Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       


Premessa

Nel panorama economico e sociale della Calabria dei primi secoli dell'età moderna Cirò non significava molto. Non solo non era una delle città maggiori della regione, ma non era neppure uno di quei pochissimi centri di - per così dire - media statura che davano al tessuto cittadino regionale la consistenza di una trama civile quale in altre epoche della sua storia la Calabria ha mostrato di esprimere solo a tratti. Giudizio, quest'ul­timo, che non può sorprendere, quando si pensi che tra la fine del secolo XV e la prima metà del secolo XVII la regione attraversò una fase di grande sviluppo, per cui figurò fra i teatri più significativi di una vicenda - di grande sviluppo, appunto - europea e me­diterranea, oltre che italiana e napoletana. Di tale sviluppo Cirò partecipò, beninteso, appieno e ne fu, anzi, nelle modeste dimensioni che ad essa erano proprie, una non trascurabile testimonianza. Sennonché, queste modeste dimensioni, appunto, rendono interessante il suo caso e la fanno apparire meritevole, sul piano storiografico, di un'attenzione non estemporanea. Il caso di Cirò è, infatti, quello di diecine e diecine di altri centri calabresi che, senza avere le dimensioni di quelli maggiori e medi, tuttavia avevano sicuro rilievo. Ne avevano, anzi, tanto - di rilievo - che, se non se ne tenesse il conto storiografico dovuto, mancherebbe al quadro storico regionale un elemento fondamentale della sua logica evolutiva e della sua struttura.

Non occorre molto per rendersene ragione. Quelle diecine di centri delle stesse dimensioni - un po' più, un po' meno - di Cirò formavano, in effetti, la base del sistema cittadino regionale. Si può, invero, osservare che parlare di sistema cittadino regionale comporta l'uso di termini particolarmente pregnanti sia dal punto di vista della geografia storica che dal punto di vista della geografia umana e sociale in generale. Si presta, la Calabria del secolo XVI, a tale uso? L'assenza di un centro metropolitano egemone in Calabria si impone all'attenzione dello storico, così come dello studioso di scienze sociali e di geografia, perché essa non dà luogo - come è ben noto in tanti altri contesti di ogni tempo - a un policentrismo che sia indizio di abbondanza e fonte di energie e di risorse periferiche e attesti, quindi, una particolare ricchezza di vita sociale e culturale. O, per meglio dire, questo aspetto nel policentrismo calabrese non manca, ma è nettamente

sovrastato dall'aspetto opposto, per cui tale policentrismo indica una diffusa povertà di energie e di risorse e mostra di nascere da una deficienza, non da una sovrabbondanza di fermenti, di forze e di manifestazioni della vita civile. Un aspetto, insomma, e non dei minori, di quella che in ultimo è stata definita come depressione o sottosviluppo calabrese e che ne faranno un'area tra le più esemplari della «questione meridionale».

Nella Calabria del secolo XVI una metropoli regionale non si ravvisa. Cosenza e Catanzaro primeggiano su basi in parte identiche, in parte diverse. Altri centri - da Reggio a Tropea, a Crotone, all'allora Monteleone, a Rossano, ad Altomonte, solo per fare qual­

che nome - si impongono all'attenzione. Reggio ottiene per qualche tempo le funzioni di capoluogo di provincia, salvo poi a perderle e a riguadagnarle in seguito e durevolmente, con la finale istituzione di una terza provincia. La stessa divisione amministrativa della regione in più province consacra, però, sul piano della struttura pubblica, il dato di cui si è detto. La dimensione regionale è evanescente, malgrado la fortissima indivi­dualità geografica peninsulare da cui è sorretta. Essa consiste, piuttosto, nel dato di fatto costituito da questa individualità geografica e dalla serie di relazioni che di per sé ne sono determinate, mentre assai di meno configura una qualche forma di sistema econo­mico-sociale regionale. L'area meridionale, secondo un'antichissima e poco e di rado interrotta tradizione, gravita per lo più sullo Stretto di Messina e forma con l'attiguo corno nord-orientale della Sicilia, in questo caso davvero, un sistema regionale sui generis. Non fosse per la separazione istituzionale e amministrativa fra Regno di Sicilia e Regno di Napoli, la «regione dello Stretto» (come poi l'avrebbero definita i geografi) assume­rebbe certamente un'importanza e una consistenza maggiori (e in seguito, infatti, così come in altri periodi precedenti, le ha assunte). L'area centrale gravita su Catanzaro e quella settentrionale su Cosenza, ma neppure questa gravitazione è davvero piena; neppur essa delinea veri spazi metropolitani, data la prevalenza onnidiffusa di un «policentrismo povero» (se così lo si può definire) che non alimenta una ricca e vitale pluralità periferica. In realtà, la gravitazione metropolitana vera della Calabria è su Napoli ed è dovuta alla tante e note ragioni per cui la stessa Napoli funge da metropoli per tutto il Mezzogiorno nel suo insieme e, benché in misura un po' varia, per le sue singole regioni. Può perfino dirsi che è proprio in rapporto a Napoli che la composita e frammentata realtà della province calabresi si configura come un complesso regionale e dà luogo a una percezione unitaria della Calabria almeno come spazio geo-economico.

