Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       






     Leonardo Vinci

     Leonardo Vinci


Istituita nel 1589 ad opera del calabrese Marcello Fossatari, Francescano di Nicotera, «per rimediare a poveri figlioli che vanno sparsi per città che non hanno né padre né madre et se l'hanno non li possono notrire et de facto non li notriscono» e quindi «ovviare a molti inconvenienti et pericoli del anima et del corpo ali quali erano esposti li poveri derelitti e poi educarli col timore de Iddio et insieme renderli habitali da poterli recapitare a qualche arte con la qual possano poi onestamente vivere (cap. I delle costituzione), l'opera umanitaria di Napoli denominata dapprima ospizio dei poveri di G.c. prosperò e si trasformò nel tempo, specie per l'interessamento di Francesco Pignatelli, arcivescovo di Napoli dal 1703 al 1734, della famiglia principesca di Strongoli, che ne prese a cuore le ragioni. È da allora soprat tutto che l'istituzione cominciò ad accogliere pure fanciulli e giovani che imparavano la musica finché questo solo insegnamento prevalse, e ne mutò pure la denominazione in Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo. Contava all'inizio del 1706 insegnanti di gran valore, Matteo Giordano, Francesco Mirabella, Pietro Manto, oltre che Gaetano Greco, educatore espertissimo direttore del conservatorio dal 1700 al 1728, del quale - scrive il Florimo - «il più gran titolo di gloria che abbia è di essere stato il primo maestro del divino Pergolesi, del Vinci e di Francesco Durante». Aggiunge Salvatore Di Giacomo che al conservatorio diedero fama gloriosa il Durante, il lannelli, il Vinci, Pergolesi ed altri musicisti di grido».
Tempi, quelli, gloriosi per la musica - scrive il Pelaggi -, è in quel periodo che fiorì Leonardo Vinci per tradizione secolare nato a Strongoli nel 1690 (per altri nel 1696). «Teatro, questo paese, reiteratamente di sacco e fuoco», distrutti nel corso di eventi burrascosi, per ultimo dalle armi francesi negli anni 1806-1807, non è possibile attingere notizie riguardanti la nascita e la famiglia di lui negli archivi comunali e parrocchiali. È intitolato «Liber renatorum civitatis Stronguli» ingiallito e bruciacchiato, il più antico libro parrocchiale a Strongoli rintracciato, la cui prima annotazione è datata 1730, anno in cui è riportato un solo nominativo così come pure negli anni immediatamente successivi, e mantenendo più o meno stesso ritmo sino al 1748: fonte questa dei libri parrocchiali evidentemente poco attendibile considerata la popolazione che il paese nello stesso periodo contava, dai 1506 ai 1800 abitanti.
Altra fonte di cui la storia demografica della nostra regione può disporre sono le numerazioni dei fuochi (censimento).
Di natura prevalentemente fiscale vennero queste effettuate in Calabria, una prima tra il 1447 e il 1465, una seconda nel 1485, 7 nel XVI secolo, e nel XVIII una nel 1648 ed un'altra nel 1669. Dopo quest'ultima non si ebbero altre numerazioni fatta eccezione di alcuni tentativi nel 1732 e nel 1737 (v. Placanica in Uomini, strutture, economia in Calabria nei secoli XVI - XVII, volume I, Re. 1974). Va subito detto che per quanto concerne Strongoli quelle avanzate riportano poco più di 20 nominativi ciascuna: ben pochi, è evidente, se pure in questo caso si prende in considerazione la consistenza numerica della popolazione del tempo. Sull'attendibilità di dette numerazioni, del resto, non pochi dubitano che, infatti, si è osservato (placanica, O.c.), tanto spesso specie i poveri onde sfuggire all'accertamento, abbandonavano le case portando con se quei pochi arredi che possedevano. Per questo motivo, oltre che per ragioni diverse, cataclismi, rivolgimenti politici, carestie, epidemie, circostanze che erano e sono spesso alla base di emigrazione, tanti nomi prima ricorrenti sparirono dall'onomastica strongolese senza lasciare traccia (lerronimo, Minici, Condemi, Cucinotta, Inveni, Lapozzetta, ecc.) il che vale anche per il catasto onciario o carilingio, d'altra parte completato soltanto nel 1784 quando Vinci, già traslocato a Napoli da quasi un secolo, da oltre 50 anni non era più.
