Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       

 

Descrizione

estratto da www.calabriainvacanza.it

(Strongolesi, letter. Petelinesi; comune di 85,3 km²). In provincia di Crotone (27Km), a 62Km da San Giovanni in fiore, situata su un colle a 342 m.s.m., a nord del corso inferiore del fiume Neto. Piccole miniere di zolfo. Moderno zuccherificio e altre industrie.
La fondazione dell'antica Petelia, il cui nome secondo la versione del Pacichelli significherebbe "località libera ed esposta al sole", si fa risalire al 1185a.C.
Scoliaste di Tucidite l'attribuisce al mitico eroe greco Filottete che, reduce dall'assedio di Troia, sbarcò sulle coste ioniche, colonizzando tutto il territorio che si estendeva dal fiume Neto al promontorio di Punta Alice. Diversi storiografi concordano nell'affermare che l'antico nome di Petelia fosse Macalla e che, addirittura, essa fosse sorta sulle rovine di quest'ultima. Molti ipotizzano che Filottete, giunto nei pressi dei territori dell'attuale Marina di Strongoli, dove l'eroe dovette fermarsi poichè stremato ed indebolito a causa di una ferita purulenta, fondò una colonia cui diede il nome di Macalla, in onore al suo guaritore Macaone.
La copiosità dei reperti archeologici rinvenuti nella zona sembrano confermare la teoria della fondazione di Macalla in questi luoghi che successivamente, per situazioni a noi sconosciute, venne distrutta inducendo la popolazione a trasferirsi sul colle dove sorse poi Petelia.
Studi e ricerche effettuate negli anni '80, tuttavia, identificano il sito in località Murge, montagna posta a poca distanza da Strongoli, dove sono state rinvenute numerose testimonianze di un insediamento stabile.
La fondazione di Petelia, dunque, per molti storici fu precedente alla colonizzazione greca vera e propria, avvenuta intorno alla metà del secolo VIII.
Petelia, rimase assoggettata a Crotone fino al 440 circa, anno in cui la città di Pitagora cadde in rovina a causa dei continui conflitti con la rivale Reggio.
Della confusione approfittarono i Bruzi, popolo bellicoso e di stirpe italica, che cominciarono a premere sulle città italiote nel tentativo di soffocarle e, mentre Crotone resistette grazie all'aiuto di una guarnigione romana accorsa a presidiarla, Petelia invece cedette al dominio dell'invasore bruzio.
Nel 208 a.C., Annibale, dopo aver conquistato gran parte della Penisola, comandò ad Imilcone di portarsi con l'armata cartaginese sotto le mura della città. I petelini, sotto la guida di Marcello, console romano, subirono una disastrosa sconfitta e ingenti perdite in località Valle Cupa, dove è visibile la "pietra della battaglia" e dove pare rimase ucciso in campo lo stesso Marcello.
Nell'anno 216 a.C. tutte le città del territorio lucano e bruzio si dichiararono alleate di Cartagine; solo Petelia, Reggio Calabria e Vibo Valentia si opposero a tale patto, scegliendo l'alleanza con Roma. Questa opposizione costò molto cara a Petelia che dovette subire una serie di attacchi rigorosi e distruttivi da parte del popolo cartaginese, ma nonostante ciò essa continuò a mantenere la fedeltà e la devozione a Roma.
La reazione di Petelia agli attacchi di questo popolo fu memorabile e cruenta tanto che Annibale decise di convenire l'assedio in blocco. Furono bloccate tutte le vie d'accesso alla città ed allontanati bambini, donne e anziani. La forza della disperazione moltiplicò il coraggio e la tenacia degli uomini rimasti che per la fame furono costretti a cibarsi, in mancanza d'altro, di cortecce di alberi, erbe e animali immondi. Dopo 11 mesi di assedio, gli abitanti di Petelia, ormai stremati, diedero alle fiamme quel che della città era rimasto perchè Annibale non potesse gloriarsi di averli conquistati.
Terminata la guerra la grande devozione all'Impero Romano venne ripagata copiosamente; Roma, infatti, le concesse il diritto di municipio e di monetazione autonoma.
Sotto il regno di Giustiniano, Petelia venne sostituita dall'edificazione, nella parte più alta del paese, del Castello di Strongylos, intorno al quale fu costruito il primo centro urbano. Il suo nome deriva dal greco Strongulos che significa rotondo, dalla circolarità del monte sul quale sorge il paese. La cattedrale, invece, testimonianza dello splendore di Strongoli negli anni del vescovado, fu probabilmente edificata prima del 900. Infatti, da documenti storici risulta che tra i 18 vescovadi distrutti dai saraceni tra il 460 ed il 1000 vi fosse anche quello di Strongoli. Nei secoli successivi il territorio cittadino fu oggetto di contesa da parte di Ranchei, Alemanni, Longobardi, Bizantini e dovette subire devastazioni e violenze ad opera dei Saraceni.
Nel secolo XI quando i Normanni sconfissero i Longobardi, i Bizantini e gli Arabi e conquistarono l'Italia Meridionale, formando un unico regno con la Sicilia, Strongoli venne concessa come feudo ai Sanseverino. Seguì un periodo caratterizzato da laterne vicende e sommosse popolari contro gli abusi feudali, durante il quale feudatari Angioini ed Aragonesi si alternarono nel governo della città. Divennero signori di Strongoli prima i Carafa, in seguito i Bisignano, i Campitelli, i Pignatelli e i Giunti. Nel 1806 gli abitanti di Strongoli, inferociti per i lunghi oltraggi all'onore da parte dei spavaldi francesi, ne imprigionarono alcuni e li massacrarono nella pubblica piazza uno al giorno. L'anno successivo, però, i Francesi, sottoposero la città ad incendio e a saccheggio. Con la restaurazione del Regno Borbonico, nel 1816, Strongoli passò alla provincia di Catanzaro e nel 1860 confluì con il suddetto Regno nell'Italia Unita, nel 1992 con la nuova istituzione della provincia di Crotone ne viene a fare parte.


