Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       

  La Cattedrale : San Pietro e Paolo

Sicuramente molto antica per fondazione, la cattedrale, restaurata più volte, ma forse anche ampliata rispetto ad un nucleo originario più modesto, come quasi tutte le chiese cristiane, conserva ancor oggi un impianto basilicale di tipo romanico.
Da uno spoglio di notizie e di documenti fatto dal Vaccaro CFidelis petelia, 1933) si può dedurre che fosse già edificata, non sappiamo in quali forme, prima dell'anno 900 poiché fra il 460 e il 1000 i Saraceni distruggono diciotto vescovadi uccidendo i vescovi di Crotone e Strongoli.
Nel 1270 altri documenti (Vaccaro) segnalano nella città la presenza di un vescovo.
Più tardi una relazione 'ad limina' del vescovo Claudio Vico del 1594 indica la presenza di nove canonici, una cappella del Sacramento nella chiesa fondata già da anni e che, sia il palazzo del vescovo che la sacrestia hanno bisogno urgente di restauri: "".In dicta Civitate numquam fuit conditum Hospitale Pauperum, nec ego erigere potui ob instaurationem a me factam sacristiae di ctae Cathedralis, ruina minantis et reparationem episcopalis palatij quod undique apertum erat, modo vero munitum muris passuum fere ducentorum".
La mancanza di un ospedale è compensata dall'attività della Confraternita della Buona morte (istituita dallo stesso vescovo nel 1592) che cura i malati e i bisognosi con la raccolta di elemosine e facente capo alla Chiesa dell'Annunziata. Il vescovo precisa ancora che la torre del Palazzo episcopale iniziata ma non finita dai suoi predecessori, è stata da lui portata a termine per fronteg­giare i pericoli degli assalti dei Turchi "ut hoc anno accidit" 0594), come abbiamo già segnalato.
La cattedrale in passato è stata molto più ricca di arredi e dipinti poiché era abitudine dei vescovi portare calici d'argento, bacolo pastorale e preziose vesti liturgiche ricamate in oro o argento col proprio stemma, ma una guida deve basarsi sull'esistente, rimandiamo pertanto al Vaccaro per quanto oggi non è più documentabile.
La facciata a due spioventi ha portale ad arco inscritto in struttura architravata semplice con lesene terminanti in volute ioniche e festoni.
Al di sopra vi è un finestrone ad ampio sguancio. Fra questo e il portale c'era fino agli anni sessanta un rilievo a stucco raffigurante i SS. Pietro e Paolo.
I piccoli portali laterali hanno forma sagomata e timpano a modanatura semplice.
Le ali corrispondenti alle navate minori si raccordano al corpo centrale mediante profilature a banda ondulata terminanti in piccoli cartigli.
Il campanile è a tre ordini di cui il primo è un parallelepipedo a finta bugna liscia; il secondo ordine ha lesene piatte terminanti in semicapitello ionico e cornici a dentelli; il corpo superiore s'innesta con base ottagona tagliando gli spigoli. Ha copertura a spicchi alternati per grandezza a costole e a fascia con embrici a scaglia, forse destinati a ricevere piastrelle policrome come la cupola del duomo di Santa Severina.
Sulle fiancate della chiesa si aprono le cappelle; di una certa importanza quella del Sacramento, con cupola ornata a tegole alternate (una a spiovente e una a canale) in cerchi concentrici, che si innesta su tamburo ottagono a peducci.
L'ahside si presenta all'esterno a scarsella con muro liscio, finestrone cieco e copertura a due spioventi.
L'interno è a tre navate e cappelle laterali. La navata centrale più elevata è illuminata da finestre con sguancio 'ad unghia'.
Le strutture portanti sono pilastri a base quadrangolare con lese ne terminanti in volute ioniche e foglie d'acanto.
La decorazione murale dipinta a losanghe colorate e croci hanno vago gusto orientale.
L'impianto basilicale è di tipo romanico ma i numerosi inter­venti in tempi diversi hanno lasciato alla chiesa un aspetto fra tardo rinascimentale e barocco.
La volta e l'abside hanno pitture recenti 0950-53) di non grande qualità, raffiguranti la Madonna, Angeli, Santi e Cristo. Non c'è più il grande organo a canne esistente fino agli cinquanta.
Sull'arco maggiore vi è lo stemma del vescovo Domenico Morelli cui si deve un restauro della chiesa iniziato negli anni 1750-54.
L'altare in marmi a tarsia policroma ha sui lati lo stemma dello stesso vescovo: una torre a tre merli. Nel 1583 aveva privilegio perpetuo (vescovo Petmcci, 31 ottobre, Reg. Vat. 23565).
Sul retro si conservano ancora in buone condizioni gli stalli del Presbiterio, anche se in parziale abbandono. Si allineano in tre ordini con spalliere e braccioli di stile quasi severo non esistenti all'epoca del Morelli. La Cattedra ha sul fronte le chiavi di S. Pietro e la spada di S. Paolo dipinte. Vi si teneva Capitolo anche dopo la soppressione della sede episcopale annessa poi alla diocesi di Cariati.
Le navate laterali fanno capo a due cappelle: a destra vi è la cappella di San Pietro e Paolo che il vescovo Morelli aveva scelto per la sua sepoltura. Sul pavimento infatti, vi è una iscrizione che testimonia il suo impegno per i restauri della cattedrale e dell'Episcopio "a fundamentis" del 1783.
"D.O.M. QUI EPISCOPIUM REFECIT ET VETUSTATE IAM IAM COLLABENTES A FUNDAMENTIS SACRAS HASCE AEDES INSTAURAVIT ELEGANTIUS AC SS.
APOST.PETRI ET PAULI NOMINI HOCCE E MARMORE SACELLUM DEDICAVIT DOMINICUS MORELLIUS STRONGULIEN­SIS ECCLESIE HUIUS EPISCOPUS IMPOSITAM MORTALIBUS FATI NECESSITATEM MEDITATUS MONUMENTUM HEIC SIBI VIVENS

