Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       



B) Figurine e vasellami fittili. Avanzi plastici in marmo ed in calcare.

Le monete e le epigrafi.



FIGURINE FITTILI.



Singolarmente povera è stata la messe di avanzi coroplastici nel tempio e nelle sue immediate vicinanze, avanzi che d'ordinario nei temenoi e nelle stipi sacre figurano con centinaia, talvolta anzi con migliaia di esemplari, come è avvenuto nel santuario della Malophoros di Selinunte. E tanta è stata questa scarsezza da dare luogo a due sospetti : o che la stipe sacra si asconda ancora in qualche punto inesplorato delle sabbie sfuggito alle mie ricerche; o che trattandosi di una divinità maschile, le offerte di imaginette fittili sieno state molto scarse. Infine non si esclude la possibilità che nei secoli andati, quando l'edi­ficio venne trasformato in una cava di pietre e lentamente smontato, i rozzi petraioli si sieno imbattuti nelle favisse, disperdendone ed asportandone il conte­nuto ; ma è versione poco probabile, che in tal caso sarebbero rimaste sparse nel suolo centinaia di frammenti, sempre immancabili.

Comunque voglia spiegarsi tale assenza, osservata del resto anche in altri santuari (i due templi di Caulonia, Olimpico di Siracusa, Ateneo ibidem ecc.) a me non resta che riaffermare le fatte constatazioni ed elencare in ordine possibilmente cronologico i meschini avanzi raccolti. È tanto più a deplorare l'assenza di terre-cotte figurate come di vasellami dipinti, in quanto essi ci avrebbero fornito un prezioso e sicuro strumento di datazione nella controversa origine cronologica del santuario.

1) Tre frammenti di determinazione singola alquanto incerta, ma che invece con certezza vanno riferiti a statue fittili di grandi dimensioni; due di essi, frammenti di un braccio e di una coda, recano tracce di colore. Siamo nel secolo VI.

2) Metà superiore di una figurina di tipo molto arcaico, era. 6,6, coperta di alto kalathos, e per quel poco che si vede di uno schema ancora xoanatico o deda­lico. Anche con questa siamo nel secolo VI, ed è una delle pochissime terrecotte veramente arcaiche del santuario (fig. 81).



Fig. Si. — Frammento di figurina arcaica in terracotta.



3) Figura di divinità muliebre seduta, altezza cm. 23; è l'unico pezzo di qualche considerazione che raccolto in frammenti ci fu dato ricostruire per intero. La fotografia dice più delle parole; la dea, vestita di chitone e di himation siede nel vuoto, in quanto nessuna forma di trono è indicata. I capelli formano una densa parrucca piramidale/finita in alto in un corimbo; le braccia si adagiano sulle coscie, e: la destra stringe un oggetto non ben definibile, forse una piccola focaccia od un pane. La figura ancora solenne ed austera scende di poco sotto la metà del secolo V (tav. XIV, n. 1).

4) Figurina muliebre completa, altezza cm. 10,2, tutta avvolta nel chitone e nel mantello, sotto il quale s'intravvede la mano poggiata sul petto (fig. 82). E derivazione di un noto motivo della metà circa del secolo V, la fanciulla col fiore del Museo di Berlino, o forse meglio, atteso il movimento del mantello, colla Ercolanese di Dresda 1, di un secolo posteriore e che avrà molta fortuna nelle terrecotte di Tanagra, per diffondersi infine in tutto il mondo romano, attraverso molte elaborazioni, colle statue togate. Attesa la piccola mole e l'impressione stancarla nostra figurina non è esattamente databile, ma sembra stare piuttosto di sotto che avanti il 400.

5) Metà inferiore di una figurina Bes, accoccolato, col ventre crateriforme baccellato, insistente su di una bsetta (fig. 83); potrebbe anche trattarsi di un Bes che tenga un cratere fra le coscie, tipo assolutamente nuovo, mancando nelle serie del Winter, ma che è confortato da faenze egiziane e fenicie, nonché dal celebre vasetto del Museo del Louvfe (B.C.H., 1925, tav. XIX, XX, pag. 225 e seg.). Altezza cm. 7,3 secolo V.

6) Metà superiore di una figurina alta cm. 5,5, forse seduta in trono, muliebre, di arte ancora severa; la piccolezza della imagine e la stanchezza del conio intralciano l'esatta valutazione stilistica (tav. XIV, n. 2).

7) Figurina per noi di particolare interesse, in quanto rappresenta un personaggio coperto di chitone talare e di mantello;'che regge sul petto sinistro una

grande lira, formata dal carapace di una testuggine, ed ha il plettro nella destra. Essa manca della testa, che avrebbe precisato il sesso, ed insiste su di una basetta rettangolare; altezza complessiva cm. 10,8 (fig. 84).

Fio. 82. Figurina muliebre, in terracotta.

Fig. 83. — Frammento d'una figurina di J3es in terracotta.



1 H. Bulle, Der schdne Mensch, 2" ediz., tav. 117 e 132.



Questo preciso tipo di Apollo citaredo non ha riscontro nella raccolta del Winter, tua si avvicinano alquanto ad esso due figurine {Typen, II, pag. 350, fig. 2 e 3) di Atene e di Tenedo; e tutte mettono capo ad una nuova concezione plastica della divinità, nata nell'ambiente fidiaco, forse ad opera di Agoracrito 1 (Apollo Barberini). Non oserei assegnare al V secolo la meschina imaginetta, per di più acefala, di Ciro, accontentandomi di indicare il prototipo, donde con ogni verosimiglianza discende.

8) Alcuni piccoli frammenti di figurine varie, in condizioni di soverchia mutilazione perché se ne tenga conto ; di più una gamba nuda, e due braccia pure nude.

9) La metà anteriore di un grazioso piedino destro, kineo cm. 6, munito dei legacci del sandalo formato da una spessa ed alta solea (tav. XIV, n. 3).

10) Mascheretta di moro dal naso camuso, alta cm.3,8; rappresentazioni moresche si hanno nei vasetti configurati come nelle terrecotte (tàv. XIV, n. 4).

11) Frammenti di una maschera taurina con corno, orecchio e ciuffo frontale, forse anche riferibile ad un Achelloo. Ait.cm. 14(fig. 85).

12) Figurina di grasso maialetto, molto deteriorata e lacunata, larga 12 centimetri (fig. 86).

Per le anterisse figurate, passate nel materiale architettonico cfr. pag. 68 e seg.

Riassumendo, dall'esame di queste meschine reliquie, che si direbbero materiale trascurabile, se pur nella loro povertà non affermassero sempre qualche cosa, emerge che il periodo veramente arcaico è appena rappresentato; il V secolo figura con pochi pezzi, il resto scende al IV.

Per ultimo va segnalato che un solo pezzo ha diretto contatto colla divinità titolare del tempio, in quanto rappresenta Apollo.

Figurina in terracotta con la lira.

Fio. 85. Frammento di maschera taurina.

Fig. 86. Maialetto in terracotta.



1 MOller, Wieseler, Wernicke, AnCike Denkmàler zur griech. Golterlehrc, IV ediz., > XXIII, 3, pag. 2S5; Ducati, L'arte classica, II ediz., pag. 316.



LA CERAMICA.



Gli avanzi vascolari raccolti dentro ed intorno al tempio sono dì una così deso­lante povertà e scarsezza da provocare le stesse considerazioni e conclusioni fatte per le terrecotte figurate. È semplicemente inconcepibile che ad un santuario della fama di quello di Apollo Aleo non si presentassero a migliaia così le imaginette fittili come il piccolo vasellame; e ciò a prescindere dai vasi più sontuosi in creta od in metallo, conservati nel tesoro.

Non avendo raccolto, anche in fatto di vasi fittili, che pochi pugni di cocci quasi insignificanti, ne consegue che anche le favisse della ceramica, comuni a quelle delle terrecotte figurate, nelle quali si raccoglievano i prodotti degli sgomberi periodici e rituali, o sono sfuggiti alle nostre ricerche o furono saccheggiati e dispersi in un pas­sato abbastanza lontano. Con ciò ci viene sottratto un prezioso e sicuro strumento di datazione, che avrebbe giovato a portar luce nella controversia sulle vetuste origini del santuario, sulle vicende più o meno floride di esso nei secoli successivi, fino al suo spegnersi nel tardo tempo ellenistico od in quello romano. Perdita dolorosissima, ma purtroppo irreparabile.

a) La ceramica grezza ed acroma. Nessuna traccia, di industria ceramica prei­storica è stata segnalata nell'area del santuario e così di quella veramente paleogreca.

Arcaici sono alcuni frammenti pertinenti alla res culi?iaria, pur non presentando forme con precisione databili, ed in ogni caso non vanno oltre la fine del secolo VI.

Tipica è la pelois di cui sì presenta il di­segno; essa ha un diametro dì cm. 37,5, per metà è ricomposta da pezzi antichi, supplita in gesso nel resto (fig. 87). Tipiche in essa le due anse a rocchetto costolato, imitanti il bronzo. Tali forme di bacini piatti per confezione dì pulmenta occorrono sovente nei temenoi tem­plari ed in abitati, e non avrei difficoltà a far risalire il nostro pezzo fino al secolo V.

Piccolo kalathos (xaXaS't'cx.o;) liscio, man­cante dei fondo (diametro cm. 11,5, altezza 7,5) e qualche frammento d'altri; Altro kalathos completo (diametro cm. 11, altezza 6,3) col mantello esterno rivestito di grandi foglie plastiche. Da questa forma, indubbiamente vascolare, imitante i kalathoi dì vimini dei rituali di Demetra e Core (pinakes di Locri), passiamo ad un gruppo di frammenti nei quali sembra si perda il carattere e l'aspetto di vasi, per assumere quello di fiorì caliciformi decorativi. La fototipia (tav. XIV, n. 5-8) da l'idea di tali vasetti



Fio. 87. — Pelois con anse a rocchetto.



floreali o fiori caliciformi che dir si vogliano, i quali trovano qualche parziale riscontro in fiori fittili, da applicare forse a vasi od altro, del santuario dell'Abbadessa in Locri (inediti). Tali vasetti a rivestimento floreale richiamano altresì in qualche guisa le cera­miche ellenistiche di Centuripe 1, nelle quali questi rivestimenti a grandi fogliami sono molto in voga; con questa differenza tecnica, però, che i piccoli esemplari di Ciro uscivano tutti di un pezzo dalla forma,, mentre nei grandi vasi di Centuripe la decorazione veniva elaborata a parte mediante stampi e poi applicata.

