Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       



Ritorno e tramonto del Centelles



La presenza degli Ebrei a Cirò è indicatore ben preciso del ruolo commerciale che la cittadina calabrese ebbe in età bassomedievale. Ma va ricordato che l'impianto di una «statio» del monastero di San Salvatore di Monte Tabor realizzato, come si è detto, a partire dal 1115, testimonia l'importanza dello scalo marittimo nella direttrice Reggio, Crotone, Taranto136. Se ne ha riscontro nelle carte nautiche di Tammar Luxoro (XIII sec.), Giovanni di Carignano (XIV sec.), Perrinus Vesconte (XV sec.), Gratiosus Benincasa (XV sec.) e ne «lo libro chiamado Portolano composto da uno zentilomo veneciano» e stampato a Venezia «per Bernardino Rizo da Novaria, 1490 a di 6 novembre». È infatti segnalato a Punta Alice, col nome "Lena de Lenza" nel tratto che va «dal chavo dele Colone a Taranto, e più esattamente dopo Crotone137. «Da chotron ala lena de lenza maistro e tramontana mia [ = miglia] 12. Dala cita de lenza al fondo del colfo q. de travver maistro mia 40. Da la lena de lenza al cargador de chariato mia 8».
Georges Yver ha posto in evidenza come il vino calabrese fosse particolarmente richiesto in Oriente alla fine del sec. XIII ed operatori veneziani138, genovesi e regnicoli si adoperassero per trasportarlo insieme con altre mercanzie, ma la Guerra del Vespro pri­ma e le successive lotte dinastiche resero insicure le rotte, lungo le quali si moltiplicavano gli atti di pirateria, bloccando il commercio e aprendo la strada alle incursioni tur­che. Tuttavia è abbastanza significativo il fatto che nella seconda metà del sec. XV, sotto la dominazione aragonese, i Bonaccorsi di Firenze avessero in custodia le torri marittime dello Jonio tra Rossano e Strongoli, ivi comprese quelle ricadenti nel territorio di Cirò139 e che il denaro corrente fosse espresso anche da «ducati veneciali».140.
Tra i periodi più delicati è da segnalare senza dubbio quello che seguì la morte di Alfonso I d'Aragona, avvenuta il 27 giugno 1458. Si trattava ancora una volta di una successione contesa tra il figlio bastardo, Ferrante, designato dal padre e l'erede "legittimo" Carlo di Navarra, principe di Viana, figlio di Giovanni d'Aragona, il fratello di Alfonso I. Per precisi motivi di rivalsa e d'intesa con Giovanni Antonio del Balzo Orsini, principe di Taranto, Antonio Centelles, che era stato «graziato» dal sovrano, si adoperò per contrapporre a Ferrante innanzi tutto la corona d'Aragona. Ma fallito tale disegno, anche per le difficoltà che Giovanni II aveva nei suoi possedimenti spagnoli, all'ex marchese di Crotone «non restava che rivolgersi al pretendente angioino, a Giovanni d'Angiò, figlio ed erede di re Renato: egli si trovava allora a Genova, ove l'aveva inviato Carlo VII di Francia come suo luogotenente, essendosi posta quella Repubblica nel 1457 sotto il suo protettorato per essere difesa dalle minacce di Alfonso d'Aragona, e quivi il duca di Calabria, come Giovanni era chiamato, teneva bene aperti gli occhi sul Regno di Napoli»141. 
In nome del pretendente angioino e da lui sostenuto il Centelles nell'ottobre del 1458 innalzava in Calabria la bandiera dei gigli di Francia; nel regno era in buona compagnia, se si tiene conto che erano schierati dalla sua parte Antonio Caldora, principe di Trivento, Marino Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, e soprattutto il potente principe di Taranto, che con il pretesto del matrimonio di una sua figlia col primogenito del Centelles, rivendicò a costui il marchesato di Crotone. La sua fama di agitatore di successo non si smentì, anche perché egli si muoveva lungo i sentieri del malcontento e aizzava apertamente alla rivolta fiscale, nonostante che Ferrante tenesse in piedi con pazienza la via del compromesso, ma non a tal punto da sembrare imbelle e impotente. Le truppe regolari scesero in Calabria per ristabilire l'ordine, dal momento che il Centelles non solo in breve tempo si era impadronito dei suoi antichi feudi, e quindi anche di Cirò, 
ma, sorretto da Genova, allargava a macchia di leopardo le sue zone d'influenza, preoccupando Francesco Sforza, duca di Milano, che sollecitava il re di Napoli ad annientare il ribelle. Ferrante fu costretto a intervenire personalmente. Nel settembre 1459 da Rende iniziò a ripristinare la legalità. Preoccupato dal crescente successo del sovrano, il Centelles cercò di trovare un'intesa. Il sovrano finse di accondiscendere, ma, una volta che gli si presentò «pentito» nell'accampamento di Piano Lago, non esitò a farlo catturare, inviandolo prima nel castello di Martirano, quindi in quello più sicuro di Cosenza per poi spedirlo a Napoli in Castel Nuovo.
Mentre in Calabria apparentemente l'ordine sembrava ristabilito, ma di fatto anda­vano sedimentandosi sfiducia ed anarchia, una squadra navale genovese con a bordo il pretendente Giovanni d'Angiò apparve nelle acque di Napoli, preoccupando la regina Isabella, che predispose un energico controllo per impedirne l'approdo.