ADHUC SUISQUE PRO TEMPORE SUCCESSORIBUS STATUEN­DUM MANDAVIT. AN.SAL.MDCCLXXXIII AETATIS SUAE LXVI PRAESUL VERO XXXVI"
Il Morelli risulta vescovo a Strongoli fino al 1793 e non fu seppellito dove aveva preparato la sua tomba. L'iscrizione non è stata mai segnalata e riportata in nessuno degli studi dedicati alla chiesa o a Strongoli prima del 1976.
L'altare è più piccolo ma altrettanto pregevole di quello principale, in buona tarsia di marmi colorati. Ha incastonato in cornice marmo rea un bel dipinto raffigurante 'La consegna delle chiavi a San Pietro; sul fondo si intravede appena San Paolo e il cavallo. È evidentemente un dipinto su tela ritagliata e adattata alla cornice. Incrinature e cadute della pellicola pittorica compromettono seriamente la durata e il godimento di uno dei due quadri più importanti della cattedrale. Non è azzardato forse una attribuzione a scuola del cinquecento tardo. Più volte segnalato alla Soprintendenza dal 1973, non ha avuto la fortuna di essere messo in lista fra le opere da restaurare.
Un corredo di sei candelabri, crocifisso e tre carteglorie in ottone di buona fattura tardo barocca completano l'arredo liturgico dell'altare.
La cupoletta di questa cappella è dipinta in azzurro con finte ripartiture architettoniche e finestre di cui una sola a luce reale ad est. È molto rovinata e il colore è seriamente compromesso da umidità e da interventi disastrosi operati di recente proprio da chi avrebbe dovuto tutelarla. La squadra di operatori di restauro inviata dalla Soprintendenza ha lavorato con molta approssimazione.
La cappella a sinistra è dedicata alla Madonna di Capocolonna. L'altare è stato fondato nel 1687 dai Principi Pignatelli che si riservarono il diritto di nominare il Rettore e il Cappellano (Vaccaro).
L'altare ha paliotto di scagliola di marmo molto bello e fasti­gio in mura tura a colonne con stemma dei fonda tori. Il dipinto è copia della Madonna del Capo di Crotone ed è discretamente conservata con qualche intervento di mano non specialistica. Il Frangipane la dice copia ottocentesca ma non è improbabile una data arretrata di mezzo secolo.
Nel 1755 il 5 gennaio risulta per rogito notarile (Minardi la compravendita di una sepoltura che gli eredi di Giuseppe Rogani cedono per 12 ducati a Giovan Battista Battaglia; "... sita e posta dentro questa chiesa nel secondo arco, cioè quella della Beatissima Vergine del Capo, dove vi è la lapide con l'iscrizione di detto di Rogano, confine con la sepoltura di Michele Tilelli e quel­la del Mag.co Antonio Lucifero".
Le cappelle laterali sono dedicate in ordine di entrata a destra: al Battesimo con fonte battesimale in tarsia di marmi, a San Biagio, al 55. Sacramento. Quest'ultima è ampia ed ha corpo sporgente dal perimetro della chiesa per essere la più importante. Presenta un vano ad atrio con balaustra e cancelletto di ottone di bella fattura, coevo all'altare di tarsia di marmi policromi; un cartiglio in legno in alto reca la scritta: "ALTARE PRIVIL. QUOTID. PERPET. " Più in basso sul marmo: "ESCAM DEDIT TIMENTIBUS SEIPS. CX " Riferito al dipinto su tela con l'ultima cena nel fastigio d'altare, adattato cone l'altro ad una cornice marmorea non sua.
Di mano esperta ma molto rovinato può essere ascritto al seicento come stile. Anche questa tela non ha avuto fortuna e le cadute di colore sono ormai devastanti.
La cupola alta e grande rispetto alle altre cappelle è dipinta a volute e fogliami in bianco e oro. Nei pennacchi sono affrescati i quattro Evangelisti. A sinistra è murata una iscrizione del 1755 riguardante la consacrazione della cappella: "MDCCLY.DIE XV ]UNII DOMINICA POST PENT. EGO DOMINICUS MORELLI EPI­SCOPUS STRONGULEN.CONSECRAVI ALTARE HOC IN HONO­REM SS. SACRAMENTI ET RELIQUIAS SANCTORUM MARTYRUM VINCENTI] MODESTI ET BONIFACI] IN EO INCLUSI ET SINGUIS CHRISTI FIDELIBUS HODIE UNUM ANNUM I DIE ANNIVERARIO CONSECRATIONIS HUIUSMODI IPSUM VISITANTIBUS QUADRA­GINTA DIES DE VERA INDULGENTIA IN FORMA ECCLESIAE CONSUETA CONCESSI".
Due scene bibliche sono dipinte sui lati lunghi della cappella, molto simili per stile alla mano di Francesco Santa Caterina autore del dipinto su tela della Madonna degli Angeli nella terza cappella a sinistra.
La sacrestia conserva un dipinto con Santa Caterina d'Alessandria del secolo XIX, ed ha un vano dove si conservano gli arredi liturgici con cupoletta, forse una volta una piccola cappella.
A sinistra le cappelle laterali sono tre; due con lo stemma dei Campitelli e una dedicata alla Madonna degli Angeli con dipinto firmato e datato: "Francesco Santacaterina da Monteleone pino nel 1855" (= pinxit).
Dietro l'ingresso di questa navata che da qualche tempo non viene utilizzato, vi sono quattro basi marmoree di epoca tardo romana (regno di Antonino Pio 138-161 d.c.) su una delle quali è inciso il testamento di Magno Megonio. Ancora nel 1867 il Marincola Pistoia segnala le basi 'nella piazza'. Il ritrovamento risale al 1498 e il Barrio già ne riportava i testi nel 1571 (De Antiquitate situ Calabriae, Roma 1571). Importanti sia per l'ubicazione Petelia-Strongoli, che per la storia agraria e per le consuetudini legali dei lasciti in epoca romana, sono stati studiati in più epoche da studiosi italiani e tedeschi per la raccolta delle iscrizio­ni latine dell'impero.
Altre due basi si trovano al museo di Catanzaro nei locali di villa Trieste.
Il 1783 segna probabilmente la data di conclusione dei lavori di restauro della chiesa e del palazzo vescovile, con la posa in opera della lastra di sepoltura del vescovo che, ancor vivo, vuole lasciare memoria di sé; ma uno spoglio di documenti dimostra che il Morelli aveva manifestato l'intenzione di intraprendere i lavori poco dopo essersi insediato a Strangoli. Da tutto il carteggio esaminato risulta che il vicario Quadrini non era un buon ammini­stratore e si rendono pertanto necessarie delle memorie di perizie, fonte, per noi, molto interessante di informazioni.
Il 2 ottobre 1751 "... vulgariter loquendo" si presentano al notaio ]acopo Minardi "mastro Carmine Mauro, mastro Michele Passo e Francesco Antonio Maida di questa città di Strangoli, "li quali. .. asseriscono... cioè Francesco Antonio Maida col suo giuramento attesta e testifica come due anni sono vendé egli e Nicola Parise suo compagno, mastri di far calcare di calcine, al Padre Bonaventura Polito per conto di Monsignor Morelli vescovo di Strangoli, tumula quattrocentocinquanta di calce, quale vide esso di Maida trasportare dietro la Chiesa Catedrale di questa predetta Città, né altra calce ha mai più venduto, né pria né dopo di detto tempo.. .al predetto Guardiano [del convento di Santa Maria delle Grazie], che sia servita per detto Monsig. Vescovo o per la chiesa. E il predetto Francesco Antonio Maida, come anche li prenominati mastro Carmine Mauro e mastro Michele Passo, fabricatori, con giuramento attestano di non esservi in questa città di Strangoli altri mastri di far calcina se non che li precisati Maida e Parise, come pure che li premessi tumula quattrocento cinquanta, calce venduta e trasportata dietro la chiesa Cattedrale, come sopra ormai son due anni esiste per anche in detto loco, né mai è stata fabbricata, anzi che per esser stata esposta al sole si è resta calcinaccio né è più servibile. In oltre i premessi... fabbri­catori. .. attestano di non essersi mai fabbricato mattoni né nella chiesa cattedrale né nel palazzo vescovile da quattro anni a questa parte, a riserva di un paro di centinaia di detti mattoni fabbricati tre anni sono da esso mastro Carmine Mauro per accomodare il focone della cucina del palazzo vescovile, il che li costa per non esservi altri mastri fabbricatori in questa città, ed ogni opera che si è dovuta e si deve fare, è passata e passa per le mani di essi costituti e di mastro Serafino Parise, mastro Felice Antonio Mauro presentemente assenti, i quali hanno faticato in comitiva d'essi costituti. Attestano parimen­ti.. .come né in Chiesa né nel Palazzo vi è stato da quattro anni in qua, né vi è presentemente veruno ammannimento di mattoni, né di ciaramili o siano canali, a riserva di duecento circa di questi che il predetto mastro Michele Passo costituto nell'anno passato adoprò per riparare in qualche modo una piccola porzione del tetto della Chiesa Cattedrale, ed altri trecento restarono dentro la Chiesa predetta, dove anche ora esistono. Di più a coll' istesso giuramento attesta­no li predetti mastri fabbricatori Mauro e Passo come nell'astraco di gesso fatto tre anni sono in una camera del Palazzo vescovile di que­sta città e nel gesso anche per imbianchirlo, si consumò una picciola calcara di detto gesso il cui prezzo non oltrepassava carlini trenta, ed altri carlini diece per ammaccarlo come pure attestano... che tutte le giornate tanto vacate da essi, quanto da Felice Antonio Mauro e da Sabatino Parise anche fabbricatori non hanno oltrepassato il nume­ro di trenta sei, non avendo mai fabbricato in detto Palazzo vescovile mastro Andrea Cortese e tanto meno nella chiesa nella quale in tutto il tempo di Monsig. Morelli non si è fatto veruno risarcimento né fabbrica di sorte alcuna a riserva d'essersi accomodato l'altare mag­giore per il cui accomodo n'ebbe esso di Mauro ducati sei.
Sotto il medesimo giuramento essi costituti fabbricatori attesta­no come il Sig. Francesco Cataldo non servì mai di manipolo in dette giornate di ripezzo fatte nel Palazzo vescovile, come neppu­re Giovanni Majorino il quale è vecchio decrepito ed ernioso, a segno che non può moversi oltre d'esser continuamente podagro­so. ma solamente vi assistette Antonio di Turzo ed Antonio Frijia, ed in tutto l'accomodo di detto Palazzo non vi andarono più se non che tijilli numero cento cinquanta il di cui maggior prezzo è di grana due l'uno e tutta la calce che servì nel precisato ripezzo del detto Palazzo vescovile era stata lasciata da Monsig. Nlandaraoo, ed esisteva in un basso di detto Palazzo.
De qua quidem attestatione...
Presentibus Augustino Grano huius civitatis Regio ]udice ad contractus ]acobo Minardi Regio et Publico Notario, Testibus Magistro Francisco Silva, magistro Andrea Adamo, Magistro Hyacinto Astore, Nicolao Rainaldi, Francisco Carnelevare, alyls CFond.not ASCz)
Ma le memorie di perizia non si limitano ai mastri fabbricato­ri, evidentemente i conti non tornavano su altri fronti. Anche il sarto ha qualcosa da dire:
