Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       




Da Strongoli a Punta Alice (1)

di

Maurizio Paoletti


Superato il promontorio crotoniate, la strada statale 106 corre quasi rettilinea per oltre una trentina di km sino a Ciro Marina, riprendendo il percorso costiero che le è natu­ralmente congeniale e allontanandosi dal mare solo quando giunge in prossimità del fiume Neto.

Anche in questa scelta, la strada moderna mostra di ricalcare fedelmente il tracciato assai più vecchio che evitava di attraversare il corso d'acqua alla sua foce. Infatti, dove oggi sono terreni bonificati, in passato le ricorrenti esondazioni alimentavano acquitrini e probabili sacche lagunari. La zona era disagevole e inospitale fino ai primi dell'Ottocento: lo testimonia una bella e preziosa tavola dell'Atlante Geografico del Regno dì Napoli curato nel 1833 da G.A. Rizzi Zannoni, nella quale l'unico toponimo registrato a Nord della foce del Neto è, appunto, il «Bosco del Pantano».

Non è improbabile che - come rivela l'Atlante - in questo tratto, di lato alla strada principale, la viabilità ottocentesca secondaria, parallela e un po' tortuosa, conservi memoria diretta dell'arteria litoranea romana che, lambendo il sistema collinare jonico, collegava Crotone con Thurii. In ogni caso, le semplici distanze stradali dell'Itinerarìum Antonini e le informazioni ugualmente sintetiche della Tabula Peutingeriana indicano che Petelia era raggiunta non mediante un diverticolo, ma con una vistosa deviazione verso l'interno. L'importanza di questa tappa itineraria è indubitabile; e si spiega con il ruolo attivo che la città romana esercitò nello sfruttamento del territorio costiero e collinare immediatamente retrostante.

Andando a sostituirsi o a riprendere l'attività di precedenti fattorie ellenistiche (contrade Gangemi, Vergadoro) intomo a Petelia, dal I-II secolo d.C. in poi, ville e insediamenti agricoli minori occupano stabilmente modeste alture che fronteggiano da vicino il percorso della strada statale 106 (contrade Fasanella, Fasana, Lazzovino, Mortilla, Santi Quaranta, Serra Frasso, Tronga). Il contrasto è netto rispetto agli scarsissimi indizi di una presenza nelle campagne durante tutto il II-I secolo a.C: segno che Yager si era realmente spopolato dopo le devastazioni annibaliche e che la ripresa era stata lenta e faticosa.

Oltre a queste notizie che si lasciano inter­pretare in maniera coerente sul piano storico, l'area compresa tra il Neto e gli immediati dintorni di Strongoli ne offre altre che hanno, per la loro casualità o forzata incompletezza, soprattutto un valore topografico. Cerarniche Rimpasto della media Età del Bronzo (XVI-XJ.V secolo a.C.) sono state recuperate in località Foresta (a pochi km da Torre Melissa); ancora ceramiche e materiali (da necropoli?) dell'Età del Ferro provengono dalle località Zigari e Cersi del Russo poste lungo vallate interne. Infine, benché isolato, certamente importante è il tesoretto monetale (inizi del V secolo a.C.) con monete di Caulonia, Crotone, Metaponto, Posidonia e Taranto scoperto in località Serra Frasso.

Anche visto a distanza il massiccio terrazzo su cui sorge Strongoli riesce ad imporsi allo sguardo. Vi si giunge dalla costa, imboccando la strada statale 492 alla stazione di Strongoli e salendo progressivamente con un tragitto di circa km 7 che diviene tortuoso solo nell'ultimo tratto finale.

Conviene iniziare la visita, addentrandosi subito a piedi nelle silenziose ed anguste vie del vecchio centro storico, alla ricerca delle poche epigrafi romane di spoglio qui conservate.

La prima che si incontra in via Vittorio Ernanuele III, murata sulla antica Torre dell'Orologio, ma rinvenuta nella località Pianette, è una dedica a Traiano (CIL, X,

Iscrizione di Manio Megonio Leone.

In realtà l'iscrizione commemora piuttosto le benemerenze del petelino Fidubio Alcimo che, fresco della nomina ad Augustale, aveva ringraziato con vari donativi in denaro i decurioni, gli Augustali medesimi e tutto il popolo di Petelia; mentre nella stessa occasione aveva offerto in forma ufficiale un busto di Traiano (a quest'ultimo monumento doveva appartenere la lastra di marmo oggi superstite).