                                                       LA ODIERNA STRONGOLI

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A cavaliere di una montagna dominatrice del Neto, come aquila appollaiata su l'irto colle che guarda la Sila ed avvista l'incantevole marina Jonica, si eleva Strongoli, ricca terra di messi e di biade, città di gloriose gesta e patria di uomini preclari.

Il passeggero vi transita indifferente o quasi, perché pochi sanno dell' antica gloria e della vetusta bellezza di che fu superba un giorno nei fasti della nostra Gente e nella luce della nostra epopea.

Quivi fu l'antica Petelia.

Una larga epigrafe posta all' entrata della Città ne avvisa il passeggero :


« Strongylen accedens illam nunc esse memento, olim quae nituit nomine Petiliae condidit exiguam muris Peantius Heros nunc cive atque solo clarior ipsa micat» (l).


Vicende di tempi l'anno ridotta a piccola cittadina del Marchesato di Crotone; ma la sua storia luminosa di eroismo e di fede è come suggellata ed eternata nei canti e nelle cronistorie degli antichi Padri Romani: freme negli anneriti ruderi delle sue ciclopiche mura, nella ricchezza dei monumenti, che vennero alla luce dal suo sacro sottosuolo e nelle memorie che restano, nel vivo ricordo dei pochi, come i lucenti fuochi dell' arte e dei sogni della sua storia più che millenaria.

Tutta la sua vita politica e civile ha la continuazione splendida di una vera epopea: s'imposta in una dirittura di condotta sempre



(1) «Appressandoti a Strongoli, ricordati, o passeggero, ch'essa è quella cittadina che un tempo rifulse col nome di Petelia, che l'Eroe Pente circondò di mura e che oggi non cessa di splendere più chiara per popolazione e territorio».



coerente a se stessa e che, attraverso epoche ed uomini diversi, offre allo spirito degli studiosi lo spettacolo superbo di un veramente sano e sacro patriottismo.

Non ha debolezze di carattere, non tentennamenti, non adatta. menti, consigliati dalle necessità dei momenti storici.

Sorta dal volere di un Eroe, pare che di eroismo abbia plasmato la sua anima nelle vicende che le rendono il cimento bisogno, il sacrificio orgoglio, la gloria un diritto. Per essa gl'ideali più santi della fedeltà e dell'amicizia sono, nella loro intensità, pari alla bellezza dell' odiò verso ogni tiranno e s'ingigantiscono nell' afferma­zione magnifica che la rendono martire e sovrana.

Si esalta, cosciente nel sacrifico delle sue tante distruzioni; trova sul suo calvario la forza rinascente per le sue nuove e tante prima­vere eroiche; vive compiutamente gli eventi con la stabilità di un volere più forte del suo destino, decisa e lucida più che lama di acciaio.

La direste più che Romana nel grido ultimo che dà ad Annibale la povera gioia di conquistare un sepolcro e non una città. Resta Romana, vinta e non doma, nell' odio e nell'immutata fede dei suoi pochi superstiti alla lunga ed aspra battaglia e, soggetta al dominio Bruzio e Cartaginese, non si adatta a dimenticare il Pas­sato, quando può cospirare, con l'invio di segreti legati che a Roma riaffermano la ancora immutabile amicizia, atto che le costa la vita dei suoi migliori cittadini.

Morde il freno, disperatamente, in una forzata soggezione che divamperà. più tardi, nell'audace gesto che riesce a trucidare i soldati cartaginesi, rimasti a guardia delle navi, quando Annibale viene obbligato ad una partenza che non ha ritorno. Rifiorisce, immutata con la sua anima, nella gioia che la riconsacra Romana - e nel desiderio degli ottocento fuggiaschi alla distruzione, che, raminghi di terra in terra mendicarono il pane del dolore, pare viva imperioso il comandamento dei suoi martiri ed eroi, che di essi farà le propaggini per la continuazione splendida della stirpe eroica - i figli nuovi di una nuova città nella quale, ancora e sempre, vibrerà un'anima Romana, un carattere Romano, un destino Romano per scrivere nuove pagine di gloria all'Impero dei Cesari.

«Secolo si rinnova e progenie discende dal ciel nova» aveva cantato il Romano Poeta. Nel contrasto dei principi antitetici, che rendono cruenta lo lotta per molti secoli, il destino provvido prepara la nuova civiltà che farà delle Catacombe la nuova gloria della Roma Cristiana.

L'anima rude del guerriero della Repubblica e dell' Impero troverà l'armonia nella dolcezza del sentimento che farà lo spirito eroico; e Petelia, quasi consapevole della magnificenza che i secoli preparano alla Città dei Papi, suggellerà col sangue del suo migliore Figlio, Antero Papa , l'accettazione entusiasta della nuova gloria, che fa grande il numero, splendida la dottrina, copiose le messi.

Sembra che una lapide sepolcrale voglia serrare, per sempre, i resti della sua vitalità, nella completa distruzione dei Vandali; e, nuova fenice, invece, la vecchia Petelia, attorno al suo castello, ricompone le sue membra, avvisa la sua rinascita che dovrà, più tardi e più volte, mostrare i denti al dominio Angioino, scacciare il Vescovo tiranno con lo sdegno irriducibile che avrà, ancora, la marziale fierezza dei vecchi padri romani. E se orde di barbari Saraceni la raderanno al suolo, ancora una volta risorgerà più bella dalle sue rovine.

