Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       




EPOCA CONTEMPORANEA

Risorgimento

IL POETA COSPIRATORE: BIAGIO MIRAGLIA



.La cittadina che di Roma vantava l'eredità degli eroici cimenti e che nel sangue dei nipoti ne aveva trasmessa la superba fierezza, non poteva restare assente al grande movimento cospiratore e esurrezionale italiano che, battezzato col sangue dei primi martiri del 1820, culminava e trionfava con l'unità d'Italia e la presa di Roma. E, come a fare offerta della sua anima bellicosa, come a volere contribuire al movimento del tempo, dava alla storia un nome che per molti è rimasto ignoto e che fu, invece, una bandiera ed una figura luminosa per davvero: BIAGIO MIRAGLIA!

Nacque Egli a Strongoli il 15 gennaio 1823, alle ore undici, da Francesco Saverio Miraglia, strongolese, e da Anna Loria da S. Gio

vanni in Fiore, con lui convivente. Dall'atto di nascita, rintracciato nel Municipio di Strongoli, (foglio n. 5 dello Stato Civile del 1823) rileviamo che il Biagio era figlio naturale e che solo il 22 aprile 1831 si ebbe il riconoscimento di legittimità, per effetto di Decreto Reale di Ferdinando Il. Venne battezzato il 21 gennaio 1823.

Suo padre era uno studioso di archeologia, per quanto rileviamo da uno scritto del Falcone (Poliorama pitt., anno XI, n. 12, pagina 98-100), là dove, polemizzando col Miraglia sul sito dell' antica Petelia, testualmente dice; « Spintovi dall' opinione di un mio molto amico, signor Biagio Miraglia da Strongoli, il quale, un dì, meco su ciò garrendo, l'onore dell'antica Petelia alla "Sua patria garantiva, aggiungendo che su tale argomento il padre di lui, dotto nell'archeologia, aveva scritto delle memorie che mi promise far leggere .

Molti errano nel confondere il nostro Biagio poeta con l'omonimo Biagio Miraglia frenologo, che nacque a Cosenza il 1814, che fu autore di qualche tragedia e, per caso più strano, pare avesse iniziato la sua carriera medica proprio in Strongoli, dirigendo, più tardi, e per lungo tempo, il manicomio di Aversa nel quale vi organizzò, nel 1864, il teatro napoletano pei pazzi, che lo costituiva iniziatore di un tentativo scientifico psichiatrico che trovò larghi consensi in Inghilterra, dove ebbe largo sviluppo con marca tutta nuova.

I due Biagio, per quanto ci garantisce Giuseppe Falcone in « Poeti e rimatori calabri» , 1902, erano cugini, cioè figli dei fratelli Nicola e Francesco Saverio , ed il Casentino , anch'egli fu patriota fervente.

Infatti essendo nel 1848 medico del Manicomio di Aversa fu accusato di aver preso parte al tentativo di piantare l'albero della libertà in quella città; e per tale motivo il 6 novembre dello stesso anno fu destituito e nel gennaio del 1849 venne reintegrato nel suo ufficio (Archivio di Stato, Ministero di Polizia, anno. 1848, inc. 340, voI. 2). Dopo l'episodio di Aversa, venne arrestato nel settembre 1849 come demagogo e processato per associazione settaria e per avere scritto un libro sedizioso: «I Martiri di Cosenza». Solo il 18 agosto 1851 venne messo il libertà provvisoria ed infine abilitato al domicilio forzoso in Napoli ove stava, ancora, nel febbraio 1855; allorché chiedeva di essere nuovamente reintegrato nel suo ufficio (Min. PoI. a. 1855, Arch. Napoli, pago 33, voI. 4 parto 15). Scrisse un trattato di frenologia applicata il cui principio informatore somatico delle qualità delle organizzazioni cerebrali preludeva i progressi dell'attuale antropologia criminale, chiarendo e rendendo popolare la dottrina del Gall. Fu suo vanto avere fondato il manicomio di Nocera Inferiore, l'Accademia frenopatica Italiana e quella degli scienziati, letterati ed artisti. Un temperamento, insomma, che, nelle multiformi attività, mostrò di non essere degenere dell'omo­nimo cugino.

Il nostro Miraglia, invece, appartenne ad agiata famiglia strongolese, ho detto; venne educato nel seminario di Cariati prima, nel collegio italogreco di S. Demetrio Corona poi. Monsignor Golia, vescovo di Cariati di quel tempo, gli fu largo di sua benevolenza, sopratutto perché era suo desiderio, oltre che del padre del Biagio, di avviarlo per la carriera ecclesiastica. Egli ne tradì le aspettative e, sin da principio, manifestò chiare e spiccate attitudini agli studi letterari storico - filosofici.

Dalle notizie ricavate dalle note del Croce, nel volume sulla c Letteratura Italiana del secolo XIX» del De Sanctis, notizie for­nite dall'illustre prof. Luigi Miraglia, giureconsulto e Rettore dell'Università di Napoli, autore della «Filosofia del diritto» e congiunto del Biagio, rileviamo che, diciassettenne appena, fu mandato a Napoli per studiare teologia. Biagio seguì il suo impulso letterario, che lo fece ben presto noto nel colto ambiente napoletano. Studiò sotto la guida del filosofo Pasquale Galluppi e sul «Calabrese » e sull' « Omnibus letterario», giornali del tempo, si fece ammirare per la pubblicazione di alcuni suoi articoli letterari.

In quell'epoca fervevano le questioni polemiche sul classicismo e romanticismo, nonché le discussioni estetiche sul bello e sul sublime specialmente a seguito della pubblicazione del Gioberti. Egli vi prese parte attiva, lanciando un suo articolo critico a proposito di un'opinione di Giuseppe Campagna, sostenendo col Paladini una ben serrata e sensata polemica dalla quale ne usci vittorioso.

Provvisto di mezzi economici per il proseguimento di studi teologici, prese il volo con una poetessa nel 1845, dirigendosi nella Grecia e, ritornato a Napoli, iniziò il giro per le province, specialmente in quelle di Calabria, per dare ammirevoli prove accademiche di poesia estemporanea, assumendo la stessa missione che nell'Italia superiore ebbero Pietro Giannone e Sesto Giannini, col rafforzare, cioè sotto il pretesto di canti estemporanei, i sentimenti insurrezio­nali e resurrezionali patriottici. .