".. .die vero secunda mensis octobris... vulgariter loquendo... Giacinto Astore, maestro sartore di questa città di Strongoli, il quale con giuramento asserisce, come nell'anno millesettecento­quarantotto dovendo fare il primo ingresso in questa città Monsig. Morelli creato nuovo vescovo della medesima; li furono dal sindaco di quel tempo consegnate cinque canne di domasco bianco per farne un baldacchino sotto il quale fu ricevuto dalla città detto monsignor Morelli al quale, dopo finita la funzione fu regalato detto baldacchino come è costume ed è notorio a tutti.
Un mese dopo fu riconsegnato ad esso costituto dallo stesso Monsignor Morelli detto baldacchino e li fu ordinato che l'avesse ridotto in due pianete come già seguì, e dette due pianete di domasco bianco furono a detta del predetto vescovo per uso di questa Chiesa Cattedrale, sì come esso costituto ha veduto e rico­nosciuto come è cosa notoria a tutti né per anco li è stata pagata la manifattura di dette pianete, né la fodera ed incollatina servite per le medesime, quale fodera, incollatina e manifattura importa­no docati sei." CFond.NotASCz)
È ora il turno dei falegnami che nello stesso giorno testimoniano ".. .nella presenza nostra mastro Andrea Adamo e mastro Francesco Silva mastri falegnami... li quali asseriscono.. .come tre anni or sono essi costituiti unitamente con mastro Antonio Morelli di Cotrone e Domenico Silva lavorarono tre cento tavole di abete, che servirono per fare tre intempiate o siano suffitti a tre camere del Palazzo vescovile di questa città ed ad un camerino contiguo, come pure per fare sei porte e sette bussole a detto Palazzo con molti tavolini ed un Arcovia quali opere si ferono colle precisate tavole al numero di trecento. Furono ancora.. .cinque finestre e nove vetrate e vi andarono vetri o siano lastre numero duecento cinquanta ed in tutte le predette opere coppi di chiodi numero cinquanta e due coppi di chiodi ottantini, come pure certificano che da mastro Antonio Morelli falegname cotronese fu lavorato anche in detto tempo il portone di detto Palazzo vescovile ed il materiale per detto portone come sono fallacche, o siano travi serrati, chiodi, ferrature, ed ogni altro bisognevole erano state ante­cedentemente ammanniti e pagati da Monsig. Mandarani il quale pur anco avea pagato la manifattura di detto portone al sudetto Morelli in sessanta forme di cascio. Solamente da Monsignor Morelli odierno vescovo di Strongoli fu comprata una trave che mancò per perfezionarsi detto portone, in dette opere fatte nel Palazzo vescovile da tutti i mastri falegnami vi andò per mercede dei medesimi la somma di ducati cinquanta per conti appurati; come pure sotto l'istesso giuramento attestano che D. Antonio
Senatore, Preite di questo Capitolo che si diletta di pinnello non ha fatto altra pittura in detto Palazzo vescovile se non due imprese di Monsig. Morelli attuaI vescovo nelli suffitti di due camerini nella saletta del medesimo fatti da Monsig. Mandarani ha pittato il soffitto sopra tavole a sguazzo in fogliari."
Altra simile testimonianza viene resa il lO ottobre da mastro Antonio Morelli evidentemente non presente nel giorno della peri­zia che abbiamo riportato. Inutile dire che tutti i dati coincidono, comprese le sessanta forme di cado ricevute CFond.NotASCz, Minardi, 1751).
La Cattedrale e le cappelle erano provviste di rendite proprie derivanti da censi annui su case e terreni. La sacrestia, il cui canonico era nel 1752 Domenico Lucifero, godeva di "una pingue prebenda" e possedeva terre 'alle Crete rosse'.
La cappella del SS. Sacramento era proprietaria della 'gabella chiamata Carrotta' e altri territori confinanti con "Serpito, la gabel­la del Scavello e Sacristia verso levante, dall'altra parte di sotto colla via pubblica nomata la Pietra del Tesauro" i cui censi si pagavano alla cappella nel 1754.
Non mancavano i lasciti: nel suo testamento del 16 luglio 1751 Domenica di Betta, moglie di Francesco Greco lascia erede il mari­to di una casa alla Motta e di beni mobili che alla morte di lui andranno "alla venerabile Cappella del SS. Sacramento, sita entro questa Chiesa Cattedrale" la quale ha 15 ducati di capitale sulla casa. Vuole in cambio un funerale "secondo la sua condizione e messe in suffragio della sua anima a un carlino l'una".
Può sembrare strano ma il desiderio di funerali di rango è vivo in molti documenti di lasciti. Fino agli anni 1950-1953 a Strongoli si costruiva nella cattedrale, su richiesta, un altissimo catafalco di tavole chiamato 'Castellana'.
Il coro e l'organo della cattedrale attraverso i documenti
Con il Real Decreto dell'l dicembre 1833 Ferdinando re di Napoli imponeva agli Enti Ecclesiastici il reimpiego dei capitali eccedenti i 1000 ducati di rendita. Il Capitolo nel prenderne atto stabilisce di costruire il coro della Cattedrale; i verbali relativi non dicono se esistesse un coro da sostituire con questo. Il primo documento del "Conto d'introito ed esito per la riparazione, culto e mantenimento della Chiesa Collegiale ex Cattedrale di Strongoli" che d interessa è del 15 gennaio 1836; è un primo resoconto della "Spesa per la costruzione del coro" (Archivio Cattedrale).
A sottolineare la mancanza di artisti che sarà esplicitamente ribadita per l'erezione della cappella del cimitero, si invita il "capo d'arte Mastro Bruno Trodno de' Marsi domiciliato in Caccuri per la perizia" e l'esecuzione del lavoro su indicazioni del Capitolo".
Mastro Andrea Alessio di San Giovanni in Fiore provvederà al materiale necessario nel quale si fa rientrare il legname per la costru­zione del pulpito. Mastro Andrea dovrà sovrintendere alla".. .segatura dei 47 bulici di pino e di tiglio e di quattro tavole di abete".
Strongoli in questi anni e non solo, risulta essere priva di qualsiasi idonea manovalanza: i segatori infatti vengono reclutati a Savelli e a San Giovanni in Fiore; "il ferrame" viene trasportato da Crotone come pure i colori, le vernici, i chiodi ed ogni altro materiale occorrente.
Gli unici mastri di Strongoli nominati sono Giuseppe Minardi che esegue i ventidue capitelli degli stalli del coro sotto l'occhio vigile di mastro Bruno e Gaetano Adamo che provvede alla pittura e alla verniciatura degli stessi.
Il Trocino riceverà il saldo del lavoro il 29 luglio 1838 che comprende un compenso"... per periziare la perfezione dell' opera", La spesa totale risulta essere di 566,56 ducati.
Altri lavori saranno fatti nel corso del 1838 per il restauro". .. di tutti e quattro i locali della sagrestia" per una spesa di 311,85 ducati comprensiva di ".. ,calce, arena, acqua, tegole, vetri, colori, olio di lino, colla... manifattura di maestri muratori e manipoli".
Per gli stipi provvede... "... il falegname mastro Francesco _padafora di Savelli" per 170 ducati.
Nello stesso anno risulta ancora un " . . . accomodo del Crocefisso dell'Altar Maggiore ed inargentatura dei fiori del mede­simo". Mastro Fedele Casanova riceve qualche ducato"... per vernice data alla porta della sagrestia" mentre una caparra verrà data " ,a mastri Cotronesi per lavori da fare alla Chiesa". Non si specifica di quali lavori si tratti, ma le spese sostenute per"... tela... pe' finestroni... chiodi e mano d'opera per situarvela" fa pensare alla sistemazione del soffitto.
un Don Peppino, di cui non vengono forniti altri dati, si pagano 30 ducati per la pittura del pulpito che nel 1840 risulta completo anche di sgabello.
Di particolare importanza in questo stesso anno è il resoconto delle spese sostenute per l'organo trasportato".. .da Santa \1aria per regalo fattone dalla Congregazione alla nostra Chiesa". Per l'installazione in Cattedrale occorsero: "... due camarcie... chiodi veneziani coppi 1 e 1/2, colla di pesce, punterali, spago, ferro filato, carboni per detto organo... tavole d'abete n° 13... al sagrestano per assistenza agli organari ducati 0,60, a Fedele Zito per aver tirato i mantici ducati 0,15... Agli organari, Sig.i Platani a di Ali Reale in Sicilia per accomodo di detto organo ducati 24,00". Peccato che, smantellato nei nostri anni cinquanta, di quest'organo non rimanga un solo frammento!
Le spese correnti fino al 1849 registrano qualche acquisto di messali e di pianete a Napoli. Mastro Fedele Casanova è spesso presente per piccoli lavori di manutenzione dell'organo, vernicia ­ Lire e sostituzione di vetrate. Particolare curioso: viene chiamato anche "... per colorare le candele delle tenebre" 0842),
L'ultimo acquisto degno di nota è relativo ad "una Croce processionale di argento di once 72 a ducati 1,1/2 l'oncia", Il reso­conto è minuzioso: 1 ducato per la "garanzia", 42 ducati costano la manifattura, il legno, il ferro, l'ottone, le dorature e 'in argentatura dell'asta. Una nota puntualizza: "Scatola, incerata, 20,70 dr. spesi dal Signor Fazio sul vapore, trasporto 0,30 dt. Dal med.mo llLI Dogana del Pizzo 1,20 dr. Regalia per lo trasporto da Carfizzi _Lla [sicJ 1,20 dr. Anima di legno, asta, manifattura",
Dopo tante peripezie Strongoli ha infine nel 1851 la sua Croce processionale d'argento ancor oggi in buono stato.
Savelli e a San Giovanni in Fiore; "il ferrame" viene trasportato da Crotone come pure i colori, le vernici, i chiodi ed ogni altro materiale occorrente.
Gli unici mastri di Strongoli nominati sono Giuseppe Minardi che esegue i ventidue capitelli degli stalli del coro sotto l'occhio vigile di mastro Bruno e Gaetano Adamo che provvede alla pittura e alla verniciatura degli stessi.
Il Trocino riceverà il saldo del lavoro il 29 luglio 1838 che comprende un compenso"... per periziare la perfezione dell' opera", La spesa totale risulta essere di 566,56 ducati.
Altri lavori saranno fatti nel corso del 1838 per il restauro". . .di tutti e quattro i locali della sagrestia" per una spesa di 311,85 duca­ti comprensiva di ".. ,calce, arena, acqua, tegole, vetri, colori, olio di lino, colla... manifattura di maestri muratori e manipoli".
Per gli stipi provvede... "...il falegname mastro Francesco _Spadafora di Savelli" per 170 ducati.
Nello stesso anno risulta ancora un " . . . accomodo del Crocefisso dell'Altar Maggiore ed inargentatura dei fiori del medesimo". Mastro Fedele Casanova riceve qualche ducato"... per vernice data alla porta della sagrestia" mentre una caparra verrà data " ,a mastri Cotronesi per lavori da fare alla Chiesa". Non si specifìca di quali lavori si tratti, ma le spese sostenute per"... tela... pe' finestroni... chiodi e mano d'opera per situarvela" fa pensare alla sistemazione del soffitto.
un Don Peppino, di cui non vengono forniti altri dati, si pagano 30 ducati per la pittura del pulpito che nel 1840 risulta completo anche di sgabello.
