Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       



MATERIALE ARCHEOLOGICO

" Un decreto di un Re non può distruggere la storia di una città! "


La sola testimonianza archeologica della quale, a quanto è noto, si fanno forti i Policastresi sarebbe costituita, per quello che ne scrive il Marincola Pistoia e G. Andrea Fico, da un'antica fonte di marmo, scoperta nel 1727, sulla sua piazza principale, e che in ciascuna delle due facce opposte portava inciso uno scudo con tre capitelli, circondati da fiamme, e tre castelli circondati da un fiume, con una spada ed una corona dall' uno dei lati e dall' altro un elmetto con la dicitura: Icon Petiliae.

Nessun altro rudere o rinvenimento può convalidare la tesi dell'identificazione del vecchio sito di Petelia, tranne di due iscrizioni, certamente importate, come diremo in seguito, e rese oramai illeggibili per le gassate dei ragazzi.

Il Pistoia e l'Aceti ancor prima pensano di spiegare il rinvenimento col fatto che, distrutta Petelia nella seconda guerra punica, i Petelini si rifugiarono nelle città viciniori, compresa Policastro, e che qui vi , nel sito del ritrovamento, fosse installato il rione dèi Petelini. Opinione questa che verrebbe, in certo modo, avvalorata da Appianus (De Bello Hannibalis, Capitoli XXIX e LXI), il quale esplicitamente afferma che i Romani, dopo la disfatta di Annibale, fecero ricercare i superstiti alla distruzione (800) e li restituirono alla loro patria. L'Aceti, poi, suppone che tali fuggiaschi portassero seco monete e monumenti dalla patria delenda, in queste vicine città ospitali (Facili igitur negotio conijciendum putamus parti m Policastrum , parti m Mesuraceum, partim Alio tranxisse). Così da far credere a quelli che più tardi li rinvennero di essere i diretti discendenti di Petelia (tracta temporis numos et monumenta obji. ciendo, Petiliam se esse arbitrati sunt).

Por lasciando inalterata l'opinione dell' Aceti, della quale potremmo avvalerci, noi, sereni nel valutare una tale osservazione, pensiamo che proprio è illogico supporre che fuggiaschi, in momenti di panico, possano aver pensato di trasportare un qualsiasi monumento e potremmo ritenere in certo modo più plausibile, invece, per logicità di supposizione l'opinione del Pistoja che nel sito del ritrovamento fosse installato il rione dei Petilini, e che l'iscrizione dovesse allora ritenersi necessaria per distinguerlo e denominarlo.

Per personale convincimento, poi, potremmo supporre ch' essa fosse invece colà trasportata nel 1407, precisamente quando Antonio Romano da Policastro si ebbe in feudo i beni di Strongoli, in riconoscenza dei servizi prestati al Re per l'assoggettazione forzata della città alla fede regia alla quale era stata ribelle (ved. R. Arch. di Napoli, foglio n. 80, registro n. 369 del 1407).

Pur volendo prestar fede a quanto il Fico, l'Aceti ed il Pistoia ci riferiscono sul rinvenimento di una tale fontana, per la quale potremmo anche fare le nostre riserve, in quanto s'ignora dov'essa sia andata a finire, sentiamo il dovere di discutere invece sulla essenza stessa della questione.

Dal rinvenimento di tale stemma, che cosa, in sostanza, i policastresi vorrebbero dedurre? Non certo ch'essa possa essere lo stemma dell' antica Petilia! Sarebbe troppo grossa, e noi abbiamo molta stima di quel nobile popolo per non crederlo capace di simile deduzione: Petilia, come tutte le antiche città, ad eccezione di qualcuna, non aveva stemma proprio, o tutt'al più, come città alleata e Municipio Romano, poi, avrebbe usato la insegna dell' Aquila Romana. L'uso degli stemmi, è risaputo, fu introdotto in Europa solo verso l'XI secolo, precisamente quando Petilia più non esisteva.

Dobbiamo perciò ritenere ch' esso altro non fu se non lo stemma adottato, in epoca tarda, dai Policastresi, per menar vanto della loro creduta origine petilina, fatto questo che non porterebbe in discussione nessun fatto nuovo nè tampoco alcun valore storico-archeologico a conforto della loro tesi.

Del resto è anche recente il nome di « Petilia» che Policastro aggiunge al suo nome: nel cedolario del 1320 è riportata per Poli­castro; nei fuochi (secolo XVI e XVIII); nel catasto onciario del 1742; Stati discussi comunali 1810.1857, e cioè in quei documenti che, provenendo in tutto o in parte dall'Amministrazione dell'Università di Policastro, debbono considerarsi come i più adatti a dimostrare l'uso del nome dato a quella terra, non si è trovato altro nome che semplicemente « Policastro» e mai quello di Petilia Policastro e, per quanto il P. Alberti s'ingegni, al dire del Pacichelli, a provare che.la città fosse sorta dalla caduta di Velia, colonia famosa dei Sibariti, dove erroneamente si pensò fosse sorta una seconda Petilia, resta, al dire dello stesso autore Pacichelli (1703): « Vacillante alquanto l'antica e moderna fede circa l'origine petilina, perché Strabone giudica Policastro costituita dall'antica Pissunta, vicino al Palinuro ». È ormai provato che Policastro usa del nome di Petilia solo dal 1860 e che quello di Policastro o Polycastron, di origine bizantina, fu adottato il 1065 da Roberto il Guiscardo che surrogò la popolazione greca con coloni latini.

Un'ultima prova che i policastresi ritengono schiacciante verrebbe costituita da un R. Testimoniale di Ferdinando I d'Aragona, Re di Napoli (1467), ricordato da G. Andrea Fico e che il Marincola Pistoja, ed il Lenormant invece, attribuiscono a Filippo IV (1647) e per la cui fonte di provenienza il Fico si limita nella nota a dover segnare: «Ferdinandus Rex Neapolis in allig. diplom. ».

In esso il predetto Regnante, alludendo alla generosa fedeltà dei Policastre,i, scrive: CI: U t qui vere ab antiquis heroibus Petilianis non degeneres post tot saecula singularem fidem et animi costan­tiam hereditantes Jt. Il Prof. Zangari, nella sua «Rivista critica di cwtura C.labrese.. (1921), tlcrive, a proposito, che la trascrizione di tale documento, riportato nel volume « Privilegi della città di Policastro concessi dal Re Ferdinando d'Aragona» (Tipografia Pirozzi, 1878) non è affatto fedele. Si dubita, aggiunge lo stesso, dell'autenticità, appunto perché non viene citata la fonte, nè le ricerche da noi fatte, per cortesia del Regio Direttore d'Archivio di Napoli, hanno portato al rinvenimento del documento. Ma, pur ammettendolo per vero, c'è da domandarsi se può o meno darsi un valore storico all'affermazione calorosa di un Re, sol perché venga da un Re.

A meno che non gli si voglia concedere, in materia storica, il benefizio della infallibilità, ch'è prerogativa dei Pontefici in materia religiosa. Riteniamo che le dette parole devono soltanto essere com. prese come semplice eco di un'errata comune tradizione. Il Pistoia, commentando un tale documento, con certo sarcasmo può esclamare: «Un decreto di un Re non può distruggere la storia di una città! ».

1) Angelo Vaccaro " Fidelis Petelia