È appunto in tale contesto che va, dunque, valutata e definita anche quella esem­plarità di Cirò come «piccola città» nella Calabria dei primi secoli dell'età moderna che abbiamo messo in evidenza per quanto si riferisce al «sistema cittadino regionale» del tempo. Una esemplarità che non nasce, insomma, dalla sussistenza di un tale sistema, poiché si è visto che di sistematico, in senso proprio, il fenomeno cittadino in quella Calabria (come per lo più nella Calabria di quasi ogni altra epoca) aveva ben poco. Una esemplarità che non nasce neppure da una particolare qualità cittadina di Cirò, poiché - come si può ben supporre e come chiaramente appare dalla ricostruzione più avanti offerta all'attenzione del lettore e da tutta la (non pingue) storiografia che ha trattato con qualche attendibilità critica del piccolo centro dell'antico Marchesato di Crotone - i tratti dominanti della realtà storica cirotana possono essere qualificati come «cittadini» solo in relazione alle dimensioni e alla tipologia del fenomeno cittadino in quella Calabria, non certo in relazione alla consistenza e alla qualità dello stesso fenomeno nelle parti d'Italia e d'Europa, nonché del Mezzogiorno, in cui esso è davvero consistente e qualificante. Una esemplarità che riposa, in definitiva, sulla specificità calabrese e che ad essa va riportata, ma che, in tale ambito, fornisce indicazioni di notevole importanza, poiché quella specificità anche Cirò concorre a determinare.

La prima - e per alcuni aspetti facili a intendersi - maggiore indicazione concerne la vivacità, la complessità e il dinamismo della vita locale.

Un antico pregiudizio suppone che nelle campagne meridionali, nei piccoli centri cittadini del Mezzogiorno, anzi nel Mezzogiorno complessivamente considerato viva­cità, complessità e dinamismo non si debbano ritrovare. Non è, forse, il Mezzogiorno un'area tutta depressa nel tono e nella consistenza della sua vita economica e sociale? Non è un'area subalterna e dipendente rispetto ai grandi centri dell'economia mediterranea ed europea, che da queste condizioni non riesce mai a evadere e che deve, quindi, ruminare perennemente la povera materia, i poveri contenuti economici e sociali consentiti dalla sua generale condizione (come più tardi si sarebbe detto) di sottosviluppo? La Calabria stessa non soffre, forse, oltre che di tale condizione generale del Mezzogiorno, anche di un'ulteriore dipendenza e subalternità nei confronti di Napoli e non sta, perciò, confinata in una condizione addirittura duplice di negatività? Ne consegue che la storia del Mezzogiorno e quella, in particolare, delle sue periferie sono una storia immobile, una non-storia, un'assenza di altra storia che non sia quella, perennemente ripetitiva, della sua marginalità.

Un altro, ed equivalente, pregiudizio non condivide l'idea di una tale immobilità storica, ma perviene a giudizi forse ancora più deprimenti della storicità meridionale. Si assume, infatti, che effettivamente il mondo delle campagne e dei centri minori e maggiori del Mezzogiorno dimostra un'attività e vitalità costanti, ma che il senso di questa attività e vitalità è precisamente quello di confermare e conservare la struttura asfittica e la dipendenza complessiva della vita economica e sociale del Mezzogiorno. La ripetitività della storia meridionale non sta nella cronaca materiale delle sue vicende e dei tipi di fenomeni che essa alimenta. Sta, piuttosto, nella identità degli esiti a cui essa condan­na il provincialismo di una dinamica sociale fatta di meschini interessi, di gretti contrasti

di famiglie e di persone, di ristrette aspirazioni a privilegi e vantaggi che sono di ostacolo a un più libero e fecondo svolgimento della vita civile.

