Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       




Fondazione Istituzioni Culti Economia



È così oscuro il tempo che precede la greca colonizzazione che ogni tentativo volto a farvi luce finisce col lascia­re il problema aperto ad ogni soluzione nell'impossibilità di proporre una definizione.

Quel che è certo è che Strongoli fu località indigena, centro protostorico ricongiungibile almeno alla prima età del ferro , che l'Orsi collega alla popolazione dei Xaones, i Chonii venuti da oltre mare in età oscure.

Antichissima città per la quale è altrettanto difficile datare l'inizio di una presenza dei Greci, sicché, per restare nel vero, nella realtà conosciuta, si può dire ch'è solo tradizio­ne quella che vuole sia stato Filottete il fondatore di Petelia, e che solo in tal senso possono accettarsi le memorie degli antichi eruditi, di Strabene (64 a.C.), che avrebbe trat­ta la notizia da Apollodoro (120 a.C.), quando scrive: « Condidit eam Philoctetes cum Moelibea ob seditionem profugisse »; di Virgilio (70 a.C.), quando annota: « Hic, illa ducis Meliboei parva Philoctetae subnixa Petelia muro (Qui la piccola Petelia cinta di muri del duce melibeo Filottete); di Solino (3° sec. d.C.): « Notum est a Philoctete Petelia costituta ».

Urbs vetustissima inde a Philoctete habitata, precisa il Barrio (1.4, c.3), così confermando l'ipotesi più probabile, che sia stata cioè Petelia non fondata da Filottete, ma da lui soltanto abitata e colonizzata, muovendo dalla più vetusta città di Macalla .

Ma, Filottete o non, se effettivamente, com'è, la fonda­zione di Petelia risale ad ancor prima della colonizzazione greca, vien da chiedersi perché ne ricorre il nome soltanto nel ricordo degli studiosi del 1° secolo in poi: la ragione è a parer nostro da cercarsi nel fatto, già annotato, che molte opere dei grandi eruditi dell'antichità, Eschilo (526-456 a.C.), Timeo (IV b.c.), il menzionato Licofronte (325-250 a.C.), Polibio (203-120 a.C.), lo stesso Apollodoro (120 a.C.) sono andate perdute, o di esse ci sono pervenuti soltanto vaghi ed incerti frammenti, come si evince dal ripetuto Strabene che nella stesura dell'opera sua spesso si richia­ma a quegli autori che, pertanto, non è da escludersi che sia a Macalla che a Petelia accennarono.

Ma se così non fosse stato - il che è improbabile - non perciò dovremmo pervenire all'affrettata conclusione che a quei tempi Petelia non esisteva: la prova del contrario - lo abbiamo visto - ci è data da quei menzionati documenti epigrafici che sono le liste dei theorodokoi, che riferibili ai sec. IV e II a.C., avvalorano, infine, l'ipotesi che, essendo inizialmente la città soltanto un modesto oscuro insedia­mento della Kora sibaritica prima, di Crotone poi, di Luca­ni e Eretti quindi, non aveva essa una storia che non fosse quella propria degli Stati nel cui territorio era compresa, mentre se ne comincia a fare menzione sol quando riesce ad acquistare autonomia ed assurgere a qualche importan­za.

Il materiale archeologico emerso dalle viscere della sua terra è, infine, la riprova definitiva di ogni più verosi­mile supposizione.



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È forse Petelia una delle poche città magno-greche, la cui organizzazione politica, a partire dal V secolo a.C. è possibile precisare senza azzardo di supposizioni o presun­zioni, e verificare attraverso documentazione epigrafica.

