Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       




BIAGIO MIRAGLIA

Biagio Miraglia

Nato a Strongoli il 15 gennaio 1823 dall'unione naturale di Francesco Saverio Miraglia, cosentino, benestante e scapolo, a Strongoli trasferitosi al seguito della primogenitura, (e qui sindaco nel 1821 e poi dal 1834 al 1840), e di Anna Loria di S. Giovanni in Fiore, avendo ricevuta la prima educazione nel seminario di Cariati, per il completamento degli studi classici, mercè l'interessamento del Vescovo diocesano, buon'amico del padre, è inviato nel collegio italo - greco di S. Demetrio Corone, attiva cellula antiborbonica, fondato e diretto da illuminati pensatori e prelati . «Chierico di Strongoli di anni 14» con testimoniale del vesc. Serao di Cariati, il 14-4-1837 è dispensato dal difetto di natali per accedere agli ordini, «non essendo nato da sacrilego concubinato», legittimato come fu con decreto sovrano del 26-4-1831; inviato a Napoli per studiare teologia, a 22 anni, il 12-9-1844, lo ritroviamo dottore in S. Teologia e provvisto del canonicato della collegiata strongolese.

È a Napoli, intanto, dove nel frattempo andavano maturando gli animi a quei sentimenti che avrebbero di lì a poco condotto alle epiche lotte del Rinascimento, in contatto con personalità del mondo politico e della cultura tra le quali il Galluppi, che nel 1841 esordì pubblicando articoli su varie riviste, sul Calabrese e sull'Omnibus, periodico questi sul quale polemizza con una serie di scritti critici, con Campagna e Paladino circa le questioni sul classicismo e romanticismo e le discussioni estetiche sui bello e sul sublime sollevate in una pubblicazione dal Gioberti. È sul numero del 20.5.1841 dell'Omnibus che appare la lirica dal titolo «Il petelino che piange sulle rovine fumanti della patria sua» tratta dal poemetto L'Esule di Petelia:
Codesti, o altera, o nobile città di Filottete...
Tace il guerriero strepito, nelle tue valli or quiete sol piange il mar nel lido, sol del gufo il grido ora mi stringe il cor!
«Tra queste rovine dell'antica Petelia forse, anzi certo, (scrive il Patari) trovò ispirazione per l'anima vibrante di ogni più pura bellezza Biagio Miraglia poeta fra i più fecondi e gentili del nono».
È nella tematica romantica, più particolarmente in quella stagione letteraria calabrese dell'800, etichettata dal De Sanctis come Romanticismo Naturale, che si inserisce con assoluta priorità, perché da lui per prima individuata, Biagio Miraglia che nel 1844 pubblica «il brigante», il testo maggiormente citato e conosciuto del Romanticismo calabrese, che dal romanticismo vero e proprio si distingue trovando la sua ragion d'essere nella natura «primitiva, selvaggia, genuina e non contaminata della Calabria e del suo territorio con le foreste, la Sila, gli altissimi monti, le deliziose valli, i lidi deserti»:
Nell'estasi accesa da un vin che ristora,
adesso che pace ci abbella a quest'ora
godiamo la gioia che un fato ci dà.
Fra poco, guidati dal nostro Signore,
dovremo affrontare quel vil traditore,
e forse qualcuno di noi morirà.
Che monta? Godiamo bevendo la vita
finché ci rimane - per l'anima ardita
dei prodi, la morte paura non ha.
Col manto sul dorso, lo schioppo in avante,
in mezzo alle palle la sfida il brigante
allor che tra mille una strada si fa!
Associato alla Giovine Italia come il Settembrini, a quel tempo professore di eloquenza al liceo di Catanzaro, nella setta che in Calabria col nome di Figliuoli della Giovine Italia faceva capo a Benedetto Musolino, che aveva come [me l'unificazione d'Italia a forma di Repubblica divisa in 24 province con indipendenza amministrativa, finanziaria, scolastica e giudiziaria e con capitale Roma, sede del governo centrale al quale veniva riservata la vigilanza generale, e coinvolto nella sfortunata sommossa del 15 marzo 1844, durante la quale morirono sette cospiratori, tra cui il figlio del filosofo Galluppi, e alla quale seguirono pesanti condanne, fra le quali altre ventuno alla pena capitale, Biagio Miraglia si ebbe sei anni di reclusione. Di tre mesi dopo è l'infelice tragico sbarco dei fratelli Bandiera.
