Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       





MIRTI DEL MIO COLLE



Vuole la leggenda che verso l'anno 1185 a. C. Filottete, eroe greco e capo dei tessali di Melibèa, approdando sulle coste joniche, in prossimità dell'odierna Strongoli, fondasse prima Macalla nei pressi della contrada Foresta (Marina di Strongoli, casello ferroviario 213), e quindi Petelia.

A Macalla sarebbe sorto un tempio in onore di Apollo, ed avrebbe trovato sepoltura lo stesso Filottete;

mancano, però, tracce visibili del tempio e dell'antica civiltà di Macalla, se si fa eccezione per alcuni rinveni­menti archeologici che da sé soli non sono sufficienti ad avvalorare credenze e supposizioni; mancano pure notizie relative alla scomparsa della città.

Di Petelia, invece, che fu città gloriosa e florido Municipio romano, proprio per la vita intensa cui fu destinata dalle vicende storiche, molte sono le notizie che ci sono pervenute, e molte più ancora si riesce giornalmente a ricavare attraverso i ritrovamenti, i reperti archeologici.

Macalla e Petelia, la prima sul mare, l'altra sui monti, poste l'una di fronte all'altra, si guardavano un tempo fra di loro, come oggi si guardano Strongoli e la sua Marina.

Di Petelia in questo libro si narra un pò la storia, ed attraverso un filo conduttore ininterrotto si perviene alla odierna Strongoli che gelosa custodisce coi suoi monumenti le memorie del passato; passato che potrebbe l'affiorare nella sua pienezza se opere serie di ricerca e di esplorazione del territorio venissero praticate.

Scorrendo le pagine che seguono, il lettore avrà modo di rilevare forse delle inesattezze, certamente delle la­cune: le une e le altre sono state inevitabili - come ritengo lo saranno per chiunque vorrà scrivere su Petelia e Strongoli - privi come siamo di fonti attendibili in deter­minati periodi storici; sicché per ovviare in parte a ciò ho dovuto sopperire inserendo nel testo notizie di carattere generale che quanto meno consentono di apprendere sufficientemente quelle situazioni di più vasta portata che necessariamente dovettero avere il loro peso nella vita di Petelia, e quindi di Strongoli: un modo, questo mio, di dare un carattere organico il più possibile all'esposizione.

Tutte le opere citate a fine volume sono state con­sultate: da ognuna di esse ho tratto qualcosa; ho raccolto e coordinato il tutto, ed ecco, quindi, la storia di Strongoli, scritta con linguaggio semplice e chiaro, senza pretesa se non quella di voler rinverdire la memoria degli uomini, e diffondere sopratutto fra i cittadini di Strongoli l'interesse per i beni culturali e la cura delle testimonianze del passato così importanti nel nostro paese.

Strangoli, già Petelia, 1974

SALVATORE GALLO


«...Fuggì queste terre e questa spiaggia del lido ita­lico, che vicinissima a noi e' bagnata dal flutto del nostro mare...», raccomanda ad Enea, Elèno, di fronte al quale scorrono i lidi orientali d' Italia; «... Qui i Locri Naricii posero le mura...»; ed accennando con la mano - secondo quanto ritengono traduttori e commentatori dell'opera virgiliana - prosegue:

...hic illa ducis Meliboei

Parva Philoctetae subnixa Petelia muro... che A. Caro (Eneide, libro III, versi 648-49) liberamente traduce, deformando un tantino il nome della città:

...Qui Filottete il Melibèo campione la piccioletta sua Petilia eresse...

Così riportando, non immaginava certamente Vir­gilio (70 a.C.) che polemiche di ogni tipo ed in tutti i tempi, e non di rado arroventate, sarebbero sorte a contrastare la legittima pretesa di Strongoli, che dallo alto del suo colle il mare guarda come dal mare è bagnato il suo territorio, di ritenersi posta in quel sito ove un tempo fiorì la città di Petelia.

Che se appena avesse potuto prevederle, siamo certi che si sarebbe attardato, più che abbia fatto, nei particolari, ed oggi, probabilmente, non accenneremmo ancora a quella cittadina che da noi molto non dista, e che circa un secolo fa ha chiesto ed ottenuto di far precedere al proprio nome quell'altro fascinoso ed agognato di Petilia.

Or non è che da parte nostra si voglia qui fare della storia nuova, o si pretenda poter dire qualcosa che altri, certo con maggiore competenza, completezza ed autorità, non abbiano già detto, ma non possiamo non rilevare che non può trattarsi (e ciò anche alla luce di recentissimi rinvenimenti), così come si è spesso maliziosamente insinuato, solo di pura e semplice coincidenza che ogni qualvolta si smuove terreno in Strongoli e più spesso, ma non solo (come dimostrano nuovi affioramenti, come la tomba di Gangemi e l'artistico monumento funebre in contrada Lazzovino), in quella vasta zona compresa tra le contrade Vigna del Principe, Manche, Pianelle e Cappuccini, vengono alla luce monete, anfore, statuette, colonne e così via, come quei famosi piedistalli, che, rivenuti nel corso di scavi e di cui diremo, parte sono ora nel Museo di Catanzaro e parte a Strongoli nella Chiesa del Vescovato.

Che se archeòlogi egregi, come l'Orsi, il Barnabei ed il Viglieri, per non citarne altri, sono nel vero - e non vi è ragione di non ritenerlo, tanta e l'autorità che essi spiegano - quando li fanno risalire ad epoche non sospet­te, non più di coincidenze ha da parlarsi, anche perché sui piedistalli (e non meno sulle monete) sono incise iscrizioni tanto eloquenti, e di Petelia e petelini se ne parla a iosa.

E se l'amore per l'antichità da parte degli strongolesi, e più ancora di gente di fuori (in essi compresi scavatori abusivi e speculatori della peggiore specie, capaci, magari, di farci ritrovare i nostri reperti in Papuasia, e potersi poi dire, prove alla mano, che là fu la romana Petelia, come del resto, e non raramente è accaduto in passato), non avesse fatto e non facesse man bassa dei tanti ritrovati, or si potrebbe avere a Strongoli

addietro, sicché è venuta meno una grandiosa visibile testimonianza del passato atta a sfidare le altrui pretese, e ciò indipendentemente dall'interesse turistico e cul­turale rappresentato dai muri stessi.

Ce ne rimangono - consolazione magra - le riproduzioni fotografiche, ma anche la testimonianza di eruditi di tutti i tempi che hanno inteso scriverne nelle loro opere, come il Frangipane in FANTASIE DI MAESTRANZE LOCALI che annota: «piedistalli e frammenti di statue e blocchi di cinta murale a Petelia (Strongoli)», o come il Vacchi in ITALIA ARCHEOLOGICA: ...a Strongoli, resti di edifici, forse del Foro, e iscrizioni dell'antica Petelia...»; in LA MAGNA GRECIA di Bèrard: «... Stron­goli, dove sono riemerse vestigia dell'antica città di Petelia...»; in una non troppo vecchia pubblicazione del-l'E.P.T. di Catanzaro, ad uso dei turisti: «... presso il vecchio Cimitero, avanzo del Foro e di un Ginnasio...».

E sono gli stessi illustri autori, e tanti altri ancora, che circa la petelinità di Strongoli non hanno esitazioni di sorta: già Apollodoro (120 a. C.) cennando a Petelia la colloca all'incirca sull'attuale territorio di Strongoli;

mentre Plutarco, perlando dei monti petelini, li pone tra il Crati ed il promontorio Lacinie; Arnulfo, nel X secolo, chiama la nostra Strongoli PETELIUM; in epoca meno remota non mancano i convinti sostenitori della pretesa strongolese, e, pur sapendo di non dire novità, di alcuni di essi citiamo i nomi: Noia Molise (1649), l'Aceti (1714), l'Ughelli (1721), Alfano (1725), Mazocchi (1754), il Sant-Non (1770) il Corcia 1832), Tommaso Morelli (1847), il Falcone (1849), Leone (1884), il Comparetti (1915) che tratta ampiamente sul ritrovamento della laminetta or­fica di cui si dira in appresso; il Casagrande che nel 1922

eseguì scavi; il Ciaceri, l'inglese Ashby. E più recente­mente: Jean Bèrard scrive: «... il sito di Petelia va cercato ad una certa distanza dal mare, ancora più a sud, a Strangoli...»; De Palma in TERRA DI CALABRIA: «... Sulle rovine di Petelia nel 546 i Bizantini edificarono la città fortificata di Strangoli...»; da ENCICLOPEDIA DELLE REGIONI riportiamo: «... una ripresa di età romana si ha a Petelia; nel territorio di Strangoli, ove la città fedele a Roma viene ubicata, affiorano ruderi ancora inesplorati (resti di terme, strade ecc.); dalla stessa località proviene un grande frammento di statua equestre bronzea, di eccellente modellazione (museo provinciale di Catanzaro), che una recente ricerca ha collocato nel ri­stretto numero delle statue a tutto tondo di Traiano togato (fine del II sec. a. C.); ...»; da GUIDA ALL'ITALIA:

«... a poca distanza da Strongoli sorgeva la città greca di Petelia, della quale rimangono avanzi di edifici ed un tratto di via lastricata...»; da ITALIA, a cura dello Istituto Geografico De Agostini di Novara, 1958,: ... Stron­goli, centro d'antica origine, municipio romano...»; e per ultimo ricordiamo il Lenormant in quella sua magnifica opera MAGNA GRECIA che assicura: «... Strongoli deriva dall'antica Petelia...», stabilendo la sua precisa ubicazione tra le contrade Brausa e Pianette, ed aggiunge che moltissimi sono gli avanzi di fabbriche romane nella contrada Pianette, ove nel 1842 si scopersero terme ro­mane, vi si riconobbe la pavimentazione di un tempio e si trovarono centinaia di monete romane ed un grande deposito di terracotta. «... Non si è mai smossa la terra senza farvi delle scoperte di antichità...», soggiunge il Lenormant, e ricorda la iscrizione rinvenuta, e che risale al VI secolo prima di Cristo, di una tavoletta di bronzo, contenente Fatto di donazione testamentaria fatta da una donna ad un'altra in forma solenne ed in presenta di magistrati, in dialetto dorico, che era allora proprio degli Achei. Il contratto è il più antico di questo genere che ci sia pervenuto dalla società ellenica, e recita:

DIO.FORTUNA

SAOTIS DONA A SICAINIA LA SUA CASA E TUTTI GLI ALTRI BENI.

DEMIURGO: PARAGORAS. PROXENES: MINONE, AR-MOXIDANO, AGATARCO, ONOTAS, EPICURO.

Va appena ricordato che, a dispetto di ogni altrui usurpata fama, non c'è oggi dizionario o trattato serio che non associ i nomi di Petelia e Strongoli, a cominciare da quel vocabolario latino ad uso delle scuole, il Campanini e Carbone, che alla voce STRONGOLI riporta, traducendo: «(città della Calabria) Petelia-ae»; il Gian-nelli in CULTI E MITI DELLA MAGNA GRECIA: «... Petelia va ricercata presso l'odierna Strongoli»; il DIZIONARIO ENCICLOPEDICO MODERNO LABOR : «...Petelia, antica città della Magna Grecia sul versante orientale della Sila, presso l'odierna Strongoli...»; ENCICLOPEDIA MOTTA: «... Qui sorgeva l'antica Petelia...»; ENCICLOPEDIA UNIVERSALE di Rizzoli - Larausse :

«... Strongoli, centro della Calabria... agricolo ed indu­striale..; nei pressi, resti archeologici dell'antica Pe­telia...».

Che cosa possiamo noi aggiungere a siffatte testimonianze?

