Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       

Macalla (1)



Gravava sull'Occidente ancora il buio della preistoria, ed era la Calabria abitata da un miscuglio di razze e genti, autoctoni e trapiantati a seguito di precedenti disarticolate migrazioni in epoca protostorica (Chonii, Siculi o Italici, Ausoni, Osci, ed altri ancora, tutti elementi della promiscua e assai confusa popolazione che al tempo si trovava nella Regione) [1] , quando, a partire dalI'VIII sec. b.c., si verificò un vasto movimento migratorio di coloni che, provenienti da varie regioni della Grecia [2] , e approdati sulle coste del meridione d'Italia, non sempre facilmente e pacificamente integrandosi con l'elemento indigeno che vi viveva in maniera pressocchè barbara (Eforo apd. Strabene, VI, 280), diedero luogo alla fondazione di numerose Pòlies, città-stati [3] : Taranto [4] , Metaponto [5] , Siri [6] , Sibari [7] , Crotone [8] , Locri [9] , Reggio [10] , ecc., che legate tuttavia alla patria di origine da vincoli di lingua e costumanza, miti ed ordinamenti, e poi di commercio, per il rapido, fiorente progredire, assunsero, nell'insieme, la nomazione di Magna Grecia [11] ".

« Grande non solo per moltitudine, ma per qualità » -scrive Fiore -, nella regione bagnata dall'Ionio « tal nome avrebbe preso quella parte che da Reggio si estende fino a Taranto con esclusione della parte occidentale e settentrionale (della Calabria), abitata da i Bruzi », che rappresentavano una popolazione distinta e indipendente della zona montuosa.

Una lunga storia di splendore sin quando, nel mentre si svolgeva, e tanta civiltà progrediva, discordie interne, lotte di predominio, rivalità egemoniche, guerre devastatrici non segnarono il declino di tante floride città, alla fine travolte da Cartaginesi e Romani.

Così la tradizione storica riportata dai più antichi autori, dalle cui memorie si trae notizia dell'esistenza di altra antichissima città ormai scomparsa, le cui origini, come per tutto ciò che ha inizio in tempi remoti, sono intessute da un folto intrico di leggende che affondano radici nella mitologia: un destino al quale, del resto, non si sottraggono le menzionate e meglio conosciute città.

È a queste leggende che, in gran parte, è legato il ricordo di Macalla, la cui fondazione è attribuita a Filottete (Ps. Aristotele, Stefano, Licofrone).

Figlio di Peante, signore di Melibea in Tessaglia, avendo egli ricevuto in dono da Ercole morente l'arco e le frecce tinte del sangue dell'Idra, partì per la guerra di Troia.

Fatto scalo a Tènedo, fu morso al piede da un serpente (altri vogliono che sia stato punto da una delle sue frecce) che gli produsse ferita purulente emanante così nauseante fetore, tale da indurre Ulisse ed Agamennone ad abbandonarlo nell'isola di Lemno:



Famoso arderò li reggea da prima

Filottete: ma questi, egro d'acuti

spasmi, ora giace nella sacra Lenno,

ove da tetra di pestifer angue

piaga offeso, gli Achei l'abbandonaro.

Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi

ricorderansi, e in breve...

(Omero, w. 966-971, II Iliade)

Ed infatti, poiché la conquista di Troia si dimostrava più difficile del previsto, morto Achille, e avendo vaticinato Elèno che la città giammai sarebbe caduta senza l'intervento di Filottete e delle sue frecce, Ulisse, forse accompagnato da Neottòlemo figlio di Achille, o da Diomede, si portò nell'isola per invitarlo a seguirlo facendo leva sull'amor di patria; sebbene sdegnato per il precedente comportamento dei suoi compagni, e tormentato dal dolore che la ferita gli procurava, chi dice esortato da Ercole apparsogli in sogno, si convinse alla fine giungendo di lì a poco a Troia.

Espugnata la città, e senza più mettere piede in patria (Hic postea horrore sui vulneris ad patriam rediré neglexit:

Servio, ad Virg. Aen. Ili, v. 402), si sarebbe imbarcato raggiungendo quindi le coste del meridione d'Italia.

Secondo una più antica tradizione, ritornò egli, invece, dopo l'incendio di Troia, nella sua terra:



E' fama che felice ritorno ebber gli sperti

……

felice l'ebbe Filottete ancora,

l'illustre prole di Peante



precisa Omero nel III dell'Odissea, ai w. 243 ss . [12] , da dove, però, ob seditionem, fu poi scacciato (Strabene, Geogr. VI).