Come protetta da un Dio tutelare, offre il dominio di se stessa, nel periodo feudale, ad una nobile famiglia che sul suo stemma porta il suggello delle audaci beffe, nell' eroismo dei suoi primi guerrieri la fierezza che fa impallidire i Re - e nella continuazione della stirpe superba, il superbo martirio che va incontro, serena­mente, alla decollazione nel castello dell'avo - o la cospirazione raminga che sa affermare i principi santi della libertà e del patriottismo.

Nella sua anima, tipicamente guerriera e ribelle, resta un fondo non trascurabile di gentilezza e morbidezza ellenica, dal quale come compressione più sincera e viva dell'arte, può fiorire, nel XVII secolo il suo Leonardo Vinci , che darà alla musica quel rinnovamento melodico, confacente e rispondente alla psiche della nostra razza sentimentale, quella forza e vivacità di immagini che valgano a tradurre gli slanci geniali della nostra consistenza cerebrale.

Direste che sarcasticamente sorrida, quando la nuova Strongoli può recisamente negare i viveri allo spavaldo generale francese Reynier - ed è romana ed Italianissima per davvero, quando può chiudere quindici francesi nelle sue fetide prigioni, squartarne sette sulla sua pubblica piazza, ed imperterrita, subire la nuova distru­zione dal gallico furore.

E se, nella notte oscura della patria, savio e potente, il desiderio dell'unificazione può fare intravedere raggi di sole ed allenare martiri che scuotano il dominio degli stranieri tiranni - Strongoli, come a ricordare a se stessa la storia di un vecchio martirio, darà alle prigioni degli stranieri dominanti ben sette condannati a tren­t' anni di ferri - e, come a vegliare e persistere nel suo sogno di liberazione patria, errerà ramingo di terra in terra il suo Poeta e cospiratore Biagio Miraglia.

La nuova Italia la trova consapevole della sua missione, fatta di dovere e di sacrificio, ed alla guerra italo - Austriaca offre trentanove fiorenti giovinezze, che diranno ai nuovi figli quanto e come immutabile resti la sua passione per gl'ideali santi della Patria.

Accetta il Fascismo, nelle prime ore di passione, con l' entusiasmo più schietto che sa fare dei suoi più elevati cittadini le umili Camice Nere della vigilia, con la fede che li riannoda alla vecchia sacra virtù dei padri antichi.

* * *

Per lungo tempo e per stolte e disparate opinioni si discusse e ridiscusse sulla sua legittima successione all'antica Petelia, finche scavi fortuiti o scavi operati da persone competenti e da funzionari, quali furono l'Orsi, il Casagrande, il dottor Cesare Trombetta, misero in luce tanto e vistoso materiale archeologico e numismatico da fare accertare indubbiamente l'autenticità del glorioso sito.

Dai più inverosimili posti torna Petelia a rivivere nella sua storica sede millenaria, fulgida di nuova luce nelle tenebre che l'av­volsero per tanto scorrer di secoli e della sua luce illuminando e nobilitando la non degenere figlia, l'odierna Strongoli.

Pochi storici regionali coscienti lo avevano affermato, mentre molti altri, stiracchiando interpretazioni su antichi storici, la collocavano altrove.

Ne mancarono archeologi e scrittori stranieri che, attratti dalla sua egregia storia, quivi si recarono o in chiare note di essa parla­rono nelle loro opere, a cominciare dal Lenormant per finire al Curtius, Saint-Non, Frontin-Strat, Bumbury, Thomas Ashby, Nissen, Beloch ed altri.

Bisogna convenire, però, che la sua cronistoria ci pervenne, attraverso gli scrittori, assai frammentaria e spesso inesatta. Quasi sempre, resta circoscritta all' epico periodo romano delle guerre puniche.

Il Falcone, nel citato manoscritto, ci dà un resoconto assai triste della Strongoli del suo tempo. Chi oggi vi si reca più non la riconosce, che da pochi anni, grazie all'interessamento affettuoso dei suoi amministratori, ha fatto proprio un gran passo e nell'evoluzione del suo popolo, e nel largo sviluppo delle opere pubbliche.

Non più le « case matte ed affumicate» ricordate dal citato autore; ma eleganti e moderne palazzine. La viabilità ha poi compiuto miracoli! Fino a pochi anni addietro, potevano ancora esser vere le parole del Falcone: « Mancano affatto le strade rotabili e, nello inverno, per i fanghi che produce il terreno argilloso, sono veramente gravi e grandi le difficoltà di transito. Il traffico con i paesi vicini si esegue con muli ed asini». Ed ora, una vera rete stradale, grazie alla {attività del Fascismo, allaccia la cittadina alla sua stazione omonima: a Crotone, a Rocca di Neto, a Casabona, a Savelli, fino a S. Giovanni in Fiore. Rete resa veramente attiva e comoda per i servizi inappuntabili ed eleganti della Ditta Romano, che nulla ha risparmiato per renderne agevole il transito e gradita la dimora, istituendo, per l'estate, un servizio turistico e mettendo su un elegante albergo, che fa veramente scordare in materia, le tristi condizioni della Strongoli di ieri.

