Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       




IDENTIFICAZIONE

DEL SITO DELL'ANTICA PETELIA

QUESTIONI RELATIVE AL SITO DI PETELIA

LA QUESTIONE DI PITIGLIANO

Dove fu il sito dell'antica Petelia?


Un discordante coro di « diverse lingue e orribili favelle» farebbe smarrire la ragione del lettore che volesse seriamente tener dietro alle più incredibili opinioni dei nostri storici. E se volesse proprio occuparsene, non gli resterebbe che convincersi come nell'eccezionalità iperbolica, spesso e volentieri, alcuni o molti si divertano, come nel bel giuoco di chi le sballa più grosse, per piacere, forse, di crearsi una più eccezionale réclame.

La nostra Petelia, infatti, ce l'avrebbero fatta rinvenire nel Turkestan, nella Patagonia forse, se l'Editore di Telemaco (Avignone, 1821, pago 155), modesto nelle pretese, interessante nella trovata, non ce l'avesse pescata in Pitigliano di Toscana (Grosseto). Buona fortuna per noi che non ce l'abbiano tirata fuori d'Italia, là dove, più spesso , molte cosette nostre acquistano nuova e più geniale maternità.

Non poteva aver proseliti, e l'eccezionale scoperta ha dovuto far sganasciare di risa le bocche più chiuse e restie ad ogni manifestazione d'ilarità!

La questione di Petelia Lucana

Molto seria e discussa, invece, è stata l'opinione dell' Antonini in «Lucania» e di altri autori, come Diodoro, Arnoni, Romanelli, Cramer, che dall'asserzione dello Strabone: Petilia Lucanorum Metropolis putatur... hanno voluto sostenere, a qualsiasi costo, l' esistenza di Petelia, presso Pesto o Velia, in Lucania.

Qualche erudito, a conferma del Lenormant, venne come attratto da tale credenza.' I falsari, come sempre, immischiatisi nella faccenda ed impadronitisi della cosa, foggiarono, a dire del menzionato archeologo, una serie di pretese iscrizioni latine dalle quali sarebbe risultato che vi fosse stata una città di Petelia fra Velia e Pesto.

Per conoscenza dei lettori ne riportiamo qualcuna:

l. ANTONINI, 114-32: L. tesio, apratino I Viro munificent I ..... locum giade exere, p.s.e. i ornavit I aug. petelin Il.d.d.d.

2. Trovata presso il Monte della Stella, vicino Casalicchio: t...­ rabir... I ........ mur .......... I repar ......... I ............... si......... impe petil....

lucan... - i............ d ....... (ANTONINI, pago 95, l a ediz.).

E potrei, ancora, per conoscenza del lettore, trascriverne altre sette, se l'insieme della questione non mi facesse pensare e persuadere anzi di quanto il Lenormant riferisce: «C'è chi pensa che lo stesso Antonini ne sia stato l'autore_. Il Mommsen, sulla cui autorità crediamo, dimostra in modo lampante la loro falsità, ed un noto autore inglese le chiama Notizie spurie ».

Lo stesso Antonini, volendo ammettere una seconda Petelia Bruzia, s'imbarazza non poco nel commento del passo di Valerio Massimo, Lib. VIII, Cap. VIII. A Petilia classe africanu repetens, freto appulsus etc che secondo lui lascerebbe credere che la bruzia Petelia si dovesse collocare vicino allo stretto di Messina.

A parte ogni credenza, penso che basterebbe conoscere seriamente un poco le vicende storiche di queste nostre contrade, verso il 388 a C., per aver fra le mani un capo del filo d' Arianna e sciogliere il preteso rebus. 

Infatti, fu proprio in tale epoca che Dionigi Siracusano, il vecchio, vedendo cresciuta la potenza dei Lucani, strinse con costoro la lega per annichilire le repubbliche della Magna Grecia. Fu assediata Caulonia alla quale Crotone inviò in aiuto 25 mila pedoni e 2 mila cavalieri, sotto il comando del siracusano Elori, nemico di Dionigi, e che ispirava la sua condotta a quegli stessi sentimenti per cui Alcibiade, vendicandosi della patria, s'era fatto propugnatore degl'interessi di Sparta. Ma la vittoria arrise al vecchio Dionigi ed i Lucani, in conseguenza, divennero signori e dominatori di queste nostre contrade e, sull'autorità dello Bambury « Dizionario di geografia Greca e Romana» di Smit), nonché del Millingen, sappiamo che anche Petelia, allora soggetta a Crotone, cadde nelle mani di questo popolo conquistatore dal quale venne estremamente fortificata tanto da diventare una delle più importanti fortezze del luogo.