« Fino a quando, diceva egli, o calabresi, come sopiti in un sonno monotono, noi ci aggireremo fra le rovine dei nostri gloriosi mag­giori, senza averne nell'anima una ispirazione la quale detti un canto degno di rammentare la loro gloria caduta?»

In quel tempo, facevano il giro delle nostre contrade Regaldi e Malpica, dando prova di loro improvvisazioni poetiche, e ad essi il Miraglia indirizzò due liriche, pubblicate sul «Calabrese». Ne raccolse i primi allori assai lusinghieri e da questi prese impulso a dover proseguire. Della prova data a Napoli ne tesseva lode Domenico Maura in una lettera diretta a Giuseppe Migliaccio il 26 luglio 1846, pubblicata sul «Lucifero» n. 27, e da F. Rubino in un resoconto sull'« Omnibus », 1846, n. 14. Ne troviamo più minuti particolari in Leone «Storia della Magna Grecia », edizione 1844, pago 149: « Il Miraglia, nel luglio del 1846, con manifesto a stampa a Napoli invitava il popolo ad un'Accademia di poesia, tenuta nella sala del Seminario dei nobili. Seicento persone l'udirono, gli furono dati ses­santa argomenti ed il Commissario di Polizia ne scelse dieci ed otto. Il Poeta ne proferì solo sci: 1) Adamo nella prima notte; 2). L'uffficio del poeta; 3) Byron, etc. Ei cantava al suono della lira. Spontaneo era il suo verso, naturali le immagini, dolcissimo il ritmo, mirabile la rapidità, come se dicesse versi mandati a memoria, per cui maggiormente si ebbe l'ammirazione di tutto il congresso».

Una seconda Accademia la tenne l'Il novembre dello stesso anno a Reggio Calabria (ved. Omnibus 1846, n. 24) nel Reale teatro borbonico, ed una terza, pure a Reggio, il primo ottobre dello stesso anno nella sala del Collegio dei nobili (vedi Spanò Bolani, Salva­tor Rosa, Anno VI, n. 20).

Nel novembre 1846 fu a Palmi e qui, sempre su temi assegnati, improvvisò versi di vario soggetto; quindi fu a Monteleone ove tenne due accademie: l'una il 30 novembre nel Real Collegio, e 1'altra il 6 dicembre al Teatro Vibonese. Del felice esito dei saggi dati a Cassano e Cosenza nel maggio del 1847 ne riscontriamo meritato elogio nel Majorata e Parisio.

Fu un affiliato alla «Giovane Italia», e precisamente nella setta , di Benedetto Musolino, setta del tutto indipendente da quella del ,Mazzini, quantunque di principi affini, e che aveva surrogato in Calabria il vecchio carbonarismo. Una setta che intendeva unificare l'Italia a forma di Repubblica: una Repubblica, come definiva lo stesso fondatore, che intendesse l'Italia presa nella espressione geografica ed etnografica. Continente ed Isole, divisa in ventiquattro grandi province, con capitale Roma. L'organizzazione politica doveva assicurare ad ogni provincia un'assoluta indipendenza amministrativa e finanziaria, educativa e giudiziaria, senza però ledere l'unità militare e legislativa. Al governo centrale sarebbe stata riservata la vigilanza generale.

Di tale setta il Miraglia fu un importante emissario. A soli 22 anni, nel moto insurrezionale del 14 marzo 1844, veniva condannato a sei anni di reclusione. Dal 1846 la polizia iniziò a perseguitarlo inutilmente, perché il giovane Poeta sapeva eludere ogni ricerca ed ogni persecuzione travestendosi con l'abito talare che aveva seco portato da Strongoli.

li 2 settembre 1847 scoppiava a Reggio un moto rivoluzionario: tentativo fallito, com'è noto, non per difetto di organizzazione, che anzi essa aveva avuto ferventi apostoli, come il Plutino, De Lieto, Bolani, canonico Pellicano e Romeo; ma per mancata simultaneità d'azione, giacché, per una mossa precipitosa ed imprudente, il moto, che avrebbe dovuto scoppiare contemporaneamente nelle tre Calabrie ed in Sicilia, si limitò al solo campo di Reggio. Questo moto fu sedato e seguirono arresti e condanne. Il Miraglia fu anch'esso', con molti altri liberali delle varie province, coinvolto nel processo, ed alla fine dell'anno 1847 imprigionato. Riebbe la libertà all'annunzio della concessa costituzione. Nel gennaio 1848 infatti, alla notizia della promulgata costituzione, il Miraglia, ch'era stato detenuto alcuni mesi nelle prigioni di Cosenza, nella sera nella quale si festeggiava al teatro di detta città un tanto avvenimento, fu presentato al pubblico, dal quale si ebbe una degna manifestazione di simpatia e,. nell'intermezzo dell'Ernani, fu pregato e costretto a declamare versi improvvisati. Rimase in continua, efficace ed affettuosa corrispon­denza col Mauro, Lattari, Romeo, Di Lieto e Dumas padre, ed in grande dimestichezza con Silvio Spaventa, Luigi Miceli, Giovanni Nicotera, Gregorovius, Ubaldino; Peruzzi, Rattazzi, Farini, Terenzio Mamiani e Cavour, per quanto rileviamo da uno scritto di Péleo Bacci su «Nazione» 1910.

Il 15 maggio del 1848, precisamente quando il mio prozio Nicola Falcone dava esempio di patriottismo, buttandosi dal balcone di palazzo Gravina a Napoli, per non cadere nelle mani dei nemici, Biagio Miraglia si batteva sulla barricata di Santa Brigida. Tornò col Ricciardi in Cosenza, dove la notizia dei fatti di Napoli aveva destato nuovo fervore nella popolazione e resa più viva la diffidenza verso il governo, riaccendendo il desiderio di scuoterne il giogo. Il momento era propizio per organizzare una rivolta ed il Ricciardi, infatti, costituiva il «Comitato di Salute pubblica» il cui scopo era appunto di promuovere un armamento generale dei prodi abitanti della provincia, onde tutelare la sicurezza interna e difendere energicamente la già elargita costituzione, ed ottenne, in fine, a mano forte, le debite guarentigie per il dignitoso stabilirsi della rappresentanza nazionale. Dalle notizie avute dalla gentile e colta Prof. Laface, che sul Miraglia elaborò la tesi di laurea, sap­piamo che presiedeva il comitato di Ricciardi ed il Miraglia ne venne eletto Segretario. In questo periodo veniva anche nominato Ufficiale di Stato Maggiore dell'Esercito Calabro - Siculo e Commissario civile, con pieni poteri militari e civili, nel circondario di Castrovillari, carica che tenne fino alla restaurazione borbonica. Fu inoltre nominato direttore del giornale ufficiale «L'Italiano deJle Calabrie» ch'era sotto la dipendenza dell'incaricato degli affari esteri.