È per ciò che il mancato riscontro del suo cognome in ridetti registri non può escludere la nascita strongolese del Vinci come si vorrebbe da taluni. Ma forse quel che al di là di ogni tentativo di stravolgimento, in mancanza di documenti probanti a Napoli come a Strongoli, ed a conferma della tradizione secolare di questo paese, è l'appellativo di «Lo Strongoli» col quale, ai suoi tempi, spesso Leonardo Vinci veniva indicato e identificato, come del resto altri personaggi famosi, Michelangelo Me. risi conosciuto come il Caravaggio perché nativo di quel paese, Vannucci noto come il Perugino perché della provincia di Perugia ed anche l'altro Leonardo detto da Vinci perché nato nella cittadina di Vinci.
Accolto nel 1708 nel Conservatorio napoletano, quasi certamente per interessamento e benevolenza del principe Pignatelli di Strongoli il cui congiunto Francesco arcivescovo di Napoli dell'istituto era sostenitore, completati gli studi, nel 1718 veniva assunto come maestro di cappella dalla famiglia di Sangro principi di S. Severo al cui seguito lo si ritrova nel 1722 a Roma dove incontra Metastasio.
Accolte con entusiasmo dal pubblico napoletano, aveva intanto composto opere cosiddette buffe, Lo cecato fauzo, Le doie lettere, entrambe per il teatro di Fiorentini di Napoli nel 1719, Lo scassone e La stratonia per lo stesso teatro nel 1720, Le zite 'ngalera (gli sposi sulla nave) rappresentata nel 1721 nello stesso teatro e poi nel 1724 in quello Della Pace pure di Napoli, Lo barone de Trocchia e Le feste napoletane nel 1721 per i Fiorentini e pure per questo nel 1722 La festa di Bacco.
Del 1723 è la sua prima «opera seria», Semiramide, in quell'anno rappresentato al Teatro delle Dame di Roma, poi riproposta nel 1725 al S. Giovanni Crisostomo di Venezia e al teatro dei Fiorentini di Napoli. Pure del 1723 è Silla dittatore rappresentato a Napoli nel Real Palazzo e al S. Bartolomeo.
In quest'ultimo l'anno successivo fu dato Pubblio Comelio Scipione ed anche Erac1ea pure proposta al S. Benedetto di Venezia ed al S. Mosé della stessa città, laddove pure nel 1724 veniva rappresentata Famace, oltre che a Roma al teatro delle Dame. Ancora nel 1724 il Teatro della Pace si ebbe La Mogliera Fedele, Don Ciccio, e Tullio Aricino, con quelli dei Fiorentini e S. Bartolomeo. Su libretto di Apostolo Zeno dall' Il al 27 maggio 1725 al teatro Haymarchet di Londra veniva rappresentata Elpi­dia ovvero Li rivali generosi. Il teatro S. Bartolomeo di Napoli e il Grimani di Venezia pure nel 1725 allestirono Astianatte e 'Ifigenia in Tauride considerata come il suo capolavoro.
Nel 1626 al Teatro della Pergola di Firenze e pure al S. Bartolomeo di Napoli veniva rappresentata prima l'Asteria e poi Ermelinda. Nello stesso anno, su libretto di Metastasio, che di Vinci fu grande estimatore, al Teatro Grimani di Venezia veniva rappresentato il dramma Siroe re di Prussia. Altro dramma del Metastasio, Catone di Utica, si contesero il Teatro delle Dame di Roma, il S. Bartolomeo di Napoli, la Pergola di Firenze, il S. Casciano di Venezia. Nello stesso anno, dal 14 gennaio, al 15 febbraio, al Teatro delle Dame di Roma, veniva rappresentata Didone abbandonata opera molto stimata «il cui monologo va posto al pari della Serva Padrona di Pergolesi». Si ebbero nel 1727 La caduta dei Decenviri il S. Bartolomeo, Sigismondo re di Polonia il Reggio di Torino, e per un mese intero, dall'lI gennaio al lO febbraio, il Delle Dame di Roma.
