Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       



LINGUA

La sua primitiva lingua, come abbiamo accennato, fu certamente l'osca, che avea di comune con la latina le stesse regole grammaticali e la numerazione.

Caduta la città in soggezione delle vicine colonie greche, principalmente di Crotone, dovette ellenizzarsi ad alto grado, imbevendosi di maniera e coltura greca per cui, stando a quanto pensano Mommsen, Leone, Ciaceri ed altri, dal V secolo parlò la lingua greca.

Il potere dei Romani, dei quali fu la fedelissima alleata, dovè certamente subire l'influenza del linguaggio latino e, pur non volendo dare un valore assoluto al già troppo discusso passo straboniano (VI, 253) nel quale è detto che, tranne Reggio, Taranto e Napoli, tutto il resto della Magna Grecia era barbarizzato, ossia romanizzato, siamo portati a credere che una città, che seppe e volle accettare il sacrificio di se stessa per la fede data a Roma, non poteva e non doveva che compiutamente accettare la lingua di Roma.

Del resto gli studiosi sanno che era canone politico dei Romani assimilare tutto a sé e che il sopravvenuto Cristianesimo non fu che un grande assertore della Romanità, o come direbbe Tommaso Hobbes, c niente altro che lo spirito del cessato Impero Romano, assiso con la chierica in capo sul proprio sepolcro».

Procopio, Giustiniano, Cassio doro chiamano le nostre contrade paese latino e quest'ultimo dice che la lingua latina (patrius sermo), senza delimitazioni, si parlava nel Bruzio. Gli storici poi ci assicurano che, ai tempi di Augusto, il latino poteva dirsi avere la supremazia nell'attuale provincia di Cosenza, della quale Petelia faceva parte, e le iscrizioni trovate, delle quali abbiamo fatto cenno, rimontanti al secondo e terzo secolo avanti Cristo, sono scritte in lingua latina.

Mazzocchi nelle «Tavole Eraclesi, pago 540, nota 105 » così si esprime:

«Sane Bruttiorum Lucanorumque vernacula lingua, quae vulgo usurpabatur, non desiit vetus ma osca esse: quae e patria semper fuit ferme usque ad legis Juliae tempora, quibus sensim latinus sermo prevaluit. Graecismus ergo Bruttius et Lucanus non nativus erat et a matris ubere imbitus, sed tantum a cultioribus (per studium per­que commercia CUlli Graecis 6nitimis, et interdum cohabitantibus, acquisitus. Deinde fac etiam Bruttia fere omnes, Lucanosque fuisse bilingues: nunquam tamen efficies, quin iis graecismus exstraneus fuorit Oscus vero patrius sermo ».

Contro tale opinione, che basa sopratutto sulla consistenza dell'eprigrafia rinvenuta, resta aperta la lotta di opinioni che, anche oggi si dibatte, tra la tesi che fa capo al Prof. Rohlfs e G. B. Marzano, che vorrebbero quivi si fosse parlato in continuazione la lingua greca, e tra i sostenitori. della nostra romanità che trovano esponenti decisi come il Prof. Battisti dell'Università di Firenze, il Dottor Alessio, il Prof. Putorti ed il Prof. Robizzo.

Noi, più che per conciliare le tesi in contrasto, per nostra convinzione pensiamo che il greco sarà rimasto come lingua del volgo, ma che nella lingua ufficiale di Petelia, al tempo della dominazione romana, si parlasse unicamente la lingua latina.

C'è nell'odierno linguaggio strongolese, come diremo in seguito, specialmente nella terminologia commerciale, un riscontro di vocaboli arabi che ci fa ricordare l'influenza commerciale e politica di un tale popolo nei secoli X e XI.

Non mancano nel suo linguaggio, come per il resto della Calabria in genere, vocaboli francesi che ci ricordano le signorie normanne

dei secoli XI e XII, imbevute di linguaggio francese per il loro stabilirsi sulle coste settentrionali francesi. Per quanto il menzionato Prof. Rohlfs escluda nei nostri dialetti qualsiasi influenza spagnuola, pure noi conveniamo con lo Scerbo che molti nostri vocaboli derivino dallo spagnolo, come ad esempio: Pisare da pisar - giarra da Jarra - ammalare da amolar - tamarro da zamarro - manteca da manteca - nÙma era nino.