Alla fine di giugno, in qualità di delegato straordinario, fu dal Comitato inviato a S. Giovanni in Fiore, onde recarsi con una colonna di guardie nazionali di quel Comune per sollevare il Distretto di Crotone, e recarsi pure a Montalto per reclutare gente in soccorso dei campi degli insorti.

Il 30 giugno, intanto, il Ricciardi proclamava l'insurrezione, ma, perché fosse stata attuabile, ci sarebbero voluti altri mezzi ed altre condizioni favorevoli. Occorreva, sopratutto, l'unità di azione e di propositi dei diversi Comitati insurrezionali, istituiti nelle diverse città; essendo mancato invece l'accordo fra i vari capi, non si ebbe una rivolta bene organizzata ed al generale Nunziante, inviato dal Borbone, riuscì! facile soffocare il moto degl'insorti e restaurare il governo Borbonico.

Nuovi processi e nuovi arresti in massa quindi, ed i Capi più compressi dovettero lasciare il regno per sfuggire alla condanna a morte od all' ergastolo. li Miraglia veniva anche egli processato e compreso nella causa detta « dei Capi , la stessa causa dei Ricciardi, Mauro, Musolino, Lupinacci, venendo condannato dalla gran corte criminale a venticinque anni di ferri, alle spese di giudizio in favore del Real Tesoro, liquidate in ducati 726 e grana 42 (pari a L. 5087, 28) nonché ai danni ed interessi a favore della parte civile. Ma egli riuscì a fuggire e riparare a Roma. Quivi ridottosi, nel 1849, precisamente quando dopo la disfatta di Novara vi si costituiva la repubblica romana, col triunvirato Mazzini – Saffi - Armellini, assunse la collaborazione e la direzione, poi, del Giornale Ufficiale Repub­blicano « Il monitore ufficiale».

Tale importante incarico ci viene accertato da un documento del 30 giugno 1849, redatto dal Ministro Carlo Mauro così concepito:

«Il sottoscritto Ministro dell'Interno, accredita il cittadino Biagio Miraglia come collaboratore del Mollitore Romano presso tutti i Dicasteri, affinché egli possa fornirsi di tutte quelle notizie che gli abbisognano per la redazione del Mollitore medesimo ». Il foglio ha l'intestazione a stampa "Repubblica Romana-Ministero dell' Intermo ». Un'aquila, che regge con gli artigli un fascio, campeggia entro una corona. Dal fascio pende un nastro con la scritta «Legge e Forza.

Dopo la rotta di Palestrina, specificatamente il 18 maggio 1849, i l Miraglia fu a fianco di Garibaldi a Velletri, combattendo contro borbonici che, gelosi degli allori delle truppe francesi, comandati da Oudinot, erano scesi in campo con dodicimila uomini. Mentre Garibaldi con Anita ed Ugo Bassi si ritiravano su S. Marino, Biagio Miraglia riparava a Genova. Quivi scrisse c pubblicò nel dicembre del 1849 la «Storia della rivoluzione romana» della quale, nel 1851, era giunto a tirare la terza edizione illustrata, per i tipi del Ponthenier.

« Ramingo di terra in terra, sono le sue parole, finché non spunti il sole dei giorni profetizzarli, io consolo le ore penose dell'esilio raccontando all'Italia i suoi fortissimi fatti. Le mie forze sono impari al grande subbietto, il mio ingegno debolissimo; ma il mio cuore, che anelò di morire sopra gli spalti delle tue mura, o eterna Roma, è degno di te».

Nel 1852 appare il suo nome in \ln processo, nel Regno di Napoli, per alcune lettere, sequestrate a Cirò ; ma non risulta ch'egli vi abbia avuto alcuna parte (R. Archivio di Napoli, Min. PoI. N. 3918). A Genova rimase fino al 3 Settembre 1853, dove, come abbiamo precedentemente detto, pubblicò la «Storia della rivoluzione romana ». Vi visse in una certa ristrettezza economica, e lo confer­merebbe il fatto che dai processi verbali del Comitato di Emigrazione politica Italiana in Genova, negli anni 1852-53, risulta che nella seduta del 23 Maggio 1853 da esso Comitato gli venne concesso, a titolo di soccorso straordinario, un sussidio di L. 30; notizia questa dedotta, per cortesia del Prof. Francesco Poggi, da un manoscritto di proprietà del Marchese Imperiale di S. Angelo.

Il 3 Settembre del 1853, come appare da una comunicazione della Questura di Genova, 11. 7717, da noi trovata nel R. Archivio di Stato di Genova, il Mira_lia, che contava allora 29 anni, a sua richiesta, fu abilitato a trasferirsi in Torino ed ottenne, col regolare visto, il certificato di permanenza, con obbligo di presentarsi, appena giunto, all'Autorità Politica di Torino. Quivi fu segnato al n. 1701, In Torino rimase fino al Luglio 1860, dove i nostri Esuli avevano trovato sicuro e generoso asilo. Il Mattingana, infatti, poteva allora scrivere che il Piemonte era diventata l'OLanda dei Wigs di Na­poli. Nella Capitale del Piemonte i nostri irriquicti cospiratori compreso che non era più consigliabile perseguire nelle utopie re­pubblicane o murauiste e ad essi, che tali idee avevano abbracciato come semplice mezzo per il raggiungimento di liberazione patria, s'impose la cosciente convinzione che la risoluzione di un cosi vitale problema nazionale dovesse e potesse trovare la sua base solutiva solo col fare capo alla dinastia Sabauda, Lo stesso Mazzini, nel marzo 1860, se ne rendeva convinto, quando scrivendo ai suo amici di Palermo poteva dichiarare che non si trattava più di Repubblica o Monarchia, ma di unità Nazionale, ed aggiungeva, molto esplicitamente: Se l'Italia vuole essere monarchica sotto la Casa di Savoia sia pure. Ciò che tutti vogliamo è che l'Italia si faccia».