Da un lato, si hanno così immagini e formule monotematiche e fisse (ad esempio, il «Mezzogiorno feudale», senza sviluppi al di fuori o al di dentro di un «tipo ideale» di feudalesimo fatto di brutale oppressione e sfruttamento; oppure il «Mezzogiorno agrario», senza vere città, tutto agricoltura, senza fermenti di sviluppo e di modernità, stretto, con limitate eccezioni, nell'angustia dei suoi « dormitori contadini»).

Dall'altro lato, si hanno formule riduttive e altrettanto semplicistiche, che riportano a un'eguale povertà storica (ad esempio, il Mezzogiorno caratterizzato dalla perenne irrequietezza delle piccole borghesie, in rissa perenne e inconcludente ai margini del feudo o nel quadro delle amministrazioni comunali, che sopperiscono in qualche misura alla sostanziale scarsezza di altre grandi e feconde fonti di reddito con una vera e propria rapina delle magre risorse locali).

Naturalmente, nessuna di queste prospettive, né altre prospettive di senso equiva­lente possono essere accettate. Non solo la storia del Mezzogiorno è storia vera, non è storia immobile, non è una non-storia, non è una storia ripetitiva e inconcludente. Non solo essa presenta una fenomenologia molto ricca e varia di fenomeni e di sviluppi anche economici e sociali. Non solo essa non si esaurisce né nel complessivo localismo del Mezzogiorno, né nel localismo delle sue mille periferie. Non solo presenta una evidente varietà di forme, che sono largamente divaricanti rispetto alle note dominanti in esso di subalternità, dipendenza, sottosviluppo. Nel contesto di costanti di lunga o lunghissima durata - quali appunto subalternità, dipendenza e sottosviluppo - la storia del Mezzogiorno dimostra sempre di seguire o assorbire i ritmi e le direzioni della grande storia mediterranea ed europea in cui è inserita.

Secondo le stagioni di questa storia hanno luogo, in effetti, gli sviluppi della sua propria storia, e ad ognuna di tali stagioni corrispondono esiti che da esse traggono fisionomia e senso e che sono ben lontani dal mettere capo a una implacabile ripetitività, poiché mostrano, anzi, una varietà di significato e di portata sostanzialmente in linea col contesto della «grande storia» in cui, come si è detto, sono inseriti.

Il microcosmo cirotano è un buon esempio di ciò. Nella modesta, modestissima provincialità della sua condizione lo si vede, ad esempio, partecipare, tra lo scorcio del XV e gli inizii del XVII secolo, all'espansione dell'economia e della società calabrese. Lo si vede seguire la logica di crescita senza vero sviluppo di questa espansione. Lo si vede, insieme con la regione di cui fa parte e con il Mezzogiorno tutto, ritrovarsi alla fine del lungo periodo di crescita in una crisi, dalla quale esce poi reso più periferico rispetto all'Europa ormai non lontana dalla rivoluzione industriale e meno rilevante in un Mediterraneo anch'esso più periferico rispetto all'Europa e percorso dai nuovi protago­nisti della moderna economia europea, fra i quali ormai non sono più gli italiani. Si vede come in Cirò la dialettica sociale non sia limitata soltanto all'antagonismo tra la pressione feudale e le resistenze o le iniziative della popolazione e dei suoi rappresentanti, ma comporti contrasti non meno accesi nella società non feudale della cittadina. Si vede, soprattutto, come tra feudo e città, da un lato, non era affatto totale identificazione e riso­luzione della seconda nel primo, ma, dall'altro lato, non vi era neppure soltanto contrapposizione, bensì anche un'osmosi e una simbiosi: ragion per cui ne derivano trasversalità,

incroci, accavallamenti, connessioni di interessi e di parti che rendono quel mondo, a Cirò come altrove, molto più complesso e, insieme, più articolato di quanto la classica dicotomia feudo-comune farebbe pensare. E si vede, ancora, come dalla fine del secolo XVII o dagli inizii del secolo XVIII si venga delineando, lentamente o debolmente quanto si voglia, quell'ambito sociale di nuovi possidenti, fittavoli, massari etc. che finirà poi col costituire nel secolo XVIII la borghesia provinciale, alla quale toccherà un ruolo del tutto eminente nella storia del Mezzogiorno risorgimentale e, infine, italiano. Si aggiunga a ciò l'interesse - e talora la sorpresa - che desta la connotazione culturale di questi tan­to complessi e articolati sviluppi dell'economia e della società. A qualche fulgore del momento umanistico-rinascimentale corrispondono, più tardi, echi, all'apparenza più consistenti, della cultura illuministica e riformatrice del secolo XVIII. Che vi sia un decorso diverso, a Cirò, dei moti masaniellani nel 1647-48 e della rivoluzione napoletana del 1799 è in rapporto anche con queste circostanze. La stessa possibilità di individuare figure di intellettuali o di scrittori con una loro riconoscibile individualità è un dato importante in sé e per sé, al di là della modestia dei loro conseguimenti letterari  e culturali effettivi, limitati, di regola, alla ripresa, e a un'eco fatta di curiosità e di sensibilità, dei motivi della «grande cultura» coeva. E lo stesso si dica, nella misura in cui se ne può parlare, di quan­to può riguardare opere d'arte o di manifattura artistica o di decorazione.

