, subiectis presi. dens de innata albi dulcedine subplicum preces clementer exaudit ad illas maxime sue benignitatis intuitum debet inclinare clementius que subplicantibus compiacendo et reipuplice utitilitatibus corre­spondent. Sane fidelium regiorum civitatis Stronguli de justiciariatu terre Jordane, devotorum nostrorum ad fidem, et reverentia sacre sante Romane ecclesie ae paternam, a qua, frequente actenus in partibus illis guerrarum discrimine deviarunt, noviter dimisso erro­ris devio conversorum, peticio continebat quod, com eivitas ipsa sit de antiquo domini patria Destri regni demanio fuerintque in feudum nobile domino Americo dicto Rorna de Possiaco, fammari paterno, nostroque devoto per ipsum dominum patrem nostrum, concessa, et ex hoe contra aotiquam libertatem eorum multipliciter asserant et gravari, concessionem ipsam in irritum ducere ac civi­tatem eamdem ad Regium revocare demanium et immediatum do­minium, vicariatlls auctoritate qua fungimur dignaremur. Nos igitur ipsorum supplicationibus aurea patulas tam juste quam provi de, in­clinantes ac vertentes considerationis aciem quod pro interesse co­muni expedit patrimonialia principia alienationis, seu diminutionis dispendia non sentire, confessione m paterna m ineffieacem esse decer­nimus ac, qllatenlls de facto processit, per quoddam resissionis be­neficium, hujusmodi vicariatus auctocitate qua fung,imur, irritamus, volentes et jubcntes ex presse quod dicta civitas Stronguli in regio demanio et immediato dominio teneatur, jure cujuslibet alterius semper salvo et quia proventus, annui civitas (si c) ejusdem com omni­bus juribus et demaniis ejus in quaternis Regie Curie valere con­scripti sunt aDIi centum ac pro quantitate ipsa, eivitas eadem predieto Americo per regiam Curiam est concessa, presentis . privilegii serie declaramus quod, si {orsan, aliquando de dictis proventibus annoia . civitas (si c) ejusdem com juribus et demaniis soia dieta somma cen­tum, unciarum auri pro Regia Curia non posset haberi vel universitas ipsa supleat, de Suo proprio quicquid in quantitate ipsa defecerit, vel si magia homincs ejusdcm univertitatis elegerint, univertitas ipsa exhibeat diete Curie uneias auri centum, et jura bajulacionis dema­niorum, jurium et proventuum omnium diete terre ad opus suum exerceri et percipi faciat per eos quos, ad id providcrit statuendos, in cujus rei testimonium ct cautelam predicte universitatis civitatis Stronguli, perpetuo valitura, prescns privilegium exinde fieri et pen­denti vicari e sigillo quo utimur juximus communiri. Actum, et datum Neapoli, per manus domini Bartholomei de Capua, logothenente et prothonotarii Regni Sicilie etc. die XVI angusti Xc inditionis ».

Nel Registro n. 119 (let. A, fol 283, Archivio Stato Napoli) leggiamo, che nel 1301 e 1302, durante precisamente l'assedio di Gerace, si provvide alla restituzione della terra di detta città ad Isabella, vedova del defunto Americo di Passiaco, la quale assicurava che il nobile Pietro Ruffo, conte di Catanzaro e capitano generale per le Calabrie, oltre il fiumc Neto, avess_ emanato un pubblico bando ordinante che tutti i baroni di Calabria prendessero parte all' assedio di Gerace, sotto pena di confisca di beni e con la dichia­razione che il di lei fi_liuolo, signore della terra di Strongoli, a tale assedio non partecipò, lo destituiva dall'investitura di detta terra finchè rimanesse a combattere in Sicilia. Fu così che la vedova tenne la città fino al 1306, ed in tale anno (vedi reg. 1306 F, ind. 4, fuI 9) Strongoli passò a Roberto Duca di Calabria. Ancor più tardi sappiamo che la città passò sotto il dominio di Guglielmo da Eboli per il reddito annuo di once 100 e se ne ebbe ancora nuova investitura nel 1417, con obbligo di fornire lO soldati (fascicolo 88,'"- fo1. 9 t).

Nel 1304 (Archivio Reg. Zecca, Marzo 84, arca A, n. 3, voI. X,fo1. 187), la università di Strongoli elegge a giudici i sigg. Arnoni e Giovanni Spolitini e figurano, in tale atto, presenti quali testimoni il soldato Andrea da Mesoraca, Maynerio Mansellà, Giacomo Ca­stagna e Nicola di Godino.