Di particolare importanza in questo stesso anno è il resocon­to delle spese sostenute per l'organo trasportato".. .da Santa \1aria per regalo fattone dalla Congregazione alla nostra Chiesa". Per l'installazione in Cattedrale occorsero: "... due camarcie...c hiodi veneziani coppi 1 e 1/2, colla di pesce, punterali, spago, ferro filato, carboni per detto organo... tavole d'abete n° 13... al sagrestano per assistenza agli organari ducati 0,60, a Fedele Zito per aver tirato i mantici ducati 0,15... Agli organari, Sig.i Platani a di Ali Reale in Sicilia per accomodo di detto organo ducati 24,00". Peccato che, smantellato nei nostri anni cinquanta, di quest'organo non rimanga un solo frammento!
Le spese correnti fino al 1849 registrano qualche acquisto di messali e di pianete a Napoli. Mastro Fedele Casanova è spesso presente per piccoli lavori di manutenzione dell'organo, vernicia ­ Lire e sostituzione di vetrate. Particolare curioso: viene chiamato anche "... per colorare le candele delle tenebre" 0842),
L'ultimo acquisto degno di nota è relativo ad "una Croce processionale di argento di once 72 a ducati 1,1/2 l'oncia", Il reso­conto è minuzioso: 1 ducato per la "garanzia", 42 ducati costano la manifattura, il legno, il ferro, l'ottone, le dorature e l'inargentatura dell'asta. Una nota puntualizza: "Scatola, incerata, 20,70 dr. spesi dal Signor Fazio sul vapore, trasporto 0,30 dt. Dal med.mo llLI Dogana del Pizzo 1,20 dr. Regalia per lo trasporto da Carfizzi _Lla [sicJ 1,20 dr. Anima di legno, asta, manifattura",
Dopo tante peripezie Strongoli ha infine nel 1851 la sua Croce processionale d'argento ancor oggi in buono stato.
Battesimi e matrimoni in Cattedrale
Di particolare interesse per la storia della comunità sono i libri dell'archivio parrocchiale della cattedrale.
Un 'Liber Renatorum' o libro dei battezzati sopravvive grazie ad una copia stilata dall'Arciprete De Franco "in Strongoli il 31 agosto 1831".
Il riporto dei dati è stato forse necessario dopo i danni subiti anche dalla documentazione carta ce a nell'anno famoso dell'incen­dio di tutto il paese e riportiamo alla memoria le carte del notaio Valenti che vengono surrogate all'occorrenza con le copie rimaste in mano ai privati.
Quanto ai battesimi notiamo che la formula usuale in latino è simile a quella odierna con il riporto di tutti gli estremi dei parte­cipanti. Il primo bambino registrato viene accolto nella comunitàdei cristiani in tal modo: "Anno D.ni 1730 die vero 13m. septem­bris Strongulis Rev.s D. Nicolaus Battaglia baptizavit Infantem eadem supradicta die nata m ex Dominico Muni et Elisabeth Palazzo huius civitatis coniugibus, cui impositum est nomen Lucretiae. Patrinus fuit Franciscus Astore huiusmet civitatis" (Liber Renatorum, 1730-1806, c. 1r.).
Fra le notizie particolari che si possono trarre da questo mano­scritto va segnalata la frequenza con cui i Giunti compaiono come padrini: piùc spesso don Giuseppe Maria ma anche Ignazio; un Domenico Giunti di Sangineto e un Nicolò. Fra i padrini prestigiosi risulta Niccolò Milelli sindaco della città per molto tempo alla metà del settecento, non manca Antonino Crisopulli, Domenica Torromino e notar Antonio ]iriti padre di Domenico Antonio che sarà sindaco nei primi anni dell'ottocento.
I sacerdoti battezzanti appartengono quasi tutti al Capitolo della Cattedrale, qualche eccezione è dovuta a particolari parente­le con i genitori venuti da paesi vicini.
In un sol caso interviene direttamente il vescovo Monsignor Domenico Morelli: in occasione del battesimo di Paolo Antonino Giunti, figlio di Nicolò e di Beatrice Mollo. Il padrino risulta esse­re Ignazio Giunti. La cerimonia porta la data del 18 gennaio 1768.
Non mancano bambini registrati con la dizione "ex incerto padre". Le loro madri risultano essere in più di un caso di altri paesi, il che può indurre a pensare non che le donne di Strongoli fossero tutte virtuose ma che il meretricio fosse più difficile da esercitare nella comunità di origine, dato lo stretto controllo sociale.
A riprova di questa ipotesi può giovare la registrazione di due casi di bambini esposti. La procedura voleva che fossero portati in Cattedrale per il battesimo e che padrino fosse il sindaco della città; successivamente si incaricava una nutrice per l'allattamento e le cure necessarie. Il lO gennaio 1790 uno dei bambini risulta essere stato abbandonato sulla porta del convento di Sant' Agostino e tocca a Niccolò Milelli fare da padrino dando il suo stesso nome; mentre 1'1 novembre 1799 il sindaco Niccolò Arcuri fa da padrino a Giovanni, abbandonato sulla porta della chiesa di San Domenico. Da adulti questi trovatelli verranno indicati nei docu­menti di matrimonio con il cognome di "Proietto".(inardi), Il libro dei matrimoni copre un arco di tempo più recente e va (vedere foto) dal 1846 al 1879: "Liber matrimonio rum Ecclesiae Capitularis Collegialis civitatis Strongylon. Arcipresbitero Curato Caesare Susanna. Anno Domini MDCCCXLVI".
La formula cerimoniale è sostanzialmente la stessa usata oggi ma in lingua latina, con l'avvenuto accertamento degli eventuali impedimenti, con la licenza in casi di parentela, la richiesta del mutuo soccorso e l'indicazione dei testimoni.
Qualche cerimonia risulta essere stata celebrata in casa ("domi") e si tratta di famiglie facoltose: nozze Sculco-Palazzo, nozze Pellegrino-Pelaggi alle quali, crediamo, non mancavano né i mezzi né i locali idonei.
Curioso notare che per gli sposi o i testimoni originari di Cirò l'indicazione latina prima del 1852 risulta essere "Hypsicron" dopo tale data la città è registrata come "Crimissa".
Dal 25 dicembre 1862 la formula di rito diventa più comples­sa e reca la modifica dell'obbligo di riportare gli estremi del matrimonio anche nei registri civili a seguito di un documento del 28 ottobre inviato da Roma, dopo gli accordi raggiunti tra la Santa Sede e il Re d'Italia.
Notevole nel 1861 e nel 1862 il numero di vedove e di vedovi che passano a nuove nozze.
Struttura e amministrazione del Capitolo della Cattedrale
Da uno spoglio dei verbali degli anni 1836-1850 relativi alle rendite e alle decisioni dei responsabili, sappiamo che, dopo la soppressione della Cattedrale, diventata collegiata, la maggior parte dei proventi della mensa vescovile viene riscossa dal vescovo di Cariati; questi provvede poi ad inviare un contributo fisso annuo al clero di Strongoli.
Il Capitolo mantiene ventidue religiosi di cui otto sono dignità a struttura gerarchica con varie responsabilità e diritto di voto; quattordici sono invece rappresentati da praticanti.
L'Arciprete, prima dignità, ha una rendita annua di 300 ducati, 100 ducati spettano agli altri sette sacerdoti mentre ai pratican­ti sono attribuiti 50 ducati ciascuno. Risulta ancora attivo il Seminario e vi è l'obbligo di celebrare più di 4000 messe all'anno: occorrono per questo molti altari privilegiati di cui si fa regolare richiesta al Papa ev. Regesto Vaticano). Nella tabella delle messe obbligatorie risulta ogni lunedì la messa "Pro anima Prica Franc.a Pisciotta" benemerita per il pio legato in favore delle "donzelle onorate" attivo fin dalla metà del settecento a Strongoli e nei paesi vicini sotto forma di una dote di 25 ducati.
È del 1846, 21 marzo l'acquisto di una sezione del camposan­to "... con questo sindaco... per costruirvi una cappella a sepol­cro degli Ecclesiastici di questo Comune" per il quale si utilizzerà parte dei proventi della fiera di Santo ]anni, ossia le decime. Ma al 25 giugno si registra con un certo malumore"... che non essen­dosi potuto dar principio alla costruzione del sepolcro e cappella gentilizia nel Camposanto... atteso la mancanza di artisti..." si dà incarico ad un canonico affinché provveda per tutto ottobre.
Il 28 giugno 1847, in occasione della morte dell'Arciprete (Vedere Foto )
Domenico Mileto, si precisano i limiti della sezione di Cimitero comprata dal Comune per la somma di lO ducati; essa si trova "tra il muro laterale della Chiesa a settentrione e il vano del muro di cinta a ponente". A tale data la cappella risulta già costruita e l'Arciprete viene seppellito davanti all'altar maggiore.
(Il Cimitero cui si fa riferimento, oggi non più esistente, era situato all'inizio dell'attuale corso Miraglia fra la torre dei Cappuccini e le attuali case popolari).
Nello stesso verbale l'Arcidiacono Raffaele De Franco esprime delusione e sconforto per la mancata corresponsione delle rate per il sepolcro da parte del clero minore. Ribadisce che non è digni­toso per un ecclesiastico"... vestito de' sagri abiti inumarsi nel solco comune frammisto a cadaveri di laici, uomini e donne e tal­volta di riprovevole fama e di scandalosi costumi" (c. 2lr).
Ricorda ancora che"... Quando i cadaveri si tumulavano in Chiesa era prescritto doversi aver proprio esclusivo il sepolcro degli Ecclesiastici, distinto un altro pe fanciulli innocenti e, se si eccettuano i familiari o gentilizi sepolcri, separata dagli uomini dovevano aver tomba le donne".
Possiamo dedurre da tutto questo che l'editto napoleonico ebbe non immediata applicazione per lasciare il tempo alle comu­nità di organizzare le sepolture fuori dell'abitato.
Appare singolare ai nostri occhi la delibera di 6 ducati come elemosina per gli Irlandesi"... oppressi dalla fame, giusta l'Enciclica di S.E. Rev.do Monsignor Vescovo di Cariati" nel verbale dell' ll luglio 1847. Analoga richiesta farà il sindaco di Strongoli, accolta con una donazione di 8 ducati per i poveri della città in data 20 febbraio 1848.
Degna di nota è la pratica istituita dal clero, in via gerarchica, per ottenere l'assenso del Papa e il relativo permesso regio di poter indossare la Cappa Magna. Il verbale dell'l ottobre 1856 riferisce che da Roma è giunta la concessione del privilegio dell'uso della Cappa Magna con pelle però cenericcia.. .". Il colore non è quello voluto e l'alta onorificenza costa la bellezza di 300 ducati; alla luce di tali argomenti: "... Il Capitolo riflettendo di non con­venirli, rifiutò un tal privilegio accordato dalla Santità Sua".
Uno degli ultimi verbali redatto il 20 maggio 1862 riporta le discussioni del clero sulle leggi di soppressione degli enti ecclesiastici varate dai nuovi governanti all'indomani dell'impresa garibaldina. Si nomina un rappresentante a Napoli per far valere l'esenzione della Chiesa di Strongoli da tali leggi. Non vi è seguito documentario a tale richiesta ed è evidente che l'orgoglio di piccole comunità come questa viene ancora una volta mortificato, essendo queste ultime destinate a sparire fra le pieghe di una storia minore.