Una considerazione, però, vogliamo pur farla con l'aiuto di reminiscenze classiche, se non ci tradiscono, anche per un doveroso senso di gratitudine verso la cit­tadina di Policastro, che ha voluto a tutti i costi tra­mandare ai posteri il nome glorioso, sia pure un tantino deformato, che fu nostro, e che religiosamente custodisce talune testimonianze del nostro vecchio passato:

se il nome suo ha significato di città di accampamenti, per come ci pare, essa (intendiamo il suo territorio) ha senz'altro il merito di avere accolto quei pochi o molti che riuscirono a sfuggire all'assedio di Annibale, i profughi, gli esuli petelini, i loro piccoli tesori, tutto quello riaffiorato là a Policastro, poi, col tempo e nel tempo, non può, però, per ciò solo, fare ad essa - non improbabilmente fondata proprio dai fuggiaschi petelini - arrogarc il diritto di chiamarsi e dirsi Petelia; ma forse, è per questo che non ha inteso chiamarsi Petelia, ricorrendo al compromesso di Petilia. Infatti, e concludendo con il Bèrard, «il nome di Petilia, dato a Policastro da un erudito locale, non è ne antico ne giustificato». 

Lo storico greco Strabene di Amasia nel Ponto, au­tore di un'opera storica degli avvenimenti di Roma (60 a. C circa - 20 d. C. circa), indicando Petelia, la vuole fondata da Filottete, costretto a lasciare Melibèa per disordini politici; ed aggiunge (VI, 1,13): « Petelia è con­siderata una metropoli abbastanza popolosa fino al giorno di oggi ».

«E' così difesa per natura, che anche i Sanniti, un tempo, la fortificarono contro i Thurii. Filottete fondò, in questi stessi luoghi, anche l'antica Crimissa».

Il Lenormant, riprendendo delle antiche tradizioni, giunge an eh'egli alla conclusione che Petelia fu fondata da Filottete.

Il Bèrard riporta che la notizia si ritrova in un verso dell'Eneide, a noi già noto, ampiamente commentato da Servio (Sec. IV - V) in una allusione di Silio Italico (Sec. I) e in un passo di Solino.

Secondo Servio, Filottete era giunto nella regione petelina direttamente da Troia.

Stesse tradizioni, con aggiunta di pittoreschi par­ticolari, sono prese e riportate, poi, anche da altri autori. 

Si vuole che tra gli eroi partiti da Aulide contro farsi e che, pertanto, le origini di Petelia sono destinate a rimanere avvolte nel mistero, ne più ne meno che le origini delle più antiche città, destino al quale non si sottrae neppure la stessa Roma.

Fondata .dunque, Petelia, seconda la leggenda, da Filottete, dopo la distruzione di Troia, e, quindi, se­conda la tradizione più accreditata, nel 1185 a. C., il suo nome, a giudizio del Patàri, suona «fremente di sole», il che conferma la supposizione dell'abate Pacichelli (DEL REGNO DI NAPOLI IN PROSPETTIVA): località libera ed esposta al sole.

La sua fondazione, dunque, avrebbe preceduto la colonizzazione greca vera e propria che si fa risalire alla metà delI'VIII sec., e che, in un susseguirsi di tempo, avrebbe dato vita, a notevoli agglomerati, come Crotone, Sibari, Siri, Metaponto, Reggio, Tarante, città che ben presto avrebbero imposto la loro egemonia sulle piccole comunità viciniori, non tralasciando, peraltro, di vicendevolmente sopraffarsi.

Fortificata sensibilmente nel VI sec. dai Lucani, sotto il cui dominio era caduta, per come riferisce il Lenormant, viene, Petelia, ad essere successivamente assog­gettata a Crotone sino a verso il 440, anno che segna il declino della egemonia di detta città, a seguito del conflitto con la rivale Reggio; approfittando, infatti, di detta rivalità e dello stato di confusione in cui le predette città si trovavano, i Bruzi, popolo bellicoso e di stirpe italica anch'esso come i Lucani, proveniente dalla Italia centro meridionale, la cui capitale era Cosenza, cominciarono a premere sulle città italiote, nel tentativo di soffocarle; e nel mentre Crotone potè resistere alla imposta pressione grazie alla guarnigione romana accorsa a presidiarla, Petelia ben presto cadde sotto il dominio di quel popolo.

Quando, poi, come è riportato, nel 278 a. C., a seguito della guerra tra Pirro il Macedone ed i romani, Petelia cadde nelle mani di P. Valerio Levino, console romano, a differenza dei Bruzi tutti, che contrastarono sempre il dominio di Roma, si strinse alla Città con fede incrollabile.

Il 2 agosto del 216 a. C. è ricordato, come è noto, per la battaglia di Canne e per la vittoria strepitosa di Annibale sui romani, che lasciarono sul terreno circa 25.000 morti, e fra essi il console Emilio Paolo. Bruzi e Lucani, che, come si è visto, mal sopportavano la ege­monia romana, non esitarono un istante a rompere la alleanza con Roma, schierandosi subito con Cartagine, e lasciando isolata Petelia, riottosa a seguirne l'esempio, nonostante le pressanti minacce.

Imilcone, alla testa dell'armata cartaginese, si potrò sotto le mura di Petelia, pronto ad entrare con la forza in città, ove non ne fossero state aperte le porte; la situa­zione cominciò a diventare insostenibile, per cui fu deciso di inviare a Roma una pattuglia di cittadini per chiedere i rinforzi necessari e gli aiuti indispensabili. Capeggiava la missione certo Onata, che, giunto a Roma, fu protamente ricevuto in Senato, ove espose in termini accorati le tristi vicende, ribadendo, nel contempo, la fede della città.

Riferisce V. Massimo in FACTA DICTAQUE MEMO-RABILIA (libro VI), che commosso ed attento il Senato ascoltò le suppliche dei petelini, più ancora per quella fedeltà che soltanto Petelia aveva voluto serbare a Roma nonostante le avversità; non si poteva, però, concedere aiuto alcuno a cagione della dura sconfitta subita e delle perdite ingenti riportate in uomini e armi: veniva, quindi, Petelia sciolta dal giuramento prestato, ed i petelini invitati a comportarsi per il meglio della città.

Rientrati i legati a Petelia, fu riunito il Consiglio di città per decidersi il da fare: e nel mentre taluni mani­festarono il proposito di aprire le porte ad Annibale, la maggioranza decise la resistenza ad oltranza; e quando da parte di Agatarco e Timodeo fu ricordato che Petelia da Roma era stata nel passato riscattata da Crotone, e che la baldanza di Bruzi e Lucani era stata da Roma pure sfiancata, il popolo tutto, rompendo ogni indugio, riconfermando la sacra alleanza, corse ai preparativi.

Furono allontanati dalla città i vecchi, gli ammalati, i bambini, di notte tempo; ma mentre i più finirono per essere trucidati dai cartaginesi sotto gli occhi degli as­sediati, altri riuscirono a sfuggire alla ferocia nemica per rifugiarsi altrove.

Ad Imilcone, intanto, era succeduto nella guida della armata cartaginese Annone, che mutò l'assedio in blocco, dopo che lo stesso Annibale, venuto di persona, si rese conto delle difficoltà in cui si dibatteva il suo luogote­nente: le sofferenze del popolo petelino, allora, si mol-tiplicarono; ma nel contempo la forza della disperazione moltipllcò il coraggio e la tenacia dei cittadini, sopraf­fatti, però, a lungo andare, dalle malattie che cominciarono a mietere vittime, e dalla fame che cominciò a stremare gli assediati, che per ultimo giunsero a cibarsi con cortecce di alberi e carogne di animali.

E quando alla fine, 11 mesi dall'inizio dell'assedio, i pochi superstiti più non poterono, diedero alle fiamme quel che della città era rimasto, perché Annibale non potesse gloriarsi di averla conquistata.

«Col grido di Roma o morte solo una città bruzia poteva per fedeltà preferire la morte», scrive Richelmo da Cerzeto in LEGGENDE E RACCONTI CALABRESI;

«Petelia! Non esiste più pietra su pietra, ma alta rifulge nella gloria! Rifiutò la vita per vivere in eterno! Dopo undici mesi di assedio e blocco, cadde di per sé stessa morta! Il nemico conquistò un sepolcro!»

«Fumabat versis incensa Petelia tectis infelix fi dei miseraeque secunda Sagunto» (S. Italicus).

«Itaque Hannibali non Peteliam, sed fidei Petilinae sepulcrum capere contigit» (V. Massimo).

Attesta E. Pais che si era nel luglio dell'anno 215 a.C.

Così espugnata, la città fu posta dai cartaginesi sotto la egemonia Bruzia.

Nell'anno 208, Annibale spedì un forte distacca­mento per ordire un'imboscata ai Romani sotto Petelia, imboscata che ebbe pieno successo, tant'è che oltre 2000 furono i morti ed altrettanti i prigionieri; allorché Marcello, che in quell'anno era stato nominato console, ebbe ad apprendere la notizia, alla testa di un esercito, marciò contro il nemico: lo scontro avvenne sotto le mura della città fedele, e più precisamente là ove si erge la così detta «pietra della battaglia»; la sconfitta dei romani fu disa-strosa e le perdite ingenti; lo stesso Marcelle restò morto sul campo.

Il corpo del console, a parere di diversi studiosi, sarebbe stato sepolto nei pressi dell'attuale scalo ferro­viario, e la credenza che, va detto, è contrastata da altri eruditi, troverebbe conferma nel rinvenimento casuale avvenuto in quei luoghi verso la fine del secolo scorso

da parte di alcuni contadini di una cripta contenente i resti di un cadavere e l'elsa di una spada.

Tré anni dopo, nel 205, il console Sempronio Tuditano riconqiustò Petelia, scacciandone la guarnigione bruzia.

Intanto, la impresa di Scipione in Africa obbligò Annibale a richiamare le forze dall'Italia, e di questo approfittò Petelia per esternare ancora una volta a Roma la sua fedeltà; il che risaputo da Annibale, ne provocò il disdegno, sicché si recò in Petelia e là fece uccidere un buon numero di principali cittadini, sovvertì le con­dizioni dei rimasti, scacciò dalla città gli elementi più indesiderati.

Ma poiché le sorti della guerra in Africa comincia­rono a mettersi per il male, Annibale fu costretto sta­volta a ritirarsi e ad abbandonare definitivamente l'Italia.

Terminata la guerra in Italia, Roma, che non poteva aver dimenticato la fedeltà ed il sacrificio di Petelia, fece ricercare i sopravvissuti della città, che furono rein­tegrati nei loro diritti e coperti di beni ed onori.

La città fu dichiarata libera e federata, riebbe il diritto di monetazione, fu colmata di particolari favori. Si ricorda, a tal proposito, che nell'ordinamento ammi­nistrativo dell'Italia, città federate erano quelle che ave­vano accettato liberamente l'alleanza di Roma, che, per­tanto, ad esse riconosceva libertà e privilegi, e con esse stipulava particolari trattati.

Apprendiamo dal Lenormant che nell'89 in virtù della legge Plautia - Papiria, Petelia cambiò condizione e divenne «municipio romano» e classificata nella tribù Cornelia.

Il Municipo, com'è noto, nell'ordinamento politico romano non aveva una vera e propria indipendenza, se non relativamente all'amministrazione interna; i citta­dini, uguali ai romani, in ordine ai doveri, non godevano però, gli stessi diritti civili; conserva, peraltro, il Municipio i propri magistrati, ed il suo Consiglio (Senato) eletto dai cittadini stessi; Senato e magistrati amministrano soltanto gli affari e curano gli interessi locali, mentre per il resto dipendono esclusivamente dal go­verno di Roma.

Ancora sofferenze subì Petelia ai tempi della guerra servile, in quanto sottoposta come tutte altre città vicine al saccheggio di Spartaco, gladiatore trace (circa 70 a.C.) che ritiratesi sulle alture della città, inflisse una dura sconfitta a Tremellio Scrofa, questore di Crasso.

Ai tempi di Strabene, poi, con cui finisce la vecchia era ed inizia la nuova, Petelia era la sola città del litorale ancora in vita, per come attestano le iscrizioni.