Così costretto ad abbandonare la patria, cerca egli nel mare con piccolo gruppo di fedeli una nuova terra, e quan­do, dopo lungo navigare, la barca sospinta dal vento, all'al­ba di un giorno qualsiasi [13] , si fermò in un punto della costa del nostro Jonio, forse allora disabitato, nella regione di Crìmisa (Lic. Aless.), ricoperto da ricca vegetazione e dotato di clima ameno e propizio agli insediamenti umani, costruì un villaggio, e diede così inizio alla prima civiltà del posto, che in onore di Macaone, che lo aveva guarito, chiamò Macalla.

Tarda Philoctete sanavit crura Machaon

scrive Properzio [14] mentre precisa l'Aceti nella sua prima nota al Barrio [15] : Dieta etiam Macalla a Machaone ut puto Aesculapii filio, qui Philocteten ibidem ab immedicabili vulnere Herculis sagitta contrada sanavit ».

È l'alba della storia della città, a tutta prima fantasiosa e inaccettabile e perciò respinta dagli studiosi in quanto ritenuta mitica e fiabesca, come del resto e per lungo tempo ogni altro personaggio e le affascinanti descrizioni del poema omerico. Ma la storia - ben si sa - non è un punto fermo, costellata com'è da una quantità di punti interrogativi che tuttavia tempo e scoperte valgono a volta a risolvere, così come per Troia, Micene, Cnosso, ecc., le cui scoperte archeologiche dei primi anni di questo secolo hanno finito con l'indurre più d'uno a ritenere che forse non tutti personaggi - simbolo furono i protagonisti dei miti, e che invece dietro di loro c'è una realtà storica.

« L'Odissea non è un mito, ne leggenda, ne fiaba. L'Iliade è una storia di guerra. L'Odissea un viaggio di esplorazione. Entrambi sono racconti esatti », ha di recente scritto nel suo Odissee E. Gatti (Milano, 1975), e forse non a torto, che la conoscenza della nostra regione da parte dei Greci, infatti, non coincide con la fondazione storica delle nostre colonie su queste coste ioniche della penisola, ma risale a tempi precedenti la colonizzazione, in concomitanza con quel movimento di rapporti commerciali che ci fu tra il mondo miceneo e i paesi dell'Occidente dove successiva­mente si svolse particolarmente intensa la greca colonizza­zione, ancor prima del secondo millennio avanti Cristo, che è conosciuto appunto col nome di precolonizzazione [16] .

Signore di Trikka in Tessaglia, è Macaone figlio di

Esculapio,



della patern'arte

sporto assai

secondo quanto ci tramanda Omero nel II dell'Iliade (w. 229 ss). Ne ricorda Virgilio la presenza a Troia, nascosto nel famoso cavallo nel II dell'Eneide (w. 435 ss.):



Usciti a l'aura in prima

i primi capi baldanzosi, e lieti

tutti per una fune a terra scesi:

E pure Tisandro, e Stèndo, ed Ulisse,

Marnante, e Toante, e Macaone,

E Pirro e Menelao.



Ma è sopratutto per le funzioni di medico dell'esercito greco, l'assistenza di Menelao, la guarigione di Filottete, esercitate con ineguagliabile perizia, che sia il poema omerico che tutta l'epica minore ne fanno menzione (v. pure il « Filottete » di Sofocle, 497 a.C.), come ci è dato vedere nell'XI dell'Iliade (w. 689 ss.) attraverso l'affannoso dire a Nestore dell'ansimante Idomenèo, che aveva appena appreso del ferimento di Macaone da parte di Paride:

....... il carro ascendi

E Macaone vi raccogli, e ratto

sferza i cavalli al mar, salva quel prode

ch'egli vai molte vite, e non ha pari

nel cavar dardi dalle piaghe, e spargere

di balsamiche stille....

il figlio d'Esculapio

divin medicatore.



Momenti ed aspetti tutti di un mito, quelli ricordati, di Filottete e Macaone, abbondantemente rimarcati anche in rappresentazioni figurate, tra cui due specchi arcaici, l'uno nel Museo di Bologna, l'altro a Stoccarda, un'urna cineraria etrusca a Volterra, Tabula Iliaca del Museo Capitolino, terracotta romana al Brithish Museum, e numerose altre che qui è superfluo ricordare, ma che valgono, comunque, a dimostrare la secolare e non univoca radicata tradizione.