 

(1) Dal libro "Strongoli - Pietre Alleate e Frammenti di Microstoria" ANNA RUSSANO COTRONE (Dicembre 1946) è titolare di Storia dell' arte alI 'Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Si è formata a Firenze alla scuola di Roberto Salvini e di Mina Gregori. Ha collaborato con Maria Fossi Todorow alla prima sperimentazione didattica museale della Galleria degli Uffizi. Esperta in catalogazione di beni culturali, ha studiato il patrimonio artistico del Crotonese e di Taverna con pubblicazioni in rivista, in volume ed in video. Cura mostre e cataloghi di artisti contemporanei. Ama di eguale amore la didattica e la ricerca d'archivio.

 

La chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Strongoli da Cattedrale a Collegiata

di
Vescovato di Strongoli

Sigillo vescovile di Strongoli. (Ughelli F., Italia Sacra, VIII, 516).

Secondo alcuni storici dove sorgeva l’antica Petelia si sviluppò Strongylos-Paleocastro, città che prima del Mille diviene una delle diocesi della nuova metropolia di Santa Severina (1). Nel periodo normanno con i nomi di Giropolen (2), Strongylon, Strombulo e Strongulo (3) la ritroviamo tra le diocesi di Santa Severina. Il piccolo vescovato, incluso da confini che misuravano 16 mila passi e comprendente la sola città di Strongoli, confinava a oriente con il mare Jonio, a mezzogiorno con la diocesi di Crotone, dalla quale la separava il fiume Neto, a occidente con la diocesi di Santa Severina ed a settentrione con quella di Umbriatico. Ignoriamo quando la sua popolazione si convertì al cristianesimo. Secondo una tradizione popolare, che però non ha alcuna base certa, ciò avvenne prima del terzo secolo, quando la fede vi fu propagata dal pontefice San Antero. E’ certo che al tempo che la città fu insignita della cattedra vescovile, vi si celebrava in rito greco. Non sappiamo in quale secolo essa sia passata al rito latino, ma possiamo ipotizzare che avvenne in età normanno-sveva, né abbiamo notizie sull’anno di fondazione della cattedrale e delle trasformazioni che essa subì prima del Viceregno. Dalla mole possiamo considerare l’importanza che conservò fino al saccheggio turco della fine del Cinquecento, evento che assieme al ritorno della peste ed all’imperversare della malaria segnò l’inizio di una lunga decadenza. Il vescovo di Strongoli non godeva particolari privilegi né prerogative mentre era suo compito, tramite le rendite della mensa, fornirla di paramenti sacri, luminarie ed altri oggetti, egli doveva anche ripararne le strutture murarie ed il vicino campanile e fornirla di organo e di campane.

Cattedrale e monumento ai caduti

Strongoli (KR). Cattedrale e monumento ai Caduti.

La storia dell’episcopato di Strongoli è segnata dalle lunghe vertenze che opposero i vescovi della città con il potere secolare. Già in età sveva il vescovato di Strongoli era stato una delle tante occasioni di contesa tra il papa Gregorio IX e l’imperatore Federico II il quale il 10 ottobre 1239, essendo la sede vacante, vi aveva posto un baiulo (4). All’inizio del Trecento il papa doveva intervenire a favore del vescovo Ruggero che era stato privato di alcuni beni, tra i quali il pascolo sul corso di Santo Basilio, e di diritti dal feudatario Guglielmo de Ebulo (5), il quale aveva costretto il presule ad abbandonare la sede (6).

Sempre dei primi anni dell’occupazione angioina è un ordine di re Carlo I d’Angiò dal quale si apprende che il vescovo di Strongoli doveva concorrere alle spese per riparare il castello di Crotone (7). Durante la guerra del Vespro quando nel 1284 l’esercito di Pietro d’Aragona invase la Calabria e Matteo Fortunato con duemila Almugaveri devastò i paesi della vallata del Neto, le proprietà della chiesa di Strongoli furono particolarmente saccheggiate perché il suo vescovo, al pari di quello di Umbriatico e dell’arcivescovo di Santa Severina, si era opposto con le armi agli Aragonesi. Per l’attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti, il papa Nicolò IV, tramite il legato nel Regno di Sicilia, lo reintegrò con altri benefici ecclesiastici (8).

La cattedrale vista dalla Motta

Strongoli (KR). La cattedrale vista dalla Motta.

Altre liti riguardarono il diritto di spoglio, cioè l’obbligo che aveva la chiesa suffraganea di Strongoli, in segno del riconoscimento della superiorità e della autorità del metropolita di Santa Severina, di mandare all’arcivescovo le cose personali di ogni suo vescovo defunto. Esse riguardavano il cavallo o la mula, tutte le vesti che il vescovo era solito indossare, compreso il rocchetto, l’anello d’oro che era solito mostrare, il letto nel quale dormiva e tra i libri, il pontificale, il messale ed il breviario (9).
Dedicata ai SS. Pietro e Paolo la cattedrale compare con il suo titolo già all’inizio del Quattrocento (10). Unica parrocchia della città esercitava tutti i doveri parrocchiali. In essa erano conservate le ostie, l’olio sacro, la fonte battesimale ed in essa si amministravano tutti i sacramenti. Era usanza, osservata ancora in età moderna, che nel giorno della festa dei due apostoli tutti gli abitanti della diocesi in segno di obbedienza vi si recassero a baciare la mano del vescovo prima dell’inizio della messa pontificale (11).
All’inizio del Cinquecento il vescovo Gaspare de Murgiis, cittadino di Strongoli, eletto da papa Giulio II a quella sede, vi fece costruire il trono episcopale (12). Nella cattedrale vi erano alcuni altari tra i quali quello di S. Hieronimo e la cappellania del SS.mo Salvatore (13). Alcuni anni dopo fu abbellita e resa più sicura dal vescovo Timoteo Giustiniani (1568-1571) (14).

Arme vescovo Giustiniani di Strongoli

Arme del vescovo di Strongoli Timotheo Giustiniani (Ughelli F., Italia Sacra, VIII, 522).

Alla fine del Cinquecento ha sei dignità (arcidiaconato, decanato, arcipresbiterato, cantorato, tesorerato e primiceriato), nove canonicati, che ben presto scenderanno a sei, ed è sede già da molti anni della confraternita del SS.mo Corpo di Cristo, eretta per disposizioni apostoliche.

vescovo Marescottis di Strongoli

Arme del vescovo di Strongoli Aloysio de Marescottis (Ughelli F., Italia Sacra, VIII, 523).