1) Angelo Vaccaro " Fidelis Petelia



Lingua Abitato Scomparsa (2)

A conclusione di queste note, e per quanto possibile completezza di esse, passiamo a soffermarci, sia pure brevemente, su altre questioni che, avendo nel passato intrattenuto gli studiosi, hanno dato luogo a dispute appassionate, supposizioni diverse, soluzioni svariate: sono esse la lingua, la precisa collocazione di Petelia, la sua scomparsa.

L'abate Fico (o.c.), volendo maggiormente avvalorare quanto aveva sostenuto sulla scia del Barrio circa il sito della città (Petelia uguale a Policastro), ma dimenticando evidentemente di avere appena avanzato il sospetto del trafugamento, da parte degli strongolesi e dal luogo di effettivo ritrovamento, di quelle lapidarie iscrizioni sulle quali abbondantemente ci siamo prima pure soffermati, ed onde metterne in dubbio l'autenticità, si appella ai «caratteri in­cisi in latino linguaggio», evidenziando quanto ciò « ripugna... al costume Petelino, il quale non di altro linguaggio, ne di altro carattere, che del Greco allora comunemente vale vasi» [1] .

Con sensate argomentazioni altri hanno confutato l'assunto di lui, sì che a noi non resta che sintetizzarle e riportarle con qualche osservazione.

Si è scritto che l'osca fu la lingua qui in origine parlata, per essere quella dei nostri primitivi popoli: l'opinione è pressoché comune a tutti gli studiosi; volendo noi attener­ci alla realtà, diciamo che, se al giungere dei colonizzatori gr^i una diversa indigena civiltà vi esisteva, come esisteva, la lingua che vi si parlava non può essere stata che quella propria di tal civiltà ; e poiché - sì è detto nella prima nota di questo scritto - il territorio di Crotone (e del crotonese) pare fosse a quel tempo abitato dai Choni, gente epirotica e quindi greca anch'essa, di più antica immigrazione, non è improbabile che proprio il greco qui per prima si parlò.

Comunque, venuti quei primi abitatori a contatto con la civiltà greca, superiore sotto ogni aspetto a quella trovata, si suppone che l'abbiano dovuta subire con costumanze

e linguaggio. Quando, poi, il meridione d'Italia - e naturalmente Petelia - passò sotto il dominio di Roma, indubbia­mente la lingua latina non dovette tardare granché a dif­fondersi, sovrapponendosi alle altre sin lì in uso: lo stesso Strabene, che visse al tempo di Augusto, ricorda che allora tutto il territorio della Magna Grecia, con eccezione di Taranto, Reggio e Napoli, si era latinizzato.

È chiaro che questi trapassi non si verificarono repen­tinamente, e che, invece, intere generazioni dovettero succedersi perché si attuassero in pieno; ne è opinabile una to­tale scomparsa di usi, costumi e vecchi idiomi, che, al contrario, spesso residuarono, specie nei paesi dell'entroterra, a dispetto dei secoli trascorsi, come a volta ci capita ancora di riscontrare [2] .

Tornando, quindi, alle contestate epigrafi, e rilevato che la più antica qui rinvenuta e rimasta risale al tempo degli imperatori Nerva-Traiano, e cioè all'anno 97 d.C. circa, quando erano trascorsi almeno due secoli dal primo impatto di Petelia con Roma, non ci pare che il carattere latino di esse possa e debba suscitare scandalo alcuno, diffusa com'era ormai a quei tèmpi la nuova lingua, e pienamente consolidata.

***

La mutata conformazione geologica del territorio ed il turbinoso avvicendarsi di conquiste, saccheggi, distruzioni che si susseguirono a catena nei secoli rendono difficile localizzare in tempi così remoti e tuttora in ombra il sito dell'antica città che poi accolse i mitici colonizzatori della parva Petelia di virgiliana memoria.

Vivevano certamente gli indigeni arroccati all'interno sulla sommità di una collina, verosimilmente quella di Murge, ove - si è detto - sono stati rinvenuti segni di inse­diamenti protostorici, in posizione imprendibile e facilmente difendibile per quei tempi, dominante tutto/ il sottostante, vasto e fertile territorio, ricca di acque, in condizioni climatiche ed ambientali tali da consentire tranquillità di vita agricola e pastorale, sulla traccia di antichissima trazzera posta fra Serra Petraro e Serra Melissa [3] .

A seguito di eventi sconosciuti, forse anche il contatto coi sopravvenuti Greci, iniziò lento e graduale trasferimento dell'abitato in direzione delle vicine Manche.