Intanto a Carlo Il, detto lo Zoppo, morto nel 1309, era succeduto il figlio Roberto, terzogenito, e diventato primogenito perchèil primo figlio Carlo Martello (amico dell' Alighieri) aveva occupato il trono vacante d'Ungheria per legittima successione materna (erede di Ladislao IV), ed il secondogenito Luigi, vescovo di Tolosa, era morto.

Nell'lnd. VII (Archivio Napoli), data 5 giugno 1309, leggiamo il seguente documento col quale Re Roberto, che già in tempo anteriore al suo regno aveva ritenuta nel suo demanio la terra di Strongoli, con la clausola che essa, per i diritti dovuti alla Regia Corte, dovesse pagare, ogni anno, once 50 d'oro, considerando che poi, girato il pagamento a Guglielmo di Eboli, e gravata la detta terra del pagamento di altre l0 once essa aveva avuto ragione di defalcarle dalle once 50, ordina al giustiziere del tempo e a quelli futuri di non molestarla. Ecco il testo del documento (Reg.. Angiojno, voI. 191, ff. 103, t. 104 ­

«Scriptum est justiciaris Vallis Cratis et terre J ordane, et S3­cretill, magistris ponulanis et procuratoribusurie in ducatu Calabrie, presentibus et futurit:, fidelibus Buia etc. Pro parte universo­rum hominum terre Strangoli, nostrorum fidelium, fuit noviter, nobis expositum quod dudum infra annum proximo preterite pri­me inditionis, duro ducali titolo fungebamus de nostro demanio terram, Strangoli duximus retinendam, hoc tamen ex presse adiecto et specialiter reservato quod universitas ipsius terre teneretur, tam pro dicto anno prime inditionis quam successiva anno quolibet, usque ad beneplacitum nostrum, exhibere Camere nostre, pro juribus, redditibus et p roventibus omnibus civitatis ipsius ad Curiam nostra m spectantibus, uncias agri quinquaginta ponderis generalis, in tribus anni terminis, primo videlicet in festa nativi­tatis domini, secondo in festa resurrectionis ac tertio in fine mensis angusti, pro rata, sicut acciderit exolvendas, ita quod in ultimo termino nihil inde ad solvendum restaret. Posi revocacionem, vero dicti beneplaciti nostri, vel restauracionem dicte civitatis nostro examine declarandam, eadem universitas ex tunc, in Rotea in pertuum quolibet anno, teneretur solvere, in prefatis terminis, diete Camere nosu.e uncias agri centum ponderis, generalis, et plus etiam si amplius jura, redditus et proventus ipsius terre fuerint comperta valere, prout hee in quibusdam, lieteris nostris, lune exinde con­cessis eisdem, plenius asseritur conti neri subiunxerunt preteria quod ips$s annusa uncias quinqllaginta, debitas pèr eosdem homines Curic nostre pro causa premissa Guillelmo de Ebulo, militi, marescalle nostre magistro, quousque illas, assequeretur in terra vel bonis fio scalibus Regni nostri, donavimus gratiose, iniuncto dictis hominibus ejusdem terre Strangoli quod eidem Guillelmo exinde responderent; exposuerunt et insuper quod, poste hec, certas culturas, vincas accerta alia jura in eadem terra Salvatori Constantini, cambellano et Rajnaldo, hostiario et famigliaribus nostris concc_simus, valoris utique annui unciarum allei decem, qu_ culture, vince aliaque jura in eadeUl terra erant et fuerant semper de meris juribus bajulationis prefate, sicque seclltum est quod, pro allnis tertie, quo eisdem Sal­vatori et Rajnaldo facta est, dicta nostra concessio, ac sequentium quarte, quinte et sexte prossimo preteritarum et presentis septime indictionum, est eisdem Salvatori et Rajnaldo, seu aliis, pro parte eorum, de dictorum bonorum concesòorum eis proventibus satisfa­CiUffi, et sic, demptis de dicita bajulacione prefatis unciis decem, dicti homines satisfecerunt dicto Guillelmo seu procuratori et nunciis st:'is, pro eo, annis ipsis, de reliquia uncijs quadraginta.