Sfuggito all'esecuzione della pena, e rifugiatosi a Napoli, accantonato per sempre l'abito talare, nel 1845 prende il volo per la Grecia con una poetessa, ed al rientro pubblica un resoconto dal titolo «Viaggio ad Atene». Tra il 1846 ed il 1847, sotto il pretesto di esibirsi in canti estemporanei, ma con l'intento vero di contattare, animare, spronare le popolazioni e prepararle, rafforzandone il sentimento patriottico, passa da Napoli a Reggia, poi a Palmi, a Monteleone, a Cassano e a Cosenza. Il 2
settembre 1847 scoppia a Reggia un moto rivoluzionario che avrebbe dovuto coinvolgere Calabria e Sicilia, ma che per mancanza di simultaneità di azione fallì con conseguenze repressive immaginabili, e Biagio Miraglia venne imprigionato e detenuto a Cosenza.
Aveva in quell'anno pubblicato a Castrovillari una raccolta di versi col titolo CANTI. Il 29 gennaio 1849, avendo re Ferdinando concesso Costituzione e amnistia, riacquista il Miraglia la libertà. Trascinato nel teatro di città ove si festeggiava l'avvenimento con rappresentazione delle Ernani di Verdi, «alla fine del I atto, mentre fra strepitose acclamazioni si sventolavano dai palchi bandiere tricolori, un grido generoso mi chiamò sulla scena. Dopo cinque mesi di carcere io ero un'altra volta innanzi a quel popolo che ho tanto amato, che tanto amo, innanzi a tanti volti così diletti al mio cuore, in mezzo a tante anime sublimi che io ho apprezzato maggiormente nelle mie sventure. Il momento era poetico e degno non del mio debole intelletto che nulla può, ma di più robusta e fervida fantasia. Pure dissi all'improvviso qualche verso: parlai dei futuri destini della mia patria, rammentai i nostri martiri, dissi che la loro tomba sarà un'ara di gloria...». E sul numero del 15 febbraio 1848 de Il Calabrese rigenerato che scrive: «Calabresi, abbiamo festeggiato abbastanza questo avvenimento. È tempo di pensare ormai che l'Italia, la Patria, il nostro decoro domandano ben altro da noi. Abbiamo avuto una carta costituzionale, ma Dio ci guardi dal credere che basti una carta per mutare i destini di un popolo. Se noi non ci educhiamo alla libertà, se noi non siamo uniti, se le ambizioni, le gelosie ci divideranno, noi perderemo tutto. Chi è vero cittadino, chi ama la patria non cerchi promozioni, non intrighi per avere un posto nelle milizie civili: prenda anzi l'ultimo luogo, e sia di sublime esempio a tutti....................... ». È evidente che la reprimenda non dovette riuscire gradita «ai falsi liberali, i liberali per calcolo, i liberali dell'ultima ora», ché, infatti, la fuma di Biagio Miraglia scomparve dal giornale che, d'altra parte, cessò la pubblicazione col numero del 14 maggio.
Il 7 giugno dello stesso anno, organo ufficiale del Comitato di Salute Pubblica, costituito per il mantenimento dell'ordine e a Cosenza presieduto dal deputato Ricciardi collaborato da Domenico Mauro, Benedetto Musolino, Francesco Federici, Stanislao Lupinacci, Domenico Campagna, che presto assume caratteristiche rivoluzionari e «provvedere ad un generale armamento nelle province a tutela della libertà e dei diritti della nazione... dopo gli enormi fatti di Napoli del 15 maggio che hanno rotto ogni patto tra il principe ed il popolo», un nuovo giornale inizia la pubblicazione, l'Italiano delle Calabrie, la cui direzione è affidata a Biagio Miraglia.
Sulla barricata napoletana di S. Brigida contro le guarnigioni del re, ufficiale di Stato maggiore dell'esercito rivoluzionario calabro - siculo e commissario civile del distretto di Castrovillari, partecipa attivamente al!'insurrezione generale proclamata dal Ricciardi il 30-6-1848 che, sviluppatasi confusamente, come le precedenti fallì, stroncata dal generale Nunziante.
Condannato dalla Gran Corte Criminale a 25 anni di ferri riesce Biagio Miraglia a sottrarsi alla giustizia e con l'aiuto di amici prende la via dell'esilio. Doloroso e tormentato, durante il quale la sofferenza, la lontananza dalla terra natia affinano l'arte poetica del Miraglia così vibrante di commossa sensibilità facendo di lui il delicato cantore della nostalgia e del rimpianto:


Fin l'ultima punta di terra è sparita,
la nave s'ingolfa nell'onda infmita,
s'ingolfa la nave, ma tu, pensier mio,
perché non t'immergi nel mar dell'oblio?
Perché retrocedi nel lito diletto,
cammini, cammini per vie conosciute,
e cerchi il paterno mio vedovo tetto,
il nido di tante speranze perdute?


«I ricordi del passato, cose ormai perdute, volti, episodi, nomi ormai dimenticati si spiegano poco a poco dalle nebbie dalla lontananza, ritor­nano con vivacità che è dolce insieme e straziante come tutte le cose belle e buone del mondo dove una piena di gioie senza lacrime non esiste mai».


Ai lochi dilettissimi ove io son nato,
ove con mille benedetti vincoli era annodato,
m'hanno gli infami, lacerando l'anima
divelto come vigoroso arboscello,
a cui si troncano radici e chiome.


Addio vecchia modesta, ma pur tanto bella casa di Strongoli che pace e serenità diede a tutte le anime che vi albergarono, antica ed onesta mia casa da cui ricevetti fiduciosa consolazione e conforto nei giorni del tormento; grazie per tutto l'amore che mi hai dato, per tutte le parole che furono dette, per le promesse che furono fatte, per il calore ricevuto dalle fiamme del vecchio focolare dal tempo annerito. Grazie e addio.


Tocco il confine, e già stendo la mano
per salutare i monti ove son nato,
or che discendo io cercherò, ma invano,
i lochi ove ho pianto ed ho sognato...


Giunge a Roma ove il 9 febbraio era stata proclamata la Repubblica dal triunvirato di Mazzini, Armellini e Saffo, dai quali riceve l'incarico de «il monitore ufficiale», organo di stampa della Repubblica. Con Domenica Cuzzucrea, pur lui calabrese, redige il quotidiano POSITIVO.
A fianco di Garibaldi a Velletri e Palestrina e dell' eroico Mameli, con­tro gli eserciti stranieri accorsi in difesa dei diritti del Papa, caduta la re­pubblica, mentre Garibaldi con Anita, Ugo Bassi e altri si rifugiano a S. Marino, Biagio Miraglia con un gruppo di patrioti calabresi ripara a Genova: è il luglio 1849. «Ramingo di terra in terra finché non spunta il sole dei giorni profetizzati, io consolo le ore penose dell'esilio raccontando all'Italia i suoi fortissimi fatti. Le mie forze sono impari al gran subbietto, il mio ingegno è debolissimo, ma il mio cuore, o eterna Roma, è degno di te», così introduce la STORIA DELLA RIVOLUZIONE ROMA­NA3 nello stesso 1849 pubblicata dall'editrice Phonthenier, corredata da illustrazioni di artisti del tempo e da una serie di pitture di Anna Merolli che aveva sposato al tempo della repubblica4.
Nello stesso anno pubblica «La morte di un esule nella giornata del 30 aprile in Roma, ovvero l'assalto dei francesi alle mura di Roma», dramma in due atti con cori.
È pure del 1849 l'ode in memoria di Goffredo Mameli, autore dell 'inno Fratelli d'Italia, morto il 6 luglio di quell' anno per le ferite riportate a S. Pancrazio:
Mentre in riva al bel lago io meditava,