Tempo e vicende storiche ne dilatarono i confini quand'essa divenne Lucanorum Metropolis, per poi dissolversi nelle fiamme dell'olocausto che ne consegnò il nome alla storia, e rinascere, quindi, a nuova vita, gradatamente espandendosi in dislocazione e splendore, ormai cadute nell'oblio le città sorelle, in un susseguirsi di abbandono e a volte di ritorno in precedenti siti [4] .

Murge, Manche, Vigna del Principe, Popolo, Pianette, e loro contorni, una fascia estesa del comprensorio strongo-lese, sempre dagli abusivi setacciata, mai compiutamente e metodicamente esplorata, ma che tuttavia, e proprio attraverso i ritrovamenti spesso casuali, è indicativa di progressiva, ma pur confusa, vita vissuta, infine, attestatasi sulla parte più alta del territorio; fascia che di fatti si svolge lungo quell'asse di percorrenza jonica Eraclea-Reggio alla quale in nota abbiamo accennato, che brevi diramazioni al mutevole abitato collegavano, avanzi del quale ancora nel secolo scorso erano visibili in prossimità di Blausi (Cersi del Russo), del che è menzione sia in Lenormant che in Marincola-Pistoia che ad altro tratto pure accenna, e che si svolge a mezza costa lungo il ripido pendio del castello, detto Strada della Regina [5] .

Non è da escludersi l'appartenenza a quello stesso tronco viario di quel tratto lastricato e delimitato da entrambi i lati da cordonatura di blocchi allungati costeggiante gli edifici tombali scoperti in quella stessa località ora chiamata Silica della Regina, e con essi affiorato nell'appena decorso anno 1980 [6] .



***



Ultimo argomento di discussione, rimasto, peraltro, privo di soluzione, che pure ha appassionato gli studiosi, è dato dalla voluta totale e repentina scomparsa della città.

Posta la questione in questi termini, e mancando una qualsiasi documentazione storica al riguardo, la fine di Petelia, così come la sua nascita, è destinata a rimanere per sempre avvolta in una coltre di mistero.

Al chiarimento, ovviamente non definitivo, dell'enigma è possibile forse invece pervenire se non si smarrisce il ricordo degli avvenimenti storici che in quei tempi si succe­dettero e che coinvolsero nella crisi dell'Impero la città che ci riguarda.

Abbiamo precedentemente accennato alla decadenza, sotto il dominio romano, delle città greco-italiote, parecchie delle quali finirono con lo scomparire del tutto; è nota, invece, la sopravvivenza di Petelia, alla quale, e solo in memoria del suo eroico sacrificio di fede, un trattamento di favore fu riservato sino a consentirle, e fino alla guerra italica (89 a.C.), di battere moneta.

Legata, in prosieguo di tempo, la vita rigogliosa dell'ul­tima Petelia alla presenza di un munificio protettore, Megonio, è molto probabile che proprio con la di lui scomparsa, cominciò anch'essa a sfiorire: l'aggravamento, quindi, delle condizioni economiche, la decrescenza di popolazione, lo spopolamento in aumento come per il resto d'Italia, la fra­gilità delle istituzioni interne in coincidenza e conformità con la crisi generale dell'Impero, che si verificò proprio at­torno a quegli anni 200 d.C., certamente contribuirono ulte­riormente alla progressiva inesorabile decadenza della città che così finì per incamminarsi a grandi passi all'ultima ro­vina.

Sicché quando, poi. Vandali, Goti, Alemanni, travolti i confini, penetrarono in Italia, e le nostre contrade per pri­ma soggiacquero alla balìa degli invasori, che vi scorazzaro­no con devastazioni, saccheggi e distruzioni, ogni cosa pre­cipitò irrimediabilmente, e anche Petelia, ridotta forse a quel -piccolo neo dei più antichi abitatori, finì con l'essere travolta definitivamente nella fragorosa caduta dell'Impero al quale sin lì era rimasta indissolubilmente legata.

All'inizio del VI secolo d.C. Petelia non esisteva più, so­stituita - ricorda Procopio (in: Degli Edifici di Giustiniano, 1. VI, e. Vili) con riferimento alla restaurazione della strada da noi più volte richiamata e disposta da Giustiniano al tempo di lui vissuto - nel punto più alto del suo colle da un castello rotondo - st???????^ ( [7] ) dal che, poi, la nomazione del nuovo abitato.