Ne di opere pubbliche nuove difetta Strongoli: Ha un bel mercato, ottima acqua silana, buona luce elettrica. Ha completato il lavoro della fognatura, possiede un ottimo Asilo Infantile, eretto in Ente Morale ed istituito dalla munificenza della nobile Famiglia Giunti La pubblica Istruzione .ha raggiunto il suo migliore incremento quantitativo e qualitativo. Il Municipio è allogato in propria e decorosa sede, restaurata e messa a nuovo per le cure affettuose ed encomiabili del suo attuale Podestà capitano Luigi Fazia che, nella diuturna e proficua opera di bene nulla trascura o lascia d'intentato per avviare la cittadina a migliori e più lucidi destini.

La pretura è installata in comoda sede e la sua ex Cattedrale, per opera del suo bravo Arciprete D. Francesco Lequaglie, stata restaurata nella sua facciata esteriore e ben mantenuta nell'interno.

Molti e ricchi sono i negozi, più che curata la pubblica igiene. Ottimi ed intelligenti professionisti e un rilevante nucleo di giovani studenti tengono alto il decoro della cittadina; nel cimento degli studi severi, preparano, coscienti, il nuovo magnifico avvenire del quale la città è ben degna. Speranze e destino, che non potranno tradire le aspettative dei suoi migliori figli, i quali, nei tesori del loro intelletto d'amore e nella bellezza delle loro nobili anime, sapranno trovare la forza per riscrivere nuove e più gloriose pagine dell'alcor più fulgida storia della Strongoli di domani.

Quod est in votis!

 

 

Strongoli

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Strongoli
comune

Strongoli – Veduta

Localizzazione

Stato

Italia Italia

Regione

Coat of arms of Calabria.svgCalabria

Provincia

Provincia di Crotone-Stemma.pngCrotone

Amministrazione

Sindaco

Eugenio Pitaro[1] (commissario prefettizio) dal 12/01/2018

Territorio

Coordinate

39°16′N 17°04′E / 39.266667°N 17.066667°E39.266667; 17.066667 (Strongoli)Coordinate: 39°16′N 17°04′E / 39.266667°N 17.066667°E39.266667; 17.066667 (Strongoli)

Altitudine

342 m s.l.m.

Superficie

85,56 km²

Abitanti

6 596[2] (01-01-2015)

Densità

77,09 ab./km²

Frazioni

Marina di Strongoli

Comuni confinanti

Casabona, Crotone, Melissa, Rocca di Neto

Altre informazioni

Cod. postale

88816

Prefisso

0962

Fuso orario

UTC+1

Codice ISTAT

101025

Cod. catastale

I982

Targa

KR

Cl. sismica

zona 2 (sismicità media)

Nome abitanti

strongolesi

Patrono

Santa Maria delle Grazie

Giorno festivo

15 agosto

Cartografia

 

Strongoli

Strongoli

Strongoli – Mappa

Posizione del comune di Strongoli nella provincia di Crotone

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Stròngoli (IPA: [sˈtronɡoli][3]) è un comune italiano di 6.596 abitanti della provincia di Crotone, in Calabria.

Strongoli è un centro del Crotonese che sorge su di un colle a pochi chilometri dal Mar Ionio a circa 350 m s.l.m., lungo la cui costa si sviluppa la Marina per circa sette chilometri. Verso sud il Neto separa il suo territorio da quello di Crotone: la foce di questo fiume è stata dichiarata Parco Regionale come oasi di protezione di fauna e selvaggina, essendo importante scalo per la specie migratoria. Il paese abbraccia una superficie di 84,5 km², mentre il numero attuale dei suoi abitanti è 6.486. Il suo territorio, che confina con i comuni di Crotone, Rocca di Neto, Casabona, S. Nicola dell'Alto e Melissa, è abbastanza fertile e produttivo: l'agricoltura, infatti, costituisce la base della sua economia. Tra le colture primeggiano quelle mediterranee dei cereali, della vite e dell'ulivo. Sia il centro abitato sia la campagna sono ricchi di resti archeologici che ci documentano pienamente il contatto con la Grecità prima e con la Romanità dopo.

Storia[

Preistoria ed età preclassica

La tradizione letteraria mitologica vuole Filottete ecista di Petelia. Egli era “famoso arciere tessalo, figlio di Peante e di Demonassa e compagno di Eracle. Avendo mancato al giuramento fatto all'eroe di non rivelare il luogo dove avrebbe deposto il corpo di lui e le famose frecce avvelenate col sangue dell'Idra di Lerna, fu ferito ad un piede da una di queste frecce, e, dolorante per l'inguaribile piaga, fu abbandonato nell'isola di Lemno dai Greci che andavano a Troia. Nel decimo anno dell'assedio, avendo l'oracolo predetto che Troia non sarebbe stata vinta senza le frecce di Eracle, che erano in possesso di Filottete, Ulisse e Diomede andarono a prendere costui nell'isola dove languiva, e lo condussero a Troia. Ivi Filottete fu curato da Macaone, ispirato da Apollo, e, guarito, uccise Paride, con ciò agevolando la presa della città. Reduce da Troia, fu scacciato dalla sua patria, Melibea, in seguito ad una insurrezione, e venuto in Italia, nel Bruzio, vi fondò Petelia” (Cinti 1998). L'eroe tessalo, dunque, reduce dall'impresa bellica che i Greci condussero contro i Troiani, avrebbe colonizzato il litorale ionico che si estende dal fiume Neto al promontorio di Punta Alice. Sia Licofrone di Calcide sia lo Pseudo-Aristotele ci indicano i luoghi dell'Occidente che avrebbero conosciuto il Melibeo, quali Crimisa nei pressi del fiume Esaro e Macalla situata a 120 stadi da Crotone. Ma è Strabone, geografo di età augustea, a cui si uniscono Virgilio, Silio Italico, Servio e Solino, ad attribuire la fondazione mitica di Petelia a Filottete.