Riprendendo l'itinerario si può dapprima raggiungere il Castello sorto probabilmente in età bizantina, e più volte trasformato nel corso dei secoli, adoperando per le sue murature anche blocchi di spoglie e colonne di granito. Suggestiva è di qui la vista dell'altopiano delle Murge e delle vicine valli scavate da brevi corsi d'acqua a carattere torrentizio.

Quindi, tornati sui propri passi, ci si può dirigere alla piazza del Duomo e alla settecentesca Chiesa matrice. Al suo interno, nella

navata sinistra, accanto alla porta del piccolo ingresso laterale, sono conservati i quattro piedistalli marmorei, iscritti, per le statue che onoravano gli appartenenti ad una stessa famiglia di Petelia; quella di Manio Megonio Leone, che nella prima metà del II secolo d.C. ricoprì le più importanti cariche locali. Grazie a queste iscrizioni, un po' trascurate e semìnascoste nel buio della chiesa, vengono allo scoperto le ambizioni e la vanità di una famiglia influente all'interno di una cittadina minore e appartata - che tale Petelia fu sempre -; ed è possibile ricostruire le modalità attraverso le quali lo status sociale delle aristocrazie municipali era esibito in pubblico.

Favori e benefici erano in grado di assicurare, nei limiti del possibile, la notorietà anche dopo la morte. Infatti, mediante disposizioni e lasciti in denaro minuziosamente indicati nel testamento, Manio Megonio Leone ottenne - oltre alla statua equestre che già aveva ricevuto in vita - due nuove statue onorarie di bronzo che lo raffiguravano stante, e una ciascuna per la madre Cedicia Iride e la moglie Lucilia Isaurica (CIL, X, 114; ILS, 6468, 6470-6471). I paragrafi testamen-tari trascritti per intero sul fianco delle basi per le due statue di Megonio permettono, tra l'altro, di calcolare con sufficiente esattezza la condizione demografica di Petelia per quegli anni. Non si è lontani dal vero nel supporre che la popolazione adulta e di condizione libera non doveva superare complessivamente le 2.000 persone.

Uscendo dalla Chiesa matrice, sulla destra è una via che conduce dopo pochi metri ad una piazzetta (anch'essa piazza Duomo): qui, sulla facciata esterna di un basso edificio (l'ex Palazzo Municipale), all'angolo del quale a mo' di paracarro è una colonna di granito probabilmente antica, si trova murata riscrizione che era apposta sotto la statua equestre di Manio Megonio. La lastra di marmo fu rinvenuta tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo; ma solo nuovi scavi condotti nel 1886, in località Pianette - all'epoca campagna fuori del paese e oggi quartiere cittadino -, permisero di scoprire numerosi frammenti di bronzo della statua stessa (parzialmente ricomposta nel Museo Provinciale di Catanzaro).

L'ultima tappa dell'itinerario conduce al Palazzo Pelaggi, in vico Volpi, n. 15A (un vicolo corto e a fondo cieco, che si apre dinanzi alla medesima piazzetta). Sulla sua facciata, accanto al portale d'ingresso sormontato dallo stemma nobiliare, ma in posizione alquanto disagevole, è infatti murata da oltre due secoli un'iscrizione greca (III-II secolo a.C.) che menziona i ginnasiarchi di Petelia (IG, XIV, 637).

Quindi, dopo avere ammirato lo splendido panorama che fa scorgere un vasto tratto di mare per molti chilometri fino al Neto e in particolari giornate fino al promontorio di Capo Colonna, sì può lasciare piazza del Duomo e il centro di Strongoli, alla volta della città bassa e moderna.

L'urbanizzazione dell'ultimo quarantennio ha cancellato, però, buona parte dei rinvenimenti un tempo segnalati nelle zone dette Vigna del Principe e Cimitero Vecchio. Lungo via XXIV Maggio in luogo dei "ruderi

di muri colossali" vi sono adesso case popolari; sì che solo pochi tratti murari in opera incerta testimoniano la posizione del "foro superiore" di Petelia, (distinto nelle fonti epi-grafiche dal secondo "foro inferiore", ma forse collegato a quest'ultimo). Invece nell'area dell'ex Cimitero, e dietro il suo muro di recinzione, tracce superstiti di pavimenti in cocciopesto si riferiscono ad un impianto termale cittadino.

Un secondo itinerario extraurbano può condurre ad esplorare le necropoli dell'antica Petelia e a visitare i mausolei legati alle ville del Vager.

È necessario da Strongoli riprendere la strada statale 492 in direzione di S. Nicola dell'Alto; dopo circa mezzo km imboccando sulla destra una strada campestre si arriva in località Manche. La necropoli, purtroppo nota principalmente da scavi clandestini, sembra

essere stata in uso tanto in età ellenistica che romana. A tombe a camera con volta a botte di mattoni (IV secolo a.C.) si succedono tombe "alla cappuccina", tombe a camera ipogea e piccoli mausolei in opera reticolata (MI secolo d.C.J.