volò cantando un uccellin del bosco.
Quasi in favella umana ei gorgheggiava:
fratello io ti conosco!
Balzommi il core impetuoso in petto,
alzai le mani al gentil volatore,
dissi: chi sei? Rispose: io te l'ho detto
fratello tuo d'amore.
Non ti ricordi più? Fummo consorti:
eravamo ambedue giovani e baldi
di S. Pancrazio fra gli eroici morti
io caddi sugli spalti
lo son Goffredo...


È del 1851 il volumetto 1852, poche parole agli Italiani di ogni partito: «Italiano, anzitutto, sovra ogni idea amata, giganteggia nell'anima mia l'idea della Patria, che oggi è un nome geografico: epperciò, imponendo silenzio alla mia fede, ho creduto che innanzi alla sovranità nazionale debba inchinarsi così un re come la repubblica. L'Italia oggi non esiste. Crear l'Italia, ecco il problema. Chi prima o nell'ora della battaglia, tenta di imporre alla nazione idee di un partito e forme di governo qualunque sia, usurpa i diritti del popolo, divide le forze del paese, ed è senza avvedersene alleato dello straniero. lo veggo in Italia molti dottrinari della monarchia, molti dottrinari della repubblica, ma italiani ne veggo pochissimi. La bandiera di un partito è sempre bandiera faziosa, qualunque sia il suo nome, il suo prestigio, la sua gloria.
Il paese, divenuto libero, deciderà, e tutti si inchineranno innanzi alla libera, legalmente manifestata volontà del paese, e il paese schiaccerà nella sua onnipotenza tutti i faziosi». Grande verità questa del Miraglia, diagnosi amara e quasi distaccata che approfondisce il sentimento di malessere di quegli anni difficili, e che a tutti gli italiani propone (e non solo ai monarchici, ché il riferimento riguarda pure i vari tronconi dei repubblicani, quello di Mazzini, quello di Ferrari, di Montanelli, di Manin, di altri), stimolo e monito ad affrontare la contingente realtà.
Il 3 settembre 1853 lascia Genova per Torino, laddove, pur trovando generosa ospitalità assieme a tanti altri nostri esuli (Mauro, Di Lieto, Plutino, Romeo), non riesce tuttavia ad acclimatarsi, tant'è la nostalgia della terra sua lontana dove non può più tornare
Schivo le compagnie, fuggo gli spassi fuggo i tumulti e la città superba...
Il richiamo delle cose lontane, l'incanto segreto del vecchio paese esercitano su di lui una attrazione irresistibile


... il mondo prediletto ove, cor mio,
per lunga usanza fantasia ci mena,
sono i calabri monti, il suol natio,
l'onda ionia commista alla tirrena...,
bello è il Po ove or seggo e ti sospiro...


stupendo lo spettacolo di natura che si offre alla vista, ma quelle montagne d'intorno che sbarrano l'orizzonte e accorciano il giorno, quelle Alpi biancheggianti, gli fanno l'impressione di vivere in un buio eterno.