A spalancargli la strada, rincuorando i suoi fedeli di casata o di comodo, ci aveva pensato Marino Marzano, duca di Sessa, che consentì all'Angioino di raggiungere il teatro della lotta, attraverso il suo territorio. E il pericolo di una effettiva rivalsa si diffuse, con opposti sentimenti, da un capo all'altro del Regno, con la notizia della disfatta di Ferrante consumatasi il 7 luglio 1460, nella Piana di Sarno.
1 baroni irrequieti alzavano il prezzo della loro fedeltà presentando richieste di ampliamenti territoriali, esenzioni di imposte e concessione di privilegi.
Grazie all'aiuto del principe di Taranto, a dare man forte ai ribelli calabresi giunse nella regione Antonio Centelles, sfuggito rocambolescamente alla prigionia il 23 aprile dello stesso anno, con il preciso disegno di riconquistare Catanzaro e gli altri territori precedentemente a lui soggetti, tra cui Cirò.
Gli sbarrarono la strada nei primi mesi del 1461 Roberto Sanseverino e Roberto Orsini al comando delle armate regie, costringendolo a spostare il campo d'azione da Belcastro a Nicastro, da Martirano a Maida.
Secondo una ricostruzione del Pugliese che non ha, però, riscontro nelle fonti, Ferdinando d'Aragona «venuto in queste province per catturare il conte di Catanzaro an. 1462 approdò con 24 galere nel nostro lido, e venne a dimorare in città; confermò i privilegi antichi ed aggiunse quello di dover rimanere sempre in demanio e non potersi vendere per qualunque causa, e vendendosi, la popolazione potere senza nota di ribel­lione invocare il nome del Re, ed espellere colla forza il compratore feudatario: di poter ciascuno tenere in propria casa manganelli da snocciolar bombace, e di poterla liberamente filare! di non potersi distribuire forzoso il sale, il ferro, il tabacco ecc. ma di do­vere gli appaltatori venire a venderlo o transitandovi, o pure situandovi bottega»142.
Dopo una clamorosa quanto effimera vittoria che il barone ribelle ottenne su Luca Sanseverino, duca di San Marco, non esitò ad aprire trattative con il sovrano, una volta che questi nel mese di settembre gli contrappose il terribile capitano di ventura Maso Barrese, autore di stragi e sovercherie.
Ancora una volta Ferrante accondiscese alla richiesta di grazia del Centelles e il 24 giugno 1462 lo rientegrò insieme con Enrichetta nel:
«loro Stato quale lo avevano perduto videlicet: il marchesato di Cutrone lo quale alhoro haveva donato lo principe di Taranto, la città di Catanzaro e Santa Severina et terre di Misuraca, Castelle, Roccabernarda, Policastro, Taverna, Roccafalluca et Tiriolo, que tenentur in demanium regium,la città di Belcastro cum titolo, comitatus, baronia di Cropani, terre di Zagarisi, Giugliano, quali se teneno per lo principe de Bisignano et Thomase Carrafa. Item le terre de lo Cirò et Melissa, baronia di Castelmenardo con le motte di Mesori et Monterusso et Polia, terre di Rosarno et ba­ronia di S. Lucio cum moctis sive terris Sancti Joannis et Montis belli, terre di Castelvetere et Roccella, quali si teneano per Galeotto Baldaxino, cum suis casalibus, turribus etc.» 143.
Così - nota il Pontieri - nell'ultima fase delle ostilità in Calabria, troviamo il Centelles affiancato al Barrese nel comune impegno di smantellarvi le superstiti resistenze angioine, ma anche vigile guida del giovanissimo duca di Calabria Alfonso II d'Aragona, che il padre aveva voluto impegnare nella difesa del regno.
Quell'operazione gli meritò il titolo di principe di Santa Severina, la qualifica di "regio consigliere" e gli fruttò la concreta possibilità di riorganizzare i suoi possedimenti. Ma si trattava di una soddisfazione effimera: la morte del principe di Taranto, la separazione prima e la scomparsa poi di Enrichetta Ruffo lasciarono il segno nella sua vita affannosa e scomposta e le seconde nozze con Costanza, orfana di Teseo Morano, signore di Cotronei, che egli stesso aveva ucciso in una partita di caccia non servirono ad allietare gli ultimi giorni della sua vita. Così come il matrimonio di Enrico, figlio bastardo del re con la sua figlia Polissena, lungi dall'accrescergli il favore della famiglia reale, costituì il tranello per la sua tragica uscita di scena nel 1465.
Ancora una volta l'ingente patrimonio dei Ruffo, ivi compreso Cirò, passava al regio demanio, restandovi per ben tre lustri, durante i quali iniziò a farsi sempre più concreta, dopo la caduta di Costantinopoli e soprattutto dopo la presa di Otranto nel 1480, il timore di una massiccia invasione turca nel Mezzogiorno d'Italia.
Perchè fosse assicurata una migliore capillare difesa delle coste ioniche maggior­mente esposte agli assalti, Cirò fu concessa insieme ad altre terre nel settembre 1480 dal re Ferrante al suo omonimo figlio bastardo.
Nel 1496 fu quindi acquistata per 9 mila ducati da Andrea Carafa, conte di Santa Severina, il quale provvide a rinforzare l'abitato e il castello, quest'ultimo munito da baluardi comunicanti «per camino coperto da solidissime volte», per fronteggiare le incursioni piratesche144.
Un compito che è rimasto impresso nello stemma cittadino dove su tre monti verdi in campo azzurro si staglia una gru che becca col rostro e immobilizza con la zampa un serpente screziato contornata dalla leggenda