Al tempo degli imperatori Nerva e Traiano (97 d.C.) - anno in cui Nerva associò Traiano all'impero, a seguito della ribellione dei pretoriani si appartiene la lastra marmorea murata sulla facciata della torretta dell'oro­logio, nei pressi della Chiesa che fu sede dell'ospedale civile della città di Strongoli; fu rinvenuta in contrada Pianelle in una sepoltura, ed è riportata nel CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM del Momsen sotto la voce PETELIA; la iscrizione è redatta in latino, il che fa ritenere che a quel tempo il greco era ormai in disuso.' Il testo integrato a cura dei proff. C. A. Garufi, ordi­nario di Paleografia latina dell'Università di Palermo, e Ribezzo, glottologo, nella sua traduzione suona :

« Al tempo dell'Imperatore Nerva Traiano Cesare Augusto, Germanico Dacico. Quinto Eidubio Alcimo, dopo le calende di agosto meritò dal Senato, col consenso del popolo, d'avere il primo posto fra tutti in onore dei ludi augustali, e per decreto dei decurioni, in questo luogo il bisellio: per tale onore egli spontaneamente e di suo piacere elargì quattro sesterzi ai Decurioni, due agli augustali, ed un sesterzio a testa per il popolo, al quale, pure a testa, elargì un sesterzio per consiglio dei decurioni, e di più aggiunse la statuta all'imperatore Nerva-Cesare Augusto». -

Il ritrovamento della lastra è importante sotto due aspetti: mentre sta a dimostrare la continuità della vita in Petilia in quei tempi, e vita rigogliosa, da modo di conoscere la strutturazione della vita pubblica della città che si conserverà uguale almeno sino ai tempi dello imperatore Antonino Pio, come ci è dato di rilevare dalle altre iscrizioni, di cui si farà cenno in appresso; è il Senato organo elettivo e supremo nella vita cittadina, cui spetta deliberare su tutte le questioni di interesse pub­blico, come potrebbe essere oggi il consiglio comunale;

decurioni sono chiamati i mèmbri del consiglio, ed augustali sono i sacerdoti addetti al culto. Per quanto at­tiene a questo, è da dire che dall'esame dei tipi monetar! ritrovati nel corso di scavi, si può dedurre con sufficiente certezza che diffusi erano in Petylia i culti di Zeus, di Marte, di Diana, di Cerere, unitamente a quello di Apollo, come dimostrano le effigi impresse sulle monete, quasi tutte posteriori al IV sec. a. C.; di monete raffiguranti Diana ne sono state ritrovate di due tipi diversi: l'uno si appartiene al III sec., e rappresenta sul diritto la testa della dea e sul rovescio un cane (simbolo di fedeltà) con la scritta PETELINON; l'altro tipo rappresenta Diana con la torcia: il Garrucci (MONETE DELL'ANTICA ITALIA - 1885) vedrebbe raffigurato in esso l'eroismo delle donne peteline durante l'assedio cartaginese; detto secondo tipo è posteriore al 204 a. C., cioè dopo la distruzione di Petelia.

Di Cerere, oltre a monete diverse, è stato ritrovato un busto in terra cotta, che è conservato nel Museo di Reggio Calabria: ciò potrebbe avvalorare la supposizione che templi dedicati agli dei dovevano sorgere in Petelia, e non è improbabile che ai templi stessi si appartenessero le numerose colonne che, venute in luce nel corso di scavi sono ora sparse per le strade di Strongoli.

Ritornando alla iscrizione della lastra murata sulla facciata della torretta dell'orologio, ricordiamo che ludi augustali erano le feste, consistenti in giucchi pubblici celebrati in determinate solennità ogni anno in onore dell'imperatore, mentre il bisellio era una doppia sedia, ricca e lavorata, per due persone eminenti di pari grado, premio ambito e riservato al vincitore dei ludi; il sesterzio è la principale unità di misura monetaria di Roma antica, che equivaleva a due assi e mezzo: di argento o di altro metallo, è difficile stabilirne il valore in termini moderni.

Ai tempi dell'imperatore Antonino Pio (138-161 d.C.) risale la lastra, pure di marmo, murata su di una fac­ciata dell'attuale palazzo comunale (già sede vescovile), di cui riportiamo la iscrizione latina :

M. MEGONÌO. M. F. M. N. M. PRO. N. COR LEONI. AED. lili VIR. LEG. COR. Q. PP. PATRONO. MUNI-CIPII. lili. VIR. Q. Q. DECURÌONES AUGUSTALES PO-PULUSQUE EX AERE CONLATO OB MERITA EIUS.

Fu rinvenuta nel corso di scavi, e probabilmente doveva rivestire il piedistallo di una statua innalzata a Megonio, Patrono municipale, per iniziativa degli Augu­stali, dei Decurioni e del popolo petelino.

Alla stessa epoca appartengono le sei basi marmoree rinvenute verso la fine del secolo scorso in contrada Pianette; mentre due di esse, su cui dovevano trovarsi statue erette in onore del ripetuto patrono municipale Megonio, sono custodite nel Museo provinciale di Catanzaro, altre quattro si trovano nella Chiesa del Vescovato di Stron­goli.

Di queste ultime, nell'ordine: la prima è dedicata a Cedicia Iride, madre di Megonio, per onorare la quale il figlio lasciò al Municipio di Petelia un legato di 100 mila sesterzi :

« Caediciae C. F. Iride. Municipes ex aere conlato ob merita Meconi Leonis fili eius in cuius memoriam Leo Rei P. H. S. C. - M. N. legavit».

La seconda è dedicata a Lucilia Isaurica, e si rife­isce ad una statua eretta con danaro raccolto fra i cit­tadini:

« Luciliae C. F. Isauricae Municipes Petelini ex aere conlato in cuius memoriam Meconis Leo Rei P. H. S. C. M. N. legavit ».

La terza contiene un capo del testamento di Me­gonio: il patrono municipale lega alla Repubblica Petelina un capitale di 10 mila sesterzi, un predio, una vigna, parte di un fondo :

...«Hoc amplius reipubblicae Petelinorum dari volo»...

La quarta contiene altro capo del testamento di Megonio, con cui si lega a favore della città la somma di 100 mila sesterzi, e conclude con una preghiera per l'imperatore Antonino Pio:

«... peto et rogo per salutem sacratissimi Principis Antonini Augusti Pij...».

A conclusione dell'esposizione fatta, diciamo che il materiale archeologico repertato ha una indiscutibile importanza storica : nel mentre conferma ancora una volta il buon diritto di Strongoli di ritenersi posta nel sito di Petelia, dimostra che, fra tutte le città, le più famose, fu la sola, Petelia, che sopravvisse anche alla decadenza di Crotone, e fu nei primi due secoli dopo Cristo florido municipio romano: fu il suo, però, un fugace rifiorire, tante che verso la fine del II sec., al tempo di Pausania, è solo un puro ricordo.

Si è fatto, precedentemente, cenno ad una tavoletta di bronzo contenente un atto di donazione, scoperta, come attesta il Corcia, nel 1783 presso Strongoli, e che già custodita nel Museo Borgiano di Velletri, dovrebbe trovarsi, ora, in un Museo di Napoli, e si è notato che al testo esprimente la volontà della donante seguono i nomi del Demiurgo e dei Proxenes: ci riporta, ciò, all'età più antica delle città doriche, e ci induce a soffermarci sia pure per poco per cercare di comprendere l'ordinamento politico - sociale di Petelia ai tempi precedenti la roma­nizzazione.

Demiurgo è parola di origine greca (da: demos = popolo, e dalla radice di èrghein= operare), usata per indicare il magistrato, colui che presiede, con posizione di preminenza, a tutti i rapporti della vita associata :

l'intervento di esso nella stipula dell'atto di donazione che a questi cenni ci ha dato spunto, sta a significare che la presenza di tal magistrato è indispensabile perché gli atti solenni da stipularsi abbiano piena efficacia e valore.

Prossenìa (da cui Proxenes) è una istituzione del mondo greco, sorta nel VII sec. a. C., per cui alcuni cit­tadini erano designati quali protettori degli apparte­nenti a città straniera.



Che Petelia fosse a quei tempi città rigogliosa, lo arguiamo dalla presenza di un Gimnasium, istituto, nella antica Grecia destinato alla formazione della gioventù, e che comprendeva una palestra, piste, spogliatoi, bagni, portici, e sale per lezioni e discussioni di cultura: ciò lo deduciamo da una iscrizione (titolo sepolcrale) in lingua greca che rinvenuta nel corso di scavi, è ora sulla facciata di antica casa strongolese, e la cui traduzione suona: « Sotto il Ginnasiarca Minato, figlio di Crizzio Minato, si sono riposte le ossa di Marco Crizzio Minato a spese comuni».

Politicamente dovette, Petelia, dapprima avere un carattere aristocratico, modellando, poi, col tempo la propria costituzione a quella ateniese, democratica per eccellenza, in quanto, attraverso il consiglio federale prima, e l'assemblea poi, chiamò direttamente il popolo a decidere sulle questioni interne e i rapporti sociali:

indubbiamente, comunque, avrà dovuto uniformarsi alle costituzioni di quelle città, sotto la cui egemonia cadde, e prima fra tutte Crotone.

Per quanto attiene ai culti, sempre a quei tempi, riteniamo che Petelia non dovette discostarsi dalle usanze delle altre città della Magna Grecia, ove, va detto subito, non venivano, però, ugualmente praticati sempre gli stessi; non di rado accadeva che il culto praticato a Petelia fosse ignorato altrove, e viceversa; si trattava, in alcuni casi, di culti locali, come quello di Pandosia a Crotone, quello fluviale ad Ipponio (Vibo V.) e Metaponto, quello di Athena Skylietia a Scillezio (Squillace).

Uno dei culti, che ebbe fioritura ed incremento notevoli, è certamente il culto di Orfeo; trae esso origine da quello di Apollo e Dioniso, personaggi della mitologia greca certamente suggestivi.

Particolarmente interessante è l'insegnamento degli orfici, e per l'influenza che ebbe in taluni filosofi, e nella stessa dottrina cristiana.

E' quella degli Orfici una setta ascetica, che teorizza su due problemi affascinanti: l'origine del mondo, e il destino dell'uomo; eterni problemi, che le filosofie dei tempi hanno tentato di risolvere nei modi più dispa­rati, e che continueranno a tormentare il pensiero umano all'infinito.

*'

: Credono gli Orfici nella trasmigrazione dell'anima, che, di origine divina, è schiava del corpo, e tende a risa­lire al Cielo; a seconda di quella che fu la sua vita ter­rena, ess.a può raggiungere, trasmigrando di corpo in corpo, la sofferenza eterna, il tormento temporaneo, la eterna felicità; la vita terrena è sacrificio e dolore :

con la rinunzia, la sopportazione e sopratutto la purificazione, l'uomo diventa meritevole di raggiungere la felicità eterna, e l'anima del morto trovare la strada della salvezza e risalire al suo Cielo :

... io sono un figlio della terra e del Cielo stellato, ma la mia razza il Cielo soltanto ...