Mancata esplorazione del territorio, scarsezza, stringatezza, frammentarietà, talvolta contraddittorietà delle fonti letterarie, non hanno consentito sin qui di stabilire il preciso sito di Macalla e se un qualche ruolo ebbe essa a svolgere nell'antichità che non fosse soltanto simbolico in quanto legata al nome del suo fondatore.

È tuttavia attraverso un riesame anche critico delle sequenze che ci sono giunte dal passato che riteniamo si possano chiarire, anche se non con assolutezza di precisione, taluni aspetti della città, e pervenire all'identificazione della sua geografica collocazione.

È il c.d. Ps. Aristotele, autore del De Mirabilibus Au-scultationibus, che, attingendo all'opera in 38 libri di Timeo di Tauromenio (356-260 a.C.) « Le Storie » - così si ritiene -, per primo, purtroppo in pochissimi righi accenna a Macalla, che pone nel territorio di Crotone, ed alla dimora che vi ebbe Filottete proveniente da Troia, così dando avvio a quella tradizione, ripresa poi da Virgilio e quindi da Servio suo commentatore, secondo cui » ad patriam redire neglexit », ed alla fondazione della città ad opera sua.

È lo stesso Ps. Aristotele che, quindi, ricorda che in Macalla ebbe Filottete ad innalzare un tempio in onore di Apollo e a consacrarvi le frecce e l'arco di Èrcole, che i crotoniati poi sottrassero per collocarli nel loro tempio pure ad Apollo dedicato, e finendo con l'indicare in centoventi stadi la distanza tra la città di Macalla e l'altra di Crotone, un dato che - vedremo - sarà oltremodo utile per addivenire alla più approssimativa collocazione di essa:

...χάτοιχησαι γαρ αυτόν εχ Τροία! αναχομισύέντα

τα χαλούμενίΧ Μάχαλλοχ τη! Κροτωνιάτιδοί,

α φασιν (χπέχειν εχοοτόν ειχοσι σταδίων, χαΐ αναύεϊναι ιστο-

ροϋσι τα τόζα τα

Ήράχλεια αυτόν ει]' το του Απόλλωνο^ του αλίου (αλαίουΡ).

Έχεϊύεν δε φασι

του! Κροτω νιάτα! χατα την επιχράτειαν αναύεϊναι αυτά ει! το

"Απολλώνιον

το παρ' αυτοί!.



È certamente il più stringato degli autori Stefano di Bisanzio (420 d.C.) che a Macalla accenna solo per riferire che il duro Filottete vi si rammollì (« Μ ( ΧΧ ( χλλ ( χ από του μαλαχισύηναι εν αυτή Φιλοχτήτην ») forse con ciò volendo significare che egli, protagonista di imprese tanto memorabili, aveva, infine, nel prolungato riposo e negli ozi di Macalla, disimparato l'arte della guerra, così riallacciando il proprio dire alla vicenda che, sia pure in pochissime sequenze, Licofrone ci tramanda nella sua Alessandra (w. 219-229), e con cui si conclude la leggenda di Filottete in Italia:





Κρούι^ δε τύμβου! όψετ αϊ δεδουπότοί,

ευραζ Άλαίου ΐΐατοορέω! ανακτόρων,

Ν(χύ(Χΐύοί ενύοο προ! χλύδων ερεύγετοοι.

χτενουσι δ' αυτόν Αυ''σονε!ϊϊελλήνιοι

βοηδρομογταΑινδϊωνστρατηλαται

ουΓτήλεθερμύδρουτεΚαρπόίύουτορών

πλανηταί αιύων θρασχίο^ πέμψει χοών,

ζένην εποιχήσοντο^ ούνείοον χύόνα.

εν δ'αυΜαχόίλλοιίσηχόνεγχωροι

μεγαν υπέρ ταφών δείμαντε^αιανηύεόν

λοιβαϊσι χυδανοΰσι χαΐ Μούλοι! βοών .





« Di lui morto - egli scrive - il Crati vedrà la sua tomba a lato del tempio del dio Patarèo (Apollo Alèo) dove il Neto si scarica nel mare [17] ; che egli lì sarà ucciso dagli Ausoni Pelleni quando correrà in aiuto dei Lindi sopravvenuti da Rodi [18] . È sulla sua tomba, a Macalla - finisce Licofrone

- gli abitanti del paese costruiranno un grande tempio ove eternamente come un dio egli sarà onorato con libagioni e sacrifici di buoi ».