NOTA AGGIUNTA

Recentissimi sia pur modesti sondaggi del territorio di Murge effettuati nel corso del 1983 a cura della Soprintendenza alle Antichità di Reggio Calabria hanno posto in luce avanzi di costruzioni, materiale fittile, armi, oggetti e corredi riconducibili alle età più remote (P età del ferro, III sec.) confermando così l'ipotesi da noi avanzata che su quel forte colle strongolese dovette esistere un più antico abitato.




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[1] Hic lapis est latinis literis scuiptus, aliunde huc delatus.

[2] Tifunu (zolla di terra) dall'osco Tefa (collina); Cocciu (foruncolo) dal greco volgare Kokkiov (granello); Copanata (bastonata) dal greco ?? p??? (bastone); Mustazzi (baffi) dal greco volgare [ioaraxiov (baffi); Petrusinu (prezzemolo) dal greco nerpoóe^ivov Scifu (arnese dove vien posto il mangime del maiale) dal greco sxi(pos Allissari (aizzare) dal greco ^Daa(X

[3] Vie: Riprendendo l'argomento delle vie, si è detto in precedenza che in tempi precedenti la colonizzazione greca non esistevano strade terrestre in senso proprio che non fossero trazzere o fratturi (Orsi), che soltanto in tempi successivi e con la frequentazione più assidua ed il continuo spostarsi degli uomini, si trasformarono in veri e propri assi viari ; il più importante di questi fu proprio quello di percorrenza costiera lungo il mare Jonio che, a partire dal Trionto, forse per la relativa instabilità del terreno (in buona parte materiale alluvionale) svolgeva il percorso più a monte, a una certa distanza dalla costa: dopo Cariati l'asse protostorico passava per la contrada S. Elia di Ciro Superiore, piegava poi in direzione sud verso il torrente Lipuda, risaliva la valle del torrente Ponda fra Serra Petraro e Serra Melissa e quindi raggiungeva Strongoli. Da qui (loc. Cersi del Russo) una diramazione raggiungeva Casabona. Da Strongoli l'asse costiero procedeva sempre verso sud, incontrando la località Vituso in territorio di Scandalo, per raggiungere quindi gradatamente Reggio dopo avere incontrato, nel suo percorso il territorio di Cutro, il torrente Fiumarella di Catanzaro, S. Onofrio di Roccella (così, all'incirca nello studio accurato ed approfondito di G.P. Givigliano: Assi e direttrici protostoriche in Calabria, Klearchos, 73-76 anno 1977).

[4] Si estendeva il territorio di Petelia, in periodo romano, oltre che fino al mare adiacente, anche su altri comprensori di appartenenza oggi di altri Comuni, per come lascia intendere A. Gallo-Cristiani che, in Piccola Cronistoria di Rocca di Neto, 1929, così scrive: « Possiamo dire che Rocca di Neto dall'anno 71 a.C. rimase nella dipendenza di Petelia, sotto il dominio romano, e ne avrà seguito le sorti non sappiamo come e fino a quando per mancanza di documenti e di notizie particolari », e tanto dopo avere annotato che « tutti i paesi vicini, come afferma il Sinopoli (in: Calabria) ne subirono l'influenza ».

[5] Lenormant (o.c.) Si vede un bei frammento della strada, pavimentata in grandi blocchi irregolari di pietra, della ramificazione della via Appia che conduceva da Equus Tuticus d'Apulia a Reggio seguente la spiaggia del Mar Jonio a partire da Eraclea ».

Marincola-Pistoia: «Si vede tuttora un frammento di antica strada chiamata da quei di Strongoli Strada della Regina, con un selciato a grandi ed in­formi pietre ben connesse insieme, simile a quello della via Appia, che resta ancora a Pozzuoli ed altrove... Io dubito che... sia appartenuto alla via Traiana, prolungamento dell'Appia, che da Brindisi andava fino a Reggio, costruita sotto l'imperatore Traiano, e fatta ristorare ai principi del sesto secolo dopo Cristo dall'imperatore Giustiniano...»

[6] Com'è noto, quando la società romana raggiunse un certo grado di evoluzione, si cominciò a collocare le tombe a fiancheggiare le grandi vie di comunicazione.

[7] Leggi: Stroggulos

(2) Salvatore Gallo - dal sito Macalla&Petelia.

N.B. Le immagini sono state tolte dall'articolo, per poterle inserire tutte insieme in varie panoramiche foto.