Un vuoto! Un vuoto! Un'ansia!
uno scontento!
prova quest'alma che non mai


Pare che la luce sia scomparsa e non debba mai più riapparire. Che smania allora: il pensiero vola alle belle serate trascorse sulla pianura del suo Neto, così lunghe che il cielo non si spegne mai del tutto, e le stelle paiono gemme cadute dallo strascico della luce celeste che poi l'alba raccoglierà
o Neto! O Neto! O mio bel fiume!
O tanto!
fido e caro compagno ai lieti giorni!
Byroniano calabrese - espressione fra le più generose del romanticismo meridionale -, secondo le definizioni di Croce, «ma non romantico esagerato», si era espresso Lorenzo Costa, «di lui mi piace il verso franco, disinvolto e ridondante di passione e di vita, e la lingua assai pura e lo stile quasi sempre casto e poetico».
«Nel suo poetare» - aggiunge Terenzio Mamiani - «vi è un'attitudine rara ad esprimere con ischiettezza e verità i sentimenti più robusti e delicati, un sentire profondo, una fantasia vivacissima» Ed invero, tutta la sua anima più vera e più sincera il Miraglia trasfonde nel suo canto nel quale per invero si specchia e si compiace. Egli vive nel suo poema e vi espande la sua natura; l'arte è per lui sincerità, casa, rifugio, ristoro, oblio, e anche bisogno dell'anima sensitiva perché era nel più intimo poeta: »si, signore, vossignoria è proprio poeta», gli scrive il Guerrazzi nel 1858 dopo aver letto» L'ECO DELLA MAGNA GRECIA, una raccolta di liriche che gravitano intorno all'ode LA PATRIA».
«Quando ella parla del suo paese, e nell'amaro esilio agogna di ritornarvi, spiega un'eloquenza di affetti meravigliosa, ed io spesso ne sono rimasto commosso, ripetendo quei versi che più mi suonavan passionati di una dolce malinconia... Non avesse scritto che il carme La Patria, e le accorderei seggio onorato tra i principali scrittori dell'età nostra...» ­scrive Lorenzo Costa -, al quale fa eco il Tommaseo che conclude: «a me non si conviene giudicare i versi suoi, ma goderne».
A Torino, in contatto con altri esuli e uomini politici del tempo tra cui Luigi Carlo Farini col quale collabora sul quotidiano Il Piemonte da lui fondato e diretto per appoggiare la politica di Cavour, sul quale giornale il 25-2-1855 pubblica una novella calabrese alla quale seguiranno altre che tutte assieme per le edizioni Le Monnier nel 1856 saranno raccolte nel volume CINQUE NOVELLE CALABRESJ5 con titoli: L'lmeno nella tomba, La Vergine di Capocolonna, il Rinnegato, Le Gemelle, Il re della Sila. Con tali novelle, la prosa, sin lì da noi trascurata, viene alla ribalta, ad opera appunto di Biagio Miraglia, che fa precedere la raccolta da un «Discorso intorno alle condizioni attuali della letteratura italiana: «per popolare la tetra solitudine dell'esilio ho scritto questi racconti. Con essi ho tentato di produrre innanzi alla fantasia i dolci lochi perduti, copiare i caratteri del mio popolo, ripetere i frammenti delle vecchie canzoni che imparai da fanciullo» con !'intento di far conoscere agli altri la vita e i costumi di quelle parti di Italia per lo più ignorate da quanti si stavano adoprando per realizzare l'unità. Nel 1856 lo stesso quotidiano ospita altri due scritti del Miraglia dal titolo «Le fantasie di un visionario».
Vive in quegli anni il Miraglia in estreme ristrettezze economiche: i sussidi che, a titolo di soccorso straordinario, riceve dal comitato di emigrazione non sono bastevoli per la conduzione di una vita dignitosa. «Tu sai - scrive ad un amico il De Sanctis - che eccellente giovane sia il Miraglia ed in quali ristrettezze si trova», mentre la moglie Anna, «valente pittrice in miniatura», coi suoi lavori provvede come può ai bisogni della famiglia (dall'Epistolario di Le. Farini, Zanichelli, Bologna, 1935).