È infatti dalla riportata c.d. tavola ospitale bronzea (in: IGSI, p. 148, n. 19.1.4) a quel secolo riferita, e che rappre­senta - come è stato scritto - uno dei casi più caratteristici di conservazione diretta di un istituto che è tipico dell'Aca­cia peloponnesiaca, a Strongoli rinvenuta, che si trae noti­zia di quel che al tempo erano gli uffici pubblici esistenti a Petelia: il Demiurgo (in greco deµ???? ós, da démios: popola­re, e érgon: lavoro, colui che opera per il popolo), e cioè il magistrato che, a somiglianzà dell'Arconte delle altre città greche , presiedeva con posizione di assoluta preminenza, ai rapporti della vita associata, come termine del carattere oligarchico aristocratico del governo della città, in assonan­za con quello che contemporaneamente si era instaurato a Crotone e in quasi tutte le città greche, il che conferma ancor più l'effettivo perpetuarsi nelle colonie dei costumi del­la patria di origine ; e i Prosseni, ossia gli incaricati di pre­stare assistenza ed ospitalità agli stranieri e a tutelarne gli interessi.

È da presumersi che accanto ad essi, così come altrove, funzionar! diversi espletassero compiti particolari delegati.

Non abbiamo notizie sul tipo di governo della città mentre vigeva lo stato politico di assoggettamento di essa all'altrui sfera di influenza, mentre è in Livio (Hist. XXIII) il ricordo che alla vigilia del suo olocausto (216-215 a.C.) era detenuto il potere dagli Ottimati (partito aristocratico) in contrapposizione ai Populares che pure però concorre­vano, nel contesto senatoriale locale, alle decisioni concer­nenti la vita del paese.

Restaurata dopo i noti avvenimenti punici, e resa Pete­lia libera e federata, è un governo collegiale che prende ad amministrare la cosa pubblica a mezzo dei Decurioni, orga­no esecutivo dei deliberati di un Senato di espressione po­polare; forma di istituzione che si protrarrà poi durante l'Impero di Nerva e Traiano (97 d.C.), come è documentato nella già riportata epigrafe murata alla torre dell'orologio, ed ancora al tempo della sua riduzione alla condizioni di Municipio, allorquando, e pur nella sopravvivenza dei noti organi istituzionali (Decurioni, Senato, Augustales), la vera cornice della vita politica prende ad essere rappresentata dalla gens, all'interno della quale il Patrono sarà il rappre­sentante della giustizia, il difensore del popolo; istituto con­templato dal diritto romano, e riferito alla persona sotto la cui protezione ci si poneva, l'instaurazione dell'uso vien fat­ta risalire a Remolo.

Le iscrizioni di Petelia tramandano il nome di un solo Patrono, Megonio, del quale, al di fuori della munificenza, delle cariche ricoperte, quadrunviro, questore del pubblico erario , e di alcuni dei suoi numerosi possedimenti, e del tempo in cui visse (tempo di Antonino Pio, 138-161 d.C.), non si hanno altre notizie. Ma certamente egli era romano, della gens Cornelia, come si evince da talune delle iscrizio­ni, ove è indicato nipote di Cornelio Leone.

Va ricordato a tal proposito che al tempo della ristrut­turazione territoriale (89 a.C.) le famiglie patrizie romane ottennero vasti possedimenti nelle provincie che se ne assi­curavano la continuità attraverso i loro rappresentanti che si trasferivano sul posto e che da quella presero a nominar­si: da ciò la classificazione di Petelia nella tribù o stirpe o gens Cornelia, e la qualificazione di Patrono di Megonio .

A completamento del quadro delle pubbliche istituzio­ni peteline ricordiamo il Petelinum Gimnasium e il Ginna-siarca, ma di essa si è detto in altra parte di questo scritto.



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Religione politeistica quella di Petelia, come nell'antica Grecia, dove Zeus, signore dell'universo, dio del cielo, del tuono e del fùlmine, primeggia come il padre in seno alla famiglia, proiezione dell'universo cosmico, attorno al quale ruotano coi loro peculiari attributi che riflettono atti ed in­teressi della vita umana: Demetra, dea della terra che pro­tegge le messi: Apollo, nume tutelare legato al mito del fon­datore Filottete; Artemide, dea della caccia; Eracle, ecista della città di Crotone; Ares, Athena, Nike: la ricca serie mo­netaria coi tipi di tali divinità rinvenuta nel territorio di Strongoli ne attesta il culto, cui va aggiunto quello di Afrodite se ad essa è riferibile la testa muliebre prima ricorda­ta, or conservata nel Museo di Catanzaro.