Se la mitologia e le fonti letterarie rimandano alla fine del II millennio a.C., l'archeologia ci consente di documentare la vita nel territorio di Petelia anche in epoca più remota. Per quanto concerne l'età preistorica, sporadici sono i documenti della cultura materiale. Nel territorio sono stati rinvenuti schegge di ossidiana ed una punta di freccia di selce attribuibili al Neolitico Medio e frammenti di ceramica d'impasto della media età del Bronzo (XVI-XIV sec. a. C.). Maggiori sono i rinvenimenti inquadrabili nell'età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) che ci fanno ipotizzare la presenza di comunità protourbane sul pianoro di Strongoli e sul tavolato delle Murgie.

Età classica: la colonizzazione greca

Il processo di colonizzazione storica, avviato nel Sud dell'Italia a partire dall'VIII sec. a.C. con la fondazione di Pitecusa nell'isola di Ischia (circa 770 a.C.) da parte degli Euboici, investe anche il territorio dell'attuale Calabria. È dall'Acaia nel Peloponneso che si dipartono i coloni che fondano lungo la costa ionica Crotone e Sibari intorno al 710 a.C., Metaponto nel 690-680 a.C. e Kaulonia nel 675-650 a.C. Il contatto con il mondo greco nel territorio di Strongoli è documentato da alcuni rinvenimenti di fattura ellenica. Infatti, dal pianoro di Murgie, presunta Macalla, provengono un aryballos corinzio sferico databile all'ultimo quarto del VII sec. a.C., che presenta sul corpo un uccello a corpo umano, ed un alabastron, anch'esso di fabbrica corinzia, databile al primo terzo del VI sec. a.C. con un grifone alato, animale fantastico tipico della ceramica greca di età orientalizzante.

Durante l'età arcaica la vita a Murgie continua: a questo periodo, infatti, sono da attribuire materiali votivi che fanno ritenere il luogo sede di culti di tradizione greca. È da questa località che proviene il corpo di una statuetta di Nike in corsa con himation, databile all'ultimo quarto del VI sec. a.C. Dopo la distruzione di Sibari, avvenuta nel 510 a.C. ad opera di Crotone, il territorio di Strongoli è sotto l'influenza della città di Pitagora che giunge da Samo alla fine del VI sec. a.C. Per questa età si hanno solo rinvenimenti sporadici. Un tesoretto monetale, databile agli inizi del V sec. a.C. e rinvenuto in località Serra Frasso, attesta i contatti con Kaulonia, Crotone, Metaponto, Taranto e Poseidonia. La dottrina del filosofo di Samo diventa nella Grecia d'Occidente un movimento di pensiero e si traduce in una esperienza politica e religiosa che ha lo scopo di trovare il cammino razionale che conduce alla salvezza mediante la purificazione spirituale.

Al Pitagorismo è legata un'altra dottrina, l'Orfismo che trova molti proseliti in Magna Grecia ed anche a Petelia, ove nel 1836 in un sepolcro è stata rinvenuta una laminetta aurea con iscrizione greca, la quale era affissa con una catenella al cadavere del defunto. Questo il suo contenuto: “Sono figlio della terra e di Urano stellato, la mia stirpe è dunque celeste…ardo di sete e muoio: datemi, presto, la fredda acqua che scorre impetuosa dal lago di Mnemosine” (Maddoli 1996). La laminetta, che insieme a quelle che provengono da Thurii ed Hipponion sono convenzionalmente designate come “orfiche”, aveva la funzione di vademecum per il defunto nell'aldilà che poteva così ottenere mediante la sua condizione di mystes una situazione privilegiata di beatitudine ed evitare, dunque, i dolorosi cicli delle reincarnazioni.

Nel frattempo le popolazioni italiche tendono sempre più ad espandersi a svantaggio delle colonie greche della costa: tra la metà e la fine del V sec. a.C. Capua, Cuma, Neapolis e Poseidonia in Campania sono conquistate dai Sanniti. In Calabria all'inizio del IV sec. a.C. si assiste all'avanzata dei Lucani, popolazione del ceppo sannitico, i quali eleggono Petelia loro metropoli.

L'età romana

Successivamente con la conquista di Taranto (272 a.C.) ad opera dei Romani viene avviato il processo di romanizzazione nel Meridione ed inizia una nuova fase storica per la Calabria e, dunque, per Petelia. Per quanto concerne il III sec. a.C. lo storico Livio ricorda di questo centro nel Bruzio la fedeltà filoromana e la strenua resistenza durante il conflitto annibalico tra il 216 ed il 215 a.C. Se per l'età repubblicana (II-I sec. a.C.) scarse sono le testimonianze archeologiche, esse aumentano per l'età successiva: dal territorio di Strongoli, infatti, provengono vari documenti epigrafici della prima età imperiale.

Per quanto concerne il I-II sec. d. C. nel Bruttium lo sfruttamento delle risorse del territorio si svolge grazie a piccoli gruppi insediativi, mentre la divisione in proprietà del territorio si concentra in latifondi ed in villae con a capo ciascuna il proprio dominus. Il territorio viene sfruttato nelle sue produzioni più naturali, tranne alcune culture specializzate come le viti aminee attorno a Petelia, di cui si parla nel testamento iscritto su una delle basi marmoree di Manio Megonio Leone.