Ma di questa serena e ponderata concezione può dirsi che il nostro Biagio era stato, per cosÌ dire, il Precursore se, nella sua Storia della Repubblica Romana, elaborata e pubblicata anni prima nel suo esilio di Genova (1849-1853), lasciava. troppo chia­ramente trasparire la sua viva simpatia e devozione per opera eroica della famiglia Sabauda, pur dando, necessariamente, libero sfogo a certe altre sue idee repubblicane, ancora calde dello spirito batta­gliero di Velletri e di Palestrina. In Torino le nuove e moderate idee in germoglio fiorirono, trovando consistenza nella sua chiara pubblicazione: Il Piemonte e la Rivoluzione Italiana (1856). In tale anno il suo nome appare tra queUi che sottoscrissero una dichia­razione contro un opuscolo murattista di altri emigrati (Arch. Nap. Min. PoI. Inc. 1, voI. I, p. 2).

Fu, in tale città, un frequentatore della casa Plutino, ch' era appunto il ritrovo dei liberali, e pare gli venisse affidata la carica di Segretario del Comitato Centrale dell'emigrazione italiana e quella di collaboratore della Rivista contemporanea.

Tale Comitato, sorto dall'amore che affratellava nell'opera e nel dolore, veniva con largo e generoso slancio patriottico sovvenzionato dal nostro calabrese reggino Agostino Plutino il quale, con la sua « Casa Commerciale» prima, col «Banco della Seta» poi, poteva venire incontro ai bisogni dei nostri poveri nomadi patrioti.

Dalle chiare documentazioni del carteggio Plutino, depositate nel Museo di Reggio CaI., si può fare ascendere a ben 100 mila lire la somma a tal uopo impiegata dal 1852 al 1857, e tra i nomi di quelli che di essa si avvalsero, per le ristrettezze nelle quali versavano, figura pure il nome di Biagio Miraglia. Santa e nobile povertà che ingigantisce i tesori del suo spirito e la purità delle sue grandi idee, costituendogli così, il blasone più sincero di una nobiltà, fatta di lagrime, di battaglie e di stenti e rendendolo, inconsapevolmente, . intangibile nella luce e bellezza che, oggi, gli promana dalla gloria di un'Italia grande e temuta.

Nelle frequenti riunioni, tenute in casa Plutino, non mancava il nostro Biagio, e ne fa cenno il Camardella nell'opera « I Calabresi .nella spedizione dei Mille» riportando anche il verbale dell'adunanza del 7 aprile 1860, ore 8 nella quale col Miraglia intervennero ben 50 nostri esuli, per elaborare più tardi (il 14 aprile), quell'indirizzo al Cavour che intendeva attuare «l'unificazione d' Italia sotto lo scettro costituzionale di Casa Savoia, aperta ed entusiasta adesione delle province Napoletane alla sospirata Unità».

Sembra che il Cavour gli avesse prodigato ogni sua benevolenza e considerazione e qualcuno pensa che, in un certo periodo, lo avesse tenuto a suo segretario particolare.

Non partecipò alla spedizione dei Mille e si crede da qualche scrittore che ne venisse distolto dallo stesso Cavour, il quale ritenne più utile per la causa italiana tenerlo presso di lui.

Abbiamo sotto gli occhi una bella lettera di Domenico Mauro del 17 giugno 1860, diretta al Biagio, nella quale, a 20 giorni di distanza dalla presa di Palermo, narra le eroiche avventure dei leggendari eroi, lettera della quale lungamente SI occupò il pro£'. Péleo Bacci su « Nazione». In detta lettera traspare evidentemente il dissidio Garibaldi - Mazzini, ed il Mauro comunica al Miraglia che, in Sambuca, aveva conosciuto Vincenzo ed Emanuele Navarro, illustri poeti sici­liani, che essendo al corrente della produzione letteraria del MiragIia, gli chiedevano a suo mezzo alcuni versi del volume «L'Eco della Magna Grecia ».

Nel 1860, Biagio tornò a Napoli, con una missione segreta del Cavour.

Sulla consistenza di tale missione non siamo riusciti a far piena luce. Sarebbe opinione della vivente figliuola Adele, Marchesa Giusti­niani, ch'essa dovesse importare consigli di moderazione al Garibaldi, e cessione a Vittorio Emanuele del Regno di Napoli. Sta di fatto che la delicatezza ed importanza di detta missione trovarono in Biagio l'assoluto conservatore del segreto che portò nella tomba, e ci assicura la predetta figliuola Adele che, prima di morire, l'onesto genti­luomo, ebbe cura di distruggere il carteggio che ad essa si riferiva.

L'importanza e serietà di un tale fatto ci ha fatto più diligenti e persistenti nelle ricerche e, per buona fortuna, siamo riusciti a trovare nel R. Archivio di Stato di Torino una importantissima lettera, rinvenuta nel carteggio del Cavour, dalla quale crediamo ricavare il ricercato capo del filo di Arianna. Essa così suona:



Napoli, 21 agosto 1860.



Mio caro prof. Bianchi,



Qui il partito estremo è sul punto di strappare le redini del moto di mano ai moderati, e per l'inettezza di questi vi riuscirà. Fate intendere, se potete, a chi è in alto locato, che la salute dell'Italia sta ora in una conciliazione piena con Garibaldi ; e che ogni opposizione al medesimo, sotto qualunque forma, è divenuta impossibile.

Credo che il marchese Villamarina, col quale ho avuto due colloqui, venga le cose come io le vedo. II Conte di Cavour, che è l'uomo dei connubi fortunati e delle audaci alleanze, si prepari ad un nuovo connubio col Vincitore della Sicilia; e tutto andrà bene. Altrimenti Dio ci ajuti!

Non vi ripeto le notizie che oggi corrono in Napoli: voi le conoscete di certo.

Salutatemi gli amici.