Sconvolge, tutto questo, la linea complessiva della storia del Mezzogiorno quale di sopra si è cercato di indicare con qualche estremamente sommario accenno? Certamente no, come è ovvio. La storia del Mezzogiorno, in particolare, dei secoli XVI-XVIII quale emerge anche dal microcosmo cirotano è pur sempre quella che sappiamo; e non solo conferma le grandi costanti del quadro di fondo che, come si è detto, ne caratterizzano la lunga e lunghissima durata, ma, secondo la egualmente accennata logica delle sue alterne fasi, mostra come anche in quei secoli si annodi più di qualche legame della trama che costituirà poi la «questione meridionale».

Allo stesso modo non è che, con ciò, la piccola città di cui qui si è discorso assuma dimensioni e proporzioni che ad essa non sono e non possono essere riconosciute. Cirò rimane quella che è e si sa.

L'impressione che ne ebbe Giuseppe Maria Galanti, che la visitò tra il 18 e il 20 apri­le nel corso del suo viaggio in Calabria nel 1792 non fu per nulla esaltante. Per quanto non esaltante, il quadro che Galanti dà di Cirò è, tuttavia, di grande interesse per l'idea netta che offre di una realtà in movimento: una realtà che, sulla base di alcuni elementi positivi già in essere, si sta aprendo ai primi fermenti di quella che, con molta enfasi e mol­ta approssimazione, potrebbe essere definita una «modernizzazione». È sintomatico che qualche aspetto o indizio di tale modernizzazione non consista, poi, in altro che in una maggiore apertura all'influenza e alla suggestione di Napoli. Si può supporre che il già ac­cennato processo di formazione di una nuova borghesia provinciale fosse, tuttavia, ancora agli inizi, allora. Anche la descrizione della cittadina data da Lorenzo Giustiniani nel suo Dizionario - pur rilevando la scarsezza degli abitanti e il conseguente scarso sfruttamento del territorio - tende a dare l'idea più di una certa agiatezza che di una dominante povertà, sottolineando l'abbondanza e la varietà della produzione agricola. Le radici agrarie delle nuove fortune locali sono evidenti. La cittadina apparteneva ancora alla circoscrizione della Calabria Citeriore e doveva, quindi, far capo a Cosenza come capoluogo provinciale, per la quale ci volevano «giorni tre di cammino per le malagevoli strade degli Appennini». Questa geografia amministrativa non corrispondeva all'effettiva dislocazione degli interessi cirotani, che guardavano piuttosto allo Jonio. Con il mare c'era un rapporto diretto. «II Cirò - nota Galanti - è situato sopra un'alta collina e per salirvi dal lato che 1'abbordammo noi [ossia, venendo per terra da Rossano] la strada è erta e pessima».

Il posteriore trasferimento amministrativo della frontiera provinciale a 35 chilometri a nord del Neto avrebbe portato Cirò nella Calabria Ulteriore, consentendo ad essa una collocazione amministrativa più consona alla sua geografia e alla sua economia. Non che i rapporti con Catanzaro fossero più intensi o più agevoli di quelli con Cosenza, ma intanto ci si avvicinava di più, su questo piano, anche a Crotone. Per allora la cosa poteva apparire poco rilevante, perché di una effettiva integrazione delle attività e della vita del territorio dell'antico Marchesato neppure ancora si poteva parlare. In prospettiva era, però, importante. Nel contesto del «policentrismo povero» di cui abbiamo parlato si manifestava anche così uno sforzo di organizzazione amministrativa del territorio più vicina alla realtà delle cose; e che questo indirizzo fosse ben fondato si può considerare dimostrato dalla finale istituzione della provincia di Crotone.