Il resto del piccolo vasellame grezzo ripete in proporzioni ridotte o minuscole forme di vasi di culto.

Novero quattro kantharoi caliciformi o cam-panati alti da cm. 4,8 a 6,4; una minuscola hydrietta di cm. 5,5. Una mezza dozzina di skyphoi di rude e pesante fattura locale ; e derivati dalla stessa industria una dozzina di krateriskoi. Graziosa e ben sagomata un'anforetta alta cm. 9,3 (fig. 88).

Di fattura alquanto raffinata la piccola trapeza circolare o tomiskos, che dir si voglia, resa a fig. 89, che dalla creta purgatissima ed ombrosa appare tosto articolo esotico; nel piatto essa è decorata di una languida ruota bruna a 4 raggi, e può ben risalire dagli inizi del secolo V alla fine del VI.



FlG. 88. Vasellame grezzo.

Fig. 89. — Trapeza circolare.



1 G. Libertini, Centuripe, pag. 174 e seg. Gioverà consultare anche Courby, Les vases grecs d relìefs (1922), sebbene del ricchissimo materiale preso in esame niente coincida col nostro.



Infine la sfera vuota con finimento ombelicale ma senza collo, altezza cm. 8 (fig. 90, n. 2), ed altra consimile più piccola (altezza cm. 4,3) non sono certamente vasi nel

senso vero, e nemmeno simulacri di frutta (serie magnifica del santuario dell'Abbadessa in Locri), ma forse giocattoli infantili.

6) La ceramica dipìyiia. Alla piccola trapeza circolare sopradescritta, che forse ar­riva alla fine del secolo VI, si aggiunga il tenue avanzo di una kylìx protocorinzia geometrica (fig. 91) in creta finissima, quindi articolo originale di importazione, da riportare al VFI secolo, e perciò il più antico documento di ceramica raccolto su luogo. Aggiungasi un altro frammento di skyphos protocorinzio a fasce e triglifi, ma di scadente imitazione italiota, che può scendere sino al 500. Ed attorno al 500 sta anche una lekythos dello stile nero, con palmette nere sul ventre, priva del collo, mal conservata ed alta cm. io. Ben poca cosa a dunque.

Assenza degli stili primitivi, di quello nero, ed anche del rosso del V secolo; dico assenza, perché troppo poco dicono minuscole briciole di qualche piccola leky­thos, un piede di kylìx, e qualche fondo o varie ansette di quei belli skyphoi nero ebano, di cui qualcuno scende anche agli inizi del secolo IV. In complesso adunque quasi totale mancanza della buona industria attica del tempo migliore, ed invece una modica rappresentanza delle industrie italiote e campane (fig. 90).

Il pezzo migliore è il bel kantharos krateriskos (fig. 92) alto cm. 15 in creta non dipinta ma decorata in bruno di una corona di foglie e fiori, che avvolge tutto il

calice; prodotto di una officina imprecisata del Mezzogiorno T. Un solo ed unico frammento del labbro, colla consueta corona di foglie di lauro, di un cratere italiota del secolo IV; al quale secolo convengono, almeno in parte, manichi e fondi di alquanti



Fig. 90. — Vasellame e sfera vuota.

Fig. 91. — Kylix protocorinzia.



1 W. Technau nel suo recentissimo studio sulla Grìech. Keramik im Samischen Heraion in « Athen. Mitt. », 1929, pag. 46, fig-. 34, segnala alcuni esemplari di siffatti vasi che ritiene imi­tazioni locali da prototipi attici. Così il nostro è di una fabbrica italiota imprecisata.



skyphoi. Sono poi prodotti di officine dimane i resti di 4 lekythoi aryballiche. Etruscocampano, o più esattamente campano un frammento di brocca baccellata con viticci bianchi. Di origine apula una lekythos a ventre schiacciato con giragli bianchi sulle spalle (fig. 90). Un'unica lucerna nera a becco d'anitra risale al se­colo III circa. E poi seguono a distanza due orli verticali di piatti aretini, di industria piuttosto scadente, l'uno dei quali con figurina plastica dì gallo riportata.

Terrecotte figurate e vasi nella loro povertà complessiva coincidono esattamente; del periodo arcaico appena tracce; del secolo V qualche cosa di più; dal 400 in poi la rappresentanza campionaria si accresce un po' di numero, non di qualità.

Ma in ogni modo si ribadisce la tesi che le favisse, per ragioni variamente spie­gabili, sfuggono all'esame dell'archeologo, perché o distrutte o irreperibili 1



AVANZI DI SCULTURE. — RASI.



Sono ben scarsi, frammentarissimi, ed in condizioni deplorevoli gli avanzi plastici ritrovati; tutti mutilati e deformati, talvolta ridotti a semplici frammenti anatomici quasi irriconoscibili. Sul tempio imperversò una bufera che abbatté l'idolo e le statue che ad esso facevan corona; parecchi secoli dopo trasformato il rudere in cava di pietre, quanto rimaneva di avanzi statuari abbandonato sul suolo venne ulteriormente sbattuto di qua e di là, forse in parte trasformato in calce, in ogni modo ulteriormente si logorò al segno di perdere le note stilistiche. In tale stato di cose il nostro compito si limita alla redazione di un arido catalogo, accompagnato da schizzi, con tentativi molto prudenti di definire soggetto, stile ed età; definizione circondata sempre di riserve, attesa, ripeto, la deplorevole condizione degli avanzi plastici. Si osserva fin da ora che nel temenos non pare esistessero statue grandi, ma che tutte fossero molto al di sotto del vero. 1) Torso efebico in marmo pario od insulare in condizioni assai tristi di mutilazione e di logoramento (fig. 93); dalla base del collo alla regione pubica misura cm. 21,3.



1 Mi è anche balenata l'idea che le favisse del materiale povero e di scarto fossero state aperte a grande profondità nelle sabbie, e fossero sfuggite a tutti i nostri assaggi, essendo dif­ficile dopo 23-24 secoli distinguere le sabbie vergini da quelle intaccate dalla mano dell'uomo. Ritengo però che tale possibilità sia da escludere, perché da metri due e mezzo in giù una lama idrica invade tutto il sottosuolo, né si sarebbero deposti gli ex volo, fossero pure i più poveri, in un terreno melmoso.



Tutta la superficie del marmo è devastatissima. Sul davanti si vedono tuttavia i grandi pettorali sollevati, con accenno alle clavicole; il ventre è depresso; la regione pubica scorticata. Le coscie tronche sono poderose, ampie e si vedono solo in sezione all'attacco col ventre. Due enormi sfaldature hanno asportato tutto il lato sinistro e il dorso destro, fin quasi ai glutei, del pari asportati. Per fortuna rimane sul dorso un elemento stilistico-cronologico prezioso, cioè una falda piatta trapezia della chioma à èlages indizio sicuro di arcaismo. Manca purtroppo la testa, elemento precipuo per una precisa datazione stili­stica e cronologica, ma nonpertanto è lecito dire trattarsi di un informe torso apollineo della fine del secolo VI o del 500 circa.

2) Testa con porzione del collo, alta cm. 11,5, in marmo granuloso delle isole, forse un po' inclinata sulla sinistra (fig. 94). Il volto alquanto allungato è una rovina ; tutte le parti prominenti sono state abbattute per logoramento e per rotolamento. La chioma a cercine nel contorno, piatta, strigilata nella calotta, scende con larga falda sul collo, tronco obliquamente, con foro per attacco al torso mediante un perno metallico operazione forse avvenuta in un secondo tempo alla creazione originaria della statua. Anche questa testa è da riportare ad un piccolo simulacro di Apollo arcaico di fine secolo VI. Si esclude in ogni caso che tale testa si riferisca al torso n. 1.

3) Parte inferiore, in marmo greco a grana minutis-sima, di una coscia destra, fino alla rotula bene accennata (fig. 95) ; foro per perno di attacco nella rottura inferiore. Altezza massima del pezzo cm. 13. Non si esclude la possibilità della pertinenza ad una figurina apollinea.

4) Frammentino di arto brachiale, in marmo pario, altezza cm. 5,4; nel fianco avanzo di un puntello o di un oggetto che aderiva all'arto.

La natura del marmo salino può giovare fino ad un certo punto per la salutazione cronologica di questo frammento, del resto quasi inconcludente.

5) Parte anteriore di un piedino sinistro in marmo greco, g. 95. Coscia di marmo a compagine fitta, minutissima, munito di solea sottile, ed insistente sopra l'avanzo di una basetta (fig. 96). Le dita corte, tozze e malfatte sembrano curve e contratte, ma è più che altro deficienza di esecuzione. Lavoro mediocre; altezza cm. 6,5. .

6) Altro piedino sinistro marmoreo (qualità come sopra) mancante della metà posteriore, che dovette essere lavorato a parte col resto della statua, essendovi nella sezione verticale un foro 'per perno di attacco ; trattamento anatomico di gran lunga migliore che nel piede precedente. Lunghezza cm. 6 (fig. 97).

7) Mano sinistra chiusa, in marmo come sopra; le dita serravano un oggetto cilindrico, forse in metallo ; lo dice il foro destinato a riceverlo. Lavoro mediocre di età progredita. Lunghezza cm. 6 (fig. 98).

8) Basettina rettangolare gradinata in calcare dolce candido, dimensioni massime cm. 12 x 8,4 con incasso nel piano superiore, nel quale è stata incastrata a forza una basetta pure rettangolare, sorreggente una delicata statuina pure in calcare; di essa sono rimasti superstiti, ne completi, i due piedini, alquanto distanziati, ed uno, il destro, un po'obliquato (fig. 99). Qui trattasi evidentemente di un prodotto di arte italiota, probabilmente ellenistica, che nulla toglie si riferisca esso pure ad un'imaginetta apollinea. La basetta originaria essendo debolissima venne inserita in una un po' più solida. 9) Metà circa di una basetta rettangolare (cm. 13,5 x 8 e 2,3 di spessore) in ardesia oscura, nerastra, con cavità rettangolare al centro, per ricevere una figurina forse di bronzo, imperniata, come si desume dal foro che attraversa al centro la lastra (fig. 100). Nessuna traccia di epigrafe nello spessore (fronte) di essa.