Sed novissime per dictum Guillelmum, nobis exposito quod, dictis quinque annis, prefatam provisionem uociarum allei quinqua­ginta integra m non receperat, sed diminutam, quolibet annorum ipsorum, in dictis uncijs allei decem, tibi, presenti justitiario Vallis Cratis et terre J orda ne, per litteras nostras iniunximus ut totum illud quod eisdem annis predicto Guillelmo de dicta sua pro visione diminutum exstiterat instanter ci, per eosdem homines, mandares exolvi, ex quo iidem homines, gravatos se inmodice sentientes, curo, sicut predicitur, de dictis juribus bajulationis prefate, sint premisso modo prefate decem unde di minute, majestati nostre humiliter sup­plicarunt ut super boe provideremus eisdem, nos itaque, ipsorum petitione allatta, curo per inquisitionem factam noviter de mandato nostro per Petrum de Cutrono, militem, secretum, magistrum por- .

tulanum et procutatorem ducatus Calabrie, nobis constet quod predicta bolla concessa dictis Salvatori et Rajnaldo spectabant ad bajulatione prefatam, quodque ipsorllm valor annUlla ascendit ad uneias allei decem providendum noviter duximus ut, pro quolibet dietorum annorum quinque, numerandorum a predicto anno tertie inclusive usque per totum predictuJU presentem annUlli, deducantur dictis hominibus pro premissa causa de predictis uncijs quinquaginta diete uncie allei decem, et dcinde, usqlle ad festum omnium sanctorum proximo future octave inditionis servetis ejs pro rata ipsius temporis deductionem eandem. Interim vero de condictione diete terre cu­rabimus informari, et consultius providebimus quid in antea exinde fuerÌt faciendum. Quare volumus et fidelitati vestre, presentium tenore, mandamus ex presse quatenus, tali vo presentes qua m vos alij successive futuri, predictos universos nomines Stronguli ad sol­vendum dicto Guillelmo seu procuratoribus soia, pro eo, ipsas uncias decem, que sunt in somma, pro predictis quinque annis, uncie quinquaginta, et dictam ratam contingentèm, ut predicitur, de diclis annuis decem uncijs, a predicto principio anno octave inditionis usque ad predictum -festum omnium sanct(lrUm, nullatenus compel­latis seu aliter axinde molestetis eosdem. Immo to, presens justitiariga Vallis Cratis et terre Jordane, omnem proeessum citationis, bannitionis, compositionis et cujoscumque exationis, habitum per teropterea contra eos aut ipsorum aliquem, statim studias in irri­turo revocare, non obstantibus contrarijs sacramentis et obbligatio­nibus quibuscumque commissis et prestitis tibi seu alii de tuo mandato usque none propterea per homines supradictos, seu aliquos eorundem, ut non oporteat ipsos homines laboribus et expensis ulterius fatigari. Presentes autem litteras, postquam eas inspexeritis, prout et quando fuerit opportunum, restituì per vos volumus pre­sentanti, apud dictos homines pro cautela servandas, quas, apud vestrum quemlibet, vigorem similem volumus optinere. Datum, Neapoli, in Camera nostra, anno domini MCCCVIIII,. die V junii' VII inditionis, regnorum nostrorum anno primo.



Il 15 febbrajo 1321, per come risulta dal Reg. Ang. 242 e 119 t, i! vescovo Ruggiero di detta cittadina (era Papa allora Giovanni XXII) esercitava abusi feudali, imponendo carichi tributari gravosi. Contro tale vescovo insorse tutto il popolo strongolese il quale, ingiuriatolo gravemente, lo scacciò dalla sua residenza feudale. Questi, privato del godimento di antichissimi diritti, si appellò al re Roberto d'Angiò. Deve ritenersi che la sommossa avesse pure carattere politico in considerazione dell'immolato odio che gli strongolesi portarono verso gli angioini.

La potenza feudale dei vescovi, di cui fa cenno il doloroso episodio di Strongoli, rimontava al governo di Ottone I che, al solo scopo di fiaccare la superbia dei laici, aveva aumentato il potere dei vescovi feudatari. Ne seguirono l'esempio Ottone n e In ed Errico Il (1204) e si accentuò con Errico IlI. Ricomparve con Carlo d'Angiò, che si era impegnato di tenere i feudi del Regno di Sicilia, come fendo della chiesa, e la strapotenza del clero, al tempo di Roberto, costituitosi capo del guelfismo, nel periodo in cui fa cenno l'episodio di Strongoli, finì con dar luogo a sommosse popolari contro il potere dei vescovi.