DEVORAT HìF_C ROSTRO PERVIGILATQUE PEDE

In quegli anni un inedito apprezzo14s ci informa che La bagliva [ di Cirò ] havendo consideratione da uno anno ad uno altro secondo la relatione de messer Dominico Iram porrà valere per anno due. C. / Li herbagi de corti delli Alici et de santo Biasi, so arrendate per uno anno duc.XVIII / Li frutti dello Giardino posto allo Palaczo delli alti sono arrendati per uno anno d. II / Lo Porcile della Corte è stata arrendato due. 0. 2. 10 / La ca­sa di santa Sofia che è ius patronatus sole valere lo anno due. 0.4 / Li frutti dello Oliveto sono ar­rendati per uno anno che paga d 'oglio mi1.XX extimati due. 4 / Sono certe terre poste dove si di­ce lo Palaczo che sono tomolate quattro dalle quali se ne potia havere di tomolate de grano tomo­late vinti extimate duc.2.2. 10 / Summano le intrate dello Ypciro due. 127.4.

Entrate senza dubbio considerevoli che confermano in qualche modo descrizioni successive nel tempo, ma che - come quella dello Zavarroni - ricalcano probabilmente situazioni immutate per secoli.
«Dalla parte orientale di questa città - egli scrive - discorre un fiume anticamente dal nome del promontorio chiamato Chrimissa. Il particolare da notarsi è, che quivi fu ritrovato un albero simile al terebinto, che da molti è giudicato '1 vero terebinto, ha '1 pomo poco minore della man­dorla, però è di soavissima dolcezza nel mangiare. Abbondano li giardini di questo paese di diversi frutti per l'abbondanza delle acque fresche, che nascono. Sono spassosi questi luoghi per le molte caccie d'uccelli; quivi si fa copia di grano, vino, Oglio, e mele, la simila di questo paese è perfettissima...»146.