Vostro a. D.mo B. MIRAGLIA





Dal contenuto della riportata lettera facciamo le nostre deduzioni :

Garibaldi era entrato vittorioso in Palermo, ed il Borbone aveva tentato di salvarsi cercando prima, inutilmente, l'aiuto di Napoleo­ne Ili e, poi, mutando indirizzo politico, col concedere la costituzione, istituendo la Guardia Nazionale, promettendo l'autonomia della Sicilia, adottando il tricolore italiano, e sollecitando infine l'alleanza di Vittorio Emanuele Il. Cavour, intanto, che vedeva quel trono barcollante, sotto l'impeto del generale Garibaldi e che prevedeva prossimo il trionfo della rivoluzione, s'ingegnò a guadagnar tempo e concentrò tutti i suoi sforzi ad impedire che Garibaldi assumesse la direzione suprema del movimento italiano: un po' perché sapendolo circondato da maz­ zimani, temeva qualche sgradita sorpresa; ma sopratutto perché, conoscendo l'arditezza del Generale, prevedeva la sua inopportuna marcia contro il Papa e contro l'Austria, col sicuro pericolo di suscitare, in conseguenza, una guerra contro la Francia che poteva mettere in pericolo quanto si era già guadagnato.

Da qui il dissidio aperto tra Garibaldi e Cavour.

A questo si aggiunga lo stato irrequieto dei patrioti napoletani che, col trionfo delle battaglie garibaldine a Reggio, precisamente il 21 agosto, data della lettera del Miraglia, non intendevano fare assopire l'idea della conquista di Roma, procrastinata al libito francese.

La disaffezione dei meridionali, per come allora scriveva il Plu­tino, poteva dirai comindata e minacciava di tramutarsi in odio, tanto che in qualche esasperato patriota nostro si apriva il dubbio che il repubblicanismo non fosse stato che invenzione del Ministero per arte di governo.

In questo anormale stato di cose, forse fu serbato al Miraglia il compito segretissimo e delicato di calmare gli animi e comporre l'aperto dissidio, visto che la tentata sollevazione di Napoli, per parte di Cavour era abortita e che altra via era necessario seguire per infrenare la rivoluzione garibaldina.

Nella lettera che abbiamo riportato traspare evidente l'avvento di questa sua missione che dove immediatamente seguire, affidata a persona che, come il Miraglia, poteva essere al corrente oltre che

dello stato degli animi degli accesi napoletani, anche della prudente politica dei moderati piemontesi. Fu, per così dire, il tratto d'unio­ne che dove attutire il contrasto, consigliando la paziente attesa di giorni migliori per non pregiudicare la soluzione dell'Unità d'Italia.

La lettera, per quanto non ne porti il nome, deve intendersi diretta al pubblicista prof. Celestino Bianchi, che nel 1855 aveva fon­dato lo «Spettatore» con Peruzzi e Ricasoli e diretta la «Nazione) dal 1817 al 1885. Il prof. Bianchi era la migliore e più adatta persona che potesse fare intendere al governo di Vittorio Emanuele II la reale situazione del Napoletano, in quanto al Ricasoli lo legavano vincoli d'intimità ed al quale si era accompagnato quando si trasferì a Torino per assumervi, più tardi, la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il fatto di aver rinvenuta la lettera nel carteggio personale del Cavour ci porta logicamente a credere che del contenuto di essa si dove tenere giusta considerazione e supporre ch'essa proprio ci debba far piena luce sulla consistenza della voluta missione della quale il grande patriota strongolese seppe portare il segreto nella sua tomba.

Nel l1Settembre del 1860 il Miraglia veniva nominato da Garibaldi direttore del Giornale Ufficiale di Napoli e, nell'ottobre seguente, con altro decreto, veniva eletto Ufficiale di ripartimento con incarico di redigere la Gazzetta Ufficiale. Dal 1861 al 1869, fu attivo e Cattivo giornalista in Napoli e, fino al 1870, Capo Divisione dei Ministeri che si susseguirono. Dal 1871 al 1877 Direttore dell'Archivio di Stato di Roma e Sovrintendente degli Archivi Romani.

Già nel 1875 aveva pubblicato, per la tipografia eredi Botta, un « Calendario di Roma» nel quale, in 270 pagine circa, riassumeva la cronaca degli avvenimenti romani dal 20 settembre 1870 a tutto il 1873: dal giorno cioè in cui le truppe italiane del IV Corpo d'Armata, alle cinque e 15, aprivano j} fuoco contro le mura tra Porta Salaria e Porta Pia, al 31 dicembre 1873, giorno nel quale Vittorio Emanuele II ricevé al Quirinale i Ministri ed i Capi delle Missioni Estere. Seguiva una statistica della stampa periodica, nella quale faceva ascendere a 201 i giornali morti e viventi, e faceva seguito una serie di notizie e documenti per la storia del Risorgimento di Roma, dal 1848 al 1849, ai quali eventi egli aveva partecipato. Seguivano versi e stornelli, pensieri e ritratti cavati dalla storia del Tacito e dal Gregorovius. Infine vi era un indice cronologico delle leggi e decreti del Regno d'Italia, relativi a Roma dal 1870 al 1874.

Un tal calendario, che si riferiva esclusivamente alle vicende di Roma, riuscì caro a Quintino Sella che al Miraglia dirigeva le se­di di lettere: il grande patriota strongolese seppe portare il segreto nella sua tomba.

Da alcune sicure notizie, ricavate dal carteggio di casa Gallo, in Rocca di Neto, sappiamo che il Miraglia, in Napoli, ebbe a suo segretario particolare lo scrittore Francesco Mastriani.

Vittorio Emanuele II io nominò, moto proprio, cavaliere di S. Maurizio e Lazzaro e, nel 1862, fece parte attivissima della Com­missione per il miglioramento del teatro nazionale e per il risorgimento di buoni artisti e scrittori drammatici.

Con la costituzione di Roma a capitale d'Italia, continuò a dirigere la Gazzetta Ufficiale e, quindi, venne preso negli ingranaggi delle Prefetture passando da Prefetto di Pisa, dal 1877 al 1881, a Prefetto di Bari, dal 1881 al 1883.

Nel 1884 veniva collocato a riposo, vittima degli sconvolgimenti amministrativi, causati dalla scettica furberia politica del Ministro Depretis.



Roma, 7 gennaio 1875.