Il vescovo Claudio Vico (1590-1600) sostenne numerose liti con gli ufficiali laici per salvaguardare l’immunità e la giurisdizione ecclesiastica e con il denaro della mensa, restaurò la sacristia, il palazzo vescovile e completò una torre utile per trovare rifugio e per difendere i beni della chiesa dalle incursioni dei Turchi, come accadde nel 1594. La torre, che sorgeva presso il palazzo vescovile, era stata iniziata dai suoi predecessori ma era rimasta imperfetta (15). Ai paramenti sacri, di cui era sufficientemente fornita, tra i quali alcuni vasi d’argento e una capsula nella quale erano conservate alcune reliquie di santi, che a seconda delle necessità venivano portate in processione per la città, egli aggiunse una navicella e due calici d’argento indorati. Lo stesso vescovo nel 1597 fece restaurare le ali della cattedrale che minacciavano di rovinare. Durante il suo vescovato e precisamente sulla fine dell’estate del 1594 la città subì il saccheggio dei Turchi ; essa alla fine del secolo si presentava in gran parte “diruta” e spopolata (16). In pochi anni la sua popolazione era scesa dai 460 fuochi del 1578 ai circa 300 del 1594, ai 178 del 1595 per contarne appena 180 nel 1612. Al Vico seguì il vescovo Sebastiano Ghislieri (1601-1626), il quale non essendoci il seminario, istituì una “scholastria” per istruire quattro ragazzi chierici poveri (17), dotandola dei proventi delle due cappellanie, esistenti in cattedrale e rimaste vacanti, della S. Croce e del SS. Salvatore (18). Lo stesso vescovo nel 1624 fa, più che restaurare, ricostruire il tetto della cattedrale che era tutto lesionato spendendovi 330 monete d’oro (un terzo delle quali donate dall’università).

vescovo Ghislerio Strongoli

Arme del vescovo di Strongoli Sebastiano Ghisleri (Ughelli F., Italia Sacra, VIII, 524).

La cattedrale, unica parrocchia della città, è antichissima e molto grande; divisa in tre ali separate da archi gotici, ha tre porte rivolte ad occidente ; dietro l’altare maggiore, posto ad oriente, c’è il coro ed a destra si apre l’ampia sacrestia. Vicino all’ingresso c’è il battistero e unito alle pareti della chiesa nella parte anteriore si innalza il campanile con quattro campane (la maggiore delle quali convoca il popolo per le funzioni sia civili che religiose, la mediana serve per orologio, entrambe sono state comprate a spese dei cittadini e l’università paga una persona addetta all’esercizio) (19). Al tempo del vescovo Bernardo Piccolo (1627-1636) la cattedrale ha bisogno di essere riparata sia nella struttura che nelle fondamenta. Il vescovo nonostante che le rendite della mensa non superino i mille ducati e sia gravata da una pensione di 100 ducati, la fornisce di un magnifico organo e incomincia a migliorare la sacrestia (20). Nella cattedrale servono 22 sacerdoti, 2 suddiaconi e 30 chierici. Prestano inoltre la loro opera per il servizio della chiesa e della curia otto servienti detti anche diaconi selvaggi che godono l’esenzione delle imposizioni fiscali e sono soggetti solo al foro ecclesiastico. Nel 1642 il vescovo Carlo Diotallevi (1639-1652) concede la facoltà al principe Francesco Campitelli e alla università di erigere all’interno della cattedrale una nuova cappella di jurepatronato laicale sotto il titolo di S. Maria de Jesu che viene dotata di 500 ducati con lo scopo di permettere entro breve tempo di erigere il seminario (21).

Campanile

Il campanile della cattedrale di Strongoli (KR).

Spesso il clero specie d’inverno non partecipa alle funzioni sacre a causa del freddo e dell’umidità che penetra nell’edificio. Facendo presente questa precaria condizione il vescovo ottiene nell’agosto 1641 dal papa Urbano VIII il permesso di utilizzare i soldi delle pene dei malefici (poenas maleficiorum) per riparare la chiesa, il palazzo vescovile e le case appartenenti alla sua mensa (22). Ma nonostante i buoni propositi la situazione non era mutata all’inizio del vescovato di Biagio Mazzella (1655-1663) come si rileva da una lettera inviata dal capitolo di Strongoli al papa in cui viene presentata la triste situazione in cui si trova la città e la diocesi (23). La cattedrale ha altare maggiore e 12 altri minori (ai quali sono annessi otto benefici, tre di libera collazione e gli altri di jurepatronato laicale), ci sono: la cappella del SS.mo Sacramento, spettante alla confraternita, la sacrestia, l’organo, il campanile con quattro campane e a sinistra il cimitero per i poveri circondato da mura (24). L’edificio è umido e freddo, la pioggia vi penetra da ogni parte del tetto, il coro è lesionato e pericolante e la sacrestia manca di ogni suppellettile sacra (25). Lo stesso vescovo dopo aver ricevuto per ben due volte l’estrema unzione, sta lontano dalla diocesi a Napoli per curarsi (26).

cattedrale strongoli

La navata centrale della cattedrale di Strongoli (KR).

La situazione era divenuta così precaria che, per il pericolo e l’umidità, non si celebravano più le funzioni sacre (27); il vescovo Antonio Maria Camalda (1663-1690) nonostante che la mensa vescovile fosse gravata da una pensione annua di 200 scudi a favore del cardinale Lelio Piccolomini, all’atto della sua elezione si impegnò a riparare la cattedrale ed il palazzo vescovile (28). Dalle sue relazioni si apprende che egli aveva intenzione di riedificare il coro, riparare il tetto e togliere l’umidità, anche perché l’edificio sacro era così deteriorato che era pericoloso celebrarvi, ma egli non possedeva i 500 ducati e più che vi occorrevano, in quanto la cattedrale era di grande mole e le rendite della sua mensa anno dopo anno si stavano sempre più riducendo per il continuo fallimento dei raccolti, per lo spopolamento e per la mancanza di greggi e di coloni (29). Egli era assillato perché doveva provvedere la chiesa del necessario, cioè di paramenti, di candele, di vino per le messe ed inoltre fare gli interventi più urgenti. Travagliato dalla malaria e dalla povertà, in una diocesi devastata e quasi in estinzione per la grave carestia e pestilenza, che l’aveva duramente colpita tra il 1670 e il 1674 (30), il presule tuttavia riesce a fornire la chiesa di alcuni paramenti e di libri sacri (un parato di color violaceo, due cappe, quattro pianete, tre calici con coppe d’argento, tre messali, un martirologio, alcuni libri di canto gregoriano, un salterio, un antifonario ed un graduale) ed a rinnovare i calici, riparandoli ed indorandoli. Egli inoltre più volte deve intervenire a difesa della immunità ecclesiastica, messa a repentaglio dai comportamenti dei diaconi selvaggi, entrando così in lite con i ministri regi (31). Nonostante tutte queste sue buone intenzioni gli interventi che egli doveva compiere, per impegno preso all’atto dell’insediamento, dopo quasi trent’anni non sono ancora stati fatti e l’edificio, che è stato oggetto solo di piccoli ritocchi , si trova in stato pietoso (32).

Verso la fine del suo vescovato finalmente, passata la grave crisi economica, il vescovo interviene : la campana maggiore, incrinata e stonata, viene rifatta (33) e sono risistemati il tetto ed il soffitto in legno quest’ultimo è anche decorato (34).
In questi anni di grande carestia, Domenico Pignatelli fa erigere nel 1687 la cappella gentilizia sotto il titolo di Santa Maria del Rosario e S. Domenico ed una cappella dedicata alla Santa Maria del Capo, il cui culto, a causa della siccità si era esteso da Crotone a tutto il vicino territorio (35).

Cappella della Madonna del Capo

Cappella della Madonna del Capo con l’arme dei Pignatelli.

Alla fine del Seicento il clero di Strongoli, città di circa 1500 anime, posta sulla cresta di un alto colle e circondata da rupi a circa tre miglia dal mare, sorta sulle rovine dell’antica Petelia, come attestano le monete e le antiche iscrizioni che quasi quotidianamente vengono alla luce (36), è composto da sei dignità, sei canonici, 18 preti detti anche cappellani e da una ventina di chierici. La città, che d’estate è abbandonata dai vescovi a causa della malaria causata dalle acque stagnanti del vicino torrente Brausio, e d’inverno è molestata dai venti freddi e dalle febbri micidiali, si presenta in uno stato decadente. Essa era famosa non solo in antichità per l’origine e per i fatti storici che la videro protagonista, ma anche in tempi più recenti, quando vi fiorivano le industrie e le ricchezze ed abbondava di nobili casate, come ancora si evidenzia per la moltitudine delle famiglie estinte e per i ruderi delle abitazioni. A causa dell’incuria dei suoi predecessori il vescovo Giovan Battista Carrone (1692-1706) trovò la chiesa malridotta e con il tetto che da più parti lasciava passare la pioggia, una delle quattro campane del campanile era spezzata e l’organo scordato e fuori uso (37). Egli si mise subito all’opera iniziando a far ripristinare l’organo, a riparare il tetto, a rifondere una nuova campana ed a munire la chiesa di oggetti sacri (38). In pochi anni, prima della fine del secolo, egli nonostante la povertà della mensa e la cattiva salute, che quasi sempre lo teneva inchiodato a letto, aveva già speso più di 300 ducati per i paramenti e continuava nei lavori di ristoro della cattedrale. Aveva completato le campane, provveduto la sacrestia con molte preziose suppellettili (pianete, tunicelle, pluviali, messali, calici, un turibolo ed un aspersorio d’argento, un pastorale d’argento ecc.) e l’organo ripristinato con un ottimo organista, stipendiato dal vescovo, accompagnava con il suo suono nelle festività le messe conventuali ed i vespri (39). I lavori andarono avanti anche nei primi anni del Settecento ed il vescovo vi spese in poco tempo più di 500 monete d’oro, ma l’opera non finiva mai in quanto l’edificio era molto vasto e malmesso mentre le entrate della mensa, tra annate fertili ed infertili, non superavano gli ottocento ducati (40). Anzi con il passare del tempo la situazione peggiorava e si aggiungevano nuove spese. Così mentre il vescovo ha appena rimpiazzato la campana rotta, per incuria del sacrestano si spezza quella maggiore. La costruzione di questa spettava fin dall’inizio all’università ma ora sia per la povertà della comunità sia perché non si trova un abile artigiano capace di rifonderla, rimane spezzata (41).