Petelia non è direttamente indicata nelle stationes del cursus publicus dettagliato dall'itinerario antonino, in cui invece è specificata la statio di Meto, posta a 32 miglia da Paternum (oggi Crucoli Torretta) e a 24 miglia da Tacina. La posizione della statio di Meto non è nota, ma si ritiene prossima alla confluenza tra i fiumi Vitravo e Neto, sempre in territorio di Strongoli, non lontano dalla “Pietra del Tesauro”, mausoleo del II secolo d.C. Qui vicino in località Pizzuta – Santi Quaranta, su una piccola altura, spianata alla sommità, che domina la confluenza dei fiumi Vitravo e Neto, si trova un “importante complesso del periodo imperiale”, costituito da una villa datata tra I e IV secolo d.C., e resti di sepolture tardo-antiche.

Petelia è invece presente nella Tavola Peutingeriana, che rappresenta le città romane e le distanze fra queste, tra Turis e Crontona. L'anonimo geografo di Ravenna riporta invece il toponimo di Pelia, tra Turris e Crotona, mentre Guidone in Geographica -che riprende i contenuti del ravennate[4]- indica Petelia con il toponimo di Pellia[5],

Fidelis Petelia fu dichiarata “libera e federata” (si governava con magistrati e leggi proprie) e Roma le concesse il diritto di battere moneta; mantenne questi privilegi fino all'89 a.C. quando in seguito alla legge Plautia-Papira cambiò condizione divenendo municipio quando "c’hauendo i Romani in tutta Italia trenta Municipii, solamente in Calabria n'haveuano nove"[6]. Nella monetazione in bronzo vennero rappresentati gli dei Apollo, Diana, Giove, Cerere e Nike[7].

Divenne poi cristiana e la tradizione vuole che vi nacque il 19º papa di Roma S. Antero del III sec. d.C. (ma secondo il Liber pontificalis era di origine greca e suo padre si chiamava Romolo), probabilmente martirizzato sotto l'imperatore Massimino Trace, ebbe un brevissimo pontificato (circa 40 giorni).

Petelia fu la sola a sopravvivere anche alla decadenza di Crotone.

L'Alto Medioevo

La tarda età imperiale vede nel territorio petelino la continuità di ville rustiche di età precedente, nuclei agricolo-residenziali che tendono a scomparire in età bizantina fino al corso del VII sec. d. C. in seguito alle incursioni saracene.[8] Tra l’VIII ed il IX secolo la Calabria è stata soggette a tentativi di conquista (Tropea, Amantea e S. Severina, dall’840 all’882 furono conquistate dai saraceni che ne avevano costituito degli emirati) e poi a scorrerie. Le scorrerie proseguono nonostante il potere marittimo dell'impero bizantino: nel 933 cadono Petelia, Taverna, Belcastro. Nel 944 Pasquale (o Pascasio), inviato da Costantino VII Porfirogenito, riconquista Petelia[9].

Nella Notizia III (nota come la Diatyposis) del patriarcato di Costantinopoli, l'atto che riorganizza le diocesi in Calabria approvato dall'imperatore bizantino Leone VI detto il Saggio (866-912) sottoscritto intorno all’anno 900 Petelia non è presente tra le Diocesi della Metropolia di Santa Severina, che invece ha per suffraganee di Umbriatico (Euriatum), Cerenzia, Isola e Gallipoli in Puglia. Nella successiva Notitia X (di poco posteriore al 1000) sotto Basilio II sotto alla Metropolia di S. Severina, viene aggiunta la nuova diocesi di Paleocastro (Petilia Policastro). Durante la conquista normanna della Calabria nel 1065 furono espugnare alcuni “castra Calabriae” tra cui Policastro che fu distrutto e tutti i suoi abitanti deportati[10]. È solo nell’XI secolo che fu eretta la Diocesi di Strongoli, in sostituzione di Paleocastro.

Età feudale

Il nome attuale "Strongoli" è di origine greco-bizantina e accenna alla forma conica del colle su cui sorge l’abitato che ha resti di antichità romane. Strongoli da “Strongylon, quod est mons in girum elatus”. Rifondata già verso la fine del periodo bizantino, divenne città murata, in posizione dominante la bassa valle del Neto.

Durante il periodo normanno diventa sede vescovile, soggetta al metropolitano di Santa Severina. La diocesi è documentata per la prima volta nella bolla di papa Lucio III del 1183 all'arcivescovo di Santa Severina, Meleto, nella quale il pontefice conferma al metropolita tutti i suoi privilegi e ne menziona le suffraganee. Nei documenti del periodo normanno con la Diocesi si trova con nomi di Giropolen, Strongylon, Strombulo e Strongulo[11].

Con l’imperatore Federico II la “Civitas Stronguli” gode della condizione demaniale[12].

La terra di Strongoli, che fa parte del Giustiziariato di Valle Crati e Terra Giordana del Regno di Napoli, perde la condizione demaniale Angioini e riacquista la condizione demaniale con gli Angioini a fasi alterne per circa un secolo, finché dal 1349 fu assegnata al conte di Mileto Ruggero Sanseverino, restando feudo fino all'eversione della feudalità.

Dal 1390 passò nell'ampio dominio del marchesato crotonese del marchese Nicolò Ruffo di Crotone, del ramo dei Ruffo di Catanzaro.

Dopo il 1400 ricompaiono i Sanseverino -principi di Bisignano- che restano feudatari di Strongoli fino al 1605

Durante la 2^ Dinastia aragonese del Regno di Napoli, sotto Ferdinando il Cattolico (1452 –1516), il castello feudale fu da questi disarmato il castello come tutti quelli della zona. Il riaffacciarsi del pericolo delle scorrerie turchesche ripropose ben presto il problema della difesa della città e del castello. Nella seconda metà del Cinquecento il vescovo Timoteo Giustiniani (1567-1571) fortificò la città con quattro torri, opera completata dai successori. Sempre in questi anni le mura cittadine sono potenziate con l’introduzione del bastione nella parte più esposta e presso la marina è costruita la torre di Limara[12].