Precisa Isaacio, interprete suo: Macalla civitas Italiae, ubi sepulcrum atque tempium Philoctetis ab abitaboribus dicatum, atque sacrificia boum sacrificante velut si Deus immortalis esset.

E qui si chiude la scarna pagina che la Storia ha riservato a Macalla, dalla cui lettura in particolare si coglie che:

- Filottete dimorò a Macalla, nel territorio di Crotone100 (« Μάχοολλα τη 8 ίροτωνκχτιόο ^ » , Ps. Arist.) [19]

- A Macalla Filottete costruì un tempio dedicandolo ad Apollo (Licofrone e Ps. Aristotele) [20] .

- Macalla distava da Crotone 120 stadi (Ps. Aristotele).

- A Macalla fu seppellito Filottete, e sulla sua tomba, a lato di quello di Apollo, eretto un tempio dagli abitanti della città [21] .

Ubicata nella regione di Crotone, a 120 stadi da essa, secondo il ripetuto passo di Ps. Aristotele che non indica la

direzione, non si rinvengono nelle fonti altre notizie che consentano meglio e più precisamente localizzare la città, sicché l'identificazione del sito ove sorgeva è stata oggetto di numerose congetture specie nel secolo scorso, e le conclusioni cui pervennero gli studiosi, e che sinteticamente riportiamo, sono contrastanti:

La pone il Pais (Ricerche stor. geogr.) molto genericamente tra Sibari e Crotone, e l'Orsi in prossimità di quest'ultima città; suppone il Lenormant (« La Grande Grecia ») che « le rovine di Macalla dovrebbero essere ricercate verso il promontorio di Crimisa presso la riva »; per il Dito (« Calabria ») doveva essere tra Petelia (Strongoli) e Crotone, sulla costa. Potrebbe identificarsi per il Napoli (« Civiltà della Magna Grecia ») con l'attuale centro abitato di Strongoli; avanza medesima ipotesi il Bèrard (« La Magna Grecia »); ne sono convinti il Pacichelli (« Regno di Napoli ») che scrive: « Strongoli fu detta Macalla dal pestare, a cagione che vi feron morire Filottete »; ugualmente l'Amato (« Patapologia Calabra »), l'Ughelli, (« Italia Sacra »), il Corcia (« Storia delle Due Sicilie »), il Fico (« Notizie storiche della patria di S. Zosimo »), il Marafioti (« Croniche et antichità di Calabria »), Mazzella (« Descrittione del Regno di Napoli »), e scrive decisamente il Fiore: « E' l'oggidì Strongoli, l'antica Macalla ».

Compare la città sulla carta del fiammingo Abramo Ortelio (1527) con il nome di Macella, e su quella di Castaidi (1595) indicata Macalla et Macella, in entrambe situata sulla costa, a metà strada tra Crimisa e Crotone.

Ma è pur dalle scarne indicazioni di Ps. Aristotele comparate e completate coi versi di Licofrone che ci pare si possa pervenire con sufficiente approssimazione alla localizzazione di essa.

Inaccettabile, intanto, ci pare l'opinione del Lenormant, perché contraddetta da dati di fatto inconfutabili: se Macalla, infatti, fosse stata realmente ubicata al principio del promontorio di Crimisa (ora Punta Alice, pressappoco Ciro Marina), presso la riva, come egli sostie­ne, e, quindi, nell'area di quel paese, non avrebbe Licofrone accennato, così come ha fatto, nello stesso tempo e nel medesimo breve passo (w. 911-929), all'una e all'altra; la conte­stuale menzione induce a ragionevolmente ritenere che ben distinte e diverse erano le due città: considerazione ch'è, d'altra parte, avvalorata e confortata dalla distanza di 120 stadi tra Crotone e Macalla, precisamente indicata dal ridetto Ps. Aristotele, e cioè 20-22 Km. circa, che mal si addice all'altra corrente tra Crotone e Capo Crìmisa che, come è noto, supera di un pezzo i 35 chilometri.

Ma se inaccettabile è la supposizione del Lenormant, e fatta eccezione, sia pure con le debite riserve, per il Bèrard che tende piuttosto ad ipotizzare una possibile successione nel tempo di Macalla e Petelia-Strongoli in più ampio sito (ed in verità la storia di Macalla spesso coincide con quella di Petelia tanto da dare la sensazione che si tratta di una sola stessa città), non ha pregio neppure l'altra secondo cui debba identificarsi Macalla con l'odierna Strongoli, dimentichi, come evidentemente appaiono, i sostenitori di essa, che ogni più antica fonte pone la città sulla costa, quando è noto, invece, che Strongoli è nell'interno, in posizione dominante e strategica.