Ben poco si trae da queste mutile membra e da qualche altro brano ancor più rovinato; entro al tempio vi erano parecchie piccole statue marmoree; mancano tracce

di altre al vero; vi è varietà di marmi dai salini ai saccaroidi, indizio cronologico; e o a un pezzo penetriamo a fine VI secolo, con un altro almeno ai primi del successivo.

Fig. 93. Torso efebico di marmo.

FlG. 94. Testa marmorea

FlG. 96. Frammento di piede marmoreo.

Fig. 97. Frammento di piede marmoreo.

Fig. 98. Mano marmorea.

Fig. 99. Base di statua in calcare.

Fig. 100. Base in ardesia.



I segni, di riattacco delle rotture possono far pensare p. risarcimenti dopo pertur­bazioni (sismiche?) ed in ogni caso alla cura per, questi:;p,iccpji..marmi, che non sap­piamo, se dovuti ad artisti italioti o greci. La maggior. parte dei soggetti pare fossero apollinei. 

Anche in fatto di sculture abbiamo pertanto deboli. ma sicure testimonianze della vita del santuario da fine secolo VI a tutto il. IV, forse .anche, al .III

Dovrei ora brevemente passare in rassegna, le stelai e, le basi o sostegni di piccoli

ex volo esposti nel santuario; ma poiché di essi si è detto a sufficienza nella cronaca dello scavo, producendone le imagini, rimando, alla pagina 28 ad evitare inutili ripetizioni. A complemento di questi dati, debbo occuparmi .del. pezzo ragguardevole, di cui si è fatta menzione nel diario dello scavo, e che nel periodo dei lavori tumultuari della bonifica, era stato provvidamente posto in salvo dai signori Sabatini, nel loro castello a Ciro stazione.

Come risulta dalla, annessa imagine (fig.101), più che un trapezoforo è un piedistallo marmoreo (marmo a grana salina, delle isole) alto cm. 64, liscio, di un'estrema semplicità nelle sagome, col suo gambo piuttosto, esile. Nel centro del piano superiore, lievemente concavo ai apre un foro quadrato di lieve profondità nel quale penso fosse innestato lo zoccolo di un donano, con molta probabilità metallico; nessuna iscrizione è segnata nel listello circolare. Con

meno probabilità esso avrebbe sorretto una trapeza discoidale marmorea come nei trapezofori fittili di epoca molto più tarda (IV-HI secolo), sulla quale potevano essere offerte alla divinità derrate in natura, cibi e manicaretti.

Ma su questo regna ancora incertezza; che non ci è stata chiarita nemmeno dal bellissimo esemplare arcaico cannellato di Gela, munito di una epigrafe dedicatoria molto controversa 1



P. Orsi, Frammenti epigrafici sicelioti (In «Rivista di storia antica» di G. Tropea, n. s., voi. I, 1900). In Sicilia non sono infrequenti i trapezofori fittili, laddove sono molto rari, quelli marmorei. Non mi estèndo nell'esame, essendo imminente una monografia vastissima, con tutto il materiale siciliano del prof. Pernice, dell'università di Greifswald.



FlG. 101. Trapezoforo marmoreo.



A campagna ultimata ho dovuto fare l'amara constatazione, che anche il san­tuario di Apollo Aleo si accomuna a tutti i santuari italioti e sicelioti nel senso che egli è epigraficamente muto; a differenza dei santuari greci, dove d'ordinario i titoli sono copiosi ed eloquenti. Vero è che trattasi di un santuario greco bensì, ma tenuto da popolazioni mixobarbare, risultanti da una meschianza di indigeni con piccoli ma­nipoli di genti etnologicamente elleniche, meschianza che mai assurse a dignità e potenza di ~óli;. Malgrado queste circostanze a priori sfavorevoli io aveva concepito sin dall'inizio della campagna la speranza di una messe epigrafica in seguito alla scoperta di una rozzissima ed enigmatica epigrafe, che riproduco alla tavola XV.

Fin dai primi giorni del mio arrivo battendo in caccia l'arenile circostante al tempio, a circa 400 metri a SE di esso mi fu indicata una rozza sfaldatura di pietra sel­vaggia infissa verticalmente nelle sabbie, da cui sporgeva soltanto colla punta, e che pareva mostrasse tracce di lettere. La feci tosto strappare, ed accertata l'esistenza di un titolo, pensai a tutta prima ad una pietra terminale (000;) del santuario.

Come emerge dai due facsimili, è una sfaldatura naturale di arenaria durissima (diametro m. 0,87 x 0,32 e 0,08-0,15 di spessore) monolito di carattere erratico che non subì sgrossamenti 0 riduzioni di sorta né col mazzuolo, né collo scalpello, e che raccolto così come appare nelle campagne al pie' delle colline fu adibito ai fini ancora per noi misteriosi, tracciando sulla sua fronte gibbosa il titolo controverso, che si svolge in tre righe e fu tracciato con uno scalpello ottuso, con un ductus delle lettere, largo ed irregolare, nell'arenaria durissima che non si lascia incidere con tratti netti vibranti ma con solchi larghi e slabbrati, che rendono incerte parecchie lettere e per giunta da una mano assolutamente inesperta; nell'ultimo tratto, poi, l'iscrizione decresce di intensità, e quasi sfuma e svanisce. Tutto ciò è grossolano, è barbaro, non è greco l.

Dirò, per brevità, che siffatto titolo esaminato da parecchi archeologi ed anche da epigrafisti si è dimostrato refrattario a qualunque tentativo di ragionevole lettura e peggio di interpretazione. Che sino la sua datazione paleografica è dubbia, sembrando a taluni arcaico, ad altri tardo; non si definisce la prima lettera causa una falla della lettera; e se la iniziale del secondo rigo è un omega, facciamo un salto in basso; né è chiaro in detto rigo, se la 12 lettera sia una H od una B, e nel successivo, se quella sotto la detta lettera controversa sia una N od una A.

Chi veramente a lungo esaminò e meditò il titolo su fotografie e facsimili è stata la prediletta allieva del prof. Halbherr, signorina Margherita Guarducci, libera docente di epigrafia greca nella R. Università di Roma. Dopo varie settimane ella mi comunicava



1 II compianto mio amico prof. Fed. Halbherr, a cui avevo sottoposto degli esatti facsimili pur non essendosi soffermato a lungo nell'esame del titolo, dichiarò di non afferrarne il significato e sospettò egli pure, si trattasse di un rozzo testo in dialetto locale, espresso in pessime lettere greche. Fu anche vista da due dialettologi, uno italiano ed uno olandese, i quali espressero analogo parere negativo.



(29 gennaio 1931) il risultato negativo della sua ricerca. «Purtroppo quella irritante » epigrafe mi resta ancora impenetrabile, ed io ne sono molto mortificata di fronte a » Lei ed al buon Apollo di Ciro. Riguardo al contenuto la sola cosa che posso dirle » è questa, che non mi pare si tratti di greco, perché non solo tutta l'iscrizione in greco non à senso, ma non vi si trova neppure un gruppo di lettere, che possano richiamare, sia pur lontanamente, una parola greca.' Riguardo poi alla paleografia. Le dirò che essa presenta .una strana mescolanza di elementi arcaici (forma della N molto inclinata, della M molto aperta, del K coi tratti obliqui molto corti; forse la » presenza del T [digamma] nell'ultima linea) e viceversa recenti (6 e C lunati), » tanto da lasciare in grande incertezza chi voglia tentare di stabilire una data La dottoressa Margherita Guarducci, ha concretato il suo studio di questo << durissimo » testo, nella pagina che qui integralmente trascrivo, che contiene il tentativo di lettura, col relativo commento.

x.'àpx

— I co TòòtTu:,

j Favyp.ài

Soltanto con questa lettura mi pare si possa ricavare un senso non dirò certissimo, ma almeno probabile, da questa iscrizione greca, così ostica, da sembrare a prima vista, non ostante i suoi caratteri ellenici, quasi non greca. Nella prima linea il era iniziale deve essere la fine di una parola, probabilmente femminile singolare, coordinata allo apà che segue dalla congiunzione x.(at), e anch'essa, forse, come apà, relativa al culto.

» KySi{/.«, dorico, per y.u§t[X7), sta evidentemente con àpà: «gloriosa preghiera» o qualche cosa di simile.

» Nella seconda riga ad una parola in dativo, o meglio in genitivo (--co) seguono due nomi con eguale terminazione, i quali si potrebbero riferire, sia a due genti locali, » sia a due associazioni religiose, che avessero avuto qualche rapporto col culto di Apollo » Aleo. La desinenza plurale vi per nomi in su;, dei quali qui senza dubbio si tratta, » non è, che io sappia, testimoniata; trova però riscontro nella desinenza del dativo singolare in r,i, ed in genere nella ricorrenza del tema -V) V, accanto a quello -e F per la declinazione dei nomi in sue, in diversi dialetti greci, come nel lesbico, nel tessalico, nell'eleo, nel rodio ecc. (cfr. Bechtel, Griech. Dial., I, pag. 67 e seg. ; II, pag. 581, 849).

» Nella terza riga —] Fay[/.cu, il quale sembra essere preceduto (almeno a giudicare dalla fotografia) da lettere corrose, può essere la finale di un sostantivo greco in » -a.yp.a con l'inserzione di un v eufonico.

» Quanto all'età dell'iscrizione, la mescolanza, seppure non insolita, di elementi arcaici (T; forma dell'A, del M, del N) con altri più recenti (6 G; forse Q) non permetterebbe un giudizio molto preciso. Purtuttavia credo che saremo nel giusto, attribuendo questo testo all'età ellenistica, e nemmeno troppo inoltrata ».



Un profondo stridente contrasto col masso informe e colle lettere in esso penosamente e da' mano inesperta tracciate, produce l'angolo di un tegolino marmoreo, colle sue lettere eleganti, nitide, ferme e precise, scolpite nel listello frontale del durassimo e compatto giallo antico (fig. 102); qui è uno scalpellino epigrafista che incide, là un villano idiota, divenuto epigrafista d'occasione, che intacca grossolanamente, penosamente, la dura pietra. Le lettere, solo tre, sono forse troppo poche per un esatto giudizio paleografico; sono però così belle e sicure, da poterle, a mio avviso, assegnare tanto al secolo II avanti, come al II d. C. 3. Sarà anche da tener conto della materia ; è un giallo antico africano o calabrese? Quanto io abbia fatto per rintracciare il resto di questo titolo. Con Una dedica ad Apollo, è Superfluo io dica. 