Illustrissimo Signore,



Non so ringraziarLa abbastanza e del suo dono ed anche più del pensiero che ne ha dettato l'invio. In me, come in tanti altri italiani, non si spense mai il culto che di Roma si ebbe per l'alma città fino dall' infanzia e quindi non nascondo che mi fu assai gradito il vedermi da Lei così bene indovinato.

Ho guardato il libro: esso è utile e pregevole, e con Lei perciò mi congratulo. Ma percorrendolo mi venne un pensiero, che mi affretto ad esternarlo a Lei con cui ho comune il vivo interesse per Roma.

Perché non riallacciare la storia di Roma del 20 settembre 1870 sino alla fondazione della città, passando alla Roma Papale, Imperiale, Repubblicana? Perché non sarebbe a Roma Vittorio Emanuele l'ultimo (intendo l'ultimo nel senso di recente) dei reggitori di Roma cominciando da Romolo.

Il calendario di Roma acquisterà grandissimo interesse se vi sarà una cronologia dei reggitori, dei fatti, delle leggi precipue.

Ed in questa cronologia credo avrebbe diritto di cittadinanza la cronologia della dinastia di Savoia che ebbe la fortuna ed il merito di unire in Roma tutta l'Italia.

. Mi sembra quindi che fra i reggitori di Roma non sarebbe fuori di posto la indicazione dei successivi regnanti di Casa Savoia e dei suoi fatti principalissimi, come una indicazione più particolareggiata dal 1848 in qua, allorché Casa Savoia, prendendo in mano il vessillo d'Italia, iniziò il movimento che qui soltanto tini va, e farvi anche a suo posto la indicazione delle leggi preci pue le quali hanno origine parlamentare. Così si intreccerebbe la storia di Roma con quella di Casa Savoia e si avrebbe l'opera di tutte le dodici legislature parlamentari italiane.

Ma farà quanto crederà per un altro anno; mi permetta intanto che Le rinnoveri i miei vivi ringraziamenti e Le esprima tutta la mia stima.



Suo devotissimo



QUlNTINO SELLA



Omettiamo, per non essere prolissi, la seconda lettera del Sella datata. 17 gennajo 1875 della quale riteniamo soltanto interessante riprodurre le prime parole:... «La Sua lettera mi ha riportato con la immaginazione al tempo degli entusiasmi e degli affetti giovanili, e po8cia produsse in me due sensazioni: l'una di piacere allo scorgere come non manchino persone in cui sia così vivo, così puro il patriottismo; l'altra di dolore,.imperocchè è ormai raro l'udire cosi nobili parole come le Sue, ed è specialmente rarissimo nella gioventù. Locchè è una delle afflizioni della mia vita.

«Tra la vecchia guardia, tra coloro che provarono tutte le sofferenze e tutte le gioie, tutte le ansie dell'ultimo trentennio, si trovano ancora, parecchi in cui vibra la corda patriottica unitaria come avanti il 1848. Nella gioventù invece, se io non sbaglio, trovo per lo più uno spirito di egoismo, di grettezza, di n1.unicipalismo che mi addolora».

Un motivo passionale, in tutta la sua sua opera letteraria, fa vibrare, anche a distanza di tempo e di luogo, le fibre tutte del suo spirito: è come l'archetto delle sue idee, travaglianti le corde della sua anima inquieta.

Nasce dal vivo ricordo della sua natia Strongoli, si accentua nell'amarezza del distacco, si dilata e divampa in un maggiore circolo concentrico d'amore, nell'attaccamento eroico verso la patria Italia per la quale vive, dispera, combatte e sogna.

Voce intima di bene, lungamente cullata nella morbidezza delle sante memorie del focolare domestico:

Aura che vieni meco e sei lamento. e del chiuso mio cor t'apri la via all'interno tumulto, ah. ben ti sento voce sei tu della Calabria mia.

La Calabria! Per la quale vive, per la quale sogna un non lontano giorno di sereno ritorno:

Deh mi sia conceduto un giorno solo di rivedervi; e sia l'ultimo quello: almen riavrà quest'ossa il patrio suolo.

E in questo disperato anelito c'è una soave melanconia che risveglia memorie benedette; un suono di triste dolcezza che compendia tutto il dolore dell' esule.

La Calabria! E per essa o con essa, avvilita sotto il giogo del tiranno, la patria tutta, schiava e travagliata prende tntto il suo es­sere che a lei vota nel verso che sa essere snudata spada, nell'opera di cospirazione e di battaglia che sa mostrarsi silenziosamente bella. Con un contenuto d'ideali possenti e puri che vogliono diventare come la molla che sospinge la nazione alla propria unità; ideali che sono manifestazione tipica dell'epoca nella quale la stessa letteratura piegava ad essere strumento di guerra e nella quale, al dire del Settembrini, «persino un palpito generoso avvivava la grammatica, ed un pedante, come Basilio Puoti, poteva generare molti rivoluzionari » .

La sua psiche, allora, morbidamente romantico-emotiva, trova nello stesso amore che l'agita le faville che lo spirito accendono e, per intima connessione d'ideali, l'innamorato cantore dei sempre verdi oliveti natii cede il posto al Tirteo delle tante vite. La penna e la spada, allora diventano una cosa sola ed agl'intimi penetrali della leonina anima calabrese chiedono e strappano i ruggiti ed i marziali squilli della battaglia cruenta:



E certo un giorn? balzerà feroce

e di qui gioghi infrangerà le porte.

arme! Arme fremendo: a quella voce

tutte le in8anguinate ombre del Norte.

Si aduneran sull'Alpi; e rimirando esterrefatta la città latina

diran: Resurge! e ha nelle mani il brando, Surta è del mondo la fatal Regina.



Un forte e puro amore attanagliò il suo cuore in Strongoli, nei suoi anni giovanili, ed il distacco ne dovea esacerbare l'anima. Persona amica riuscì ad identificarla in una bellissima donna dal nome Lucrezia che, anche a tarda età, sorrideva al ricordo della passione del giovane poeta. Primo amore, ho detto, che cuore di lui non seppe mai dipartirsi, anche quando nuove passioni lo avvinsero e che, parte preponderante del suo cuore, resta come la perla dei ri­cordi, incastonata nel ricamo delle memorie più care. L'onda - delle rimembranze lo riporta al suo: spirito: ogni qualvolta una immagine dei luoghi natii lo seduce e conquide. Allora, diventa come il motivo più delicato di una musica gentile che attenua ed addolcisce il tumulto dei suoi tanti dissidi.



t'adagia e lo culla nella penombra delle tristi cose:

S'imporpora l'occaso e il jl;iorno muore;

ma, nel rimpianto delle cose perdute, con accento, ancora e sempre la rievoca e la chiama:

o compagna, o Lorella io primo amore I

Ed al suo grido disperato nessun altro conforto che il lontano eingulto di lei:

Ombra IOD io, Don donna viva. Tardatti tanto che mi trovi morta.