È del 1856 IL PIEMONTE E LA RIVOLUZIONE ITALIANA 6, opera impegnativa e di meditazione, uno studio chiaro e concreto sul comportamento degli italiani del tempo nel quotidiano confronto con la realtà, una critica serrata agli entusiasmi fin troppo facili della gioventù, per giun­gere ad una conclusione maturata ed irreversibile: l'unità d'Italia sarà pos­sibile soltanto il giorno in cui la rivoluzione italiana si presenterà alla reggia di Vittorio Emanuele per dire: «ecco, io consegno a te la mia bandiera e tu assumi in nome del popolo la direzione suprema del movimento nazionale», concetto che ribadirà nell'altra opera L'INDOLE DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA (1861), e nella lirica A VITTORIO EMANUELE. È così con intimo comprensibile travaglio, ma con grande senso realistico che Biagio Miraglia chiede ed ottiene la «naturalità» nello Stato Sabaudo (luglio 1860), avendo già 14 aprile 1860 unitamente ad altri cinquanta esuli elaborato un indirizzo al Cavour per dichiarare «aperta ed entusiasta adesione delle provincie napoletane alla sospirata unità sotto lo scettro costituzionale di Casa Savoia».
Così integrato a pieno titolo nell'ambiente politico piemontese, preso a benvolere dal Cavour, del quale divenne - a quanto si è scritto - segretario particolare, viene mandato nel 1860 a Napoli con una «missione» segreta sulla quale non si è fatta mai luce completa avendo il Miraglia, prima di morire, distrutto il carteggio relativo, ma che secondo l'opinione della figlia Adele aveva per scopo l'incontro con Garibaldi per indurlo alla moderazione, distogliendolo dall'intenzione (che aveva) di muovere contro il Papa e contro l'Austria, e convincerlo a respingere le pretese di numerosi repubblicani (e dello stesso Mazzini pur lui recatosi a Napoli per premere diversamente su Garibaldi), cedendo a Vittorio Emanuele il conquistato regno di Napoli; operazione perfettamente riuscita tanto che nel settembre dello stesso anno Biagio Miraglia viene nominato da Garibaldi direttore del «Giornale ufficiale di Napoli» e il mese appresso, ufficiale di ripartimento con l'incarico di redigere la Gazzetta Ufficiale, e nel 1861, rientrato a Torino, direttore capo di divisione del Ministero dell'Interno da re Vittorio che pure gli conferisce l'onorificenza di cavaliere di S. Maurizio e Lazzaro. È del 1862 la pubblicazione «Vari aspetti del Rinnovamento italiano», e di quello successivo «De Tirreni - Pelaggi e di un imperio italiano an­tichissimo». Nello stesso anno 1863 vede la luce «Sull'ordinamento dell'Amministrazione civile» (Utet, Torino), scritto, per come precisato in prefazione, per «agevolare alla moltitudine la cognizione dei problemi che suscita la riforma dell'amministrazione civile» in quel momento partico­lare in cui «si sta per fondare su le rovine di sette Stati un nuovo Stato».
Eletto socio onorario dell'Accademia delle Scienze e delle Lettere il 15-1-1865 con Luigi Settembrini, il pittore Andrea Cefaly e Domenico Mauro, è pure l'Utet di Torino che l'anno successivo pubblica «Introduzione alla Scienza della Storia». Proclamata Roma capitale vi si trasferisce, dopo qualche anno di permanenza a Firenze, quando cioè la capitale viene spostata in questa città, con lo stesso incarico ricevuto nel 1861, per assumere l'altro di direttore dell'Archivio di Stato e Soprintendente agli Archivi romani, uffici che manterrà [mo al 1877.