Il culto di Orfeo fu conosciuto e praticato certa­mente in Petelia; lo attesta il ritrovamento di una lami-netta aurea in un sepolcro dell'antica città avvenuto nel 1834, e che si fa risalire dagli esperti ad un periodo compreso tra il principio del IV sec. e la prima metà del III sec. a. C., di tipo analogo a quelle quattro ritro­vate a Terranova di Sibari, e che è passata alla storia per la sua integrità e completezza come TAVOLETTA PETELIA; acquistata dall'archeologo inglese James Millin-gen, e pubblicata per la prima volta in BULL. INST. CORR. ARCH. (1836, pag. 149 e segg.), il testo definitivo fu dato dal Comparetti (in JOUR. OF HELL. STUD. - III - 1882, pag. lile segg.), e poi in LAMINETTE ORFICHE (pag. 31 e segg.) dello stesso Comparetti: ci illumina, esso, sulla concezione orfica dell'aldilà; contiene, infatti, istruzioni riguardanti la vita ultraterrena che l'anima del defunto deve seguire per raggiungere il luogo della estrema salvezza e non confondersi alla turba degli spi­riti senza gloria, di coloro che non furono iniziati ai mi­steri dell'orfismo :

« A sinistra delle case di Ade, troverai una fonte, 'e presso di essa un pioppo bianco. A questa fonte non ti accostare. Ne troverai un'altra, in cui scorre acqua fre­sca proveniente dal lago di Mnemosine. Davanti vi saran­no guardiani e tu dirai: sono figlio della terra e del Cielo stellato, e la mia razza il Cielo soltanto; questo lo sapete anche voi. Ardo di sete e mi perdo; concedetemi di bere subito la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosine. Essi ti permetteranno di bere alla fonte divina, e dopo di allora regnerai insieme con gli altri eroi ».

Una laminetta dello stesso tipo abbiamo appena modo di vedere nel Museo di Vibo Valentia, ove è custo­dita dopo essere stata rinvenuta nel 1971 nel corso di scavi effettuati nella necropoli dell'antica Hipponion.

Questo è quanto ci è dato di sapere e di supporre, come riteniamo che le cose non dovettero mutare granché nel tempo, ed almeno sino a quando fatti nuovi non intervennero nella storia dell'umanità, e tali da incidere profondamente nella vita dei popoli.

Non si può, a questo punto, non parlarsi di chi per dignità rivestita, deve ritenersi l'uomo più illustre che Petelia dette in tutti i tempi: intendiamo parlare di Sant'Antere papa.

Deportato e relegato nell'isoletta di Tavolara sulla costa nord-ovest della Sardegna, costretto a rinunziare al pontificato, muore di stenti il 28 settembre 235 papa Ponziano che, 19° Pontefice di S. Romana Chiesa secondo l'elenco cronologico ufficiale della S. Sede, aveva avuto la suprema investitura il 21 luglio 230.

Siamo negli anni cruciali delle persecuzioni contro i cristiani e nel pieno dello sfacelo della potenza romana.

L'Impero, in balia dei barbari, è in rovina, e quanto prima, nel 476, se ne concluderà per sempre l'esistenza.

La mancanza di imperatori di prestigio, in una Romgi scuola di immoralità e di atrocità, le infiltrazioni dei barbari nelle più alte sfere di comando, consentite e favorite dagli stessi imperatori nella vana speranza di renderseli alleati e contenere così le invasioni pro­rompenti, infliggono al cuore dell' Impero il colpo deci­sivo, dal quale non si riprenderà mai più.

A misura che cresce e si accentua la politica asso­lutistica dell'Impero e scompare ogni forma di democrazia, che aveva già vista la partecipazione diretta del popolo nella elezione dei massimi organismi della vita statale, e l'individuo viene oppresso nelle forme più svariate, la Chiesa, che la personalità umana e l'indi­vidualismo difendeva e l'amore verso il prossimo pre­dicava, diviene il polo di attrazione della povera gente, che attorno ad essa si stringe, proveniente dal mondo pagano.

Non può non nascere da sì grande contrasto un pari grave dissidio fra le forze dello spirito e l'Impero agonizzante; dissidio che sfocia in quelle terribili persecu­zioni, negli orrori, nei supplizi i più crudeli che mente umana possa concepire, magistralmente descritti dalla superba penna di Sienkiewcz nel suo Quo Vadis.

Tenute a battesimo nel 64 d. C., da Nerone, sotto del quale è immolato in croce sul colle Vaticano - ove sorge il massimo tempio della cristianità - S. Pietro, ed è decapitato S. Paolo, continuano le persecuzioni nel 95 sotto Domiziano, nel 107 sotto Traiano, nel 166 sotto Marco Aurelio, nel 199 sotto Settimio Severo, nel 236 sotto Massimino, nel 250 sotto Decio, nel 257 sotto Valeriane, nel 275 sotto Aureliano, nel 303 sotto Diocleziano, sino a quando non vi pose termine Costantino concedendo ai cristiani la libertà di culto, a seguito dell'apparizione che ebbe della Croce con la famosa scritta IN HOC SIGMO VINCES alla vigilia della batta­glia vittoriosa di Ponte Milvio combattuta nel 312 d. C. contro il rivale Massenzio. Solo più tardi, nel 380, sotto l'imperatore Teodosio, la religione di Cristo sarà procla­mata religione ufficiale dello Stato.

Fu nel corso della sesta persecuzione che Antero, figlio di Romolo, nato a Petelia, succedendo a S. Ponziano, fu eletto - 20" della schiera - papa il 21 novembre del 235; era imperatore Massimino il Trace, un barbaro della popolazione dei Goti, portato al vertice dello Stato da quegli stessi legionari, che non molto tempo dopo lo avrebbero ucciso.

Vita senza storia quella di papa Antero, che solo pochi giorni poté regnare sulla cattedra di Pietro!

Notizie contrastanti ed incerte sul suo pontificato, sicché a noi non resta che riferire quanto riportato da illustri autori.

Assicura il Vaccaro, attingendo a fonti non del tutto prive di serietà, che S. Antero combatté tenacemente la dottrina del Manicheismo, il che gli fruttò l'odio di Massimino, tanto che fu costretto a rifugiarsi a Fondi in Campania, ove, secondo quanto affermato da Niceforo nella sua CRONACA e da S. Agostino nell'EPISTOLA 165, avrebbe consacrato un Vescovo.

Riporta pure il Vaccaro che si attribuisce a S. Antere l'aver stabilito che gli atti dei Santi Martiri si dovessero registrare da notai addetti a tale ufficio, e l'avere sancito la liceità del trasferimento dei vescovi da una ad altra sede, ove ciò si rendesse necessario.

Pietro Caporilli in una sintetica STORIA DEI PAPI del 1958, redatta, però, con competenza di storico e te­nendo conto di non remote indagini di autorevoli pre­posti agli Archivi Vaticani, riferisce che S. Antero ebbe ad ordinare che gli atti e le reliquie dei martiri venissero raccolti e conservati nelle Chiese.

II prof. Bargellini, storico e scrittore forbito, autore, fra l'altro, della rubrica radiofonica I SANTI DEL GIORNI, insigne studioso della vita e delle opere dei Santi, al quale ci eravamo rivolti per conoscere qualcosa in più di quel che diz'onari consultati non ci avevano dato, nell'assicurarci che non esistono opere particolari sul Santo Martire, ci rinviava all'esposizione di Piero Goggi e Pietro Frutaz sull'Enciclopedia Cattolica della Città del Vaticano.

Da questa, faticosamente rintracciata, abbiamo trat­to testualmente :

« ANTERO (Anterote), papa, santo. Il suo pontificato fu brevissimo: dalla fine di novembre 235 al 3 gen­naio 236. Successe a S. Ponziano, che esiliato in Sardegna dall'imperatore Massimino, rinunciò nel settembre del 235. Non si è sicuri che Antero sia morto martire della fede. Il Liber Pontificalis (ed. Duchesne I, pag. 147) lo fa martire col legandone la morte con quella di un certo presbitero Massimo, il quale sarebbe stato pure mar­tirizzato. Si deve però notare che il testo di Liber Pon­tificalis è nei vari manoscritti molto guasto, per cui la ricostruzione ne rimane dubbia. Il nome di Antero non si trova nella Deposizione Martyrum, e il Catalogo Libe­riano dei Papi, parlando della morte di lui, usa il termine DORMII', regolarmente adoperato per quei papi che non hanno dato la vita per la fede. Antero venne sepolto nel Cimitero di S. Callisto, nella cripta dei papi. Fu il primo ad esservi sepolto, perché solo più tardi la salma del suo predecessore venne trasportata dalla Sardegna a Roma. La lastra che chiudeva la sua tomba, scavata in una delle pareti della cripta, è stata ritrovata dal De Rossi. Vi sono scolpite le parole ANTEPOS - EHI... E' apocrifa la decretale a lui attribuita che permette ai vescovi di passare da una sede all'altra. Di nessun valore è pure la notizia del Liber Pontificalis che "hic gesta martyrum diligenter a notariis exquisivit et in ecclesia recondit" ».

Sin qui i discordi pareri degli storici, e le scarse, incerte notizie; ma chi può conoscere le traversie del suo lungo cammino, che da questa remota cittadina di Stron-goli - che un tempo conobbe anch'essa il martirio e fu faro di luce e sinonimo di fedeltà - lo portò in quella Roma pagana, sospinto dalla fede, cosciente, forse, di quel che sarebbe stato il suo destino!

Chissà le amarezze e le pene che egli dovette soffrire nel quotidiano calvario della sua vita, capo della cristianità vilipesa e tormentata, Egli, il santo uomo di Petelia, fìno al sacrifìcio supremo !

Appena 43 giorni dopo la sua elezione a Pontefice, per ordine di Massimino, il capo di Papa Antere veniva mozzato: si era al 3 di gennaio del 236 d. C.

La pietà e l'amore dei suoi figli, e particolarmente di S. Fabiano, successore suo e martire anch'egli, ne raccolsero il corpo che fu custodito nelle catacambe di S. Callisto in un loculo chiuso con una lastra di marmo con sopra impresso il suo nome, che ne consentì più tardi il riconoscimento; fu quindi trasferito nella Chiesa di S. Silvestre, e poi a Napoli, ove ora riposa, venerato, nella Basilica di S. Maria della Sanità.

Questa la vita, ma più che la vita, che non ci è dato di conoscere appieno perché l'indagine storica, per come detto, si è trovata sempre di fronte a notevoli incertezze, il periodo storico nel quale visse S. Antere, che la Chiesa latina venera come martire il 3 gennaio, il Santo che Strongoli ha il privilegio di annoverare fra i suoi figli migliori, e il cui nome in questa città, scolpito, su di un insignificante marmette murato sulla facciata esterna

di una casa per indicarne la via sperduta, è conosciuto da pochi, ricordato da nessuno (1).

* * *

Qui finisce la storia di Petelia, essendo avvolti di mistero e di nebbia gli avvenimenti successivi fino al sorgere di Strongoli, al posto della vecchia città; prima di aprire, però, la nuova pagina, intendiamo accennare alla luce di recenti scoperte, ad un'altra città che quasi certamente trovò sito pure nel nostro territorio :

MACALLA.

(1) Recentemente, per iniziativa della locale Associazione Pro-Loco, anche al fine di incoraggiare la ripresa del culto del Santo, un nutrito gruppo di strongolesi si è portato in pellegrinaggio nella Basilica che ne conserva le reliquie, ed al termine di una suggestiva cerimonia ha posato una lapide che ne ricorda l'avvenimento:

« Perché viva nel tempo il ricorso del loro grande concittadino S. Antero pongono in Napoli il 19-3-1974 i soci della Pro-Loco di Strangoli ». 

Nel mese di luglio del 1958, in contrada Tronga o Foresta di Strongoli, nei pressi del casello ferroviario 213, vennero casualmente alla luce alcuni sepolcretti aventi le caratteristiche di tombe greco-romane, avanzi di costruzioni di epoca pre-romana, una colonnina di pietra a scanalature doriche di circa un metro di altezza e quaranta centimetri di diametro.

Il ritrovamento archeologico, del che fu avvertita la Soprintendenza alle antichità di Reggio Calabria, che reperto il materiale, non costituisce per quella zona una novità; di fatti, altre volte vennero messi in luce, sempre casualmente, monete e materiale diverso, e tra­sferiti al Museo della Magna Gregia in Reggio.

L'ennesima scoperta ha posto ancora una volta lo interrogativo, al quale finora non è stata data una ri­sposta definitiva, nonostante numerosi esperti, tra i più accreditati, quali il Ciaceri, L'Aceti, il Barrio, il Pais, ritengono che là fosse ubicata l'antica città di Macalla, che per fondazione e civiltà avrebbe addirittura prece­duto Petelia e Crotone.