L'altra necropoli di Petelia che si trova in località Fondo Castello, sulle pendici del terrazzo collinare di Strongoli, è raggiungibile sempre percorrendo la strada statale 492 verso S. Nicola dell'Alto e, al mattatoio comunale, imboccando a sinistra la provinciale per Rocca di Neto. Giunti sotto il castello, un tortuoso sentiero permette di risalire sino a mezzacosta all'area della necropoli. Le tombe sono disposte ai lati di una strada lastricata (larga m 2,70) e provvista di marciapiedi, in forte pendenza: certamente quella che usciva da una porta dell'abitato romano e che, più tardi, si è perpetuata in una via acciottolata detta la "Silica della Regina".

Sul posto è possibile vedere ormai un ristretto campione delle tombe - camere a volta a mattoni e muratura intonacata, loculi di tegole "alla cappuccina", pozzetti -, che in età imperiale erano quasi affollate l'ima sull'altra e munite di dispositivi per libagioni funebri. Invece, sono depositati nel museo di Crotone tutti i modesti corredi (ceramiche acrome, vetri, lucerne ecc; I-II secolo d.C.) e i segnacoli tombali iscritti, talora configurati ad erma, più spesso con la sommità a disco aniconico che traduce una testa estremamente schematizzata.

A conclusione, ancora una volta tramite la provinciale per Rocca di Neto - svoltando dapprima al Trivio Pagliarella verso sinistra, poi al bivio di Casa La Salinella verso destra -, dopo km 5 nelle campagne di Strongoli si raggiunge il mausoleo romano di località Pizzuta di Giunti. Il monumento localmente chiamato la "petra du tesauro" è una piccola camera sepolcrale in muratura, quasi integra (fine inizi II secolo d.C), simile ai mausolei di Seolacium.

Le Murge di Strongoli: alla ricerca di Macalla

Sulla via del ritorno da Troia, l'eroe omerico Filottete si trovò ad affrontare un viaggio difficile, tormentato e ricco di peripezie - appunto il nostro -; così tramandava il racconto mitico, forse già in epoca arcaica, e così formalizzava la sua più elevata e tarda rielaborazione nt\V Alessandro, di Licofrone, che è poema alessandrino oscuro e ambiguo come pochi altri.

Secondo quei versi allusivi di un trascorso storico e di una realtà topografica che, tuttora, parzialmente ci sfuggono, la sorte di Filottete si concludeva in Calabria. Due i caposaldi indiscussi del mito in terra enotria: il santuario di Crimisa che dell'eroe custodiva l'arco con le frecce; e, poi, Macalla che lo aveva accolto e che, dopo la morte gloriosa avvenuta combattendo contro gli Ausoni Pelleni, aveva trasformato in luogo di culto la sua tomba.

A differenza del santuario identificato oltre mezzo secolo fa da P. Orsi a Punta Alice, nei pressi di Ciro Marina, la localizzazione di Macalla - centro indigeno e dunque, di per sé quasi "muto" - è rimasta assai problematica sin quando attente e fortunate indagini sulle Murge di Strongoli hanno attirato l'attenzione sul carattere del sito.

Adesso il visitatore che salga sull'altopiano delle Murge, tramite una strada sterrata che si diparte dalla strada statale 492, rimane colpito innanzi tutto dalla natura del luogo. II terrazzo fluviale è tagliato a strapiombo sul lato Est che raggiunge circa m 400 l.m.; invece quello opposto digrada in maniera meno accentuata nei confronti delle altre pendici molto scoscese.

La distanza corrisponde bene ai "120 stadi da Crotone" menzionati dalla tradizione letteraria dello Pseudo - Aristotele; mentre le tracce di un insediamento indigeno sono estese e cospicue. Se questa fu Macalla, essa sembra disporsi nell'arco di diversi secoli a partire dall'Età del Ferro: dapprima con un abitato sparso a capanne e relative necropoli (VI-V secolo a.C); poi (metà IV secolo a.C.) con un aspetto più propriamente urbano, data la presenza di una duplice cinta muraria di cui sono visibili alcuni tratti.



(1) Estratto da " Guida Archeologica della Calabria - Un itinerario tra memoria e realtà.- Edipuglia Srl Bari S. Spirito.

N.B. Le immagini sono state tolte dall'articolo, per poterle inserire tutte insieme in varie panoramiche foto.


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