Divinità alle quali con feste e preghiere, offerte e sacri­fici, com'era d'uso allora, erano tributati onori e consacrati piccoli templi come altrove anche a Petelia e come lascia­no presumere i resti affiorati in passato - lo ricorda il Marincola-Pistoia -nella località destinata alla costruzione del vecchio Cimitero di Strongoli, quando nel 1841 nel disso­darsi quella terra si scopersero « alcuni frammenti di co­lonne di terra cotta di diverso diametro, due delle quali in piedi e di pari altezza erano in corrispondenza di un piano di fabbrica a guisa di un altare, su cui era una lastra di pie­tra alquanto incavata », il che fece appunto ritenere trattar­si dei ruderi di un tempio.

Sopratutto diffuso il culto di Demetra (praticato su tut­ta la costa jonica della Magna Grecia con feste prevalente­mente campestri legate alla semina ed al raccolto), come appare manifesto dalla monetazione petelina dove essa spesso compare, il busto fittile rinvenuto e che l'Orsi acqui­

stò per il Museo di Reggio (v. retro), oltre che il ricco mate­riale recuperato e costituito da statuette e testine muliebri arcaiche fittili (VI-III sec. a.C.) di sostanziale identità tipolo­gica, verosimilmente connesse al culto della dea, e prove­niente da depositi votivi come lascia presumere il Marincola-Pistoia che ad un rinvenimento accenna riferendolo al 1841; il che autorizza pure l'ipotesi di un santuario .

Famosa la collezione di D. Ignazio Giunti (v. Straforelli, La Patria. 1900), rinvenimenti dello stesso genere si verificarono pure tra il 1950 e il 1960 quando esplose anche a Stron­goli il mercato dell'antiquariato ad opera, allora, di imberbi improvvisati ricercatori.

Culti che testimoniano i rapporti di legame religioso delle città con la patria di origine, non presentano sostan­ziale differenza rispetto a quelli praticati nella Kora di Cro­tone, laddove però non trova riscontro di diffusione, proba­bilmente limitato e privilegiato da pochi eletti, quello di Orfeo.

Trae esso origine da quello di Apollo e Dioniso, perso­naggi entrambi certamente suggestivi della mitologia greca; particolarmente interessante, anche per l'influenza che ebbe in taluni filosofi e nella stessa dottrina cristiana, l'in­segnamento degli Orfici, setta ascetica che teorizza su due problemi affascinanti: l'origine del mondo e il destino del­l'uomo, eterni problemi che le filosofie dei tempi hanno tentato variamente di risolvere, ma che continueranno a tormentare all'infinito l'umano pensiero.

Credono gli Orfici nella trasmigrazione dell'anima che, di origine divina, è schiava del corpo, e tende perciò a risa­lire al cielo; a seconda di quella che fu la sua vita terrena, può raggiungere, trasmigrando di corpo in corpo, la soffe­renza eterna, il tormento temporaneo, la felicità.

La vita terrena è sacrificio e dolore: con la rinunzia, la sopportazione e sopratutto la purificazione, l'uomo diventa meritevole di raggiungere l'eterna felicità, e l'anima del de­funto trovare la strada della salvezza e risalire al cielo.