Se intero esso ci avrebbe dato un caposaldo sicuro e prezioso per la datazione ad quem della durata del culto e del santuario di Apollo Aleo. Ma purtroppo, attesa la tenuità della parte superstite, ogni giudizio rimane sospeso. D'altro canto io non posso non tenere conto del parere recentissimamente espressomi (aprile 1932) da E. Bóhringer, il giovane conoscitore dei monumenti e delle epigrafi di Pergamo, il quale non esiterebbe ad attribuire alla seconda metà del III secolo a. C. il frammento; ma io mi domando, se il ductus delle lettere in una sontuosa sede regale, come Pergamo, era lo stesso che in una oscura cittadina dei Bruttii.



MARCHE DI CAVA. 



Per ragioni di compiutezza alla scarsissima messe epigrafica del santuario aggiungo alcune marche di cava o di richiamo, così numerose e così svariate nel tempio di Caulonia (cfr.il mio volume Celidonia, in M.A.L., voi. XXIII, pag. 154).

Nel piano di posa di un grande becco di civetta lapideo è inciso un grande K (alto cm. 20), in un altro un'A col taglio obliquo (alto cm. io), infine, sempre nel piano di posa, in un altro becco di civetta un \\ (alto cm. io); e qui è tutto (cfr. fig. 32).

La troppo esigua messe epigrafica si completa, infine, con le due lettere A II scolpite a viva forza sul frammento di un mattone e di cui si è discusso a pag. 46 (fig. 103) e con un paio di bolli fittili latini, di difficile datazione, e raccolti nell'area delle presunte case dei sacerdoti (cfr. pag. 47-48). Sono troppo deboli documenti, a dimostrare



1 Mi baso sugli exempla delle forme tipiche raccolte da Otto Kern, Inscriptiones graecae (Bonn, 1913), pag. 38-39 e 42-47. Ma la grafia, come per le pergamene ufficiali, varia assai da regione a regione, e Lucania e Bruzio ci hanno dato troppo scarso materiale per costituire i tipi lapidari. Infine tre sole lettere sono troppo poche per un giudizio definitivo inappellabile. Il prof. Bóhringer, lo scavatore di Pergamo, il dott. Oliverio, il cirenaico, il prof. Halbherr (f) stesso, e la signorina Guarducci mi hanno, circa l'età, espressi pareri non concordi, data la estrema pochezza delle lettere. Anche la qualità del marmo, se veramente africano, ci fa scen­dere tra fine III secolo a. C. e primi impero.



che il santuario sia durato sino in età romana. Al più dimostrano che ivi continuò una scarsa vita, non sappiamo se ad opera di villici' installatisi nei ruderi delle case sacer­dotali, o di qualche fanatico, il quale avrebbe continuato un culto di memorie nel sito

del santuario già scomparso, e che un tempo aveva avuto gran fama nella regione. Non altrimenti avvenne con santuari cristiani distrutti, è sulle cui ruine continuò ad opera di eremiti una larva di culto. Nego assolutamente che il tempio nella sua integrità durasse fino all'età romana, che ben altre prove ne avremmo raccolte. Infatti, non una sola moneta romana, all'infuori di un unico asse romano repubblicano sporadico che, tutto sommato, può avere lo stesso significato della moneta dei crociati, di cui tosto dirò. Di fronte ad esso sta la massa compatta e copiosa delle monete greche uscite dalla vera stipe del tempio, e che sono di una eloquenza indiscutibile.



LE MONETE.



Tra le svariatissime offerte d'ogni maniera presentate ai santuari figurano anche quelle in denaro corrente; gli è così che taluni santuari ci hanno restituite delle col-lezioncine monetali, che segnano lo sviluppo cronologico della vita loro. Quello di Apollo Aleo ci ha dato relativamente poco materiale, raccolto quasi tutto entro l'opistodomo e per giunta in assai cattive condizioni.

Il bronzo in particolare ha sentito gli effetti della salsedine marina, di cui è pregno da secoli il suolo; i dischi monetali sono in buona parte irriconoscibili per l'ossido non solo, ma per le rugosità, le subulliture, le profonde crepe che ne hanno alterata non solo la superficie ma la compagine interna. Tuttavia anche da questo materiale avariatissimo si ricava qualche lume sulla cronologia e sulla topografia delle zecche di emissione.

AE. Sicilia. Syracusae. L'unica città dell'Isola rappresentata. N. 1-25 . Pezzi di quella frazione della libra pesante timoleontea (345-317) avente: dr) testa di Athena, r) cavallo marino alato; pezzi di grande diffusione così in Sicilia come nei Bruttii. Da notare che oltre i 25 esemplari bene identificati, almeno la metà dello scarto in­classificabile appartiene ai nummi suddescritti, che tanto si arguisce, pur non riconoscendone le figurazioni, dal modulo, dal calibro e dalla conformazione speciale del flan. Queste monete colla testa di Athena e l'ippocampo ebbero una diffusione letteralmente enorme in Sicilia, ed abbastanza copiosa anche in Calabria.



AE. Brvttii. — Croton. N. 26/ Grande e raro bronzo, che d'ordinario si colloca ante 420 a. C. : dr) tripode con tracce di leggenda, r) seppia.



Fig. 103. Frammento di mattone con lettere greche.



N. 27. Piccolo bronzo idem (420-350): dr) tripode; r) aquila. N. 28-34. Sette esemplari del medio bronzo coniato fra 420-300: dr) testa di Eracle giovane e leggenda; R) aquila con serpe negli artigli 1 .

AE. Lucania. Thuriì. N. 35. Piccolo bronzo in assai scadente stato, con molta probabilità del periodo 400-300: dr) testa di Athena; r) toro cozzante.

Scarto inclassificabile. N. 36-37. Due grandi bronzi lisciati al punto da nulla riconoscervi. Non sono certo sicelioti ma forse di Croton.

N. 38-42. Piccoli moduli; nulla si vede.

N. 43-87. 45 pezzi di medio modulo, di grande spessore; una buona metà appartengono alle frazioni della Città siracusana di cui ai nn.1-24.

AR. Calabria. Tarenium. N. 1. Didramma: cavaliere e Taras sul delfino. Condizioni desolanti che impediscono di precisare i simboli e la data di emissione; ma approssimativamente secolo IV.

N. 2. Obolo (testa di Athena Eracle in lotta col leone). Condizioni come sopra. Secolo IV.

AR. Lucania. Metapontum, N. 3. Didramma del periodo 330-300 con: dr) testa di Demetra; r) spiga.

Thurii. N. 4-6. Tre didrammi con testa di Athena ed il toro cozzante, del periodo 350-300.

Velia. N. 7-8. Due didrammi con testa di Athena e pantera del secolo IV.

AR. Bruttii. Croton. N. 9. Statere arcaico con tripode.

N. 10. Obolo arcaico con tripode, ambedue della prima metà del secolo V.

AR. Corinthia. Il mio diario degli scavi, ricorda anche uno statere di Corinto o di una sua colonia, logoro, andato smarrito.

Per ragioni di esattezza voglionsi ancora ricordare due monetine dei tempi di mezzo; una sottile di rame assolutamente indatabile, ed una di misura dei tempi delle crociate.

Giudicando in massa la cronologia del quasi centinaio di monete rinvenute, esse cadono fra gli estremi 480-317-300. Giova però notare che il numerario d'argento ebbe d'ordinario una lunga circolazione; nulla toglie che i didrammi inizio del V secolo sieno rimasti in giro fino alla seconda metà del IV; ciò è comprovato dalla composizione di taluni ripostigli monetali, nei quali accade di trovare associate monete siracusane del periodo dinomenidico con stateri di Corinto. Fatta questa riserva, si ritiene che le offerte di metallo monetato al santuario abbiano raggiunta la massima intensità nella seconda metà del secolo IV; e va ben rilevato il Fenomeno economico, che la moneta siracusana rappresenta più del 50 °/o del numerario circostante. In ordine de­crescente, ma sempre con una percentuale bassissima, vengono poi Croton (n p.), Metapontum (4 p.), Thurii (4 p.), Velia (2 p.), Tarentum (2 p.), Corinthus (2 p.). Da rilevare altresì l'assoluta mancanza di monete romane, dalla quale si dovrebbe arguire che coll'età romana la vita del santuario era spenta. La presenza di così copiosi bronzetti siracusani deve coincidere con un fatto politico, o deve solo imputarsi alla scarsezza di emissioni delle zecche calabro-lucane ? Non è agevole la risposta. Io sarei proclive a pensare ad Agatocle, che alla fine del IV secolo, falliti i suoi tentativi africani, riprese la politica espansionista in Italia di Dionigi, conducendo una guerra durata parecchi anni contro i Bruttii ed in sostegno delle città italiote; ma tali sue campagne sono ancora circondate di molta oscurità. È probabile che per i bisogni dei suoi eserciti egli siasi valso della monetazione timoleontea, emessa su vasta scala ed ancora in corso, inondandone Bruttii e Lucania. Il fenomeno politico economico va però ancora attentamente meditato.



1 II Gabrici (La monetazione del bronzo nella Sicilia antica, pag. 63), pensa che queste libre pur emesse nel nome di Siracusa siano state imitate anche da molte città sicule, tanta è la loro quantità nell'isola.





TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



Capitolo V.



IL GRANDE IDOLO ACROLITO.

Descrizione ed analisi delle parti.



Ciò che renderà celebre la scoperta, così penosamente contesa, del santuario di Apollo Aleo, che sembrava irremissibilmente perduto, non sono tanto i suoi ruderi ridotti ad una desolante mina, non la stipe sacra, all'infuori degli ori, argenti e bronzi descritti, tutta dispersa, ma il ricupero delle parti migliori del simulacro venerato di Apollo, di cui volle fortuna si ricuperassero la testa, il meglio della frantumata parrucca, due piedi intatti ed una mutila mano ; quanto dire le parti principali dell'imagine. Avvenimento questo straordinario, forse unico, nella storia delle scoperte archeologiche.

Ed appunto perciò nel diario dello scavo (pag. 28 e seg.) io ho tenuto moltissimo a stabilire con precisione i punti esatti in cui si erano rinvenute le singole parti del­l'idolo prezioso, perché dalle condizioni della scoperta parvemi intravedere che l'idolo fosse stato violentemente abbattuto dal suo piedistallo in un funesto avvenimento bellico, in un rapido e fulmineo saccheggio, che più tardi vedremo di concretare cronologicamente, almeno in via congetturale.