Lo Pseudo-Aristotele nello stabilire l'ubicazione del­la città, ricorda che la stessa dista da Crotone 120 stadi, vale a dire all'incirca 22 chilometri, il che conferme­rebbe l'assunto che Macalla avrebbe trovato sito per l'appunto in prossimità di Strongoli, all'altezza della località Foresta, là dove sono stati rinvenuti i reperti

cennati.

Ma poiché Strabene, Servio, Nissen, Byvanck, Bam-

bury concordano nel ritenere che Petelia fosse ubicata pressappoco nel sito dell'attuale Strongoli, anche in considerazinone della distanza di 12 miglia (per il Corda 15 miglia, il che non cambia nulla) che la separa da Crotone (il che comporterebbe 22-27 chilometri, a seconda che vien preso in considerazione il miglio romano o geo­grafico), e dell'essere posta a sud dì Cremissa (considera­zioni tutte che decisamente devono far rientrare le pre­tese di Policastro, che non è a sud di Cremissa, ne a 12 miglia a nord di Crotone, essendo a 33 miglia (49 chilometri) ad ovest di Crotone), il Bèrard, nel riportare tali notizie, si chiede se non sia lecito ritenere che Ma­calla e Petelia siano state la stessa città.

A noi non sembra che debbano sussistere tali perplessità, considerando che Macalla e Petelia non dovevano distare fra di loro granché, poste, l'una in prossi­mità del mare, e l'altra in posizione poco più elevata, e che proprio per tal ragione (e chi ha pratica dei luoghi non può dissattendere tale considerazione) l'una e l'altra a loro volta dovevano, conscguentemente, distare da Crotone all'incirca gli stessi chilometri.

Macalla è ricordata e celebrata per il suo fondatore Filottete e per il nome che dall'eroe le sarebbe stato dato per onorare Macaone, il medico che lo guarì dalle ferite riportate, e sopratutto per la sua fondazione, che avrebbe preceduto, come detto, le altre città cui dette

vita il duce melibèo; quest'ultima credenza riteniamo non del tutto fantasiosa, considerando che Filottete, che veniva dal mare, nelle condizioni fisiche e di spirito in cui era ridotto per il dolore e le peregrinazioni, toccando il lido, necessariamente nelle sue immediate adiacenze do­vette dimorare prima di addentrarsi nel territorio sco­nosciuto, e così dimorandovi, avrebbe, appunto, fondata la città di Macalla.

Licofrone di Calcide (IV sec.) nell'Alessandra, testo mito-geografico dell'Italia antica, accennando all'eroe, dice: «... e di lui morto il Cratis scorgerà la tomba a lato del tempio del dio Alèo di Patara là dove il Nieto si scarica in mare...».

... Et iterum in Macalla templum habitatores ma-gnum - super sepulcrum aedificantes gravem Deum -libitationibus honorabant et sacrificis bovum... (Isacio).

(... E gli abitanti del luogo, avendo innalzato in Ma­calla un grande tempio sulla sua tomba, con libagioni e sacrifici di buoi lo onoreranno eternamente come dio...).

Dal che deduciamo che sul posto era stato eretto un tempio in onore di Apollo.

Nonostante la testimonianza di Licofrone, vissuto circa 400 anni prima di Cristo, non vi è dubbio che cre­denze e supposizioni, alimentate da tradizioni e ritro­vamenti sporadici, sono destinate a rimanese tali, in mancanza di serie ricerche che le avvalorino consisten­temente; ricerche quanto mai opportune perché dirette a stabilire non solo l'ubicazione della vecchia città, ma anche quella del tempio di Apollo (lo stesso tempio attribuito a Cremissa, o forse altro), e pure della tomba di Filottete; oltre tutto verrebbero ad effettuarsi su di un terreno non ancora contaminato, e potrebbero estendersi anche in fondo al mare adiacente onde accertare la natura di certo materiale - e recuperarlo - che taluni pescatori hanno recentemente localizzato e identificato, in parte, come colonne, chissà, forse appartenenti a quel tempio di Apollo cui si riferisce l'Alessandra di Licofrone.

Prende nome Strongoli dal castello di Strongylos, parola greca significante rotondo per come afferma il Lenormant, ricostruito per ordine di Giustiniano verso il 550 d. C., come riporta Procopio, e che sorge sul sito dell'acropoli della vecchia città di Petelia.

Non è possibile seguire dettagliatamente e diffusa­mente le fasi storiche della città, il che è comprensibile, data la mancanza di fonti attendibili e la scarsa impor­tanza che ebbe Strongoli dacché risorse sulle rovine di Petelia, e che viene in considerazione più come territorio di per sé, che come centro storico.

Si è cercato, pertanto, raspollando qua e là, di cro-nologizzare tappe ed eventi i più salienti che dalle origini portano ai giorni nostri, cercando pure di non discostarci soverchio dalla realtà, inquadrando infine le scarse no­tizie riportate nel più vasto contesto della storia italiana.

Caduto nel 476 d. C. l'impero romano d'occidente con la deposizione di Romolo Augustolo, l'Italia si trovò in mano di Odoacre, rè degli Eruli.

Nel 493 Teodorico, rè degli ostrogoti, battuto Odoa­cre, conquista l'Italia; alla di lui morte, Giustiniano, im­peratore d'Oriente, nell'intento di togliere l'Italia ai goti, scatena una guerra (535 - 553), assai rovinosa per l'Italia, e alla fine della quale questa si trova sotto il dominio dei bizantini: ciò fino al 568, anno in cui scesero i Lon­gobardi, provenienti dalla Germania.

Non tutta l'Italia, però, fu conquistata, sicché essa rimase divisa in due parti: la parte longobarda, che com­prendeva la pianura padana, la Liguria, la Toscana, le Marche, gli Abruzzi, Spoleto e Benevento; e la parte bizantina, che comprendeva l'Istria, la laguna veneta, Ravenna, Perugia, Roma, Napoli, e le altre regioni meri­dionali, comprese la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

Ai principi delI'VIII sec., i Longobardi con Liutprando tentarono di estendere il loro dominio anche alle province bizantine, dissuaso alla fine dal Vescovo di Ro­ma, che ricevette in compenso della sua mediazione, e in donazione, la città di Sutri (sino allora bizantina e da Liutprando conquistata), dando così avvio al potere temporale dei papi.

Il piano di Liutprando fu, però, più in là ripreso dal successore Astolfo, contro del quale il papa chiamò i Franchi, amici della Chiesa. \

Pipino il Breve scese per due volte in Italia, e vinto Astolfo, lo costrinse ad abbandonare i territori conquistati della Romagna e delle Marche, che regalò al Papa, che così allargò il suo Stato. I

II matrimonio di Ermengarda, figlia di Desiderio, ultimo re longobardo, con Carlo, figlio di Pipino, ruppe l'inimicizia tra Longobardi e Franchi, ma ciò per breve tempo, sino a quando, cioè, Carlo non ripudiò la propria moglie; allora Desiderio rivolse minacciosamente le proprie truppe contro il pontefice Adriano I: questi si ap­

pellò a Carlo, che venne in Italia, sconfisse a Pavia (774) Desiderio, ponendo fine al regno longobardo.

L'Italia venne, in conseguenza, a trovarsi divisa in tre parti: l'Italia settentrionale con i Franchi; la centrale sotto il dominio della Chiesa; e la meridionale sotto la dominazione bizantina, continuando, quindi, a far parte dell'impero d'oriente.

Morto Carlo Magno, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi (da noi detti Saraceni, cioè orientali), e Bisanzio non si curò di difenderla.

Erano gli Arabi tanto spesso pirati e predoni che sbarcando con azioni di sorpresa sulle coste, assalivano città e forti, razziando e facendo stragi di persone: alle incursioni degli Arabi di Sicilia non si sottrasse neppure Strongoli: questa fu a partire dal 590 teatro di lotte tra Longobardi e Bizantini, subendone la dominazione; nel 925 devastazioni e violenze subì ad opera dei Saraceni, che nel 932 l'occuparono tenendola fino al 942; fu rioc­cupata dagli stessi nel 950 e da essi distrutta nel 967, finché l'anno successivo Ottone di Sassonia che aveva in mente di unificare l'Italia sotto la sua Casa, non pose fine al dominio saraceno.

Fu nel 967 che, ad opera dei Saraceni, fu distrutto il Vescovato, ed ucciso il Vescovo del paese: il Vescovato era stato istituito a Strongoli molti anni prima; ad esso, infatti, si accenna in una nota da cui si rileva che nel 743 il Vescovo fu assente dal Sinodo romano; se ne parla nella STORIA di Ruggierio Carbonella; circa la continuità dell'istituzione, ne troviamo notizia nel RE­GISTRO dell'anno 1270 del De Leilis e nel GLORIOSO TRIONFO (ovvero leggendario dei Santi Martiri in Ca­labria), opera di Gualtiero Paolo del 1630; è reperibile, pure, una cronologia dei vescovi strongolesi dal 1178 in HIERARCHIA CATHOLICA, in ITALIA SACRA di Ughelli del 1723 e in REGESTI dei Romani Pontefici per le Chiese in Calabria, edito dalla Tipografia Vaticana di Roma nel 1902.

E' da ricordare che la sede episcopale fu soppressa con bolla pontificia del 27 giugno 1818.

Un accenno a Strongoli, che vien nominata Petelium, si fa intorno al 100G da Arnulfo nella sua CRONICA, ed altri riferimenti si hanno nel 1100 circa in RICREA­ZIONI DI COLUI CHE DESIDERA DI PERCORRERE I PAESI di Idrisi, geografo e viaggiatore arabo, nonché in una pergamena dal titolo SILLABUS GRAECORUM MEMBRANORUM.

Il sec. XI segna una data importante nella vita del meridione d'Italia: nobili cavalieri normanni (Vichinghi), a capo di abili ed audaci guerrieri sbarcano sulle coste in cerca di avventure e di fortuna; assoldati come mer-cenari, vengono a trovarsi immischiati nelle lotte che sovente si accendono tra governatori bizantini e città ribelli, e nella difesa contro gli assalti dei Saraceni; a titolo di compenso per gli aiuti prestati, essi ricevono alcuni territori, su cui consolidano il loro dominio; allor­quando tentano di espandere le loro conquiste e minac­ciosi puntano verso Benevento, che si era offerta al Papa per evitare di cadere in mano normanna, il Pon­tefice muove loro guerra. Ben presto l'esercito pontificio fu sconfìtto e lo stesso Papa fu fatto prigioniero;

avendo, però, Roberto il Guiscardo, capo dei normanni, della famiglia degli Altavilla, liberato il Papa, ne ot­tenne da questi il riconoscimento dello Stato che in­tanto si era creato: il ducato di Puglia e di Calabria.

Da parte su Roberto si dichiarò vassallo (soggetto) della Chiesa (1059).

Con la sconfìtta delle truppe bizantine e la cacciata dei governanti dell'impero d'oriente da parte di Roberto, e la sconfitta degli arabi in Sicilia (col che vien posto fine al dominio musulmano dell'isola) da parte del fratello Ruggero, si realizza l'unificazione del meridione e si da vita al regno di Sicilia al cui vertice si pone Ruggero II (1130)).

Lo stato normanno, riconosciuto dal Papa, ebbe il merito di non aver oppresso le popolazioni soggette, che pur erano di diversa estrazione: latini, greci, arabi; esse godettero di uguale libertà e massima tolleranza nei loro costumi, nelle loro leggi, nei loro credi religiosi; i vari territori furono concessi in feudo ai cosidetti baroni, che dpendevano direttamente dal rè.