Il culto di Orfeo fu conosciuto e praticato a Petelia; lo attesta il ritrovamento di una laminetta di oro « in un se­polcro presso Strongoli, in località corrispondente all'anti­ca Petelia » (vedi Giannelli in Culti e Miti della M.G.) nel 1834, e che si fa dagli esperti risalire ad un periodo com­preso tra il principio del IV sec. e la prima metà del III sec. a.C.; di tipo anologo alle pochissime altre ritrovate (Thurii, Creta, Roma, Vibo Valentia), è passata alla storia, per la sua integrità e completezza e per il linguaggio puramente epico, e correttezza ortografica, come Tavoletta Petelia (v. Russell: Storia della Filosofia Occidentale, v. I): c'illumina essa sulla concezione orfica dell'aldilà, e contiene, senza oscuri simbolismi, le istruzioni riguardanti la vita ultrater­rena che l'anima del defunto deve seguire per raggiungere il luogo dell'estrema salvezza e non confondersi alla turba degli spiriti senza gloria, di coloro che non furono iniziati ai misteri dell'Orfismo:



ΕΥΡΕΣΕΙΣΔΑΙΔΑΟΔΟΜΩΝΕΠΑΡΙΣΤΕΡΑΑΙΜΝΗΝ

ΠΑΡΔΑΥΤΗΑΕΥΚΕΝΕΣΤΗΚΥΙΑΝΚΥΠΑΡΙΣΣΟΝ

ΤΑΥΗΣΤΗΣΚΡΗΝΕΣΜΗΔΕΕΧΕΔΟΝΕΜΠΕΑΑΣΕΙΑΣ

ΕΥΡΗΣΕΙΣΔΕΤΕΡΑΝΤΗΣΜΝΗΜΟΣΥΝΗΣΑΠΟΑΙΜΝΗΣ

ΪΎΧΡΟΝΥΔΩΡΙΙΡΟΡΕΟΝΦΥΑΑΚΕΣΔΕΙΙΙΙΙΡΟΣΔΕΝ

ΕΑΣΙΝ



ΕΙΙΙΕΙΝΤΗΕΙΙΑΙΣΕΙΣΚΑΙΟΥΡΑΝΟΥΑΣΤΕΡΟΕΝΤΟΣ

ΑΙΤΑΡΕΥΩΥΕΝΟΣΟΥΡΑΝΙΟΝΤΟΔΕΔΙΣΤΕΚΑΙΑΥΤΟΙ

ΑΙΪΉΑΕΙΜΙ ΑΗΚΑΙ ΑΙΙΟΑΑΙΜΑΙ ΑΑΑΑ ΔΟΤ ΑΪΨΑ

ΪΡΚΧΡΟΝΚΔΩΡΙΙΡΟΡΕΟΝΤΗΣΜΝΗΜΟΣΥΝΗΣΑΠΟ

ΑΙΜΝΕΕ

ΚΑΥΣΥΝΑΙΙΑΑΑΣΣΥΣΕΙΙΙΕΙΝΤΕΙΗΣΑΙΙΟΑΙΪΉΕΣ

ΚΑΙ ΤΟΙ ΕΠΕΙΤΑ .............ΗΡΩΕΣΣΙΝΑΝΑζΕΙΝ

.................. ΦΑΝΕΙ ΤΑΙ .................







« A sinistra delle case di Ade troverai una fonte, e presso di essa un pioppo bianco. A questa fonte non ti ac­costare.

Ne troverai un'altra in cui scorre acqua fresca prove­niente dal lago di Mnemòsine . Davanti vi saranno guar­diani, e tu dirai: Sono figlio della terra e del Cielo stellato, e la mia razza il Cielo soltanto; questo lo sapete anche voi. Ardo di sete e mi perdo; concedetemi di bere subito la fre­sca acqua che scorre dal lago di Mnemòsine. Essi ti per­metteranno di bere alla fonte divina, e dopo di allora re­gnerai insieme con gli altri eroi ».

Tanta intensa religiosità di pericolo greco e anche del­la prima età romana subisce col tempo così preoccupante aftievolimento che al fine di ravvivarla, al tempo di Au­gusto viene istituito il culto degli imperatori, che pertanto divennero persone sacre e divine.

E in tal clima di rinnovamento religioso che, a morte dell'imperatore, nelle città di provincia furono istituiti dei collegi che presero nome di Augustales dai sacerdoti addet­ti a tal culto e scelti dai decurioni fra gli ingenui e i liberti di condizione agiata ed onorata.