Che l'àyocAfia di Ciro fosse un acrolito ormai è di universale consenso, per il fatto evidente anche ad un profano, della testa e dei piedi lavorati a parte e tagliati di netto ed alludenti ad una statua composta di elementi diversi per materia, usata nel periodo arcaico dell'arte non solo, ma anche in appresso, e denominata àxpoAt^ov <;ó«vov, statua acrolithos ed i cui caratteri sono stati così ben definiti nell'«Anthol. Palatina » (cap. XII, 40) l, ed in Vitruvio (ed. Didot, II, 8, 11). Il corpo di codesti idoli primitivi era di legno, di stoppa e gesso, di creta, mascherato poi da panneggi flessibili e reali, formando così una specie di mannequin come è quello di molte Madonne e Santi delle nostre chiese, che vengono vestiti, coronati ed ornati nella ricorrenza della loro festa, o come quelli dei moderni negozi di mode. Ma codesta foggia di idolo continuò in determinati culti e santuari, o per affettazione religiosa o per rigido tradizionalismo, anche in tempi assai progrediti dell'arte, e fino anzi nell'età romana. Prova ne siano le, imagini di Athena di Fidia, citate, ed altre ancora e penultimo le statue pseudo aerolite di età imperiale romana, in quanto i nudi erano .dati in marmo bianco, là .parrucca ed i vestiti di marmi colorati; soprattutto le parrucche colorate, .ed erano facilmente smontabili per eventualmente 'cambiarle, a seconda del. variare .della moda. Non cade dubbio, che anche l'idolo di Ciro non fosse una imponente statua acrolita, .di oltre 2 metri di altezza, piantata sopra una robusta base lapidea, di almeno un altro metro, senza calcolare lo zoccolo od una gradinata che ancora più la sollevava, di maniera da poter dominare l'aula templare ed essere in pari tempo ben vista dai devoti. La sua ossatura interna sarà stata in parte di legno, in parte; di stoppa e gesso ;iinfine essa era vestita di un ampio panneggio, di stoffe preziose, chela ricopriva dal collo ai piedi. Così conformata, colla chioma metallica e lucente, con una



1 A. P., loc. di.

M)ì à6uo>);, coSsjjwTva, ró^Xccrnòv, àXXà xrewpEt outm$ à/.poXÌSou xatu: tjjoVgv £sàvsu, ecc.

Da notare che tale espressione viene sovente usata da Pausania, il Bedàcker della Grecia antica. Perla bibliografia vedi Pauly-Wissowa, R. E., s.v. Akrolithon; Daremuerg et Saglio, Dìctionnaire, s. v., a cui si deve aggiungere l'articolo fondamentale di W. Amelung, Alhena d. Pheidias, in « Òsterr. Jahreshefte », 1908, pag. 169 e seg. ed in particolare le pag. 182 e seg. a proposito di un gruppo di teste aerolite, riferibili a Fidia, di Villa Carpegna, di Vienna, ecc.



1 A Ciro si esclude che il corpo fosse di rame battuto e dorato, che il rame avrebbe lasciato tracce sugli attacchi delle parti marmoree. A Bassac (Phigalia) in Arcadia, Pausarla (Ìli, 16, 1)'descrive un santuario di Apollo Epikourios, con una stàtua colossale, di cui: si ricuperò un piede tagliato di netto, in marmo, nella sezione del quale era ancora infisso il perno.di attacco alla massa centrale, e le mani in pario, pure coi fori di attacco (Stakelberg,' Apoìlolempel zu Bàssecj pàg. 98, tav. XXXI). Il tempio, attribuito ad Ictino, cade nel terzo.q'uàrto'dèl secolo V (P..Ducati, L'arte .classica, 2a ediz., pag. 345) e .dello stesso' tempo dov'è essere: l'acrolito; Si è pensato (E. Pfuhl, Jahrbuch, 1926, pag. 50), che anche la grande testa della Hera Ludovisi, che tanti richiami ha colla nostra, spettasse ad un acrolito. l"

Si tenga-altresì presente lo Zeus Olimpico di Megara colla testa crisoelefantina,, il resto -Tv-nXoù ts xac .-jtiisu (Pausania, I, 40, 4) mascherato da panneggi. Dovuta a Fidia e della -stessa struttura era anche la Athena Areia di Platea tramandataci da Pausania (IX, 4, 1) -b y.-h-iòì à^aXaa ^o'avóv iiivt STrt^puaov, 7rp5aa)~3v 81 0: yiìpi, a/.pac, xat 'ttóoss Xis'ov ' tou; TTivTsXnactm 'z'.ai 'ecc. Per le parti, marmoree .o non, si consulti anche I'Amelung, jQie'Skirfpturm .d.\Vatìc. Museums, I, pag. 747. Che per un sentimento di conservativismo ieratico gli aeroliti durassero fino al­l'età romana", è provato dalle'scoperte del tempio di Iside in Pompéi ; qui si trovarono'^'re­liquie di cinque statue in .legno, delle quali però testa, imani : e. piedi erano di'marmo; il resto del corpo, in legno, sarà stato panneggiato (Mau, Pompei in Leben nnd Kunst, .paitìé). Ed a Roma nella zona dei templi all'Argentina, negli ultimi anni messi allo scoperto, si ergeva un acrolito colossale, collatesta marmorea, derivazione di un tipo del secolo V. È ancora inedito é' rie pos­sediamo soltanto una descrizione provvisoria di Marchetti-Longhi,'/ templi 'repubblicani_ del Largo Argentina (Roma, 1930, pag. 51-56) e una di L. Du Jardin, Monumenti a?itichi dell'arca di S. Nicola ci' Cesarini. (Estr. « Rend. dèlia Pont. Acc. Rota, di Arch. », voi.' Vili, 1932,' pag. 100-113). - Che nella romanità imperiale fosse divenuto di una certa frequenza l'uso .di giganteschi aeroliti, rappresentanti o divinità o imperatori divinizzati, i quali naturalmente non potevano essere interamente di marmo, risulta, oltre che dalle scoperte all'Argentina, anche da quelle di Éfeso, dove in data recentissima dalla missione austro-germanica si è ricuperato "uno dei più grandi che si; conoscano, una statua, o gli avanzi di essa, di Domiziano, sei volte al yero(vedine una notizia preliminare in Forschungen und Fortsckritte, 1931, pag. 65-66).

' Ma' risalendo ai tempi primitivi era celebre un idolo di Apollo' a Tebe,'di Cariaco'in legno di cedro (Pausane, IX,1 io) e poi quello di Ap. Amyklaies, il cui capo era coperto di un elmo, sì da sembrare una Athena, con lancia ed arco; e lancia ed arco noi abbiamo, fra gli. oggetti della nostra stipe su Am'yklae vegga'si Fiechter, ¦¦ Amyklae : Der T~hron\des /Ipollon (in « Jah'rb'uch s>, XXXIII, 1915; pàg.'ioS eseg.), i: cui scavi hanno radicalmente mutato molte, idee della letteratura precedènte :sul singolare: mòiiuméhto.1 L'Apollo di.Cirò del secondò quarto.del secolo V a. C.,'di cui possediamo tutti., gli elemènti. e che sostituì un simulacro più arcaico: del VII secolo,fu coperto di un elmo? Io non lo credo, ove non si voglia ammettere che la parrucca enea abbia sostituito un elmo, contro della quale evoluzione esistono parecchie serie ragioni.

corona forse aurea od argentea, gli occhi vivi e scintillanti, ne risultava un dio vero, vivo, parlante, che sulle masse esercitava un fascino ieratico irresistibile, una suggestione potente, ravvivato e tenuto desto dalla fede ingenua ed ardente, che non discute, ma conquisa s'inchina. Premesse queste nozioni generali sulla composizione dell'idolo, e sulla sua struttura, passiamo all'esame delle singole parti.

La testa un po' maggiore del vero, è di un marmo certamente greco, ma non pario né pentelìco, a grana compatta, non finissima, a tinta non candida, con qualche lieve sfu­matura d'azzurro, proveniente forse dalle isole settentrionali dell'Egeo 1. L'asse craniale è alquanto stretto, e ad esso risponde un volto ovale, sopra un collo vigoroso, nel quale sono moderatamente accennati i due fasci sternocleidomastoidei, non avvertibili d'ordinario in teste muliebri, ed invece nel collo sono indicati, con incisioni o rigature geome­triche, tre ordini di armille, che di solito si avvertono solo nelle teste muliebri (« Venus-halsringe»), donde l'equivoco di taluni giovani archeologi (tav. XVI, XVII e XVIII).

Il collo è impostato alla sua volta sopra il principio di un poderoso giovanile torace, ritagliato in forma circolare (diametro erri. 20,5) in guisa da venire inserito nell'anima di robusto legno, formante la cassa toracica, non a vista, del dio.

La calotta craniale tutta lavorata in rustico (tav. XVIII, 3), e le occhiaie vuote perché mancanti del bulbo oculare, danno al prezioso marmo un aspetto freddo, morto, quasi cadaverico, che gli sottrae gran parte della sua bellezza ed efficienza primitiva, quando la testa si ornava di una chioma metallica sapientemente trattata, e di due occhi scintillanti nei quali riluceva la vita; e tutto ciò a prescindere da una sobria e parziale colorazione che poté forse avere il viso, ma di cui non mi venne fatto di avvertire tracce di sorta. Profondi gli occhi sotto l'arcatura sopraccigliare, a spigolo quasi vivo per quanto attenuato ; l'orlo delle palpebre prominente ed arrotondato ; la cavità oculare amigdaloide, senza indicazione della glandola lacrimale, è orizzontale, e molto profonda; ed in una di esse è rimasto, per fortuna, superstite un cospicuo avanzo della capsula plumbea, che avvolgeva e fissava il bulbo di pasta vitrea, od anche parzialmente d'argento, coll'iride e la pupilla di pasta colorata o di altra materia lucente. Il naso carnoso e dritto sovrasta alla bocca chiusa, piuttosto piccola, col labbro superiore a lancetta, a margine acuto, e l'inferiore più turgido e bilobato. Le orecchie alquanto piccole, col padiglione di esecuzione sommaria, non presentano (importante



1 A titolo d'informazione ricordo che una scheggia del marmo della nostra testa fu esami­nata nel gabinetto speciale del Museo Nazionale di Atene e dichiarata di pario dall'esperto del Museo nonché dall'ephoros signor Philadelpheus. La signorina Gisela Richter, del Museo di New York, certo una competenza in scultura antica, nel maggio 1929, esaminando la nostra testa ebbe l'impressione che potesse trattarsi di una copia romana. Ma la natura del marmo sarebbe un argomento, certo non decisivo, in contrario, se non ve ne fossero troppi altri ancora.



rilievo) fori nel lobo inferiore per pendenti. Le gote, discretamente abbattute, a tutta prima sembrano impercettibilmente assimmetriche; ma è illusione. ottica, che sfuma sotto il compasso. Il collo è di modellato piuttosto sommario, con tenue accenno ai fasci muscolari indicati, ed altrettanto dicasi della porzione di torace che serviva di zoccolo alla testa pesantissima; torace esageratamente prominente, errore anatomico non imputabile ad ignoranza, ma al fatto che esso scompariva sotto il lembo superiore del panneggio. La testa nella sua ponderazione è lievemente inclinata sul lato destro.

