Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       



Esiguità delle fonti

Nel silenzio pressoché completo delle fonti narrative e documentarie, tentare di dare senso compiuto ai pochi frammenti di conoscenze superstiti su Cirò è davvero impresa difficile.

In sede storica, per fortuna, «tout se tient», così i reperti archeologici accumulatisi nel sec. XX e le affioranti emergenze della cultura materiale costituiscono, senza dub­bio, un riferimento essenziale per stabilire puntelli fermi per una ricostruzione degli eventi, aliena da acrobatiche fantasticherie.

Essi testimoniano, innanzi tutto, la frequentazione del territorio circostante l'attuale sito, dall'età del Ferro alla tarda antichità.

Dalle campagne di scavo effettuate tra il 1989 e il 1990 sono affiorate, infatti, a nord e a sud di Punta Alice, necropoli di modesti insediamenti, per lo più fattorie, allo sbocco di direttrici di penetrazione verso l'interno, tra le valli dei torrenti Lipuda e Santa Veneree, «dinanzi alla medioevale Cirò, le cui alte mura si elevano fra i grandi aranceti che costeggiano le acque e formano tante penisole e penisolette di verde cupo» 3 .

Ma già negli anni '20/'30 Paolo Orsi, studiando il celebre santuario di Apollo Aleo nel promontorio di Crimíssa (oggi, Cirò Punta Alice), aveva espresso il convincimento che esso divenne luogo di culto per cristiani, a partire dal V sec. d. C., quando anche lungo il litorale ionico del Brutium si faceva strada 1'Evangelo, come testimoniano altri significativi ritrovamenti.

Sta di fatto che rispetto alla costa tirrenica la fascia ionica, tra IV e V secolo, numerava solo 4 distretti diocesani: la metà di quelli presenti nella prima. E «delle undici civi tates note con sicurezza all'epoca della cristianizzazione della Calabria, non divenne sede episcopale solo Petelia»

Sintomo questo di una bassa densità demografica, dovuta essenzialmente alle deficitarie condizioni ambientali e poi anche alle invasioni, che dal VI secolo sarebbero diventate più pesanti, inducendo un arretramento della popolazione, che si insediò in siti più sicuri alla fine della guerra greco-gotica (535- 554), quando inattese si scatenarono le incursioni longobarde. Dell'assalto a Crotone del 596 e sulla deportazione di un nu trito gruppo di prigionieri, messa in atto da Arechi intento a predisporre il controllo dei nodi strategici del Mezzogiorno, ci informa una lettera di Gregorio 1 che dà atto alla generosità di Teoctista, sorella dell'imperatore Maurizio, che con una generosa offerta di 30 libbre d'oro gli aveva consentito di affrancare i deportati. In questo quadro il problema del territorio si pose essenzialmente in termini di fortificazione non solo delle città principali5 ma anche dei minuscoli «kastra» a ridosso delle vie di comunicazione e delle installazioni portuali.

Per avere una attestazione di Cirò (detto anche Ypsicron, Ipsicrò, Psigrò, Zirò, Cerre o Cire)6, sito a 351m rimpetto al mare, nella fascia collinare presilana, tra gli attuali comuni di Carfizzi, Cirò Marina, Crucoli, Melissa ed Umbriatico, occorre giungere al sec. XII. Il nome richiama un omologo toponimo, Scirò, contrada di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, probabilmente alle origini della leggenda secondo cui san Nicodemo di Kellerana avrebbe avuto i natali nell'Aspromonte e non a Cirò. Ma correttamente inteso, esso è stato ricondotto dall'Alessio e dal Rohlfs al greco Vvxpó9 «freddo» con la concorrenza di íóxvpóg «forte, saldo»: connotazioni tutte che ben si addico­no ad un sito esposto ai venti, e, perciò, freddo, come lo qualificarono i suoi abitanti, per i quali la lingua abituale era quella greca7. Infatti il territorio cirotano risulta a sud del limes Cassano- Rossano - Sila - Amantea, che in età altomedioevale separò nella regione il dominio longobardo da quello bizantino, e per altro inserito nella provincia ecclesiastica della metropolia di Santa Severina, saldamente ancorata alle tradizioni e al diritto dell'impero orientale.


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