Così scartate le ricordate ipotesi, e nel silenzio delle fonti, resta intanto da stabilire se l'interessata città era collocata a sud o a nord di Crotone, anche perché è con la soluzione di tale enigma che si risolve l'altro della più verosimile ubicazione: ma anche per ciò riteniamo che elementi decisivi si traggono dalle stesse notizie che dall'antichità ci sono pervenute.

Scrive, come si è visto, Licofrone, nel ripetuto passo, che il Crati vedrà la tomba di Filottete là dove il Neto si scarica nel mare, indicando in tal modo chiaramente la foce del Neto [22] .

È noto, ora, che questa si trova a nord di Crotone, quasi a confine con l'attuale territorio di Strongoli; e poiché lo stesso Licofrone, senza interruzione di discorso, aggiunge che sulla tomba di lui, a Macalla, gli abitanti del paese costruiranno un grande tempio in onore di Filottete, se ne deve dedurre non solo che la città era situata al nord di Crotone, ma, tenuto conto della distanza di 120 stadi (20-22 Km.) indicata da Ps. Aristotele, ch'essa era precisamente

ubicata lungo la SS. 106, verosimilmente in quel tratto di territorio di Strongoli, prossimo al mare, compreso tra il bivio che, quasi all'altezza dello scalo ferroviario, conduce all'abitato di Strongoli, e la località Tronga, o lido Foresta (cas. ferroviario 213), che, all'incirca, appunto 20-22 Km. dista da Crotone.

Disperse, come si è detto, quasi interamente le opere dei grandi eruditi dell'antichità, e, a parte le scarne ciò nondimeno importanti notizie sin qui riportate circa la presenza di Macalla nel territorio di Strongoli, il cui valore storico rimane intatto nonostante la tradizione così detta favolosa, è dopo secolare silenzio che con la ripresa d'interesse da parte degli studiosi per il meridione, che si svolge sopratutto a partire dalla seconda metà dell'800, che riaffiora il ricordo di Macalla sia pure nella limitata annotazione Licofroniana.

Non sappiamo, quindi, lo svolgersi successivo delle vicende che si accompagnarono alla vita di essa, improvvisamente avvolta da una coltre inspiegabile di silenzio che coincide con il passare del suo mitico fondatore: travolta dal tempo, distrutta e dispersa forse a seguito di inesorabili cataclismi, sparisce nella sua realtà e nel nome, osce misteriosamente dalla storia così come vi era entrata, cancellata del tutto; forse nel furore erosivo delle sue onde ingoiata dal mare, nel cui fondo non è improbabile si adagiano sue rovine; scriveva nel secolo scorso Marincola - Pistoia (in: Opuscoli di Storia Patria): « dentro le acque che bagnano la contrada Tronga esistono molti ruderi di antichissime costruzioni ».

Certo è che proprio osservando specie il fondo di quel tratto di mare che limita con Torre Melissa ed il suo abitato, nella zona degli scogli, tanto spesso sono state riconosciute tracce di vita antica, e c'è chi ha creduto di scorgere colonne e frammenti di manufatti, e chi massicci blocchi, forse avanzi di vecchi edifici, e chissà quante volte la mano distruttrice dell'uomo ha incoscientemente cancellato, forse più che il tempo e i cataclismi, la più antica presenza.

Non raramente sono stati recuperati relitti di oggetti diversi, utensili, sopratutto di anfore forse destinate al trasporto via mare di derrate alimentari [23] , di cui quel fondale, a dire dei subacquei che la zona praticano, sarebbe pieno;

ne sono mancati, a quanto pure si riporta, altri tipi di rinvenimenti, come resti di antiche costruzioni nell'area com­presa tra la statale e la costa, nel tratto che corre tra i caselli ferroviari 215 e 216, in occasione di scavi di fondazione di privati edifici costruiti in questi ultimi anni, che non è possibile datare in alcun modo, sottratti come sono stati alla loro dovuta destinazione.

È nel 1958 che nel corso di lavori agricoli vennero alla luce alcuni sepolcreti, vasi lacrimatoi, monete anepigrafe, avanzi di costruzioni di epoca preromana in pietra e malta, frammenti di colonne, una colonnina in pietra di scanalatu­re doriche di circa un metro di altezza e 40 centimetri di diametro nella contrada Tronga in prossimità del casello ferroviario 213, il tutto trasferito al Museo di Reggio Calabria, come altri precedenti rinvenimenti, di cui, purtroppo, ed almeno a noi, manca descrizione ed elencazione (v. in period. Magna Grecia, annata XIII, 24).