Il ceppo craniale, tutto lavorato in rustico a punta d'i scalpello (tav. XVIII, n. 3) scompariva esso pure sotto una chioma artificiale, alla quale si riferiscono certamente tre fori sulla fronte, uno nella regione temporale destra, due, vicinissimi, in quella sinistra, due un po'sopra l'orecchio sinistro ed uno più piccolo, non finito, sotto; due altri stanno dietro l'orecchio destro, e due gruppi di 3+3 sull'occipite. Il calibro (cm. 0,4 a 0,8) e la profondità di tali fori (cm. 1 a 3) variavano a seconda del peso degli elementi metallici, fiocchi e spirali della chioma, destinati a sorreggere.

Ma v'ha di più; nella regione temporale, destra e sinistra, sono state asportate due sottili ma abbastanza ampie sfaldature di marmo, reintegrando in un secondo tempo le due vaste falle con un durissimo cemento di cui aderiscono ancora al marmo abbondanti avanzi. La ragione di queste due squarciature va ricercata nell'ultimo, disperato e non riuscito tentativo di imporre quasi violentemente la parrucca enea alla calotta craniale. La parte della testa destinata alla vista e non mascherata dalla copertura metallica è condotta a perfetta levigatura, per larghi piani, con passaggi sfumati, denotando un'arte che procede per grandi linee, che non insiste nelle minuzie e nei particolari, che qui del resto dovevano essere resi in metallo, un'arte solenne ed austera, di poco anteriore alla metà del secolo V.

Ai dati descrittivi suesposti si aggiungano ora le seguenti misurazioni :

Altezza massima della testa, compresa la base toracica . . . 



m. 0,413



" " della fronte, dal soggolo al capillizio (inizio rustico) . » 



m 0,238



Asse craniale.................» 



m 0,235



» minore traversale..............» 



m 0,178



Circonferenza craniale all'altezza degli archi sopraccigliari...» 



m 0,695



Larghezza della fronte fra i zigomi . .........» 



m 0,158



Dal capillizio (in rustico) alla punta del naso.......» 



m 0,16



» » alla linea della bocca......» 



m 0,18



Distanza degli angoli interni degli occhi........» 



m 0,04



» >> esterni » ........» 



m 0,116



» delle orecchie (alla imposta).........>> 



m 0,18



Ampiezza della bocca...............» 



m 0,157



Diametro del collo...............» 



m 0,15



Circonferenza del collo..............» 



m 0,47



Siamo indubbiamente davanti ad una testa, che farà epoca nella storia della plastica magno-greca, e che molto verrà discussa. Eppure l'impressione del marmo scuoiato e dalle vuote occhiaie è, come s'è detto, di una freddezza, quasi tristezza, desolante. Nessun sentimento traspare dal volto composto, più che ad una calma solenne, ad una enigmatica freddezza quasi cadaverica. Cogli occhi manca la scintilla della vita, ma ben altro esso fu quando si ergeva solenne colla sua parrucca e la corona di lauro, imposta all'alta figura spirante tutta una maestà ieratica, e nella quale il popolo ravvisava non un idolo ma la stessa divinità. Il tentativo di ricomposizione della testa dell'idolo, dato alla fig. 104, porge una vaga idea della risurrezione di esso da morte a vita.

Non sarà mai abbastanza raccomandato agii archeologi specializzati nella plastica greca, di sentire in casi difficili anche il pensiero di abili ed intelligenti scultori moderni. La testa di Ciro venne infatti esaminata da vari di essi; e ne ebbi lumi e chiarimenti preziosi. Ma non voglio dimenticare la visita di Archimede Campirli di Palermo, artista di grido ed anche colto in istoria dell'arte.

Egli mi ha chiarito colle sue osservazioni un punto sul quale rimanevo perplesso. Le due ampie scheggiature simmetriche della regione temporale non sono dovute, e per la forma e per la simmetria, a lesioni casuali ma vennero intenzionalmente prodotte, e poi riempite di una materia oscura, che non è altro se non un durissimo cemento antico di speciale composizione.

Se noi volessimo asportare uno di codesti riempimenti in cemento, noi vi troveremmo sotto un foro per il corrispondente spuntone della parrucca.

Ne consegue : la pesante parrucca in bronzo è nata assieme alla statua, e si cercò di assicurarla alla testa fissandola alle tempie mediante i due perni o spuntoni; non essendo riusciti tali tentativi, per sbaglio di calcoli, e malgrado l'abrasione delle due sfaldature del marmo, la parrucca pesante, siccome opera di grande bellezza e perfezione tecnica, non venne respinta all'artista,; ma. Conservata nel tesoro degli ex voto, sostituendola con altra di materia : più nobile, più leggiera e più flessibile, forse in lamina d'oro (Apollo dall'aurea chioma) o d'argento. L'analoga parrucca di Urce ne porge un esempio preclaro. Queste constatazioni di fatto se risolvono una questione, ne sollevano un'altra: lo scultore della testa ed il modellatore della cuffia furono due artisti sincroni bensì ma distinti, oppure fu uno solo?

I piedi . completi, intatti, superano forse in perfezione anatomica ed in bellezza plastica la testa, perché spogliata degli elementi che la completavano, la ravvivavano. E forse anche perché la testa, molto in alto, si vedeva a distanza, mentre i piedi erano più immediatamente a contatto e sotto l'occhio dei devoti. Essi sono un modello di verità anatomica, e si direbbero calcati dal vero, se non fosse che la statua e maggiore del naturale.

IL pie' destro colla gamba corrispondente sorreggeva il peso del corpo; in altri termini la gamba destra era rigida e di puntello, la sinistra un po' arretrata e col tallone sollevato era in riposo. Questa disposizione statica fondamentale si ripercuote, naturalmente, sulla posa del piede. Infatti il destro, caricato di tutto il corpo, appare come compresso e schiacciato sotto il grave pondo; i muscoli in tensione si allargano, e la pianta di esso appare larga, schiacciata e tutte le dita sono in funzione; tale piede misura in pianta cm. 31 di lungo, per cm.11,8 di largo; la sua altezza, fino alla sezione orizzontale della caviglia, è di cm. 21,4. Come vedesi dalle fototipie (tav. XIX, 1-4) e dal disegno complementare delle due piante (fig. 105), nella sezione superiore della caviglia si apre un ampio foro rettangolare di cm. 4,6 x 2,3 x 6,5 profondo, nel quale era innestata una robusta staffa o verga di ferro, che penetrando nel vivo della macchina scheletrica sorreggeva buona parte del peso della statua. Dal lato opposto, cioè nel sotto, poco prima del tallone un altro grande foro rettangolare di cm. 3,8 x 2,2 x 4,9 di profondità, un po' svasato al labbro, serviva per l'innesto del perno che legava la statua al basamento. Ma altri preziosi fori cilindrici (calibro cm. 0,2-0,4 ; pro­fondità oscillante da cm. 0,6 a 1) si notano sul dorso e sul calcagno; uno sull'alluce, uno sul medio, due sul dorso, uno per parte sotto i malleoli, tre verticali sopra il calcagno, ed uno, infine, sul lato esterno di esso. Non si esita a riconoscere in codesti fori i perni per un sandalo metallico (difficilmente in cuoio; ma il sospetto si affaccia per l'assoluta mancanza di tracce d'ossido) di cui era calzato il dio; nella pianta, poi, altri due forellini analoghi l'uno nel tallone, e l'altro nella parte anteriore miravano ad assicurare la solea.

Il piede sinistro col, tallone sollevato di oltre cm. 1 gravita .sulla parte anteriore che appare perciò .alquanto allargata; in fatto, dalla base del mignolo a quella del­l'alluce abbiamo nel piede .sinistro., cm. 12,1 contro 11,5 nel destro. Il suo asse verticale appare sensibilmente inclinato a sinistra ed è al collo tagliato di sbieco poco sopra il malleolo, avendo il piede col collo un'altezza massima di cm. 19 contro quella di 21,4 dell'opposto. Anche in quella sezione un foro rettangolare, grande come il precedente ma profondo solo cm: 5, reggeva la verga metallica, collegante l'estremità allo scheletro ligneo del manichino. E qui pure due forellini sul dorso, due nelle dita, e quattro attorno al tallone servivano a fissare il sandalo. Nella pianta invece un po' arcuata, laddove l'altra è perfettamente orizzontale, manca il grande foro quadro, per un forte perno, ma si hanno solo due forellini (diametro cm'. 0,6) nel sotto del tallone e nella pianta anteriore.

Giova ripetere: chi ha modellato e scolpito coclesti piedi fu un perfetto anatomista; miologo ed osteologo, che non solo conosceva la morfologia esterna dell'arto, nella sua duplice funzione di sostegno alla massa del corpo, oppure di riposo in quanto non coricato, ma intravedeva la struttura scheletrica col gioco delle ossa sotto i tegumenti muscolari. La sua esatta conoscenza lidia morfologia umana derivava (dalla quotidiana osservazione dei piovani ben formati della palestra, che parlare di anatomia nel senso moderno della parola e di tavolo anatomico sarebbe, per quei tempi, assurdo.

Si sono sovente esaltati i piedi e le mani dell'auriga di Dell'i, asciutti e ossuti, cotanto diversi da quelli dell'Apollo di Ciro, come è diverso un Apollo da un agonista. Nell'auriga il superamento agonistico non viene solo dall'impiego della forza bruta ma anche da una intelligente energia l. Il dio di Ciro, invece, accoglie in riposo gli omaggi dei suoi devoti. Donde il contrasto fra tensione e riposo.