1 Non esistono, come si dirà, dati precedenti al sec. XII

2 Cfr. in questo volume il capitolo di G. P. Givigliano e R. Smurra.

3 Cfr. C. VALENTE, Le città morte del mare Jonio, Bologna 1941, p. 67.

4 G. OTRANTO, La cristianizzazione della Calabria e la formazione delle diocesi, «Vetera Christianorum» 32 (1995) fase. 2, p. 376.

5 E. ZANINI, Introduzione all'archeologia bizantina, Firenze, 1997, pp. 196-197.

6 Cfr. G. E PUGLIESE, Descrizione ed istorica narrazione dell'origine, e vicende politico- economiche di Girò in Provincia di Calabria Ultra 2°, Napoli 1849, p. 27. R. NICASTRI, Cirò, patria del riformatore del Calendario, Catanzaro 1920, p. 3, annota: «Anche oggi [1919] lo si ode pronunciare Zirò (zeta aspra) in altre parti della Calabria...».

7 II Pugliese lo traduce: «alti-sedens supremus, al che si aggiunge omnibus ventis expositus» (ivi, p. 27). 8 G.B. MOSCATO, Cronaca dei Musulmani in Calabria, San Lucido 1902, p. 29.
9 PUGLIESE, Descrizione etc., cit., pp. 26-27.

10 Cfr. P. E KEHR, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. X, Zurigo 1975, p. 125. 11 B. CAPPELLI, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli 1963, p. 190.

12 Cfr. N. FERRANTE, Santi Italogreci in Calabria, Reggio Calabria 1981, p. 142 e n. 2. Il Pugliese la colloca nell'antico rione Portello «all'estremo [del quale] ed alla linea che guarda austro era 1'umil casa di Panto e Teofania genitori di S. Nicodemo abate basiliano, nato verso il 910, e morto in Mammola nel 990 al 25 marzo». Essa - a metà del sec. XIX - risultava «la più sdrucita, e la sola effigie del santo si mira nell'estrema parete, ma la lampade (sic ! ) di divozione del vicinato non vi arde più» (Descrizione etc., cit., p. 33).

13 IRRISI, Il Libro del re Ruggiero a cura di U. RIZZITANO, Palermo 1994, p. 105.

14 Cfr. P. DE LEO, [Crotone] Dalla tarda antichità all'età moderna, in Crotone. Storia, cultura, economia, a cu­ra di E Mazza, Soveria Mannelli 1992, pp. 135 ss.

15 Un quadro d'insieme è fornito da E Russo, Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, Soveria Mannelli, parte 2a, pp. 339 ss.

16 Cfr. ivi, p. 357.

17 Nota P. Maone: «I beni concessi, nella giurisdizione ecclesiastica della [ chiesa episcopale ] di S. Donato di Umbriatico, comprendevano, tra l'altro, «montem totum», cioé l'intera collina sulla quale ebbe sito il castro di Licia (o Lice), con le stesse modalità come esso «anticamente» fu posseduto dagli abitanti del luogo e col possesso delle case poste dentro e fuori le mura. Al venerabile padre e signore Raimondo e a tutti i suoi monaci confratelli, presenti e futuri, si dava licenza e potestà di congregare nel luogo nuovi abitatori e di pretendere da essi il debito servizio; a tutti, monaci ed abitanti, si accordavano diritti di pascolo per pecore, porci ed altri animali e nelle selve e nelle pianure, senza che ciò desse luogo a pagamento alcuno di erbaggio, di glandatico o di altre gravezze. Alla predetta donazione il signore normanno aggiungeva altre estensioni di terra: una sua cultura dominica, sita tra la collina di Licia e il castello di Psicrò; una seconda cultura che che fu di sua moglie Altrude; altra terra posta vicino.
Connotati per molti aspetti indelebili di questo appartato comune della Calabria jonica


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