È dai contadini del luogo, i più anziani, che si è pure appreso che non poche tombe sono affiorate nel passato, sempre durante i lavori agricoli, lungo tutta la fascia di territorio che, parallela alla costa, al di là della ridetta statale 106, è delimitata dal bivio per Strongoli da un lato e confina dall'altro quasi con Torre Melissa, e segnatamente nei fondi Gangemi, Susanna, Gigliolo, Foresta, il che induce a sospettare la presenza di una vasta necropoli in tutta quella zona: unica documentazione è costituita da una tomba a camera scoperta a Gangemi nel 1973, di periodo greco classico, inventariata dalla Soprintendenza alle Antichità di Reggio Calabria, purtroppo dopo che la stessa era stata privata di ogni corredo, oggetto - stando alle voci allora corse - di ben lucroso commercio.

Sfuggite ad ogni controllo le volute e non rare affiorate altre tracce di vita antica lungo le colline retrostanti quel tratto di indicata e ripetuta 106 Jonica che gradatamente congiungono il mare con l'abitato di Strongoli, chissà quanti ritrovati non finiscono, come è accaduto in passato, e con evidente danno e ritardo per la Storia, con l'arricchire case e collezioni private e ad alimentare il mercato dell'antiquariato [24] .

Ecco, comunque, che nonostante la leggenda e la pochezza dei reperti conosciuti si precisa e prende corpo definito la realtà della forse più vecchia città di Filottete che dorme il suo sonno secolare sottoterra e in fondo al mare, la cui visione, non certamente piena, non improbabilmente sarà possibile, e forse allora pure risolversi il mistero della totale e repentina scomparsa, se sondaggi opportuni, e, per quanto possibile, una sistematica campagna di scavi, e indagini metodiche saranno condotti, prima ancora però che il frenetico sviluppo edilizio in atto nella zona definitivamente comprometta l'antica civiltà di Macalla, da dove forse, incalzati dagli ipotizzati avvenimenti, mossero i colonizzatori di Petelia, città che, quindi, finirà con l'assorbirne il territorio.

[1] Una precedente migrazione si era verifìcata in tempi assai remoti;

infatti, quando giunsero i colonizzatori dell'Vili sec. in poi, fondatori di Metaponto, Sibari, Siri, su quei territori vi erano Chonii (gente epirotica), e lapici (gente proveniente dall'Illiria e dall'Epiro) a Tarante, che i sopravvenuti assimilarono e asservirono (Strabene, VI, 255; Aristotele, Polit. Vili, 1329 b; Lic. 983); mentre Siculi o Italici (gente enotrica, da Italo, un rè de­gli Enotri) occupavano i territori di Caulonia, Locri, Tempsa (Antioco apd. Dionys. Halic. I, 12) e forse di Crotone abitata certamente da Chonii. Auso­ni (della razza degli Osci), Opici (popolazione di lingua indo-europea affine agli Ausoni e stanziata in Campania come essi e gli Osci) ed Osci (popolazione formatasi dalla fusione di Sanniti ed Opici), contribuivano anch'essi alla formazione di quella confusa popolazione che abitava i territori della colonizzazione. Scrive molto genericamente il Fiore (in: Calabria Illustrata, 1641) che furono gli Ausoni i primi abitatori della Calabria, fugati poi dai sopravvenuti Enotri (da Enotria, nome che avrebbero dato i Greci alla regione bagnata dal golfo tarantino, poi esteso a tutta la popolazione d'Italia, colonizzata da Enotro capo leggendario di una tribù di Greci arcadi del Peloponneso): e questo - a suo dire - sarebbe stato il primo passaggio dei Greci in Italia. Chonii ed Ausoni - a dire di Antioco - erano due rami della stessa stirpe detta Enotria dai Greci: i primj avrebbero abitato il paese sul­l'Ionio sino al territorio Japigio (Tarante), gli altri i paesi sul Tirreno.

[2] Sopratutto per risolvere il problema della sovrappopolazione, e per altre ragioni politico-sociali.

[3] Per lo più indicate come colonie Achee, che la tradizione fa deriva­re dall'Acaia del Peloponneso.

[4] Prima metà dell'8 sec. (Antioco apd. Stra. VI, 278-79).