Col matrimonio di Costanza, unica erede di Rug­gero II, con Enrico VI, figlio di Federico I, il barbarossa, la casa normanna fa posto a quella di svevia; ad Enrico succede dopo breve tempo Federico II, che come il padre rivestì il duplice titolo di rè del regno italico e rè del regno di Sicilia: il regno di questi fu improntato anche esso a principi di libertà e tolleranza di religione e di razza, e durante esso fiorirono artisti, poeti e studiosi, e le maggiori città si arricchirono di celebri monumenti.

La morte di Federico II segnò la fine della dinastia sveva sconfitta a Benevento nel 1266 in una famosa battaglia combattuta tra Manfredi figlio di Federico e Carlo d'Angiò, che divenne, così, e col consenso del Papa, rè di Sicilia.

Il regno fu diviso in feudi, assegnati a baroni francesi, con poteri sempre più larghi, e con la conseguenza che le popolazioni soggette furono poste ad ogni sorta di vezzazione.

Da qui, ed anche a causa dello spostamento della capitale del regno da Palermo a Napoli, la rivolta popolare che prese nome I VESPRI SICILIANI, che portò alla cacciata dei francesi dalla Sicilia, che, pertanto, rimase staccata dal resto del regno per oltre un secolo e mezzo.

In pieno dominio arogonese sin dal 1280, la terra di Strongoli è concessa nel 1292 al guerriero Americo di Passiaco per l'annuo canone di 100 once; conclusa la pace tra aragonesi ed angioini, mediatore papa Bonifacio Vili, alla cui presenza il 5 giugno 1295, ad Anagni, Gia­como d'Aragona stringendo la mano a Carlo II d'Angiò, rinunzia ad ogni diritto sulla Sicilia, questi, l'anno suc­cessivo stabilisce di revocare al demanio regio la città di Strongoli a condizioni che essa entro il Natale fosse passata alla fede regia (Archivio di Stato di Napoli, voi. 77; foglio 61 b, reg. Angioini).

Si hanno, intanto notizie di una Corte di giustizia sedente in Strongoli, che al 1246 era presieduta dai giu­dici Nicola e Garacusta (Ughetti in ITALIA SACRA, tom. Vili, pag. 516).

Il 26 agosto 1297, Roberto, figlio e Vicario di rè Carlo II, essendo Strongoli tornata alla fede regia, an­nulla la concessione già fatta a favore di Americo de Possiaco; senonchè Isabella, vedova del feudatario, si appella alla giustizia sovrana, che rimangiando la parola, le restituisce i possedimenti, che terrà sino al 1306.

Nel 1304 il Consiglio di Strongoli elegge giudici Arnone e Giovanni Spolitini, entrambi del luogo (Ar­chivio della R. Zezza 1 ° mazzo, 84, area A; n. 3).

Alla morte di Carlo II, avvenuta nel 1309, il regno passa al figlio Roberto; è di quegli anni un episodio, che sta a dimostrare la insofferenza del popolo e le tristi condizioni in cui si dibatteva: nel mese di febbraio del 1321 gli strongolesi, vessati da feudatari, subfeudatari e vescovi di poche virtù afflitti da mali temporali non meno che comuni mortali, e in aderenza ai tempi, si ribellano al vescovo imperante Ruggero per i suoi abusi feudali e perché con gravosi carichi tributari voleva spremere danaro più che consentissero le vacanti tasche dei cittadini, e lo scacciarono dalla città; Carlo, pres­sato dal vescovo, ordina, come si dice oggi, una inchiesta, e, ritenute le ragioni dell'appellante, emette verdetto «prò Episcopo Strongulensi», con il quale Monsignor Ruggiero è reintegrato nei suoi diritti.

Non c'è da stupire: in quel tempo la potenza del clero era immensa perché i regnanti, al fine di ren­derselo amico onde poter attuare i disegni di conquista con la sua connivenza e mantenere le posizioni raggiunte, lo colmava di favori a scapito della giustizia e della lega­lità; sono secoli oscuri, quelli, per l'Italia e non meno per la Chiesa: scandali, tradimenti, veleni, ambizioni smodate caratterizzano tutta un'epoca, nella quale lo spirito cede alla materia, a dispetto della religione vera, che diventa un mito. Potere politico e potere religioso,

ormai senza ritegno alcuno, mossi soltanto dall'intento di soddisfare la brama di dominio, lasciano che conti e baroni, vassalli e valvassori e valvassini si spremine l'un l'altro con tributi e regalie a danni, infine, del popolo, che è lasciato in balìa di sfruttatori e di una giustizia accomodante e partigiana, quale è appunto quella di Carlo nella controversia fra il popolo strongolese e monsignor Ruggiero.

L'Italia meridionale, come si è visto, intanto, aveva cominciato a vivere vicende separate dal resto della Penisola, da quanto, cioè, i Normanni verso la metà del sec. XI, sconfiggendo Longobardi, Bizantini ed Arabi, l'ebbero a conquistare, formando un regno con annessa la Sicilia: è appunto questo fatto storico che deter­minerà nei secoli che seguirono quella netta divisione tra Italia del nord ed Italia del sud, destinata ad avere ri­percussioni fino ai giorni nostri.

Di servaggio in servaggio, Strongoli vien concessa nell'anno 1349 al nobile Ruggiero Sanseverino, conte di Mileto, ed alla di lui moglie Margherita Clignetta, che la tennero sotto il loro dominio fino al 1390 (Ach. di Stato di Napoli, fase. 89, foglio 51 t, rep. De Leilis).

Frattanto, l'insofferenza del popolo porta nel 1360 ad una ribellione verso il regime imperante da parte degli strongolesi, che si votano agli aragonesi; natural­mente la rivolta vien presto stroncata, tanto che segue un lungo periodo angioino, al quale, però, nuovamente si ribella il popolo nel 1406 senza soverchio successo.

Nel 1415 il dominio del territorio passa a tale Gio­vanni Onofrio Galgano da Aversa per il canone annuo di 40 once.

Ricompaiono i Sanseverino con Ruggiero, conte di Altomonte e di Tricarico, ed il figlio Antonello nel 1417.

Nel 1442 il regno di Napoli passa dagli Angioini agli Aragonesi con rè Alfonso V rè di Aragona e quindi con Ferdinando.

Nel 1494 scende in Italia Carlo Vili, rè di Francia, a rivendicare come erede degli Angioini, i diritti sul regno di Napoli, che conquista molto facilmente, senza peraltro poter consolidare il dominio, in quanto co­stretto a ripartire subito; nel 1499 il successore suo Luigi XII scende per completare l'opera incompiuta; trovandosi, però, di fronte gli spagnoli, che, intanto, si erano impadroniti della Sicilia e della Sardegna, è da essi sconfìtto, sicché il regno di Napoli cade sotto il dominio di questi.

Ha inizio, quindi, la guerra tra Francia e Spagna per il predominio in Italia, che si concluderà dopo circa 50 anni con la vittoria della Spagna, che, conseguente-mente, dominerà d'Italia meridionale per quasi un secolo e mezzo.

La famiglia dei Sanseverino continua, intanto, la sua fedualità sul territorio strongolese; la popolazione del paese conta nel 1608 circa 1400 abitanti, calando così di colpo rispetto ai 3700 abitanti che contava nel 1560 e nel 1600; risalirà nel 1642 a 3252 abitanti, e appena 4 anni dopo dimezzerà ancora: si vuole giustifi­care l'incostanza con le epidemie (peste del 1575, mor­billo del 1578, terremoti (1454, 1604, 1638) e gli esodi dovuti alle temibili invasioni.

Erano, frattanto, venuti alla luce verso il 1500 dei conventi rigogliosi: Santa Maria delle Grazie, i Cappuccini, i Domenicani, gli Agostiniani, soppressi, poi, tutti fra il 1808 e il 1809.

Nel 1605 ha termine la fedualità dei Sanseverino su Strongoli, a seguito della vendita della città da parte di Nicola Bernardino Sanseverino a Giovan Battista Campitello, conte di Melissa, per il prezzo di 70.000 ducati (Arch. di Stato di Napoli, voi. 30): il 25 settembre di quell'anno Grazio Michele, Sindaco del paese, e i notabili del luogo, prestano giuramento di fedeltà al nuovo padrone, e il rito è consacrato in atto notarile, che ancora si conserva nel più volte ripetuto Archivio di Stato di Napoli.

Nel 1633, a seguito della morte violenta di Francesco Campitelli avvenuta nella Chiesa di S. Giacomo in Melissa, secondo una leggenda che non trova, però, riscon­tro in documento alcuno, in quanto pugnalato alle spalle da marito nolente al Jus primae noctis (progativa del principe), non avendo il Campiteli! discendenti, si estin­gue la famiglia, e la successione passa a Domenico Pignatelli, figlio di Girolamo Pignatelli e Giovanna Campiteli!, per cui ha inizio il feudo della famiglia Pignatelli su Strongoli.

Secondo più autorevole fonte, la morte di Francesco Campitelli sarebbe avvenuta naturalmente nel 1688, sicché il dominio dei Pignatelli avrebbe avuto inizio quell'anno. 

Fu verso la fine del secolo, più precisamente nel 1690, che venne alla luce LEONARDO VINCI.

Giovanissimo fu mandato a Napoli nella scuola di musica dei Poveri di Gesù Cristo, ed ebbe a maestro il celebre contrappuntista Gaetano Greco.

Ben presto il Vinci emerse accanto a Porpora, al Pergolesi, al Durante, ad altri, esordendo con due opere buffe in dialetto napoletano dai titoli LO CECATO FAUZO e DOJE LETTERE, che furono rappresentate nel 1719 al Teatro dei Fiorentini.

Seguirono a queste numerose altre opere, che furono contese non solo dai teatri italiani, ma anche da quelli esteri, avendo, intanto, il nostro musicista acquistato fama di grande. . .

Fu maestro della real cappella di Napoli, e per le innovazioni che portò alla musica del suo tempo fu detto «padre del teatro musicale».

Secondo taluni scrittori si sarebbe fatto frate nel 1728, a seguito di una delusione di amore; ma la notizia pare non debba essere tenuta in soverchio conto.

L'opera sua di maggior pregio è considerata la

IFIGENIA IN TAURIDE, che fu rappresentata nel 1725 a Venezia.

Altre opere importanti sono: SEMIRAMIDE, SILLA DITTATORE, PUBLIO CORNELIO SCIPIONE, ERA-CLEA, FARNACE, ERMELINDA, LA CADUTA DEI DE­CEMVIRI, DIDONE ABBANDONATA, ALESSANDRO NELLE INDIE, ARTASERSE con cui cessò, per l'im­provvisa morte, l'attività del Vinci.

La produzione del Vinci si troverebbe, secondo il Pelaggi («Leonardo Vinci - cenno biografico») nell'Ar­chivio di S. Pietro a Maiella in Napoli, mentre per il Silvestri - Silva nell'Archivio del Real Collegio di Napoli.

Talune arie tratte dalle migliori composizioni del Vinci (per la maggior parte su testi del Metastasio) sono state recentemente riesumate e pubblicate a cura del Parisotti per conto della Casa Ricordi, in una raccolta di tré volumi dal titolo ARIE ANTICHE, in cui si vede accostato il nome di Vinci a quello del Monteverdi, del Rosa, dello Scarlatti, Pergolesi, Cimarosa, Handel, dal che si può dedurre quanto siano importanti le opere di Leonardo Vinci (Arti grafiche Ricordi S. p. A. - Milano, 1972).

Anche la RAI ha recentemente messo in onda taluni brani di dette opere a cura e per l'esecuzione del M" Sgro di Reggio Calabria.

Sulla fine del Vinci si son fatte diverse congetture, ma col tempo si è potuto stabilire che egli fu avvelenato, pare da un parente di una ragazza con cui il musicista amoreggiava contrastato.