L'anno appresso il S. Bartolomeo rappresentava Flavio Anicio Olibrio. Su libretto del Metastasio il Delle Dame nel 1729 si apriva al pubblico romano con La contesa de' Numi e Alessandro nelle Indie «ch'ebbe sì splendida accoglienza da far montare il Vinci ad alta risonanza» (Pelaggi). Sono del 1730 L'impresario di Teatro, dato al Teatro nuovo di Napoli,ed Artaserse, su libretto di Metastasio, al Delle Dame di Roma e al Teatro di Corte di Vienna. E fu questa l'ultima opera di Vinci, ché quell'anno1730 cessava di vivere
Grande pure nella musica sacra, fu autore di almeno 8 oratori, 3 messe, 1 kirie, 1 Te Deum, alcuni moltetti.
Sparsa in tanta parte d'Europa, il più dell'enorme produzione del Vinci si trova negli archivi del Centro Musicale di S. Pietro a Maiella (Napoli). Non poche opere sue pure rintracciabili presso il Fondo musicale della Biblioteca comunale di Assisi e nel British Museum di Londra.
Vizioso impenitente del gioco - si è scritto -, scialacquatore, libertino, collerico, litigioso, si è detto che per sfuggire ai creditori e a mariti gelosi, fu costretto spesso a rifugiarsi in altre città; per tutto questo e, secondo altri, per motivi diversi, ridotto in miseria, nel 1728 «vestì la cocolla nel monastero di S. Caterina a Formiello dei padri domenicani lombardi». La notizia, riportata dal Florimo, è rettificata da Salvatore di Giacomo che, pur confermando la data rileva, attraverso la lettura di quanto ha notato nel registro della Congregazione del Rosario annesso al monastero, ch'egli non si fece frate ma vi entrò soltanto come fratello laico: «Leonardo Vinci, maestro della Real Cappella, si è ricevuto per fratello della nostra congregazione sotto il primo febbraio 1728, con l'entratura di ducati 6, quali ha promesso pagarli in tempo di sua morte, e le solite mesate da detto giorno in avanti. Oggi 1 febbraio 1728 salda maggio 1728» «<Libro maggiore dove stanno iscritti li fratelli della venerabile congregazione del SS. Rosario costrutta dentro il chiostro della Real Chiesa di S. Caterina Formiello anno 1725», Bibbl. Lucchesiana di Napoli).
Maestro della Real Cappella dopo la morte di Alessandro Scarlatti (1725), si conquistò fama di gran maestro per la sua valentia: «Io (scrive Florimo) con moltissimi che di lui discorsero, credo essere un tal titolo a lui meritatamente dovuto, ad onto che taluni, e tra questi chi è in credito di valente scrittore, abbiamo asserito di non trovare nelle partizioni del Vinci cose che sino allora non avesse inventato lo Scarlatti». A dire del Capri la vera scuola napoletana si formò sulle orme del Vinci, che fu modello a tutti i suoi successori e segnatamente a Pergolesi pare per qualche tempo suo allievo.
«Così nell'opera seria come nella buffa il Vinci reca un elemento di schiettezza inventiva che affascinò i contemporanei».
La critica non è tutta concorde sulle incisive innovazioni che in tanti gli riconoscono, sicché i giudizi sull'opera vinciana varia assai: «on estine qu'il s'etait appliqué a renuveler le style récitatif en lui fournissant de motifs correspondant aux circostances et en revigorant l'orchestre ainsi que la déclamation convenant au drame, riporta il Larousse de la musique (Parigi 1975) rimarcando il contributo dato dal Vinci al rinnovamento espressivo del recitativo accompagnato ed obbligato (sostenuto dall'intera orchestra a differenza del recitativo semplice o secco che è sostenuto dagli accordi del clavicembalo e quindi quasi una libera declamazione) che «ornò di vigorosi e ripetuti motivi orchestrali appropriati alla particolare situazione drammatica senza sacrificio per altro della declamazione resa altrettanto accentuata e vibrante in una fusione stilisticamente unitaria dagli elementi tutti del dramma come è riscontrabile in quasi tutte le sue opere in breve saggio specie nelle invocazioni degli Dei» (A. Cannelli). Lo riteneva il Piccinni il padre del recitativo accompagnato e il Metastasio lo ammirava incondizionatamente (Abbiati, storia della musica).