Por non volendo dare un assoluto carattere di verità ad una mia personale supposizione, penso che il nome di 'a Molla, che gli strongolesi danno precisamente al rione della città attiguo al vescovato, debba ricordare la sollevazione contro il vescovo e più specificatamente il luogo donde partì il moto rivoluzionario, in quanto « La Motta» fu precisamente detta la lega dei valvassori della campagna coi Lodigiani (dal longobardo gemot = ammutina­mento) nel 1036, quando si sollev3rono nel milanese contro la strapotenza feudale dei vescovi.

Sappiamo poi che nel 1579 le adiacenze di dettatamente agli «Esposi ti», furono vendute per 1400 doc. famiglia Lucifero).

E che il ricorso del vescovo Ruggiero, fatto al Re ottenesse giustizia, lo rileviamo dal registro 1322 del R. A. di Stato, voI. 242, lettera a foglio 119 t, nel quale è detto, in ventitré lighe, che si provvide contro gli uomini di Strangoli per avere espulso violentemente il vescovo dalla sua residenza.

Con tale documento, che qui di seguito riportiamo, il 13 febbraio del 1321 il Re Carlo, figliuolo di Roberto, ordina al Giusti­ziere di Valle di Crati e Terra Giordano di verificare e punire le violenze compiute contro il predetto vescovo da parte degli strongolesi, ed ordina, ancora, di rimetterlo nel primo possesso dei diritti della sua Chiesa, ecc. ecc.:



Motta, uniducati

Pro Episcopo Strongulensi

«Karolus etc. Iustitiarios Vallis Cratis et Terre Jordane presenti et futuris, fidelibus paternis et suis, salutem etc.

« Molesta soni nobis queque gravamina regiis nostrisque qui­buslibet fidelibus irrogata, sed que inferuntur ecclesiis ecclesiasticis­ve personis eo gravius molestiusque perferimus, quo divina proinde reverentia leditur nostreque non minus presidentie derogatur. Sane de proximo nostris auribus displicenter insonuit quod homines terre Stronguli, vestre iurisdictioni subiecti, in sensum dati reprobum, nullum ad deum nostrumque dominium habendo respectum, vene­rabilem in Christo patrem dominum Rogerium eiusdem terre pre­sulem, a suo in quo inibi morabatur hospitio innominiose ac per violentiam expulerunt, et alias eidem episcopo, tunc enormes, iniu­rias inferentes, passi non sunt nec permittunt aliqualiter iamdictum episcum gaudere iuribus et dignitatibus eiusdem ecclesie, nec etiam deainunt com aliter, multifarie molestare. Ad quod oportuna pro­visione nostra com supplici devotione petita, non hec, si veritati sint consona, transire nolentes quomodolibet impunita fidelitati vestre, presentium auctoritate, precipiendo mandamus expressius _uatenus vos, presens iustitiarie, vocatis qui fuerint evocandi, una com judice actorumque notario, quos habetis a Curia, de premissis, ex ufficio, per diligentis inquisitionis examen, specialiter curetis inquirere, constitutione Regni, que prohibet contra speciales persoQas de speciali crimine specialem inquisitionem fieri, non obstante. Sic autem omnes et singolos, ex eisdem hominibus, quos per inqui­sitionem eandem, tali nequiter excessisse (sic), studiatis aspere plecter ac rigorose punire, quod eos proinde pena debita feriat, et temptandi similia materiali aliis interdicat. Deinde vero memoratum episcopum in possessionem libera m pretacti eius hospitii favorabi­liter inducentes, tali vos, predicte presens iustitiarie, quali vos alii successive futuri, eum in usu et perceptione iurium et dignitatum, tam eius quali sue maioris ecclesie, stUlleatis, per brachii secularsi presidium, si et prout expediens vobis videbitur, defensare, ut super hoc aurea nostras iterata querela non infestet ulterius et jussiones nostras alias vobis propterea mittere non sii opus.

Datum Neapoli, per Johannem Grillum de Salerno etc., anno domini MCCCXXI, die XIII Febbruarii Une inditionis, regnorum dicti domini patris nostri anno xn».

(1) Angelo Vaccaro : Fidelis Petelia