Anche Diodoro Siculo la chiama «Capitale dei Lucani» e dello stesso parere resta il Grimaldi ed altri autori. Ma, forse, più esplicito nella questione è il Lenormant «< Storia della Magna Grecia») : « I Lucani che avevano occupato il massiccio della Sila estendendo il loro dominio dal lato Sud, reputarono l'occupazione di Petelia come conseguenza naturale di siffatta conquista, che faceva loro prendere piede sul mare ed isolava Thurium, che sottomettevano. I Lucani fecero di Petelia la Metropoli dei loro stabilimenti in questa regione, e la trasformarono in una fortezza di primo ordine guarnendo la sua cinta di torri formidabili ».

Bene a ragione, quindi, Strabone la chiama Metropolis Lucanorum niente affatto in contrasto con Livio che la nomina Petilia in Brutiis.

Al tempo di Strabone, non solo Petelia era detta Lucana, ma Lucano si diceva il promontorio Lacinio, e lo stesso Plutarco chiama Lucana Psicrò. Krimisa, che nessuno ormai nega essere stata Cirò, in Strabone (VI, 254) è detta Lucana, pur conoscendo che Apollodoro la collocava nell'agro crotoniate.

Bisogna, insomma, distinguere ragione di dominio da ragione propria e lo Pseudo - Scilace, contemporaneo di Erodoto, distingue, infatti, la Lucania, regione propria, dai Greci Lucani che avevano, a suo dire, esteso il loro dominio nella Magna Grecia, fino a Rhegium, comprendendo Locri, Caulonia, Crotone, Lacinio, Gerace.

Del resto, Strabone, al quale si fa dire quello che non pensava, non scrisse Petilia Lucana Metropolis ma Lucanorum Metropolis dominatori cioè per conquista e non terra Lucana per ragione geografico - topografica.

Nè le iscrizioni riportate come vere dall' Antonini, se vere fossero, potrebbero costituire un punto interrogativo e debole per la vexata quaestio.

Oramai tutti sanno che i Pestani, dopo la battaglia di Cuma, si unirono ancora una volta in affettuosi rapporti con le città delle rive ioniche. Perché non pensare che anche Petelia fosse allora amica e che dette iscrizioni non fossero state colà involate, o quanto meno che, dopo la presa di Petelia da parte di Annibale, qualche Petelino fuggiasco (e ci assicura l'Aceti che portarono seco monumenti, etc.) non si sia colà rifugiato, come in una città amica, portando qualcosa in ricordo della sua città della quale ormai era decretata la distruzione?

Ed ancora una modesta considerazione storica:

I Pestani, durante l'assedio di Taranto, fornivano i Romani di grano inviando navi cariche e soccorrendo pure Roma in denaro, dopo la sconfitta di Canne.

Come sarebbe possibile conciliare, se davvero Petelia fosse stata nei pressi di Paestum, la disastrosa condizione di Petelia (assedio di undici mesi) con la floridezza di una città che, ridotta agli estremi, può permetterai il lusso di mandare grano e denaro in soccorso di Roma?

E notasi che l'assedio di Taranto e di Petelia, stando a quanto affermano gli storici, fu contemporaneo tanto che qualcuno di essi racconta che Annibale lasciò Petelia per correre a Taranto, che trovò espugnata, e per cui usci in quella rabbiosa e per noi orgogliosa espressione: «Hanno dunque il loro Annibale anche i Romani?».

E se "quod abundat non vitiat », un'altra considerazione mettiamo in campo a conforto della nostra tesi:

Dopo l'espugnazione di Taranto, Annibale ritornò frettoloso in questi nostri luoghi, per la via di Metaponto, passando presso il Promontorio Lacinio e, forse, in tale occasione, fissò i suoi accampamenti al di là del Corace.

Sappiamo che i Romani spedirono per mare L. Cunio e per la via di terra una parte delle truppe d'occupazione di Taranto, per rinnovare l'assedio di Locri.

Annibale, come diremo dettagliatamente in seguito, avvertito di tanto, fece la nota imboscata, dietro i colli di Petelia. Ne consegue una esplicita deduzione: l'agguato non fu tra Taranto ed Altamura, perché Locri non si dubita di essere stata nelle vicinanze di Gerace, Se cosi è, da Taranto, venendo per terra, dovettero assolutamente percorrere il litorale ionico, il che lascia senza alcun dubbio pensare che Petelia si trovasse solamente ed unicamente sul percorso di detto itinerario, precisamente nel sito dell'attuale Strongoli.

La questione di Belcastro

Il Fiore, nella sua Calabria Illustrata (VoI. 2°, 1691), appoggiandosi all'errata descrizione di Plinio il Vecchio e, sopra tutto a quella di Pompomo Mela (De Situ Orbis, II,4): «Il secondo seno che Scillacico appellano è compreso fra le rupi Lacinio e Zefirio e contiene Petelia. Corinto e Scillacio », sostenne che il sito di Petelia avrebbe dovuto essere ricercato in Belcastro. Egli afferma: «G. B. Nicolosi vuole se la litighi con Belcastro, lo negarono affatto il Barrio ed il Marafioti, coi quali sono ancor io con dire che Strongoli non fosse Petilia ». Una tale tesi fu pure sostenuta dall'Alberti e dal Cluverio.