[5] Metà dell'8 sec. (Antioco, 264-65; Pais: Storia della Sicilia e della Magna Grecia

[6] Pais (Storia delle origini di Siris Italiana, in Italia Antica, II); Beloch; Ciaceri. Metà del sec. Vili.

[7] Metà del sec. Vili; Strabene, VI, 263.

[8] Anno 708 a.C. (Cronaca di Eusebio), 709 (S. Gerolamo), 710 (Dioni-sio Alicarnasso). Oltre che Achei, pare abbiano partecipato alla fondazione sua anche coloni corinzi.

[9] Fondata dai Locresi di Grecia verso i primi anni del sec. Vili (Eusebio, Gerolamo) in una zona ove era già un centro d'italici di cui si conosce la necropoli riferibile ai sec. IX-VIII; v. pure Ps. Scimmo, 312 ss. e Pais.

[10] Ant. apd. Strab. VI, 257; anno di fondazione: 720 circa. n È Polibio (210-128 a.C..) che per primo adopera il termine di Magna Grecia: « In quella parte d'Italia allora chiamata Magna Grecia furono messi a sacco e a fuoco i Collegi dei Pitagorici ».

[11] È Polibio (210-128 a.C..) che per primo adopera il termine di Magna Grecia: « In quella parte d'Italia allora chiamata Magna Grecia furono mes­si a sacco e a fuoco i Collegi dei Pitagorici ».

[12] Omero, forse del IX sec., che, infatti, Erodoto (484 a.C.) lo ritiene di 400 anni più vecchio di lui.

[13] « La storia è l'unico campo in cui non si può incominciare mai dall'inizio » (Burckardt).

[14] Properzio, in: Eleg. II, 159.

[15] Aceti: In Gabr. Barrii De Antiquitate et situ Calabriae, Annotationes, Roma 1737.

[16] « Quasi ognuna delle colonie di epoca classica è stata preceduta da una colonia mitica prima del 1000 a.C. in epoca tardo-minoica o meglio micenea. Infatti l'investigazione archeologica di questi ultimi anni sta mettendo in rilievo con grande attenzione l'esistenza di uno strato miceneo in Magna Grecia, ciò che conferma appieno questa nebulosa tradizione » (S.Ferri, rei. al II Convegno di studi sulla Magna Grecia, 1962). « Sono tanti gli indizi che inducono ad ammettere che elementi micenei giunsero come coloni in Italia molto prima che avesse inizio la colonizzazione storica, e appare quindi ingiustificata la sistematica svalutazione di tutte le tradizio­ni relative all'età eroica come di invenzioni destinate a nobilitare di più antica storia le colonie della Magna Grecia » (Pugliese-Carratelli, stesso Conv. di Studi).

[17] Neto (in Licofrone: N(XV(Xii)of), da Neas o Nais (nave) e aithein o Aeto (ardore), cioè: navi che ardono. Scrive Strabene (l.VI): « Neto, cui dicono sia stato dato il nome dall'evento. Giacché (dicono) che, al ritorno della spedizione troiana degli Achei, girovaghi siano approdati là e sbarcati in terra per esplorare queste località: quivi allora le troiane che viaggiavano insieme con le donne (Apollodoro, Etilla, Astiache e Medisicaste, fìglie di Laomedonte e sorelle di Priamo), dicono che abbiano incendiato le navi che sorpresero mancanti di uomini, spinte a far ciò dalla molestia della navigazione. Dicono, pertanto, che essi furono costretti a porre quivi la loro selle, e, vedendo che la terra di questi luoghi era fertile, vi edificarono molti paesi, moltissimi dei quali ebbero nome dai Troiani, come pure il fiume Neto ».

[18] Una tradizione antichissima, raccolta da Timeo, faceva giungere su questi lidi immigrati rodii guidati da Tiepolemo, i quali finirono per stabi­lirsi nella regione combattendo contro gli Achei di Ausonia aiutati da Filot-tete e dai suoi Tessali. Il testo più antico che riporta questa tradizione è il poema di Licofrone (v. 911 ss.) che va confrontato con lo ps. Aristotele (De Mirab. ause., 107). Sul giungere dei Tessali, unica notizia, d'altra parte vaga ed incerta ma non pertanto da disattendersi del tutto, è data da Diodoro Siculo (XII. 10, 2), in relazione e con riferimento alla ricostruzione di Sibari.