Lo scultore si è assai meglio affermato nei piedi che nella testa; essi furono carezzati, levigati e sfumati più che non sia stata la testa, e ciò anche per la ragione di vicinanza e di distanza, sopra espressa, Infine vi è qualche dubbio che il marmo, donde i piedi sono ricavati, sia un po' diverso da quello della testa.

Delle mani si ricuperò soltanto un moncherino di quella sinistra privo di tutte le dita (tav. XIX, 5, 6); fu ventura si rinvenisse poi l'anulare intero con l'attacco preciso, che ne permise l'esatta ricongiunzione. La mano carnosa è maggiore del vero, rispondendo nelle proporzioni al piede; nella caduta si ruppe al posto aprendo un'ampia squarciatura nella base della palma, che, non fosse altro, ci consente di scorgere la compagine del marmo, fitta e compatta di cristallini non rninutissimi ; un marmo delle isole, ma non pano. Sarei tentato a dire, che la mano sia anatomicamente quasi impercettibilmente meno curata dei piedi, più a portata degli occhi dei devoti; e che in essa il dorso fosse più rifinito, perché visibile da sotto in su, laddove il palmo era sottratto alla vista. Nel dorso, infatti, è sensibile il rilievo dell'apofisi del radio, e debolmente anche quello dei muscoli tensori delle dita e dell'aponeurosi dorsale: assai ben modellato l'anulare superstite colle sue pieghe dorsali alle articolazioni segnate da incisioni lineari, che meglio però sono rese, cioè più elasticamente, nel rovescio, distinguendo i tre polpastrelli, ossia le papille coi solchi interpapillari : perfetta come nei piedi, cioè quasi calcata, l'unghia. Anche le pieghe palmari sono conformi a verità, e se mai un po' troppo geometrica quella che contorna l'eminenza del pollice.

Delle dita vennero trovati altri tre frammenti sciolti, che non attaccano colla mano superstite.

Il primo, lungo cm. 3,4, è la falange media di una delle dita più grosse. Gli altri due (lunghi cm. 5 e 3,7), delicati, affusolati, si riportano alla prima e seconda falange delle dita medie ; uno è avvolto di forte ossidazione di ferro, che lo ha anche intaccato. Ambedue sono di lavoro assai curato, comprese le piccole e corte unghie. Se ne produce qui accanto l'imagine (fig. 106).

La mano, colle dita spaziate ed appena inflesse, penso fosse protesa supina, aperta; sorreggeva essa una patera ? È probabile ; né era necessario fissarla con

una bulletta perché in luogo coperto e riparato non ve n'era bisogno; la patera poteva essere di rame tirato ed adorna di argento, o persino di oro, di cui sovente è menzione negli inventari templari; e poiché tali patere venivano scambiate in occasione delle feste, non era necessario fissarle con un chiodino.

Mani e piedi erano molto curati a seconda dell'indole delle statue e diremo così della loro visibilità; quindi fra una statua di culto ed una frontonale od una anatema v'era d'ordinario una diversità di trattamento. Secchi e geometrici negli Apollini arcaici, negli Egineti abbiamo già dei piedi di sorprendente perfezione anatomica1. Quelli dell'auriga di Delfì, magri, asciutti, nervigni, non però raffinati nel modellato di dettaglio forse perché non erano a vista. Direi sieno migliori nel bronzo di Selinunte che ho sottocchio, ma anche qui la piccolezza non ha consentito lo sviluppo dei particolari. Perfetti invece quelli dell'acrolito viennese di una Athena pre­fidiaca 2.

La parrucca. Che la testa di Ciro nello stato incompleto, deforme e disgustante in cui si presenta reclamasse un complemento, cioè una parrucca, è evidente. Lo dichiarai appena vidi il famoso marmo, e diedi ordine fin dall'inizio dello scavo di portare la maggiore attenzione su qualunque briciola di bronzo si rinvenisse. Ed infatti sin dai primi giorni cominciammo a trovare entro il tempio dei piccoli frammenti con teste rigate, e poi altri maggiori, e solo negli ultimi si ricuperò il grande frammento col nodo frontale ; i pezzi minori erano un po' dispersi ovunque, e taluno anche molto discosto dall'opistodomo del tempio. Fu così possibile alla pazienza ed all'abilità del restauratore Giuseppe D'Amico di ricomporre gran parte del prezioso cimelio (ne manca un po' meno della metà), e, ciò che più monta, di darne il contorno quasi completo e la sagoma perfetta. Se la nostra è una vera parrucca mobile, non è che in realtà essa riproducesse una copertura posticcia; ignei arcaici ed anche dei secoli seguenti non conobbero nella vita pratica la parrucca nel senso sei-settecentesco; essi invece si sbizzarrirono in forme di acconciature, molto ricercate, tanto per uomini come per donne; e quelle virili producono talvolta in noi, e secondo il nostro gusto, un'impressione bizzarra, come quella delle chiome virili di certe tribù selvaggie o di zingari.

Come i Greci designassero la parrucca, e quale voce per essa usassero ci sfugge, od è per lo meno controverso ; forse anzi per i tempi classici ed arcaici non ebbero una voce, perché l'oggetto da designare non esisteva ancora, e sorge solo più tardi colla commedia ; il caliendrum dei Latini ed il galerus non convengono al caso nostro; il caliendruvi (= xaA'XuvTpov) è tutto ciò che serve a pulire, persino la scopa, per la testa quindi la spazzola, ed in senso più lato anche il belletto. Più appropriata l'espressione (psvax,-/), ma usata soltanto dal tardo Luciano (Alex., 9), vale precisamente ad indicare una parrucca posticcia di capelli falsi:



1 H. Bulle, Der schóner Menscìi., 2a ediz., tav. nr, 2.

2 « Osterr. Jahreshefte », 1908, pag. 177. Non mi tornerebbe difficile istituire qualche altro raf­fronto, che tornerebbe a tutto vantaggio dei piedi di Ciro, che io non esito a dichiarare tra i più belli, se non addirittura i più belli della scoltura prefidiaca a noi pervenuti.

3 Panni convenga ben distinguere fra le acconciature così singolari delle statue arcaiche, rispecchianti una moda del tempo (VII, VI secolo), che erano fisse e non mobili, e quindi a rigor di termini non si possono denominare parrucche, e le acconciature o chiome mobili, naturali



1 Tu. IIoMOLLi;, op. ciL, pag. 201; A. Della Seta, // nudo nell'arte, T, pag. 150. Strutturalmente le estremità sono diverse nelle due opere.



Fig. 104. Testa dell'idolo con parrucca e corona.

Fig- I05 - I piedi dell'idolo.

Fig. 106. Frammenti di eliti dell'idolo.



Comunque, dal, parziale lavoro, di. restauro è venuto su : un grande e pesante elmetto colla sua doppia visiera formata davanti dalle due ondate della chioma, di dietro .dalle falde verticali di; essa, la calotta è molto bombata soprattutto nella regione antero-craniale, e presenta le dimensioni seguenti:, assi cm. 27 (senza il nodo) x 17,5, (alla strozzatura); altezza massima .16,5. Era pesantissima, perché, lo spessore delle pareti oscilla fra cm. 0,6 e 1,5, decrescendo verso il coppo; attualmente, compreso il restauro in gesso, essa pesa kg. 7,400 ; ed in. origine, quando era completa può ritenersi ammontasse a poco meno del doppio (kg. 12-13). Era una cuffia assai pesante, ed ove si aggiunga la testa marmorea del pari pesantissima (kg. 30), è giustificata la preoccupazione che sorge oggi, come dovette sorgere in antico, per la statua dell'idolo che, appunto non essendo lapidea, veniva ad avere il maggior peso al vertice, ed in questo consisteva il pericolo.

La parrucca riprodotta sotto : vari aspetti alla tav. XX e la fig. 107 ci risparmia i particolari di una descrizione minuziosa e dettagliata. L'andamento ed il gioco della chioma, sapientemente studiato, è complicatissimo e si. direbbe non risponda alla realtà, se non sapessimo da una serie di teste arcaiche1 culminanti nella testa Rampin, quanta capricciosa od artificiali, che sono altra cosa. La parrucca di Ciro è tale solo per il fatto dell'errore in cui era incorso il fonditore, ma essa esprimeva sempre un'artificiosa chioma naturale aderente al cranio di un uomo vivo, è quindi anche della imagine che. lo riproduceva.

Tenuta ben presente questa distinzione, che ha il suo preciso riflesso anche nella scoltura, noi troviamo in Omero il ricordo più antico {Iliade, X, 258): ày.tpì Sì ai r.mir,i y.=oaX7T(pii Isr.x.sv, | Taupsiuv àcpaXóv xt x.cù àXXsepov r,~t xatctÌTu; | y.ixXri-cau pue-oc. dì xaj»i ìsaXEpòii sìtjiSv = «et ei galeam capiti circumposuit laurinam et cono carentem et crista, quae y.a.-<uT\>c, (humilis fabrica) vocatur, tueturque caput florentium iuvenum». Ebeling, Lexikon homericum, I, 669. Qui evidentemente si tratta di lina specie di elmo di CUOIO — KccTcaTui; = elSs; Trapax.sfpaXcxice? (Hesychius) — llapa-x£^a>.«ia trovasi negli inventari degli oggetti sacri dei templi, e potevano essere chiome in natura, od imitate in metallo. In età tarda (Svetonit, Narr., 26); «post crepusculum statim adrepto pileo vel galero popinas inibat» donde è chiaro l'uso incerto di tali voci già nell'antichità (Góbel, Lexicologus zu Homer.j I, .481). Debbo gratitudine all'amico Gasp. Olivério per avermi suggerito codesti testi, interessanti la nostra ricerca.