Come scrittore politico, fu irriducibile con i tiranni, italianissimo e coerente, sopra tutto nelle avversità. Talvolta fu profeta.

Ne «Il Piemonte e la Rivoluzione italiana» 1856, trova nell'eroica regione piemontese la formazione di due elementi costituitivi: la Casa di Savoia ed il frammento del popolo italiano. Onde Carlo Alberto «sorride alla rivoluzione che nei sogni gli fa lampeggiare sugli occhi la corona di ferro e gli addita un trono sul Campidoglio, costituendosi la prima e grande vittima espiatoria di questa dualità ».

E per questo in felicissimo Re,' che il cieco passato ed i feroci dardi di Mazzini, Berchet, Giusti ricrucifissero con le ingiuste qualifiche di «traditore, Amleto, Re Tentenna» e peggio, e che una seria ed obbiettiva documentazione, oggi, ripone nella sua giusta e gloriosa luce nella ,quale il Carducci lo cantava nel «Piemonte» 1890, il Miraglia, precursore nel giudizio, prima del Gioberti, nel dicembre del 1849, dopo solo cinque mesi della dolorosa morte, può gridare nella sua «Storia della Repubblica Romana» :

«In un'ora di risveglio europeo, quest'uomo si sollevò sul volgo dei Monarchi, guardò senza paura l'avvenire. Vide la monarchia in urto col secolo pieno di istinti nuovi e profondi; pensò di rovesciarne l'antica base Unico Re in Italia di schiatta italiana, tentò di creare una patria. I posteri lo giudicheranno, io sento di compiangere un Re magnanimo ed infelice che gitta la sua corona nel giorno della disfatta, e anziché assistere da Monarca allo spettacolo di un'Italia schiava, va in terra straniera a cercare una tomba. Tutto Egli ha provato: la vittoria e la fuga, la gloria e la calunnia, il corteggio dei popoli e l'abbandono dei cortigiani, 1.' apoteosi nella patria e la morte nell'esilio. 

«Chi ha tanta forma di animo da insultare alle sue ceneri, tiepide ancora, lo faccia; noi gli consacriamo il tributo delle nostre lagrime e questo elogio che ne paura di potenti, ne codarde speranze ci hanno imposto ».

Coerente a se stesso ed alla sua concezione politica, che l'idea nazionale avesse una duplice manifestazione: rivoluzionare il Pie­monte e piemontizzare l'Italia, perché il Piemonte costituiva per lui la rivoluzione ordinata, che doveva mettersi alla testa del movimento unitario di redenzione e piccoggiare alla Reggia di Vittorio Emanuele II, il quale poteva ordire da solo la trama degli avveni. menti, quando



Un suon d iguerra

sordo si diffonde in ogni loco



può gridare a Vittorio Emanuele II:



.Sire, il Tuo soglio ha queste

immote Alpi per base e il nostro amore, nè potran le tempeste

unquar mutar dei Tuoi fedeli il core. Ma insolente e vicino

non è vicin al tuo soglio il barbaro che, Italia ftaggellando, o Re, t'insulta? E in riva del Ticino

non vedi sempre un regal fantasma

che gira intorno di Novara inulta?



Il ricordo del tristissimo Re, doloroso nel cuore del figlio, sanguinante nel cuore degli Italiani che avrebbero dovuto placarne la disperata ombra con una vittoria, attuata dalle virtù degli italiani per i quali « molte ed ignote eran le vie del Signore» che richiedea per la redenzione d'Italia la rinunzia di ogni affetto che non fosse alla patria sacrato.



Lasciate i BOgDi e gl'ideali amori.



Amò egli una democrazia che doveva moderarsi e che Jacesse capo all' Italia, visto che quella americana e francese erano in decadenza per la deviazione delle concezioni informative.

Odiò la Francia della quale enumerò le infamie, ma la credè fatta per essere alleata dell'Italia.

Reato decisamente contro il papato, perché secondo lui, non sarebbe stato possibile riedificare il Campidoglio senza demolire il gotico edilizio della tiranniit religiosa.

Profetizzò per la Polonia il giorno del riscatto e fu ancor profeta quando previde l'ineluttabilità di un conflitto europeo nel quale stabili le chiare posizioni dei popoli.

Contrariato e dimenticato (sempre cosi dei nostri uomini!) finì i suoi giorni a Firenze, dove si era ridotto, e non a Roma, come il Falcone, Croce e Capialbi ritennero, il 10 aprile del 1885, da prefetto a riposo, lasciando in abbozzo i primi capitoli delle sue memorie che sono rimaste inedite.

Gli fu compagna e sposa Anna Merolli, pittrice romana, inseparabile nei giorni sanguinosi dell'assedio di Roma ed in quelli più duri dell'esilio di Genova e Torino. Ebbe due figlie: Bice Miraglia ­Sivestri, defunta nel 1906, che fu di delicata bellezza e scrittrice accorata di buone novelle, fondatrice del giornale «La Mammola » e collaboratrice del Giornale delle Donne» e del «Novellino» con pseudonimi di Spiritello, Florentia e Rondinello.

Altra figlia è Adele Miraglia, Marchesa Giustiniani, oggi ottantenne, e residente in Firenze, che rimane viva e magnifica testimone di quei tempi eroici e di quelle superbe glorie.

Egli riposa nel cimitero di Monte alle Croci, ove portò seco tutti i segreti di una lunga vita operosa, passata in affettuosità con i più illustri uomini del tempo.

Lascio alla stessa figliuola vivente Marchesa Adele sintetizzare, in un grido di dolore, la ingiusta fine toccatagli :

Mio padre morì improvvisamente, dopo una vita travagliata, faticosa e disinteressata sempre, ricca di amor patrio. Negli ultimi suoi anni invece di gratitudine ebbe per compenso molti disinganni ».