[19] Circa la dimora di Filottete nel territorio di Crotone, la tradizione oltre che antica è ripetuta e costante: che lì, infatti, era ben localizzato ac­canto a quello di Athena Eilenìa (vedi Meineke) il culto di Apollo, entrambi - si vuole - (v. Euphorion) da lui istituiti (v. pure Licofrone e Stefano), e certa la presenza, proprio a Crotone, di un tempio ove gli italioti, al tempo del suo predominio sul territorio fino al Traente, confluivano da ogni dove, da Locri, Sibari, Tarante, da tutte le contrade della Magna Grecia, la­sciando doni e simboli delle loro città. Per quanto concerne Licofrone, dal quale - si è visto - si attingono le più utili ed importanti notizie pervenuteci, è da osservare che merita egli credibilità forse più d'ogni altro antico autore sopratutto per la conoscenza diretta che pare abbia avuto dei luo­ghi menzionati che, pur nella mutata conformazione geologica del territorio, sono descritti ed indicati con non poca aderenza alla realtà odierna, luoghi forse visitati con Lieo di Reggio, a lui legato da vincoli di adozione.

[20] Appoggiandosi ad un frammento di Euforione (Euphorion apd. Tzetzes, ad Lyc.), sorgeva il tempio a Crìmisa secondo taluni (Holzinger). Obietta Giannelli (in: Culti e Miti della Magna Grecia) che nel frammento riportato da Tzetzes, la notizia dell'erezione del tempio chiude l'incompleto racconto delle gesta di Filottete in Italia, ultima delle quali la fondazione di Crìmisa (si tace delle altre città): il che - a suo parere - non è sufficiente per dedurre che anche il tempio sorgesse a Crìmisa. Nel ricordare che rovine, di un tempio sono state scoperte presso la Punta dell'Alice, che l'Orsi (« Templum Apollinis Aiaei ad Crimisa promontorium, Roma 1935) identificò con quello di Apollo Alèo, osserva che la mancanza di qualsiasi documentazione epigrafica rende « molto scarsi ed incerti gli indizi che quel tempio scoperto fosse dedicato ad Apollo Alèo », e che i moderni possono essere stati piuttosto suggestionati dall'interpretazione erronea delle fonti. « Di lui morto, il Crati vedrà la sua tomba a lato del tempio del dio Patarèo... »: avendo così scritto Licofrone, se non si vuole metterlo in contrasto con sé stesso, bisogna dedurne, conclude all'incirca Giannelli, che così come la tomba di Filottete, anche il tempio di Apollo era a Macalla. Conclusione che non pare debba pienamente condividersi perché l'indicazione topografica può essere stata nell'intenzione dell'autore del tutto generica e orientativa. È da aggiungere che le conclusioni dell'Orsi non pochi disattendono circa la cronologia della testa di marmo attribuita ad Apollo e l'appartenenza della parrucca di bronzo (V. Arias, in: P. Orsi in Sicilia e Calabria, Pisa, 1976).

[21] La tomba di Filottete era posta a Macalla secondo il Ciaceri ed al­tri, mentre a Sibari per Geffcken che ritiene vi fosse a Macalla solo un ce-notafio (monumento privo di corpo).

[22] Nasce il Crati dalla punta più alta della Sila (Botte Donato: metri 1929), da dove si domina la sottostante vallata, e, in teoria, la foce del Neto.

[23] Allo stesso autore di queste note è capitato, ormai sono tanti anni, poterne osservare una, quasi di sfuggita, ripulita dalle incrostazioni da uno di quei che l'aveva recuperata: di forma tronco cronica, piuttosto allungata, terminante nella parte inferiore con stretta base, anse a forma di S, su una delle quali era chiaramente incisa la leggenda KAEOÓfìN seguita da altri segni indecifrabili.

[24] Durante l'estate appena decorsa - tanto mi è stato riferito dall'avv. Fabiano di Rocca di Neto, lungo il pendio attraversato dalla stradella che conduce alla collina, antistante il mare di 213 e la ripetuta SS. 106 sulla cui sommità è stata di recente costruita una cabina elettrica dell'Enel, sarebbero stati avvistati frammenti di colonne, forse doriche, in quello stato ridotte dai mezzi meccanici che vi hanno operato. Che siano riferibili al tempio di Apollo o alla tomba di Filottete?


(1) Salvatore Gallo - dal sito Macalla&Petelia

MURGE : di Fabrizio Maria Oliverio - inglese  

Downoad ITA - MURGE



N.B. Le immagini sono state tolte dall'articolo, per poterle inserire tutte insieme in varie panoramiche foto.