Ogni intelligente lettore comprenda che qui non sono in giuoco che arbitrarie interpretazioni, su testi antichi poco espliciti e, sarei per dire, molto sibillini. Nessun'altra prova che ne avvalori l'asserto, nessun documento storico che ne renda legittima la supposizione. Una simile credenza non trovò, in verità, molti seguaci, ad eccezione del Cellario (Notitia orbis antiqui) il quale, più tardi, riprodusse riccamente quanto il Mela aveva scritto e, quasi a volerne correggere l'inesattezza geografica, scrisse: «Indi, lontan lontano, lungh'esso il Jonio, verso tramontana, il Lacinio ed il Japigio, che prendono nella loro curva quanto fu di Crotone, col ruscello Esaro ed il tempio di Diana Lacinia, Scillacio e Rossano.......Nell' interno della vallata fosse Pandosia sul confine Lucano, Cupresia, Numistra e Petilia.................. ».

Siamo, dunque, verso tramontana, sul confine Lucano, lungh'esso il Jonio, in prossimità di Rossano e Pandosia, sito che non potrebbe, in verità, rispondere che all'odierna Strongoli.

Pare che il Fiore basasse tutta la sua supposizione sulla interpretazione, pur'essa arbitraria, del verso virgiliano:

Et salentinos obsedit milite campos Lictius Idomeneus....

pensando che, oltre tal luogo, non si estendesse il paese dei Salentini. Il Marafioti, invece, facendosi forte in merito del verso di Ovidio:

Praeterit et Sybaerim Salentinunque Naethum

giustamente osserva che il Neto era detto Salentinum per le molte miniere di sale che vi si trovano.

A parte tutto, una tale ipotesi, oggi, farebbe, come suol dirsi, ridere i polli!

La questione di Marcedusa

G. A. Fico in «Notizie storiche sulla Patria di S. Zosimo ». Roma 1760. Parte fU, Cap. XIV, pago 37-45, scrive: « Altri furono di parere che Petelia fosse situata in quel luogo dove ora si scorge Marcedusa, castello antichissimo , abitato nel presente dagli Albanesi». Dello stesso parere furono il Falcon in Prosphon ad eruditos, pago 6: «Antoninus in Petelia, Me. tropolis Lucanorum quae ':D°do Cuccarus est oppidum (diversa a Petilia Brutiorum in Calabria Ulteriori quae jam diu excisa ab Hannone duce Annibalis, ut Livius habet et idcirco Marcenusa dicta est) ».

Come l'araba fenice, questa nostra Petelia, nelle fantasie più sbrigliate di questi nostri storici! E non vale la pena discuterne, per non prenderla troppo sul serio; ma ci resti il diritto di sorridere a certa coltura di nostri storici che amavano fare una troppo spicciola critica storica, a base di ancora più cervellotiche supposizioni e concetti passionali campanilistici!

La questione di Petilia Policastro

Ho precedentemente menzionato che assai disparate furono le opinioni nel passato sulla situazione dell'antica Petelia, ed un'altra nobile cittadina, infatti, in buona fede, se ne arrogò il nome: Petilia Policastro. Desiderosi di ricercare semplicemente la verità storica, spoglia da ogni spirito d'opposizione, analizzeremo le ragioni pro e contro tale opinione, sperando di potere risolvere a luce meridiana la già troppo contrastata questione.

Le ricerche storiche in genere, quelle dell' identificazione di antiche città in ispecie, sono sempre subordinate all' autorità degli antichi scrittori, e più specialmente alla testimonianza del materiale archeologico.

Interroghiamo questi scrittori antichi; in mancanza di antichi interroghiamo i moderni; esaminiamo i ritrovati archeologici.

ANTICHI STORICI :

Degli scrittori qualcuno, erroneamente, intese farsi forte delle citazioni geografiche di Strabone. Ora, a parte ch'egli, al dire del Pais, descrive sempre poco accuratamente e per sommi capi l'interno dei paesi, sta di fatto che, proprio quanto Strabone ci tramanda, si risolve in disfavore dei fautori di Policastro. Invero, pone Petelia a sud di Krimisa, sulle coste del Bruzio; a dodici miglia a nord di Crotone. Basta avere un pò di conoscenza di queste nostre contrade, per dedurre, molto esplicitamente, che Policastro non è a sud di Krimisa, non è città costiera, non è a dodici miglia a nord da Crotone, ma a 49 Km. ad ovest di Crotone e cioè a 33 miglia.