Dell'esistenza di tali collegi a Petelia si trae notizia ol­tre che dalla ripetuta iscrizione dell'orologio (97 d.C. ca.), laddove è scritto che Quinto Eibuino Alcimo, vincitore dei ludi Augustali, elargì, per l'onore ricevuto del bisellio, due sesterzi ai sacerdoti Augustali, dalle altre del tempo di Anto­nio Pio (138-161 d.C.), cne pure abbiamo menzionato, e di Megonio, sostenitore della corporazione, al mantenimento e decoro della quale più volte - si rileva - provvide me­diante lasciti di rilevante entità.

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Fu, nella società petelina, l'agricoltura il perno fonda­mentale dell'attività economica, che si fondava essenzial­mente sulla coltivazione del grano, per come ci rivelano le corone di spighe che completano l'effigie monetaria di Demetra, ma che nell'allevamento del bestiame e nelle attività collaterali e connesse, per fertilità del terreno e freschezza di pascoli, trovava importante sbocco.

Dalla cultura della vite un posto di rilievo fu sicura­mente occupato a Petelia, le cui campagne erano perciò ri­nomate per la produzione di quella che viene ricordata come la qualità più antica di vino la cui « leggenda si con­fonde con quella degli dei » (G. Tambos: Sibari, I Greci in Italia), l'Aminea, richiamata nel testamento di Megonio da noi prima riportato .

Varietà pregiata di vite , della quale si conoscevano nella antichità ben cinque tipi , importata, forse, dalla Tessaglia , da dove provenivano i fondatori della città di Ami­na, che pare sorgesse nel territorio compreso tra Sibari e Petelia e che taluni ritengono fosse l'antico nome di Petelia .

Attività accanto alle quali si sviluppò pure un artigiana-to che, facilitato dalla natura spesso argillosa del terreno, diede luogo ad una vasta produzione di materiale edilizio e terracotte in genere (mattoni, statuette, vasi, orciuoli), come provano i corredi funerari, il ricco materiale votivo rinvenuto, la scoperta di una fornace nella zona di Vigna del Principe che si può supporre abbia servito alla cottu­ra .

Come pure è da presumersi che una certa attività com­merciale dovette svilupparsi, favorita appunto dalle produ­zioni locali, dalla sua posizione topografica privilegiata, ric­ca di acque, con alle spalle la presila, a dominio del sotto­stante territorio fino al mare, a breve distanza da esso, prossima all'asse viario, che faceva di Petilia un centro di traffico tra le popolazioni della costa e quelle indigene del­la Sila (O. Dito, o.c.), e forse dalla presenza di un porto, la cui esistenza non appare del tutto arbitraria: la costa strongolese non è, infatti, del tutto piatta ed uniforme, inframezzata com'è in alcuni punti, da insenature e sporgenze tra la foce del Neto e la scogliera di Tronga, e ciò a parte le mo­dificazioni che nel corso dei secoli avrà subito per l'erosio­ne provocata dalle acque, come un recente studio promos­so dal CNR ha accertato per tutta quella calabra, scom­parsa per tal ragione per circa i due terzi, e pertanto adatta per gettarvi l'ancora e fermarsi al riparo dei venti; o forse di una statio ottenuta artificialmente, come lascerebbero supporre i grandi moli di pietra che s'intravedono nei fon­dali di Tronga (cas. ferr. 213), se non di un portocanale alla foce del Neto un tempo navigabile.

Presunzione che sembra trovare fondamento in quel­l'antica carta geografica della rete stradale dell'Impero ro­mano, detta dal suo ritrovatore Tabula Peutingerina, dove sono indicate le stazioni, e che venne scritta per le comuni­cazioni e i traffici marittimi, e che riporta Petelia ali mi­glia da Crotone, e nell'Itinerario di Antonino, ove al posto di Petelia è indicato il Neto; oltre che nel numeroso mate­riale disseminato in quei fondali e dalla ricorrenza di tipi analoghi di ritrovamenti lungo le rotte marittime segnate nelle dette carte, e che così chiariscono pure l'esistenza a Petelia di un'attività commerciale discretamente fiorente .