Pochi anni dopo nel 1605 il feudo spopolato e distrutto passava dai Sanseverino a Giovan Battista Campitelli, conte di Melissa, che acquistò il feudo per 70.000 ducati dai principi di Bisignano. I Campitelli erano tra i maggiori e più influenti feudatari del marchesato di Crotone e del regno di Napoli. Annibale Campitelli nel 1620 ebbe il titolo di "Principe di Strongoli".

Francesco Campitelli dal 1624 al 1668 è feudatario e principe di Strongoli. Sotto il suo domino la città spopolava per le pestilenze ed era oppressa dalla malaria[13].

Alla morte di Francesco Campitelli, senza figli, il feudo passò nel 1668 al nipote Domenico Pignatelli, figlio della sorella Giovanna Campitelli, maritata con Girolamo Pignatelli, al quale seguirono Hyeronimo e Ferdinando[12].

Nel 1799 a Francesco che fu padre di Irene Pignatelli, la sposa di Leonardo Giunti, padre di Giulia Giunti che diede il nome all’"Asilo Giunti", tutt’ora esistente e funzionante, gestito dalle suore "Dorotee" di Vicenza.

Per la cittadina di Strongoli lo storico Salvatore Gallo sottolinea, nel saggio Vecchio campanile, che una delle più importanti testimonianze ebraiche nella cittadina jonica è rappresentata da una lapide del XV secolo ritrovata in contrada Catena nel 1954 nella cui epigrafe è scritto che “questa è una lapide dell'illustre signore, maestro Leone medico figlio di Clemente morto nel 5201, 1441 dell'Era volgare. L'Eden sia il suo riposo”.

Veduta di Strongoli, 1730 (Crotone).jpg

Epoca moderna

Fu parte attiva nella sollevazione delle Calabrie contro i Francesi (1806), che ritirandosi la incendiarono: il 29 luglio 1806 le truppe francesi del Reynier assalirono la città, la cui popolazione si era ribellata e non voleva aprire le porte. Messo a ferro e fuoco l’abitato, si liberarono anche alcuni prigionieri polacchi, che rinchiusi dai briganti nel castello erano di continuo minacciati di morte.

Rioccupata l’anno successivo, subì una dura repressione.

La successiva storia di Strongoli è legata alle vicissitudini di quella nazionale.

Dopo il 1815, con il nuovo ordinamento amministrativo del regno di Napoli, Strongoli passò dalla Provincia di Cosenza a quella di Catanzaro.

Dal 1992 è uno dei Comuni della nuova Provincia di Crotone.

Simboli

Lo stemma comunale di Strongoli rappresenta cinque monti in fiamme, a simboleggiare i cinque cumuli ai quali i petelini diedero fuoco prima di cedere ad Annibale la città.

Secondo altri, i colli raffigurerebbero le cinque distruzioni subite.

Intorno allo scudo è presente un nastro riportante la dicitura “URBS PETELIAE NUNC STRONGOLI”.

Onorificenze

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria

Titolo di Città

«Decreto del Presidente della Repubblica[14]»
— 22 maggio 2002

Monumenti e luoghi d'interesse

Bastioni del XVI sec.d.C.

Facevano parte di un sistema difensivo, programmato dal viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo, su consiglio di Fabrizio Pignatelli, per proteggere i centri abitati strategici dalle incursioni saracene. Ai bastioni era collegata una cinta muraria, di varia forma e spessore, che circondava l’abitato. All’interno venivano sistemate le munizioni e le armi da fuoco per resistere agli attacchi dei nemici . L’accesso alla città era consentito da quattro porte; le più usate erano: ''Porteddra'' e ''Porta i ra terra''.Una di queste, probabilmente sotto il ''Casale'', era la ''Porta Marina'' che collegava il porticciolo al paese.

Epigrafe Petilina III-II sec.a. C

Titolo sepolcrale, in lingua greca, dalla cui traduzione si apprende che, quando erano ginnasiarchi i fratelli Minato, fu restaurato un portico a spese pubbliche. Secondo gli studiosi il portico restaurato potrebbe essere quello del Ginnasio di Petelia, nel quale l’iscrizione si trovava, evidentemente, esposta.

Epigrafe a Megonio II sec. d. C

Lastra in marmo fatta incidere dagli Augustali, dai Decurioni e dal popolo in onore di Megonio.

Manio Megonio, appartenente alla gens Cornelia, è stato, nel periodo imperiale romano, il personaggio più importante della città di Petelia: quadrunviro romano, questore del pubblico erario, ''Patrono Municipale'', rappresentante della giustizia e difensore del popolo. La lastra era, probabilmente, alla base di un piedistallo che sosteneva la statua equestre in bronzo di Megonio.

Palazzo Vescovile XV-XVI sec. d-C

È stato residenza dei vescovi fino al 16 febbraio 1818, data in cui venne soppressa la sede. Se ne ha documentazione a Strongoli sin dal 733 d.C., anno in cui passa sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli e della chiesa Metropolita di Santa Severina. La costruzione della parte più alta è dovuta alla volontà del vescovo Claudio Vico (1490-1496) per l’avvistamento ed una maggiore difesa dagli attacchi saraceni dal mare. Nel 1751 il vescovo Morelli fece dipingere all’interno decorazioni su muro e installare vetrate artistiche. È stato utilizzato fino a qualche decennio fa come municipio.