Il vescovo Tomaso Oliverio (1706-1719) la trovò ridotta come una spelonca e dall’aspetto che assomigliava ad un magazzino, a causa della grande umidità puzzava. Le porte erano distrutte, il tetto cadente, le pareti sporche ed il pavimento ancora più lurido. Ottenuta la possibilità di utilizzare le entrate della mensa vescovile, che a causa della sede vacante avrebbero dovuto andare in beneficio della Camera Apostolica, fece elevare le pareti della nave centrale della chiesa di dodici palmi e aprì da una parte e dall’altra cinque finestre, rifece anche i soffitti a cassettoni, riparò in più parti il tetto ; ripulì ed intonacò le pareti. Così tolse l’umidità, diede più luce alla chiesa che ridotta in forma migliore assunse l’immagine della casa del Signore (42). Egli inoltre la ornò più decentemente con suppellettili di cui era carente (43). Per tramandare ai posteri l’aiuto avuto da papa Clemente XI, curò di erigere dentro la chiesa, sopra la porta principale, l’immagine gloriosa del benefattore con un’iscrizione esprimente lodi alla sua munificenza. Finito il denaro concesso, i lavori non procedettero oltre, anche a causa di una lite che oppose il vescovo al feudatario del luogo, Geronimo Pignatelli duca di Tolve, accusato di essersi appropriato della giurisdizione temporale e spirituale della città, impossessandosi anche di alcuni beni della chiesa (44).

Fonte battesimale

Fonte battesimale.

L’edificio lungo 120 piedi, largo 90 e alto 60, non compresi né il coro che è situato dietro l’altare maggiore, né le cappelle che si aprono e si estendono lateralmente, dopo pochi anni si trovava quasi cadente. Il vescovo Domenico Marzano (1719-1735) lo trovò puntellato con pali e sostegni ed in ogni sua parte rustico. Egli lo cominciò ad ornare con colonne, archi, corone modellate ecc. L’opera però per essere portata a termine richiedeva a parere del vescovo almeno 2000 ducati d’argento che egli non possedeva e un lavoro di molti anni. Comunque egli iniziò, sperando nell’aiuto di Dio e del papa. Prima del suo arrivo per entrare in cattedrale bisognava scendere otto gradini e anche per questo motivo l’edificio era umido e oscuro. Egli fece togliere la terra, rimuovere la rupe e declinare ed allargare la piazza dalla parte della cattedrale. Dopo questi lavori e portati in avanti i battenti delle porte e ristrutturata la piazza, si entra in chiesa per il piano. Curò anche di riparare la sacrestia che mancava di soffitto e di sacre suppellettili. Egli inoltre per meglio conservare gli oggetti di culto la fornì di armadi abilmente ornati. Comandò di fornire la cappella del SS.mo Sacramento di molte cose sacre. Questo altare era seguito per dignità e culto da quello della Beata Vergine Maria detta del Capo, cappella che pur essendo scarsamente provvista di rendite, era largamente aiutata dai fedeli e godeva di grande devozione popolare. Egli cominciò a rendere decorosi gli altari cominciando dai due più importanti, quelli del SS. Sacramento e della Vergine del Capo, che furono ricoperti con mosaici in pietre plastiche, opera di due eccellenti artisti, venuti da lontano e pagati molto bene (45). Il vescovo pensava di procedere poi ad abbellire anche gli altri sei altari che godevano meno rendite ed erano di patronato laicale, ed a proseguire nei lavori ovvero nella ricostruzione della cattedrale che non era ancora completamente decorata, anzi lo era solo da un lato fino quasi alla corona, ma gli avvenimenti non andarono secondo le sue speranze e l’opera che per l’esecuzione richiedeva uno sforzo finanziario che egli non poteva sopportare, fu ben presto interrotta sia per il ripetersi di raccolti sterili sia per le liti che sorsero con i cittadini ed il feudatario che non riconoscevano ed usurpavano i diritti della chiesa, soprattutto quello di esigere le decime sul pascolo. Tuttavia anche l’altare maggiore venne ornato con pietre plastiche, con candelabri e tabelle e quasi tutto venne rinnovato o rifatto e l’organo indorato (46).

Sigillo del Capitolo di Strongoli

Sigillo del Capitolo di Strongoli.

Nonostante i lavori fatti compiere dal Marzano, la cattedrale si presenta spoglia tanto che all’inizio del vescovato di Gaetano de Arco (1735-1741) essa non aveva alcun quadro, nemmeno quello dei titolari e l’altare maggiore era privo di tutti gli apparati necessari. A dire del vescovo per rendere il tempio decente occorrevano, secondo una stima fatta da periti, oltre 5000 ducati (47). Il vescovo nel 1737 istituì la prebenda teologale unendo alla stessa i quattro benefici vacanti di lira collazione sotto il titolo della SS.ma Annunciazione, S. Francesco di Paola, S. Giovanni e SS. Salvatore (48).
Il vescovo Ferdinando Mandarani (1741-1748), pur essendo la mensa gravata di un’annua pensione di 150 scudi romani e di ducati 50 per la tassa imposta dagli amministratori della città in virtù della formazione del catasto, curò di renderla decente, ornandola e non facendoci mancare le sacre suppellettili. La sacrestia che era incompleta, oscura, umida e dall’aspetto rustico la riedificò in un luogo più adatto ed in forma più elegante. Egli inoltre comandò di costruire degli armadi per conservare la sacra suppellettile ed i vasi sacri (49).
Durante il vescovato di Domenico Morelli (1748-1792), la cattedrale fu quasi interamente rifatta. Subito dopo il suo insediamento il vescovo, nonostante che la mensa sia gravata da una pensione di 150 ducati da dare al cardinale Puoti e a suo nipote, l’abbate Costanzio, completa la sacristia, costruita dal suo predecessore e lasciata imperfetta, e la arricchisce di sacre suppellettili (50). Difensore dei diritti della chiesa egli fa subito lite col barone Pignatelli che non vuol riconoscere gli antichi diritti del vescovo di esigere le decime sul pascolo delle pecore e degli altri animali nei quattro corsi Virga Aurea, San Mauro, Serpito e Zuccaleo (51).

altare maggiore Strongoli

Altare maggiore con l’arme del vescovo Morelli.

Sempre in questi primi anni di vescovato consacra l’altare in onore del SS. Sacramento (52) e ordina al suo procuratore di Napoli di far rifare la grande croce d’argento che il capitolo della cattedrale era solito portare nelle solenni processioni. Essa assieme a quattro calici d’argento e a tutte le patene era stata rubata nel 1758 dai ladri che di notte erano penetrati da una finestra nella sacrestia (53). Verso il 1780 iniziano i grandi lavori di ricostruzione della cattedrale che si presenta di antica e vecchia struttura e con le pareti fatiscenti. Essa viene riedificata dalle fondamenta nelle parti riguardanti il coro, la navata centrale e le due mura esterne mentre il resto è risanato e si sostituisce al soffitto in tavole uno in mattoni e fabbrica (54). Sempre in questi anni è portata a termine la costruzione della cappella dedicata ai patroni Pietro e Paolo, dove egli fece erigere l’avello per sé e per i suoi successori. La cappella è innalzata dalle fondamenta e abbellita con marmo e pietre colorate ed il suo altare è consacrato con rito solenne e con grande concorso di popolo (55). Nel maggio 1786 finiscono i grandi lavori e l’edificio si presenta rifatto in forma migliore e più elegante. Sempre in questo anno il vescovo stipula un contratto con alcuni artefici i quali si obbligano entro due anni a costruire in marmo gli altari ed ad ornarli (56). Finiti i grandi lavori riguardanti la struttura, il vescovo fa così iniziare la costruzione degli altari, fa costruire il sepolcro dei canonici (57) e fa abbellire l’interno. Nel marzo 1789, dopo dieci anni di continui lavori, la fabbrica è finita. La cattedrale si presenta completamente rimodernata ed elegante sia all’interno che all’esterno e con gli altari di marmo “magnificamente formati”. La spesa complessiva sostenuta dal vescovo è stata di ben 26 mila ducati (58).

Lapide del vescovo Domenico  Morelli

Lapide del vescovo Domenico Morelli.