Non è possibile stabilire quali relazioni commerciali o rapporti abbiamo potuto tenere i petelini col resto delle colonie greche e con l'Oriente e la madre patria, ma è cer­to che non mancarono: lo lascia supporre la presenza a Pe­telia dei Proxenes nel IV sec. a.C;, attestata dalla nota e ri­chiamata tavola bronzea, la cui funzione, come si è detto, era quella di rappresentare e difendere i forestieri come al-l'incirca è oggi quella dei consoli .

Scrive il De Luca (o.c.) che a giudicare dalla varietà dei tipi monetar! venuti alla luce in Petelia c'è da rimanere sbalorditi sulla vastità degli scambi e dei rapporti ch'essa dovette avere e mantenere con tutte le città della Magna Grecia, della Sicilia, e pure delle città orientali (Efeso, Pa­mela, Atene, Rodi, ecc.), tanto, che si potrebbe coniare per essa l'appellativo di Svizzera della Magna Grecia.

Per come attestano i sepolcreti di Cersi del Russo e i rinvenimenti di Murge.

PETELIA: Nome forse derivato dal greco nèrix^ov (petalo di fiore, gentile), fu per Servio così « dieta vel oc'nò toc [icreaùai, quod post relictum Ilium, quo ducebatur a Graecis, eam petivit civitatem » (III, 402), cioè dal­l'augurio preso nella sua fondazione dal volo degli uccelli, e dall'avere Fi-lottete, dopo la partenza da Troia, approdato (petivit) in quella città. Da né'co\3L(Xi (petomai: volo) per l'Aceti: « Quod ex voluta avium quibus ager abundat ».

Per Marincola-Pistoia, volendosi supporre che al giungere dei Greci esiste­va di già, e che essi si siano limitati a restaurarla ed abitarla, avanza l'ipo­tesi che il nome le fosse pervenuto dalla lingua osca che parlavano i primi­tivi popoli della nostra penisola, poiché nel latino antico, che in buona parte prese incremento da detto linguaggio, la voce « petilus » ha lo stesso significato di « parvus ».

« Località libera ed esposta al sole » per il Pacichelli , suona « fremente di sole » per il Patàri.

Avendo indicato in Filottete il fondatore di Petelia, accenna Silio Italico (25-101 d.C.) al vanto che i Petelini menavano di custodire essi le frecce che egli aveva ricevuto da Èrcole (« ac quondam Herculeam servare superba pharetra »), frecce che, si è visto precedentemente, erano, secondo tradizione, custodite a Macalla nel tempio consacrato ad Apollo: ecco una riprova di come coincide spesso quella di Petelia con la storia di Macalla, da dove è presumibile - si è pure detto - che i precolonizzatori si siano mossi verso l'interno ove appunto Petelia era situata.

A Crotone agli inizi del V sec. esisteva un Arconte (Gamblico, Athen. XII, 22, p. 522).

E così nelle subcolonie, ove, a differenza di quelle, al posto dell'Arconte era appunto il Demiurgo alla guida del governo locale.

Svolgeva dapprima il Questore la funzione di giudice istruttore in materia criminale, poi compiti concernenti per lo più l'amministrazione delle finanze. In origine in numero di due, divennero quattro nel 421, quando tale magistratura fu aperta ai plebei, per arrivare a 20 al tempo di Siila (Lex Cornelia de viginti quaestoribus). Con questi i Questori, la cui magistratura costituiva il primo gradino del cursus honorum, entrarono regolarmente a far parte del Senato.

Legato all'origine romana di tal stirpe Cornelia è probabile sia quel Petelinus locus (bosco petelino) in agro romano, al quale fa cenno Li­vio nelle Historie (1. VI, p. 88) e che tutti gli autori hanno sin qui disatteso.