La citazione di Strabone si risolve, precisamente, a tutto sfavore di Policastro.

Qualche altro trovò un' esplicita identificazione nei dati di Plinio Seniore: «Naturalis Historia» ed. D. Detlefsen, Berlin 1904, p. 30, Lib. III, § lO: Amnes ibi navigabiles Carcinus, Crotalus, Semirus, Arogas, Thagines, Oppidum intus Petelia mons Clibanus, promontorium Lacinium... ecc. ed altri, ancora, in Tolomeo, Pomponio Mela e nella Tavola Peuntingheriana.

I fautori di Plinio la ritennero città mediterranea, quelli di Tolomeo e di Mela, marittima. Troppo generiche le indicazioni date da costoro per potersene fare scudo.

Deve convenirsi con il Lenormant ed il Ciaceri che gli antichi storici una città del tutto litoranea descrivevano come mediterranea, e tal altra, perché a vista di mare, o a breve distanza dalla spiaggia, ritenevano marittima.

Se Tolomeo può essere più sicuro, trova in sè stesso, però, seria contraddizione quando la pone vicino a Chone, che fu certamente città litoranea e che, al dire del Lenormant (op. cit.) trovavasi a nord del Neaithos.

Il Corcia, commentando tali indicazioni vaghe, aggiunge che per sè stesso è da ritenere luminosamente dimostrato che solo Strongoli debba essere il sito dell'antica Petelia.

Il Maffei, bene a ragione, mette in guardia i lettori di Plinio, in quanto i manoscritti di lui ci pervennero errati dai copiati. Ricordiamo, infatti, che fin dal IV secolo dopo Cristo i suoi libri erano rosi e che Ausonio avendoli richiesti a Simmaco, questi, non avendo l'opera intera, gliene mandò alcuni, ma con esplicita avvertenza «che erano stati scritti da copista non curante della verità».

Il Lenormant, nella sua « Magna Graecia» a proposito scrive « Che è soltanto errore di Plinio aver posto Petelia nell'interno del territorio, vicino al fiume Tacina e che questo errore venne poi corretto da tutte le altre testimonianze degli scrittori e dalle iscrizioni inconfutabili che pongono Petelia con certezza al di sotto di Strongoli. Gli scrittori calabresi, aggiunge lo stesso autore, si fissarono su tale notizia di Plinio, e parecchi lo seguirono, riconfermando e perdurando nell'errore di origine».

Forse e senza forse, il solo autore deciso in questione, ed in favore di Policastro, fu il Barrio (1571) del quale seguirono le tracce il Marafioti e pochi storici nostri del Rinascimento, nonché il Giannone, Fazzello ed altri. E poiché, anche allora, la questione doveva ritenersi insoluta, l'autore non trovando modo come giustificare il rinvenimento di cimeli archeologici, negli scavi fortuiti del sottosuolo di Strongoli, così si espresse: «Hinc quidam Strongilem Petiliam fuisse opinati sunt, sed longe decipiuntur, nam Petiliam Policastrum esse ostendimus ». Con lui fu d'accordo, più tardi, il Padre Fico in Notizie storiche sulla Patria di S. Zosimo », Cap. XIV, 1760.

Gioco d'interpretazione arbitraria, di notizie antiche e vaghe, non ragioni da seria dimostrazione, confortata da ritrovamenti di materiale archeologico tale da avvalorarne la tesi. Un nome antico, direbbe il Lenormant, "restituito a Policastro in maniera erronea e assolutamente insostenibile sulla fede del Barrio ". La di cui autorità è molto discutibile nell'arbitraria e fantastica distribuzione di nomi a città e di città a nomi, senza prove, senza fondamenta, senza ragioni.

Sono arrivato, aggiunge il Lenormant, alla convinzione che la geografia storica e comparativa di questo paese dovrebbe essere interamente riveduta, e che lasciandosi troppo spesso guidare dalle fantasie arbitrarie degli eruditi calabresi del Rinascimento, come il Barrio ed il Marafioti, la scienza accetta una quantità di errori addirittura madornali di cui ormai bisogna fare giustizia. I Policastresi si sono impossessati ufficialmente di un nome glorioso nell'antichità, ma del quale in realtà non hanno alcun diritto a pretendere».

E se tutto questo non bastasse a rendere nulla la troppo vacua e verbosa letteratura storica dei menzionati scrittori, noi controporremo, come faremo in seguito, altri contemporanei che diversamente pensarono, e per di più aggiungeremo che fu proprio l'Aceti, il più colto e competente commentatore del Barrio, che nel 1714, poteva esplicitamente affermare: «Si... quidem recte, si gentem consideremus, si vero situm, non ira (Policastro) esse, sed de sola Strongili intelligi potes ».

1) Angelo Vaccaro " Fidelis Petelia