Aveva intanto, nel 1875, pubblicato per le edizioni degli eredi Botta il «Calendario di Roma», opera poderosa dove sono illustrati gli avveni­menti romani dalla breccia di Porta Pia a tutto il 1878.
Sono del 1879 (Zanichelli editore) i «Versi editi ed inediti», scritti in massima parte dal 1848 al 1860 «quando !'idea di una grande Italia era la fiamma, la speranza, la gioia e il tormento di tutti gli animi nobili».
Preceduto nell'incarico dall'avv. Francesco Elia, nel 1878 viene nominato Prefetto del Regno e destinato a Pisa, in quale città si accattiva stima ed ammirazione unanime specie per il suo fermo e deciso comportamento per i fatti del 26 novembre 1878 consistiti nel lancio di una bomba in mezzo alla folla che si era recata sotto il palazzo del governo per protestare contro l'attentato a re Umberto (Napoli 17 novembre 1878) da parte di un anarchico, Pirro Orsolini che poi sarà condannato dalla corte di Assise di Siena a 19 anni di carcere il 13 marzo 1879 (in Appendice sotto la voce Biagio Miraglia); stesso incarico di Prefetto riceve per Bari fino al 1838.
Preso dagli ingranaggi dell'amministrazione, confisso - come si è scritto - nelle gore dei pubblici uffici, l'animo suo è tuttavia sopraffatto da una opprimente delusione allorquando, scrutandosi attorno, si avvede di ritrovarsi in un mondo a lui estraneo perché diverso da quello che
per tutta una vita aveva idealizzato e cercato di costruire senza risparmio di energie (è raro trovare persona che veramente tutta la vita abbia come B. Miraglia dedicato alla causa - giusta o ingiusta che fosse - della 8 Vi è, come ho potuto notare, all'ingresso della Prefettura di Pisa, murato su di una parete, un marmo con impressi i nomi di tutti i Prefetti che si sono succeduti dall'unità in poi, e tra essi: «Miraglia comm. Biagio dal 1878 al 1881. Unità d'Italia), «nel quale (gli scrive Quintino Sella) predominano l'egoismo, la grettezza, il municipalismo», un mondo nel quale perciò non sa riconoscersi: «Ai nostri giorni la repubblica delle lettere è dissoluta, peggio ancora la società politica in una brutta anarchia; silenziosi i grandi ingegni, loquace e dispensiera di fama la turba arrogante, è pervertito pure il gusto del pubblico». È così che allora divenuto inviso ed ingombrante viene sollevato dall'incarico e collocato a riposo. Conta a quel tempo il Miraglia 60 anni, l'età del tramonto quando tutte le cose si addolciscono. Anche la vita che gli fu tanto amara sembra acquietarsi e placarsi, quasi conciliata nonostante i disinganni, i dispiaceri, le delusioni, le umiliazioni, l'amaro assaporati giorno dopo giorno, ora dopo ora. «Ri­dotto scontroso e strano (Bacci) , gli anni che avanzano, appena due, si raccolgono nella quiete di Firenze accanto alla sua donna, ai suoi figli9 nella procurata tranquillità della casa di via Faentina 146, dove comincia ad abbozzare le sue memorie, rimaste purtroppo incompiute ed inedite. Uomo di azione quale egli fu, la quiete ed il silenzio ed il gelo che attorno incombono sono per lui come una cosa eterna, sembrano per quell'anima esacerbata il volto e l'anima di questa terra.
«Quanti pensieri gli rimenano nello spirito, quante gioie perdute, quanti sogni soavi, qual cumolo di memorie, qual corona di speranze in­trecciate dall'innocenza, santificate dalla fede, dissipate dalla fortuna» (da Il Rinnegato).