Legata pure ad appartenente alla famiglia Megonio riteniamo sia, per il nome riportato, l'epigrafe funeraria scoperta a Strongoli nel 1841, che il Marincola-Pistoia riproduce: D.M.S. C. Manius. Leo. vix. ann. XXIII. S.T.T.L. (Sit tibi terra levis). Il che costituisce comprova se ve ne fosse bisogno, della permanenza di essa nel territorio di Strongoli.

Allora Demetra, ora, nell'era cristiana (continuità di tradizione!), la Madonna di Vergadoro, che ha il suo tempio nell'omonima campagna di Strongoli, che si ritiene presieda alla fertilità delle terre coltivate, proteg­gendo le messi, e che perciò è particolarmente venerata dalla gente dei campi.

Dio degli Inferi; quindi: oltretomba, aldilà.

Nella mitologia greca è personificazione della Memoria, figlia, se­condo Esiodo, di Urano e di Gea madre delle Muse.

La lammetta si trova ora al British Museum di Londra; vedi V. Arangio Ruiz-A. Olivieri, in o.c. p. 947 e ss.

« Quam vineam vobis, Augustales idcirco dari volo (quae est Aminea)...», ove pure è indicato il metodo di coltivazione della vite (sorretta da pali).

« Sunt, atque Amineae vites fìrmissima vina» (Virg. Geog. II, 97).

Cato, de agr. 6, 4; 7, 1; Varrò, de ré rust. I, 25, 58; Colimi. De rè ru­stica, III, 2, 7; 12, 9, 3; Plinio, n. h. XIV, 21 s, 31, 41, 95; Galean. De meth. med. X, p. 634 s; 832 s. X, 16, 441; XIV, 16.

« Amineos Aristoteles in Politicis scribit, Thaessalics fuisse qui suae regiones vites in Italiam transtulerunt, atque illis inde nomen imposuit» (Philarg. ad Verg. Geog. II, 97).

Pais, Ricerche st. e geogr. II, 27 ss; Ciaceri, I, 163-164.

Oreste Dito, Calabria.

Prossima all'edificio del presente Liceo Scientifico.

In uno studio del Dr De Luca di Santa Severina (« Contributo agli studi di Siberene, in periodico Insieme, n.i 1-2 del 1976) prendendo spunto l'autore da un reperto costituito da un mattonacelo bollato in lingua greca e frammentato trovato dall'Orsi (v. Siberene, n. 11 del 1913) murato nella

vecchia Cattedrale di quella città (Chiesa dell'Addolorata) ed a suo parere di fattura classica, è detto che, recatesi a Strongoli verso il 1974 aveva sco­perto « nel giardinetto di un ricercatore abusivo » un lastricato di grossi mattoni larghi cm. 33, lunghi cm. 49, spessi cm. 8, tutti identici fra di loro, e rinvenuti nello stesso posto con la leggenda completa impressa in un ret­tangolo di cm. 3x8: atti: EH AEVKIOV. OP. (TONIOV). KAI- NOVIOV. EAE (ATOV), quella stessa iscrizione cioè che l'Orsi per incompletezza dell'e­semplare sanseverinese non era riuscito a decifrare se non parzialmente e solo con l'aiuto di un noto epigrafista, il Pernier: Presso Lucio di Ortona e Nevio di Velia. A conclusione dello studio, osservava il De Luca (ma già l'Orsi) che l'esemplare sanseverinese doveva ritenersi d'importazione pete-lina e che a Petelia, ad opera di Lucio e Nevio, doveva insistere una fabbri­ca di quel materiale.

Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Anche il Lenormant (Magna Grecia, II) accenna ad un porto, e così il Marincola-Pistoia.

Sin dalla fine del IV secolo esisteva un proxenos dei cartaginesi a Tebe, laddove i punici avevano interessi di scambi e i

rapporti notevoli di commercio (G. Picard, Le monde de Carthage).


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