Si disse che morì a seguito di una colica, e l'avve­nimento fu tenuto pure nascosto per qualche tempo:

ora si può stabilire che il decesso avvenne il 28 maggio 1730, e che gli fu data sepoltura nella Congregazione di S. Caterina in Formiello (Napoli), grazie all'intervento «della sorella dell'Eco. Ruffo» essendo tanto povero che «neanche si poteva seppellire, perché non gli fu trovato neanche tré paoli, perché è stato buono, che si giocava l'occhi, era valente nella musica che componeva assai di spirito, ma le sue operationi erano diverse dalla virtù che haveva» (nota a pie del ritratto di Vinci eseguito dal Ghezzi, suo contemporaneo).

Intanto, con il 1700 ha termine il predominio spa­gnolo, essendosi estinta la discendenza di Carlo V.

Si staccano, allora, dalla Spagna i domini italiani, e dopo le diverse guerre di successione (1700- 1748) il regno di Napoli con la Sicilia diviene un regno autonomo sotto la dinastia dei Borboni.

Neppure Gerolamo Pignatelli ebbe figli maschi, sicché successe nelle prerogative cui lo stesso aveva diritto la figlia Lucrezia, che andò sposa a Ferdinando Pignatelli Aragona Cortes.

Si susseguirono Salvatore Pignatelli nell'anno 1767, Ferdinando nel 1792, Francesco nel 1799; quest'ultimo fu padre di Irene Pignatelli che sposò nel 1839 Leonardo Giunti, e dalla cui unione nacque quella Giulia Giunti, da cui prende nome l'Asilo Infantile di Strongoli, e che andò sposa al senatore Leonardo Giunti.

In conseguenza dei matrimoni che vennero a legare le famiglie dei Pignatelli e dei Giunti, i possedimenti dei primi si trasferirono ai secondi mentre il casato Pignatelli scomparve da Strongoli.

Scompaiono gli ultimi residui del mondo feudale con la comparsa appunto dei Giunti.

Come si è visto, la storia di Strongoli è legata negli anni della feudalità, e negli ultimi secoli, alle famiglie dei Sanseverino, dei Campiteli! e dei Pignatelli, e non offre notizie di particolare rilievo: si riporta in GIORNALE STORICO del Senatore che nell'anno 1755 Carlo III, di passaggio, si fermò a desinare nel casamento di Gaggiana (Fasana) dei Principi Pignatelli; si sa pure che il Card. Ruffo ebbe a dimorare nel castello di Fasana quando venne inviato in Calabria da Rè Ferdinando per debellare i rivoltosi; ed è anche ricordata la dimora di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nello stesso castello, dopo che ebbe a cingere la corona del regno di Napoli, a seguito della fuga di Ferdinando IV di Sici lia nel 1806.

Fu appunto nel 1806 che i francesi, dopo avere occupata Strongoli, la saccheggiarono e bruciarono per vendicare il massacro di taluni soldati lasciati a presidio del paese, e squartati dagli strongolesi a seguito delle vessazioni cui erano stati sottoposti (Guida all'Italia, 1967, Sugar Ed.), i

A seguito della disfatta di Gioacchino Murat sul Po, avvenuta nel 1815, Ferdinando IV riprese il regno con il nome di Ferdinando I, e Strongoli nel nuovo ordi­namento amministrativo che ne seguì passò dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro.

Nel 1817 fu istituita la ricevitoria del registro e del bollo, che fu poi soppressa verso il 1870, e la Pretura, che sostituì la vecchia Corte di Giustizia: in quegli anni la popolazione non superava i 1900 abitanti, e per la maggior parte era dedita alla pastorizia e all'agricoltura.

Miseria e brigantaggio vanno di pari passo: il 1847 segna l'anno cruciale delle ruberie, dei rapimenti,

degli agguati; si dovrà attendere il 1861 perché la triste piaga subisca una forte flessione: in quell'anno, appunto, pubblicamente, e perché servisse di monito, in piazza Giunti, vennero fucilati i fratelli Oliverio ' ad opera dei bersaglieri italiani.

Fra i molti perseguitati dal brigantaggio è da ricordare l'avv. Diodato Morrajeni, Pretore del mandamento, che venne catturato il 3 maggio 1866 mentre da Rocca di Neto si portava a Strongoli per il suo ministerio, ad opera della banda di Straface, e che subì durante la prigionia sofferenze tali che gli cagionarono una grave malattia cardiaca, dalla quale non ebbe più a ri­prendersi.

Ma son pure quelli gli anni del fermento e del risveglio, che diedero uomini di azione e di pensiero, i cui nomi sono legati alla storia di Strongoli; che, anzi, hanno fatto la storia, e che, perciò, non vanno dimenticati.

Biagio Miraglia nacque a Strongoli il 15 gennaio 1823 da Francesco Saverio e da Anna Loria; fu seminarista a Cariati, e poi nel Collegio di S. Demetrio Co­rona; quindi a Napoli per studiare teologia. Quivi fu sotto la guida di Pasquale Galluppi, e ben presto emerse pubblicando scritti sul CALABRESE e sul'OMNIBUS LETTERARIO; diede, quindi, avvio ad una serie di Accademie, che lo portarono in giro per città e città dando sfogo al suo forte impulso poetico.

Spirito ribelle ad ogni costrizione, si associò ben presto alla Giovine Italia nella setta che faceva capo al calabrese Benedetto Musolino, ed alla quale aveva ade­rito con pari entusiasmo il Settembrini, professore al Liceo di Catanzaro.

Incarcerato a seguito dei moti di Reggio del settembre 1847, riacquistò la libertà grazie alla promulgazione della Costituzione del 10 febbraio 1848 di Fer-dinando II.

Nel 1848, dopo essersi battuto sull barricate di S. Bngida, è segretario di un Comitato di salute pubblica

che aveva il compito di promuovere la rivolta nelle provincie meridionali.

Nello stesso anno è direttore de «L'ITALIANO DELLE CALABRIE».

Il fallimento di una nuova inserruzione proclamata il 30 giugno 1848 gli procurava una condanna a 25 anni di carcere, alla quale potè sfuggire riparando a Roma.

Là Repubblica Romana dell'anno successivo, al cui rvertice erano posti Mazzini, Armellini e Saffi, gli consente di dirigere il MONITORE UFFICIALE, giornale della Repubblica.

Alla caduta di questa, e dopo aver combattuto con Garibaldi a Velletri e Palestrina, riparò a Genova, ove nel dicembre 1849 pubblicò la STORIA DELLA RIVO­LUZIONE ROMANA.

Da Genova riparò a Torino nel 1853; quivi compose ALLA PATRIA, uno dei più bei canti del suo notevole repertorio:

...E da tutti diviso, ahi! Qui non vivo:

Che sempre i boschi delle mie montagne Rapito io sogno e il mio splendido sole, E la jonica riva e le campagne Seminate di gigli e di viole...

Segretario del Cavour per un certo tempo, nel 1858 scrisse l'ECO DELLA MAGNA GRECIA, alla cui lettura il Guerrazzi si esprime: «sì, signore, vossignoria è proprio poeta!».

Seguono: RIMEMBRANZE, RUPE OVE NACQUI, RIVEDERVI UN GIORNO :

... e sia l'ultimo quello:

almen riavrà quest'ossa il patrio suolo : : :

MISTERO UNIVERSALE, PREGHIERA DEI PO­POLI A CRISTO, ROMANZA, LA CANZONE DISPERA­TA, LE RACCOGLITRICI DI OLIVE, VARI ASPETTI DEL RINNOVAMENTO ITALIANO, SULL'ORDINA­MENTO DELL' AMMINISTRAZIONE CIVILE E SULLA INDOLE DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA, INTRO­DUZIONE ALLA SCIENZA DELLA STORIA, ALLA UNIONE D'ITALIA sono parte della sua abbondante e pregevole produzione.

Dal 1877 al 1881 è Prefetto a Pisa, e poi a Bari sino al 1883; nel 1884 è collocato a riposo.

Patriota, poeta e scrittore egregio, chiuse la sua vita terrena a Firenze il 1° aprile 1885; lì è sepolto nel Cimitero di Monte alle Croci.

FAUSTO SQUILLACE, giornalista, scrittore, sociologo fra i migliori del suo tempo, al cui nome è legata la vita rigogliosa del Circolo culturale catanzarese. Autore di numerose pubblicazioni, tra cui: SOCIOLOGIA ARTISTICA, LE DOTTRINE SOCIOLOGICHE, IL PO­POLO MERIDIONALE, I PROBLEMI COSTITUZIONALI DELLA SOCIOLOGIA, LA SCIENZA SOCIALE E LE SUE PARTI, TENDENZE PRESENTI DELLA LETTERATURA ITALIANA, ZOLA E NORDAU, opere tutte che destarono un vivo interesse letterario del tempo e che assegnarono ali' Autore un posto preminente e qualificato.

Fu socio dell' Istituto Internazionale di Sociologia di Parigi e tenne lezioni all'Università nuova di Bruxel­les; ancora oggi, a distanza di oltre cinquant'anni dalla sua morte è citato da critici: Rodolfo De Mattei, scrit­tore e storico vivente, docente nelle Università di Roma e Firenze, in uno Studio del 1964 sulla Biblioteca di Gio­vanni Verga dice che tra i sociologi dell'Estetica, il Verga non ebbe difficoltà ad ammettere nella sua biblioteca le TENDENZE PRESENTI DELLA LETTERATURA ITA­LIANA (Torino 1899), dove l'arte del romanziere siciliano viene «con scientifica spietatezza vivesezionata e rim­brottata», e conclude sottolineando la sottilezza delle diagnosi di quell'interessante positivista che fu appunto il nostro Fausto Squillace (1878-1919).

ODOARDO SQUILLACE, nacque a Strongoli il 21 giugno 1847 e fu avvocato e pubblico amministratore di costumi rigidi, famoso per rettitudine e moralità. Fu deputato provinciale e Presidente del Consiglio provinciale di Catanzaro, nonché Presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Catanzaro, cui lasciò la sua ricca biblioteca giuridica.

DOMENICO GALLO - ARCURI (1827-1916) fu medico di vasta cultura letteraria e uno dei maggiori patrioti calabresi; soffrì il carcere lungamente, ed a Napoli unitamente al Settembrini ed Antonio Scialoia; fu uno dei pochi cospiratori cui era stato affidato l'incarico di sequestrare ed uccidere rè Ferdinando II di Borbone, onde poter dare l'avvio alla rivoluzione, impresa che fallì per il tradimento di un falso amico. Sindaco di Rocca di Noto, il 10 maggio 1863 fece deliberare dal Consiglio comunale il mutamento del nome del paese che sin lì si chiamava Rocca Ferdinandea in onore del rè borbone.

VINCENZO GALLO - ARCURI, fratello di Domenico,

pur essendo nato a Rocca di Noto il 3 maggio 1826, fu attaccatissimo a Strongoli, paese natìo della madre. Pa­triota ardente assieme al fratello soffrì anch'egli lunga e dolorosa prigionia, e fu scrittore, poeta e filosofo ed educatore fra i più apprezzati; per la sua forte vena let­teraria e poetica fu detto «il gallo delle Calabrie».

Consigliere provinciale per il mandamento di Stron­goli, morì il 7 febbraio 1873 nell'adempimento delle sue funzioni. Fu legato a Biagio Miraglia da affettuosa amicizia, ed al poeta strongoiese «letterato chiarissimo e gentile poeta» dedicò un poemetto dal titolo LE LET­TERE E LA LIBERTÀ', Ricordiamo di lui VANNETTA ORSEOLO, ANSELMO E SOFIA, A VENEZIA, LA VITA E LA SCIENZA DEL FINE.

FRANCESCO TESORIERE, patriota e sacerdote insigne.

CESARE TROMBETTA, medico e pubblicista.