La Cattedrale X secolo d.C

Intitolata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, è detta chiesa del Vescovado poiché Strongoli è stata sede vescovile dal 1178 al 1818. Ha pianta basilicale a tre navate su pilastri quadrangolari e cappelle laterali, coronate da cupole di stile bizantino ad anelli concentrici orlati di coppi. L’interno ha tre pregevoli altari e due acquasantiere in tarsia di marmo settecenteschi. Le strutture portanti sono pilastri a base quadrangolare con lesene terminanti in volute ioniche e foglie d’acanto. Per effetto dell'art. 3 del Concordato del 16 febbraio 1818, intervenuto tra papa Pio VII e re Ferdinando I, e con bolla del 27 giugno 1818, la Sede Episcopale di Strongoli venne soppressa e incorporata a quella di Cariati.

Chiesa di Santa Maria delle Grazie XV-XVI sec. d. C.

Fondata quasi certamente nel 1486 dai francescani conventuali e consacrata un decennio dopo, ha navata unica con altari laterali ed un buon corredo di pitture su tela dei secoli XVIII e XIX. Sull’altare maggiore la Madonna delle Grazie, di grande valore devozionale, è dipinta su tavola ed è forse un dono di confratelli dell’Umbria o delle Marche alla conclusione dei lavori.La facciata è in stile neoclassico, l’interno conserva decorazioni in stucco tardo-barocche e finestre con sguanci ad unghia. Sul presbiterio si innalza una falsa cupola.

Chiesa di Santa Maria della Sanità XVII sec d. C

Edificata nel 1613 è detta anche ''Chiesa dell’Ospedale'' perché sorta contestualmente ad un ospedale che doveva accogliere, nelle intenzioni del vescovo Sebastiano Ghislieri, malati, pellegrini e miserabili. I locali, nel tempo, sono stati divisi e trasformati in abitazioni private.L’interno ad aula è semplice ed è l’unica chiesa di Strongoli ad avere una vera cupola sul presbiterio. Conserva due tele firmate: una di Francesco Santacaterina di Filadelfia (Vibo Valentia), raffigurante la Madonna della Sanità con il Bambino, angeli ed infermi del 1855; l’altra di Gaetano Basile nativo di Borgia, del 1883, raffigura Santa Lucia. Vicino all’altare vi è un crocifisso ligneo di Francesco Vetere di Strongoli del 1987.

Palazzo Giunti XVIII sec. d. C

Il palazzo risale ai primi decenni del 1700 ed era proprietà della famiglia Giunti. Un loro discendente, Leonardo Giunti sposò nel 1839 la figlia di Francesco Pignatelli, Irene, e dal loro matrimonio nacque Giulia Giunti, moglie del senatore e barone Leopoldo Giunti, discendente di Alfonso. Alla famiglia Giunti passarono, quindi, tutte le proprietà della famiglia Pignatelli: il Castello di Strongoli, il casino di Fasana, con i vasti appezzamenti di terreno che lo circondano, e le varie dimore di campagna compresa quella di Dattilo. Il titolo di Baroni fu riconosciuto con Regio decreto l’8 marzo 1925

Il Castello XVI-XVII sec. d. C

Costruito sull’acropoli dell’antica città di Petelia, è costituito da una torre quadrata, detta Mastio, più antica e di diversa tecnica muraria, ribassata di circa 12 piedi alla metà del sec. XVI dai Bisignano. Da questa si articolano le mura che abbracciano il cortile e le quattro torri angolari più una quinta con la base a scarpa verso nord. Ebbe prevalentemente funzione militare e di controllo sulle strade di comunicazione del fondovalle e di difesa dalle incursioni saracene. Dal 700 vi stanziava solo la guardia dei soldati perché il principe Pignatelli risiedeva a Fasana. Dopo i danni causati dal terremoto del 1783 Murat, Re di Napoli dal 1806 al 1815, ne ordinò nel 1811 la ristrutturazione. Nel 1860 fu teatro di scontri tra le truppe borboniche e quelle garibaldine.

La Torre Limena o di Borgadoro XVI sec. d. C

Torre di difesa costiera costruita, probabilmente, verso il 1572, in una posizione isolata, a pochi metri dalla statale 106 ionica, quando era viceré Don Pedro di Toledo. Faceva parte di un sistema difensivo che permetteva di avvisare, con il fuoco, in poco tempo, tutto il regno di Napoli di un eventuale pericolo. Il suo nome originario era “Torre Limara” . Ha la forma di un parallelepipedo costruito su base tronco-piramidale. La parte inferiore è a scarpata per impedire la scalata delle mura.

Chiesa di Vergadoro

La Chiesa di Vergadoro si erge su una collinetta poco distante da marina di Strongoli. Secondo la leggende un gruppo di pescatori, scampati ad una terribile tempesta in mare trovarono nelle reti una tela raffigurante una signora con in braccio un bambino ed in mano una verga d'oro. Questo dipinto fu per i marinai un segno del cielo ed essi, in omaggio alla Vergine, eressero la Chiesetta dove collocare la miracolosa tela. Da quel giorno, ogni anno, nel mese di maggio, nella domenica coincidente con l'Ascensione del Signore, si festeggia la "Madonna di Vegadoro", protettrice dei marinai, dei campi e dei contadini.

La tela originaria venne trafugata negli anni ottanta, oggi ne rimangono delle copie e fotografie. Il culto della Beata Vergine di Vergadoro è molto sentito dalla popolazione; la festa prende il via 10 giorni prima dell'Ascensione con una veglia di preghiera notturna, la cosiddetta "nottata", il giorno dopo la statua della Vergine viene portata in paese dove per giorni si celebra la novena della Madonna fino alla domenica, quando tutti insieme, a piedi, con un suggestivo pellegrinaggio di ben 8 chilometri, riaccompagnano la statua al santuario.[15]