Pur concordando in genere su tali giudizi gli rimprovera I.A Scheibe, compositore teorico tedesco del tempo (in: Der Critische Musicus, 1737-1740) il mal vezzo di far ripetere più volte al cantante parole senza significato, ed il rilievo è pur fatto dal musicologo Rudolf Gerber (in: Lessico storico-biografico dei musicisti, 1791-1814) che sottolinea la trascuratezza nel lavoro di lima quale conseguenza del di lui cedimento ai gusti del pubblico napoletano, romano o veneziano che fosse, il che può essere vero come però è pur vero che così immedesimandosi nell'anima di quel pubblico seppe iniettare formule melodiche d'impronta squisitamente popolare nell'opera seria che perciò diviene, per schiettezza e duttilità discorsiva, comprensibile al pubblico grosso dando in tal modo ed infine vita a qualcosa di nuovo e diverso.
«Naturalmente tale realistica plasticità di tocchi - scrive l'Abbiati - se non giovava all'autorità dei coturnanti messeri usciti spesso parodiati dalla musica, entusiasmava il pubblico di Napoli che la trovava schietta e divertente come la risonanza di un linguaggio che gli apparteneva. Ne risultò un curioso mondo greco e romano pittoricamente travestito dalla musica e tanto più vicino al sentimento della società settecentesca quanto più deboli erano le concordanze stilistiche fra la musica stessa e i personaggi rappresentati». Haendel si partì dalla Germania per ascoltare le sue opere, e pure Hasse «fu tanto entusiasmato dai motivi spigliati cascanti di trilli e di vezzi, sensuali e voluttuosi, pieni di strascichi e di scoppi, di volate e di fioriture che esclamò: Dieu me garde d'entrande d'autre musique que l'italienne»...
«Vinci morì in Napoli il 28 maggio 1730, di domenica, ad hore 17, di dolor colico, in un subito senza neanche potersi confessare e se non somministrava qualche cosa la sorella dell'ecc.mo Ruffo, neanche si poteva seppellire perché non gli fu trovato né meno tre paoli, perché è stato buono, che si giocava l'occhi, era valente nella musica che componeva assai di spirito, ma le sue operazioni erano diverse dalla virtù che aveva.
Dio gli abbia dato il paradiso per la sua virtù»: sono parole del famoso pittore ed incisore Pier Leone Ghezzi autore di una caricatura del Vinci (in biblioteca Vaticana) e il suo contemporaneo (1674-1755); annota quello stesso registro della Congregazione del Rosario al finale si è prima accennato: «il suddetto fratello è passato a miglior vita a giugno (?) 1730 e perché si è trovato contumace non se l'è date l'esequie ma poiché ha servito più volte la Congregazione a causa dell'Ufficio di Maestro di Cappella se l'è data da solo la sepoltura, ed a spese dell'eredi si è fatta l'esequie». Questa la versione ufficiale della morte di Vinci avvenuta domenica 28 maggio 1730.
La verità, a dire del Florimo, è ben altra: avendo intrecciato relazione con aristocratica romana non seppe tener celato il segreto.
«Ne fé parola, manifestollo e forse a chi credeva suo fido senza esserlo onde giunse a conoscenza della famiglia di lei», sicché uno stretto parente che si trovava a Napoli, conosciute le vanterie del Vinci, ne concepì vendetta e lo fece avvelenare con una tazza cioccolato. «Povero Vinci - scriveva Metastasio da Vienna il 7 luglio 1731 alla cantante Bulgarelli adesso se ne conosce il merito, che vivente, si lacerava. Vedete s'è miserabile la condizione degli uomini - La gloria è il solo bene che può renderei felici, ma è tale che bisogna morire per conseguirla». Aggiunge Salvatore di Giacomo: «Fu tanto poco compreso e stimato in vita quanto davvero non lo meritassero il suo ingegno e la sua fecondità».


1 )" La città di Strongoli tra cronaca e storia " dell'Avv. Salvatore Gallo