Alla fine del Settecento il vescovo Pasquale Petruccelli (1793-1798) iniziò a restaurare il tetto del palazzo vescovile e della chiesa e rifece quasi nuovamente il campanile che era fatiscente e minacciava rovina, riedificò la sacrestia in un luogo più adatto e fece fare degli armadi. Fece riparare le sacre vesti, alcune le fece rifare e sostituì i vecchi drappi che coprivano il trono vescovile e la cattedra con nuovi, fatti venire da Napoli (59). Ancora pochi anni e con la nuova distribuzione delle chiese in Calabria fatta da Pio VI, il 27 giugno 1818 il vescovato di Strongoli è soppresso e incorporato alla diocesi di Cariati, che rimase l’unica suffraganea della metropolia di Santa Severina, e la cattedrale è ridotta a collegiata (60). Essa conservava ancora alcuni canonicati (61) ed una rendita di oltre mille ducati (62).

 

Note

1. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubettino Ed. 1982, I, pp. 202 sgg.
2. Giropolen risulta tra le suffraganee di Santa Severina nell’atto di conferma dei privilegi fatto nel 1183 da Lucio III all’arcivescovo Meleto, Siberene p.16.
3. L’abbazia di Corazzo possedeva fin dal periodo normanno in tenimento di Strumbulo la chiesa di Santo Mauro con le sue proprietà, Vat. Lat. 7572, Bibl. Apost. Vat.
4. Huillard- Breholles J. L. A., Historia diplomatica Friderici secundi, Parisiis MDCCCLIX, t. V, 438.
5. Russo F, Regesto, I, 258.
6. Nel 1321 Carlo, figlio di Roberto, ordina al Giustiziere di Val di Crati di accertare i fatti, di punire i colpevoli e di restituire Ruggero alla sua sede, Russo F., Regesto, I, 259.
7. Il re ordina di riparare alcuni castelli tra i quali quello di Crotone alle spese devono concorrere alcuni feudatari. Il vescovo di Strongoli deve riparare la cisterna, Reg. Ang., Vol. VI (1270 – 1271), pp. 109-110.
8. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, in A.S.P.N. 1961, pp.207 sgg.
9. Alla morte del vescovo Matteo Zaccone (1558 – 1566) una lite sul diritto di spoglio sorse tra l’arcivescovo di Santa Severina, Giulio Antonio Santoro ed il procuratore fiscale della Camera Apostolica e della curia del Nunzio, Siberene pp.46 – 47.
10. 12.3.1418. Antonius (Stamingo Ord. Min.) episcopus Bosan. Ad ecclesiam SS. Petri et Pauli Strungulen. Transfertur vac. Per ob. Antonii de Molendinis, Russo F. Regesto, II, 156.
11. Rel. Lim. Strongulen. 1729.
12. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 521.
13. Russo F., Regesto, III, 32,41, 439.
14. Il vescovo Giustiniani ricostruì quasi dalle fondamenta il palazzo vescovile, ornò la cattedrale ed elevò quattro robustissime torri per rendere sicura la città dalle incursioni turche, Ughelli F., cit., IX, 522 – 523.
15. Rel. Lim. Strongulen. 1594.
16. Rel. Lim. Strongulen. 1597.
17. Rel. Lim. Strongulen. 1612, 1646.
18. La capellania del SS. Salvatore esisteva già in cattedrale alla fine del Quattrocento, Russo F., Regesto, III, 32, 41.
19. Rel. Lim. Strongulen. 1684.
20. Rel. Lim. Strongulen. 1630.
21. Rel. Lim. Strongulen. 1643, 1646.
22. Russo F., Regesto, VII, 41.
23. Russo F., Regesto, VII, 285.
24. Rel. Lim. Strongulen 1653.
25. Rel. Lim. Strongulen. 1664.
26. Russo F., Regesto, VII, 469, 493.
27. Rel. Lim. Strongulen. 1666.
28. Russo F., Regesto, VIII, 84.
29. Le rendite della mensa, a dire del vescovo Camalda, dagli usuali 1000 ducati scesero a duc.700 negli anni dal 1664 al 1672, quindi raggiunsero il minimo secolare di duc. 500 nel 1675, poi oscillarono tra i 700 ducati del 1678, i 600 del 1681, i 900 del 1684 e i duc. 800 del 1687, Rel. Lim. Strongulen. 1664 -1687.
30. Secondo le relazioni dei vescovi di Strongoli la popolazione che dal 1640 al 1662 viene data costante intorno ai 4000 abitanti, in seguito subisce un forte decremento dai 1800 abitanti del 1664 si passa ai 3000 del 1669, ai 1000 del 1672, per raggiungere il minimo plurisecolare di circa 700 abitanti nel 1675, per poi aumentare a 1000 abitanti nel 1678, i 1500 nel 1681 ed i 1300 nel 1687, Rel. Lim. Strongulen. 1640 – 1687.
31. Rel. Lim. Strongulen. 1669, 1672.
32. Rel. Lim. Strongulen. 1675.
33. Rel. Lim. Strongulen. 1681, 1687.
34. Rel. Lim. Strongulen. 1684.
35. Vaccaro A., Fidelis Petilia, p. 126.
36. Rel. Lim. Strongulen. 1690.
37. Rel. Lim. Strongulen. 1694.
38. Rel. Lim. Strongulen. 1696.
39. Facendo presente tutto ciò egli nel 1699 chiedeva al papa di poter far la visita per un procuratore e di non incorrere nelle pene e censure previste dalla Bolla di Sisto V, Rel. Lim. Strongulen. 1700.
40. Rel. Lim. Strongulen. 1700.
41. Rel. Lim. Strongulen. 1702.
42. Rel. Lim. Strongulen. 1709.
43. Rel. Lim. Strongulen. 1718.
44. Il vescovo impedisce ai regi ministri di carcerare un secolare e lancia censure contro l’erario della camera baronale, Nunz. Nap. 144, ff. 45, 50, 456.
45. Rel. Lim. Strongulen. 1723.
46. Rel. Lim. Strongulen. 1729.
47. Rel. Lim. Strongulen. 1736.
48. Rel. Lim. Strongulen. 1747.
49. Rel. Lim. Strongulen. 1747.
50. Rel. Lim. Strongulen. 1753, 1759.
51. Il procuratore della mensa vescovile chiede di esigere la decima sugli agnelli, sul formaggio e sulle ricotte delle pecore che pascolano sui territori feudali di Serpito e Santo Mauro. Poiché i capimandria rifiutano egli chiede l’intervento del governatore il quale invia il mastrogiurato con dieci armati che si prendono 68 agnelli, 87 forme di formaggio e per il loro intervento altri 2 agnelli, 4 forme di formaggio e 24 ricotte, ANC. 1124, 1753, 59 -61.
52. MDCCLV/ DIE XV M. IUNY DOMINICA IV POST PEN. / EGO DOMINICUS MORELLI EPISCOPUS STRON=/ GULEN CONSECRAVI ALTARE HOC IN HONOREM/ SS.MI SACRAMENTI ET RELIQUIAS SANCTORUM MARTY=/ RUM VINCENTY, MODESTI ET BONIFACY IN EO INCLUSI / ET SINGULIS CHRISTI FIDELIBUS HODIE UNUM AN=/ NUM ET IN DIE ANNIVERSARIO CONSECRATIONIS/ HUJUSMODI IPSUM VISITANTIBUS QUADRAGINTA/ DIES DE VERA INDULGENTIA IN FORMA ECCLE=/ SIE CONSUETA CONCESSI
53. Rel. Lim. Strongulen. 1759.
54. Rel. Lim. Strongulen. 1783
55. D.O.M./ QUI EPISCOPIUM REFECIT ET VETUSTA=/ TE JAMJAM COLLABENTES A FUNDA=/ MENTIS SACRAS HASCE AEDES INSTAU=/ RAVIT ELEGANTIUS AC SS. APOST. PETRI/ ET PAULI NOMINI HOCCE E MARMORE SACEL=/ LUM DEDICAVIT DOMINICUS MORELLIUS/ STRONGULIENSIS ECCLESIE HUJUS EPISCOPUS/ IMPOSITAM MORTALIBUS FATI NECESSITA=/ TEM MEDITATUS MONUMENTUM HEIC SIBI/ VIVENS ADHUC SUISQUE PRO TEMPORE SUC=/ CESSORIBUS STATUENDUM MANDAVIT/ AN. SAL. MDCCLXXXIII ETATIS SUE/ LXVI PRESUL VERO XXXVI
56. Rel. Lim. Strongulen. 1786.
57. VIAM QUI CURRIS HOSPES/ ADSPICE UNIVERSAE CARNIS MORTALES/ NAM QUE VIVIMUS/ FATI SORTEM ALIQUANDO REDDITURI/ HANC IDCIRCO NECESSITATEM/ MEDITATI/ SARCOPHAGUM OMNES E CAPITULO/ SIBI VIVENTES CONDIDERUNT/ ARS MDCCLXXXVII, IN Capialbi V., La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria : Cariati, Strongoli, Umbriatico, Arch. Stor. Cal., a. II, 1914, pp. 207 – 208.
58. Rel. Lim. Strongulen. 1789.
59. Rel. Lim. Strongulen. 1797.
60. Russo F., Regesto, XIII, 233.
61. All’inizio dell’Ottocento nella cattedrale vi erano i canonicati di S. Maria della Pietà, dei SS. Tommaso ed Urbano, di S. Maria delle Grazie dei Prothospatariis, di S. Giuseppe, di S. Nicola e di Santa Sofia ( ?), Russo F ., Regesto, XIII, 87.
62. Siberene , p. 342