La rimunerazione usuale che poteva dare ai suoi grandi figli l'Italietta dei mesiatori e vediciance dei governi inetti passati!

E lascio all'illustre prof. Pelio Bacci, Sovrintendente per l'arte medioevale e moderna della Toscana II, che di lui affettuosamente mi scriveva, inquadrare magistralmente la sua nobile figura: B. Miraglia è figura fulgidissima di patriota e di pensatore, ed il silenzio attorno a lui è ingiusto. Forse nocque al ribelle strongolese del 1844 il morire da Prefetto pensionato, e ridotto scontroso e strano, fu peccato che non desse mano a acri vere le memorie della propria vita, come forse ebbe in animo di fare».

Fu un uomo insomma (concediamo a lui stesso la libertà della definizione) «bisbetico, che anche i suoi amici intimi non hanno mai conosciuto davvero. Credè di esserne predestinato, come l'aquila, a spaziare nei cieli ed il suo crudo destino lo confisse, negli anni più belli della sua vita, nella mort'i gora dei pubblici uffici, ove restò il suo ingegno spennacchiato e nudo».

II Miraglia fu un poeta eminentemente lirico e, quando volle accingersi ad una forma epica, riusci poco fortunato davvero. Ben per lui se non portò a termine gli abbozzi di un poema che ne avrebbe diminuita l'entità.

Manca, in genere, nei suoi lavori, spesso spontanei, qualche volta stentati, quel necessariolabor limae che ci avrebbe potuto dare opere più perfette; ma una tale mancanza trova giustificata ragione nella sua vita agitata e nomade, che non gli diede la sere. nità ed il tempo per un accurato lavoro di revisione.

La sua prosa resta al di sotto della sua lirica, per minore bellezza d'ispirazione e perfezione di stile.

Come filosofo non fu un gran che e, come novelliere, appartenne a quella nobile schiera di romantici nostri che. il De Sanctis lodava per sincerità d'ispirazione e per vivacità di espressione.

II De Gubernatis definiva la sua opera «di squisita fattura, spesso originale, molto superiore alla fama rimastale », ed il Guer. razzi sentiva in essa «l'aura di Teocrito, di Mosso, 'di Beone e quella più recente del Mele». Al Tommaseo parve ch'egli «fosse predestinato ad ascendere ad altezze maggiori» e per il Costa « spiega un'eloquenza di affetti meravigliosi, per cui spesso ne rimane com. mosso». Al M.amjani sembrò «pjena e riboccante di .aJta_ aJIettuo­ sissima ispirazione; un sentire profondo, una fantasia vivacissima ed una invidiabile spontaneità».



Di lui restano le seguenti opere:



1. Il Brigante: novella culabrese in quattro canti (1844) dalla quale, come traspare dalla stessa prefazione, si «attendeva trepi. dante il giudizio che doveva decidere del suo destino letterario » .

2. All' Italia: lirica scritta nel 1848, che venne pubblicata insieme ad una ode di Domenico Mauro dal titolo «Calabria crociata per Lombardia».

3. L'Eco della Magna Grecia: tipografia di G. Marzorati, Torino 1858.

4. Canti dell'Esilio: saggio di poesie filosofiche, 1860, nelle quali figurano molte lettere a lui dirette dal Mamiani, Guerrazzi, Tommaseo, Costa. 5. Versi editi ed inediti: Zanichelli, Bologna, 1879. 6. Cinque novelle calabresi : Firenze, Le Monnier 1850, e che specificatamente portano il titolo: « L' Imeneo nella tomba» ,«La Vergine pescatrice di Capo Colonna», « Il Rinnegato), « Il Re della Sila », e<:c.

7. Introduzione alla scienza della storia: 1866. U.T.E.T.

8. Dei terreni pelaggi: cenno storico, 1862.

9. Dalla montagna: sonetti e canti, Casa Editrice Carlo Verdesi, Roma 1886.

lO. Varii aspetti del rinnovamento italiano: Dieci brevi studi pubblicati nel 1861.

Il. Sull'ordinamento dell'amminÌ!_trazione civile e sull'indole della rivoluzione italiana: studi, Unione Tipografico Edit., 1863.

12. Storia della rivoluzione romana: pubblicata nel 1849 ed. Ca­ruta. Stab. Ponthonier, della quale nel 1851 si era pubblicata la 38 edizione.

13. Calendario di Roma: Tipografia Eredi Botta, 1875. 14. All'unione d'Italia: Cantata allegorica, musicata da un tal Mu­stafo, maestro della Vaticana.

Tutta la sua opera letteraria s'inquadra nell' aureo periodo romantico calabrese, che registra i nomi del Padula, .Mauro, Baffi, Campagna.

Periodo nostro glorioso che, bene a l'azione, il De Sanctis rivendicò alla giusta valutazione nel suo volume « La letteratura Italiana del secolo XIX» e che a differenza della scuola napoletana, avente impronta imitativa convenzionale., veniva su fresco di maggiore na­turalezza e permeato di migliore e più vergine sentimento, più acconcio alla viva immaginazione della nostra ardente psiche, che seppe fare del romanticismo una vera corrente bironiana, a motivi ossianici, su fondo vivo e reale, travolgente per impeto di sincera passione.

E la poesia del Miraglia, come del resto tutta la sua opera letteraria, sebbene nata nel tumulto delle città popolose, forgiata nel travaglio della sua lotta politica, pare senta, per impulso di ricordi, tutta la bellezza dell'ubertosa pianura del Neto

Fido e caro compilano ai lieti giorni.

Quello stesso Neto che aveva saputo inspirare il 4° Idillio di Teocrito ed il Dafne di Salarnone Gessner.

Poesia passionale, ho detto, che sembra sbocciata tra lo stormire degli uliveti sempre verdi della natia Strongoli, accanto ai ruderi dei suoi vecchi conventi, tra le sacre memode, della sua storia millenaria: impastata con quanto di meglio potesse sgorgare dalla calda fantasia della sua gente, ricca di sentimento e di vivida intelligenza. 

Che sempre i boschi delle mie montagne rapi lo io sogno e il mio splendido sole e la jonica riva e le campagne seminate di gigli e di viole.


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