Scende l'impetuosa
piena delle memorie
nell'anima affannosa

Strongoli, il paese suo che le vicende della vita non gli hanno concesso di più rivedere
o mirti del mio colle un'atroce piaga in mezzo al petto che si espande tutta intorno
Bella pianura e tu Neto vagante
un nemico terribile dentro di lui che lo assale con una disperazione tale che nessuna difesa riesce a contenere:
Deh mi sia conceduto un giorno solo
di rivedervi, e sia l'ultimo quello:
almen riavrà quest' ossa il patrio suoI.


Pia illusione questa di Biagio Miraglia che improvvisamente cessava di vivere il l aprile 1885 a Firenze e sepolto a Monte alle Croci 10, nel monumentale, ove pure sono i resti della moglie e di altri che fecero l'Italia. «Così si chiude la vita agitata e fortunosa di questo illustre Calabrese, come di tanti altri che meriterebbero essere ricordati con più riguardo, ma che disgraziatamente sono coperti dall'oblio» (Pelaggi).
1 Il 20/11/1817 Francesco Saverio Miraglia, domo in Strangoli alla strada Castello, dichiarava all'Uff. dello Stato Civile (atto n. 43) che «il 30/6/1817 alle ore 6 nacque in Cosenza nella casa di sua abitazione della fu Maria Cosentino una femmina «che ci presenta e che egli riconosce per sua figlia» cui è stato dato il nome di Vincenza, Adelaide, Fortunata. La stessa venne battezzata il 24/11/1817; il che significa che B. Miraglia ebbe una sorella.
2 «un vivaio di giovani esaltati da sentimenti di libertà... desiderio indistinto e irrequieto di tempi nuovi, reminiscenze eroiche, disprezzo degli agi e dei conforti della vita e sacrificio dell'individuo alla felicità. (R. De Cesare)
3 «Storia della Rivoluzione romana, per B. Miraglia da Strongoli, esule calabrese». La produzione letteraria di B. Miraglia è possibile consultaria nelle maggiori biblioteche nazionali.
4 Anna Merolli fu Tommaso n. a Roma nel 1834 e deceduta a Firenze il 2/2/1890.
5 «Cinque Novelle Calabresi», precedute da un discorso intorno alle condizioni attuali della letteratura italiana di B. Miraglia di Strongoli, che erroneamente Valenti (Gustavo), (Pirati, Pirateschi, Turcheschi) attribuisce a B. Miraglia di Cosenza, cugino del nostro, fi­glio di Nicola (magistrato) e Teresa Peiuso, scienziato, Nicola e Francesco Saverio erano fratelli.
6 «Studi politici: Il Piemonte e la Rivoluzione Italiana».
7 Nato nel 1820, morì Vittorio Emanuele II a Roma il 9/1/1878 nel palazzo del Quirinale di cui il governo italiano si era impossessato 1'8/11/1870. Solo qualche giorno prima, 11/11/1870; Pio IX aveva pubblicato un'enciclica in cui tra l'altro era scritto: «Dichiariamo innanzi a Dio e a tutto il mondo cattolico trovarci noi in tale prigionia da non potere esercitare serenamente, speditamente e liberamente la suprema nostra autorità pastorale».
9 Chi ha scritto su B. Miraglia ha indicato soltanto due figlie entrambe nate dal di lui matrimonio con Anna Merolli: Adele nata a Genova, sposa del M.se Paolo Giustiniani, deceduta nell'ospedale di Careggi il 21/11/11939 in miseria e sepolta nell'ossario comune di Trespiano, e Bice maritata Silvestri, che fu delicata narratrice e buona pedagogista. La prima senza prole, non è nota eventuale discendenza della seconda (+ 1906). Nessuno accenna ad un terzo figlio, Arturo, indicato dallo stesso Miraglia nella dedica alla raccolta Versi edili ed inediti «Alle mie dilettissime figlie Adelina e Bice e al mio dilettissimo figlio Arturo affido e consacro» (1879). E neppure il Vaccaro che certo conosceva la raccolta, e scrive di avere incontrato l'Adele e con lei conversato a lungo.
10 Nella nuova cappella ossario (ossarino n. 7) ultima fila, del cimitero di S. Miniato al Monte, sono i resti di B. Miraglia, custoditi in un'urna di metallo, recuperati dalla tomba che minacciava di sfondare durante l'alluvione che colpì Firenze negli anni '60; dallo stesso registro (1885-1905) custodito nella Direzione di cui al tempo della mia visita (1976) era responsabile padre Albino dei Benedettini è rilevabile che il 2-2-1890 pure in Firenze nella stessa casa di via Faentina 126 ove si spense B. Miraglia, decedette «Anna Merolli fu Tommaso, di lui moglie, di anni 56, per meningite spinale» che, sepolta accanto al marito, fu quindi pure essa Ci suoi resti) posta in altra urna metallica (ossario n. 14, ma sottostante a quella dove è l'urna del Miraglia). Ancora esiste in questo cimitero monumentale la tomba di Domenico Mauro, legatissimo a Miraglia, nato a S. Demetrio Corone, esule, garibaldino, deputato al I Parlamento, morto pur lui a Firenze qualche anno prima.


1 )" La città di Strongoli tra cronaca e storia " dell'Avv. Salvatore Gallo


                                                          


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