«Un bello e caratteristico tipo di vecchio gentiluomo, che nel profilo austeramente dolce, nella simmetrica sagoma dalla faccia serena, negli occhi vividi e buoni, nei grandi baffi ritorti, ricorda Francesco De Sactis», per come lo descrive il Patàri in TERRA DI CALABRIA fu

GIUSEPPE PELAGGI, che nacque a Strongoli il 30 gen­naio 1843 e morì il 30 marzo 1920; fu medico valoroso,

conosciuto ed apprezzato anche fuori Ì confini della sua terra. Si racconta che il Cardarelli, l'illustre clinico e professore napoletano, soleva paternamente rimprove­rare i nostri corregionali che ricorrevano a lui, afflitti da tanti mali, ricordando che anche in Calabria esisteva un illustro medico, Giuseppe Pelaggi, ed invitandoli, con ciò, a risparmiarsi per l'avvenire i disagi che per Napoli i viaggi del tempo comportavano.

Fervida fu l'attività scientifica del Pelaggi, i cui numerosi studi, ai quali si dedicò con amore e pazienza fra il 1865 e il 1910, furono recensiti sempre favo­revolmente dalla stampa qualificata nazionale ed estera.

Ricordiamo di lui:

— Riflessioni ed esperienze fìsio-patologiche del palpito anemico e clorotico

— Sostituzione di tubercolo a cancro

— Prospetto anatomo-fisiologico del sistema nervoso cerebrale

— Perniciosa itterica

— Perniciosa polmonica e polmonite miasmatica

— Affezioni di cuore e dell'aorta per miasma palustre

— Le lesioni dell'orecchio e l'art. 538 Cod. Pen.

Sappiamo che dettò note ed osservazioni per il TRATTATO DELLE MALATTIE DEL FEGATO del Fre-richs, per il CORSO DI PATOLOGIA GENERALE CHI­RURGICA del prof. Tito Livio De Sanctis, e che col Mastrolilli curò la prima versione delle INFIAMMA­ZIONI e sulla natura della sifilide costituzionale del Wirchow.

Nel 1877 scrisse UOMINI ILLUSTRI DI CALABRIA, che ristampò nel 1904; seguirono LEONARDO VINCI, ERRORI POPOLARI e GIULIO IASOLINO.

Collaborò, infine, col Lombroso, celebre psichiatra piemontese, in L'UOMO DI GENIO, in PENSIERO E METEORA, in CALABRIA.

Gli anni che seguono alla morte del Pelaggi, con il quale si può dire che finisce un'era e ne comincia una altra, sono quelli dell'immediato dopo guerra, il conflitto mondiale del 1915-18, per il quale anche Strongoli ebbe a dare il suo generoso contributo di sangue con:

Amoroso Salvatore

Arcuri Basilio

Basile Giuseppe

Benincasa Tommaso

Benincasa Vincenzo

Blandino Salvatore

Bompignano Nicola

Calizzi Giovanni

Calizzi Pietro

Carbone Gennaro

Casella Giovanni

Centro Francesco

Chiaretti Ferdinando

Comilo Armando

Corace Francesco

Cozza Francesco

De Tursi Agostino

Durante Pasquale

Esposito Luigi

Fazio Vincenzo

Fiannaca Carmelo

Fiorita Michele

lerimonti Ortenzio

Lequaglie Scipione

Lettieri Domenico

Lucente Arrigo

Mamene Giuseppe

Mancuso Biagio

Martino Giuseppe

Mazza Pasquale

Milito Domenico

Milito Nicola

Milito Vincenzo

Novello Arcangelo

Raimondi Francesco

Russo Domenico

Saraco Giovanni

Sculco Giuseppe

Sculco Vincenzo

Siniscalco Francesco

Illustri uomini anch'essi, perché hanno illustrato la patria nell'ultima guerra d'indipendenza nella maniera più piena, con il sacrificio della vita; ed illustri tutti gli altri, quelli che la morte ha risparmiato, ma che non­dimeno hanno indicibilmente sofferto i lunghi anni di guerra, ed ai quali va innalzato un monumento ideale con impressi i loro nomi, a testimonianza e ricordo della loro abnegazione.

La vita riprende, poi a Strongoli, come nel resto della Penisola: sono anni di crisi economica, ed anche di crisi politica, cui cerca di porre rimedio il combat­tentismo, che con il nazionalismo si fonde nel partito fascista; movimento che presto raccoglie l'entusiasmo e le simpatie di buona parte del popolo italiano, ma che a distanza di qualche anno dal suo avvento al potere, per circostanze sopravvenute, mutò la sua fisionomia politica, trasformandosi in partito totalitario, e dando così alle vicende italiane un nuovo corso, che fatalmente negli anni avvenire porterà a sconvolgimenti e conflitti di portata internazionale.

Era appena sorto a Strongoli l'Asilo infantile «Giulia Giunti», voluto dal sen. Leopoldo per onorare la di lui moglie: l'ente morale approvato con R. D. 8 die. 1921, fu affidato alle suore dorotee di Vicenza, ed amministrato da un Consiglio presieduto dallo stesso sen. Giunti, e composto, fra gli altri, dal prof. Ernesto Crisopulli, appartenente ad una delle più antiche famiglie stron-golesi, oggi scomparsa; dall'Are. Francesco Lequaglie, colto sacerdote; dal can. Nicola Bruni; dall'avv. Capezza.

Contava, allora, Strongoli, poco più di 5.000 abitanti; non aveva la luce elettrica, ne l'acqua potabile.

Gli anni che seguono, tra il 1920 e il 1940, vedono avvicendarsi ai vertici della vita amministrativa del paese il Sindaco avv. Nicola Capezza, ottimo avvocato, uomo colto ed onesto, appartenente a famiglia illustre; l'ing. Dionigi Chiaretti, quale Podestà, e, quindi, nella stessa veste il cap. Luigi Fazia, il cav. Dionisio Gallo:

con questo ultimo, in carica per circa un decennio, si chiude la schiera dei Podestà, perché nel 1943 le truppe anglo-americane, avendo occupato l'Italia meridionale, sostituiscono i predetti amministratori locali con Com-missari, in attesa delle elezioni amministrative.

Va detto che durante il ventennio indicato, Strongoli veramente ha una ripresa notevole: sono gli anni della luce elettrica, dell'acqua potabile, del campo sportivo, del nuovo Cimitero, di nuove strade, del primo suo Ginnasio.

Ma son pure gli anni di guerra: il conflitto etiopico del 1935, al quale parteciparono tanti strongolesi, come parteciparono nel 1937 alla guerra di Spagna; e qui vogliamo ricordare, fra gli altri, l'avv. Vincenzo Gallo, da poco immaturamente scomparso, e che, volontario, si meritò la medaglia d'argento sul campo, e Biafora Giu­seppe, che sul campo di battaglia lasciò la vita, unitamente a Pisciteli! Michele e Brasacchio Francesco.

Poi lo spaventoso, terrificante ultimo conflitto mon­diale, quello del 1940, che vide l'Italia ed il mondo scon­volti per lutti e rovine.

Non meno grandi di tanti grandi gli uomini di Strongoli, il cui sacrificio vano non fu, e che nominativamente vogliamo ricordare, (sperando di non averne tralasciato alcuno), come invece non fa l'ingrata patria, dimenticando che non dalla battaglia perduta si misura l'eroismo del soldato, ma dallo slancio e dalla passione con cui essa fu combattuta:

Bisceglia Luigi

Brasacchio Salvatore

Calizzi Francesco

Casella Tommaso

Commodaro Leopoldo

Crisopulli Enrico

Cuda Antonio

De Tursi Agostino

De Tursi Leopoldo

Ferrare Rosario

Ferrare Francesco

Forciniti Pasquale

Fragola Giuseppe

Gallo Pietro

Garritani Francesco

Ganci Angelo

Laurenzano Pasquale

Lerose Luigi

Lettieri Nicola

Mancuso Francesco

Marasco Michele

Medaglia Salvatore

Minniti Marziale

Napoli Antonino

Rizzo Luigi

Serpa Francesco

Valente Giuseppe

Con tale spirito accolga l'Amministrazione comunale di Strongoli i voti che si levano da ogni strato della popolazione di vedere scolpiti nel marmo i nomi dei nostri caduti e dispersi nell'ultima guerra.

Siamo così giunti ai nostri giorni: l'Italia ha cambiato forma istituzionale passando dalla monarchia alla repubblica di De Nicola, di Einaudi, di Gronchi, di Segni, di Saragat, ed ora di Leone.

Lo Stato democratico, tra le varie crisi di «crescenza», avvia a soluzione i problemi di fondo che son venuti a maturazione coi tempi nuovi, anche se piaghe secolari, come la disoccupazione, il brigantaggio e le altre forme più deleterie della vita sociale, molte delle quali riaffiorate dopo il ventennio fascista, si stenta a debellare; la corruzione dilaga anche nelle più alte sfere;

gli scandali investono molto spesso anche gli uomini che stanno ai vertici della vita politica, lasciando inebetito il cittadino qualunque; l'emigrazione aumenta con un ritmo sempre più crescente; i paesi si spopolano e offrono uno spettacolo desolante; in compenso, però, il popolo, riscattato dal servaggio in cui per tanti secoli è stato costretto, è diventato arbitro del proprio destino, potendo ispirare la propria vita ai principi di democrazia e libertà.

Strongoli cammina coi tempi: ai Sindaci Dott. Salvatore Pecoraro, avv. Giuseppe Fazio, avv. Primo Polacco, è subentrato nel 1970 l'avv. Salvatore lannotta; sono, intanto, spariti uomini di valore, che nei campi in cui hanno operato, hanno lasciato una impronta personale difficile a scomparire, quali il chirurgo dott. Vincenzo Garrubba, che pur non essendo nativo di Strongoli, qui è vissuto sino alla morte dotando il paese di un buon Ospedale: l'avv. Nicola Pelaggi; il Notaio Pasquale Scul-co; l'avv. Nicola Capezza; il Notaio Arnaldo Pelaggi;

Francesco Romano, che unitamente ai fratelli ha collegato Strongoli con paesi e città della Calabria con moderni servizi di autopulman; l'avv. Francesco Pucciarelli;

e tanti altri, i cui nomi ci sfuggono.

La stabile istituzione della Scuola Media, ed ora quella del Liceo Scientifico, la costruzione dell'edificio scolastico, il riammodernamento delle reti idrica e fo­gnante ed elettrica, il diffondersi del telefono, la bitu­matura delle strade, e le altre opere pubbliche e private, come lo Zuccherificio voluto dal calabrese avv. Francesco Massara, realizzate in quest'ultimo quarto di secolo, hanno cambiato il volto di Strongoli, anche se non n'è stato mutato il destino gramo, che è, poi, quello dei tanti paesucci interni, che anche le carte geografiche spesso ignorano.

Va detto, però, che Strongoli, che oggi conta circa 7.000 abitanti, ha possibilità di sviluppo che non hanno altri paesi, perché ha dalla sua un territorio vasto che si affaccia su di un mare meraviglioso; là, verso il mare, è dislocata, nelle vicine campagne, una parte notevole e stabile della popolazione; là sono sorte industrie fio­renti; là vi è un nodo ferroviario importante; mentre una strada non meno importante, attraversando il territorio, è di collegamento fra i grossi centri della Penisola.

Là, siamo convinti, è il futuro di Strongoli; là potrà essere la nuova Strongoli e la fortuna dei suoi cittadini, se capaci e lungimiranti Amministratori e quel folto gruppo di nuovi operatori, che per rettitudine, sagacia ed intelligenza fa oggi lustro a Strongoli, sapranno, senza indugio, decisamente e consapevolmente, pome le basi, promuovendo, incoraggiando, incrementando tutte quel­le iniziative pubbliche e private che possono contribuire alla pratica realizzazione di tanto suggestivo disegno.

* * *

Ha così termine la storia di Strongoli, quella di ieri, quella storia che è passata per le nostre contrade; l'altra, quella che ha inizio da oggi, e che altri narreranno, la faremo noi, perché ne saremo i soli protagonisti, giorno per giorno, e sarà, quindi, quella che noi vorremo, come la sapremo fare.

TESTI CONSULTATI:

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