1 Di codeste foggie di acconciature .virili arcaiche ridondano tutti i trattati. Se ne veda un buon campionario nell'opera di É. Langlotz, Frììhgriediische¦ BUdhauerschulen (1927), tav. 22,62. 72, 95. Per la testa Rampin, cento volte riprodotta, cfr. Collignon, Sculpture grecque, I, pag. 360,



Fio. 107. — La parrucca bronzea dell'idolo

virtuosità artistica abbiano saputo svolgere i parrucchieri dei giovani efebi del tempo arcaico, e la plastica corrispondente. Irradiando dal vertice craniale, dove faceva centro, e pazientemente divisa in numerose (circa 40) fettuccie rigate sovrapponentisi ai margini, e vellicate da quasi impercettibili ondulazioni, nonché fittamente aderenti merce grassi e pomate alla scatola craniale, esse per un lato scendono sulla fronte sciogliendosi in due masse ondate, strette poi in un elegante nodo frontale, che anche nei se­coli successivi resterà una delle caratteristiche della chioma apollinea. Le estremità di questo nodo sono tronche; e nella sezione abbassata si vedono 3+2 forellini per ricevere un finimento applicato con chiodetto; due brevi fettuccie o cirri in filo tirato, come quelli sulle tempie. Un'altra parte, invece, si viene stringendo in una vera e propria treccia donnesca la quale avvolge tutta la base postero craniale, terminando in un ciuffetto. Tale

complicata ed elegante chioma veniva poi tenuta a posto anziché da una fettuccia aurea, diadema o tenia che dir si voglia,

da una verghetta a noduli che gira attorno a tutta la base della calotta cranica ed era il gambo di un ramo di lauro o di mirto formante una corona. Questo particolare della testa, fu sottoposto ad un minuzioso esame di cui rende conto (a chiarimento della fotografia d'insieme, nella quale codesti impercettibili particolari sfuggono) la fig. 108. Il gambo risaltava per meno di cui. 0,5 ; esso presenta dei piccoli noduli a cui rispondono dei forellini piuttosto fitti, e di poca profondità, in parte ancora ostruiti di ossido, o dal gambo delle fogliette; perché è accertato che in ogni foro veniva innestato, mediante la pressione di un punzonano, una foglia metallica di rame, ma più probabilmente d'argento, se non anche d'oro, la quale formava la corona tipica e tradizionale di Apollo.

E poiché siamo a parlare di particolari che sfuggono all'osservatore superficiale, la stessa fig. 108 ci presenta un saggio del contorno inferiore della cuffia metallica nella sua metà posteriore fino alle orecchie; anche qui è una serie fitta di bucherellini profondi 5 millimetri, ognuno al centro di una intaccatura circolare; non cade dubbio che in ogni foro non fosse infissa una spiralina metallica, come complemento al restante della chioma; residui del piccolo di tali spiraline sono rimasti infissi in taluni forellini.

Fig 108 Particolari della corona e della parrucca;



Se invece esaminiamo il cavo della parrucca troviamo una superficie irregolare e rugosa, senza soverchi dislivelli; in corrispondenza poi alla regione temporale due spuntoni trapezi, prominenti per cm. 2, erano destinati a fissare la pesante cuffia in due fori delle tempie. Come tale compito sia fallito, vedremo in seguito. Vuoi si ancora notare come in corrispondenza ai padiglioni superiori delle orecchie della testa marmorea sono state lasciate nel margine inferiore della parrucca due in solcature, quasi per ricevere i padiglioni in parola. Ed ancora ; nel grosso della cuffia metallica in coincidenza del temporale di destra vi sono sette nitidi forellini, ed altrettanti nel lato opposto, ma questi alterati da ossidazioni speciali; nel primo gruppo è rimasto ancora in qualcuno dei fori il peduncolo ossidato di qualche cosa che doveva pendere, e che non altro possiamo concepire, se non come degli esili cirri a spira, di cui abbiamo esempio in altri bronzi come nell'Apollo di Piombino, in quello cosiddetto arcaico di Napoli, nella testa di Aulo Gabinio pure di Napoli, in una arcaica di Olimpia e via via (vedi Langlotz, op. cìt., tav. 22, 62.).

La nostra preziosa cuffia è stata evidentemente ottenuta col processo della cera perduta, l'unico che permettesse di rendere le minuziose ed eleganti cure con cui, se­condo la moda ancora dominante del tempo, era stata più che pettinata, carezzata l'aurea chioma del dio. Il processo della cera perduta era noto da tempi abbastanza remoti, e che esso sia stato usato nella fusione della nostra cuffia si avverte dalla finezza della riuscita, come da alcune peculiarità dell'interno, sulle quali richiamò la mia attenzione il prof. K. Lehmann-Hartleben, che tutti sanno essere ormai una speciale competenza in fatto di bronzi antichi 1.

Che gli antichi usassero parrucche mobili per le statue di culto è questione controversa e dibattuta. È d'indole alquanto diversa l'altra usanza, incontestabilmente documentata, delle trecce od anche di intiere chiome offerte alle divinità, o deposte sopra sepolcri ; anche fanciulle ed efebi sacrificavano le loro chiome nei santuari 2. Alle testimonianze letterarie se ne aggiungono alcune archeologiche a cominciare dalle trecce di bronzo arcaiche votate alla Hera di Argo 3, per scendere sino alla nota stele di Tebe in Tessaglia colle due trecce di Philombrotosa dedicate a Posidone. A codesta costumanza religiosa, continuata del resto nel Mezzogiorno fino ai nostri tempi, con l'offerta, alla Madonna, di chiome recise di fanciulle, si rannoda certamente il ricordo di Pausania (II, 116, 6) relativo alla statua d'Igea in Sicione, il cui capo era coperto di una chioma reale muliebre.



1 U. BlOmner, Technologie und Terminologie ecc, IV, pag. 286; Walters, Calai. Bronzes BrUìsti Iktuseum, pag. xxxij e seg. ; Richter, Greek, etruscan a. roman bronzes Melropol. Mu-seum New York, pag. xviij. Il prof. Kluge (« Jahrbuch », 1929, pag. 1-36) ha cercato dimostrare che l'Auriga di Delfi fu cavato da un modello in legno saldato da due parti. Lascio a lui la responsabilità di tale grave affermazione, che a molti altri tecnici è apparsa assurda.

3 Schóman, Griech. Alterthumer, IV ediz., II, pag. 220. Ed in genere vedi Daremberg et Saglio, Dictionnaire, s. v. Coma (Stele di Tebe, fig. 1833).

3 Waldsxein, Argive Heraeum, tav. LXX, 1, 2, pag. 195.



Che alle varie divinità, ad Apollo poi in particolare, si offrissero corone di tutti i metalli, è testimoniato da fonti letterarie, da fonti epigrafiche, e vorrei dire da centinaia di prove archeologiche.

Invece esempi monumentali greci di parrucche mobili non esistevano sin qui; e se io sono bene informato, quello di Ciro è il primo e prezioso esemplare greco che sia a noi pervenuto ; ed anche di parrucche esposte nei santuari non trovo sin qui che un unico ricordo epigrafico .

Era però conosciuta la parrucca di Chianciano ora al Museo di Firenze, di cui ho il piacere di produrre un'imagine migliore di quella sin qui divulgata (tav. XX, i): essa appartenne ad un Apollo ed è opera della fine dell'arcaismo, generalmente ritenuta etnisca 2 ma che io non escludo possa invece essere anche greca, o per lo meno fortemente influenzata da modelli greci. La trattazione stilistica in fatto della massa capillare è identica alla nostra; liste rigate e non a bulino, e lentamente ondulate mettono capo al vertice occipitale. Nel margine inferiore si osservano anche qui le punte ribadite delle piccole ciocche spirali, che lavorate a parte e riportate contornavano e completavano la calotta. L'apertura quadrata che si apre nell'occipite della parrucca di Chianciano pare servisse per la ammosto luminosa od autofonica dell'idolo, come è stato dottamente dimostrato dal Milani. Insisto in ogni modo sul fatto della concomitanza stilistica e tecnica dei due bronzi, dei quali quello di Chianciano sembrami presentare note di un'alquanto maggiore antichità di quello di Ciro.

Sono debitore alla cortesia del dott. Silvio Ferri, R. Ispettore alle antichità, della fotografia di una colossale parrucca in bronzo, di età assai più tarda, riferibile ad una testa di Giove nel tipo di Otricoli, oggi nel Museo Provinciale di Bonn ; essa proviene da Womrath (cir. di Simmern), dove fu scavata assieme ai resti di un grande doppio fulmine di bronzo (tav. XXI, 2). Della statua che dovette essere in marmo, o per lo meno in buon calcare statuario della regione, scomparve ogni avanzo. L'altezza della parrucca è di cm. 49, la larghezza massima di crn. 83, la lunghezza di ognuno dei due pezzi del fulmine di cm. 31. Al signor Colmami, direttore ff. di quel Museo, debbo anche le indicazioni bibliografiche 3.



1 Da Delos sotto l'arcontato di Ypsocle nel 279 a. C. 'Ivi tm -poSóu.w. toù -nò tou 'AitiX-Xwvoj... Tvspi FCeaaXaia atSvipà ~ipi7ip-fupou.=Vc, Ascvioou àviSvijAa, Inscr. Cr., XII, II, 161, B, 77 (pag. 55).

- L. A. Milani, in « Notizie Scavi », 1887, pag. 222 e seg., tav. V-3, Idem, // R. Museo Ar­cheologico di Firenze (1912), voi. I, pag. 137; i! Milani stesso parla di «reliquie di una statua oracolo di Apollo di tipo greco-arcaico (V secolo) ». I signori Kluge e Lehmann-Hartleben, sottoponendo a nuovo esame quei frammenti per la preparazione della grande opera sui bronzi greci, sono di avviso doversi in essa ravvisare più che una parrucca la metà di una testa fusa separatamente. Ho interpellato molti colleghi se conoscessero cuffie di bronzo affini a quella di Ciro, ma ebbi da tutti risposta negativa.

3 La vecchia letteratura su questo bronzo, noto 'da più di un secolo, trovasi raccolta presso H. Lehner, Fiilirer durch die antike Abteìlung des Provinzial Museums in Bonn., ir Aufl., 1926, pag. 56. Ringrazio il dott. S. Ferri e la Direzione del Museo di Bonn di avermi consentita la pubblicazione della fotografia.



Per desiderio del dott. Ferri, che in una visita al Museo di Bonn, volse la sua attenzione su questo bronzo colossale, la Direzione consentì di farlo staccare dalla testa in gesso foggiata su quella del Museo Vaticano, rendendo così possibile un esame dei particolari tecnici, prima sottratti alla vista. Il delicato compito venne affidato allo scultore dott. Menner, il quale è arrivato ai risultati seguenti. La parrucca deriva da una forma a sabbia, divisa in sette parti, di cui una riferibile alla calotta e sei alle ciocche; le linee di congiunzione e di saldatura sono ben riconoscibili. I capelli vennero poi fortemente ripresi a bulino, soprattutto nelle parti inferiori più esposte alla vista; il foro di infusione del getto liquido è nel cocuzzolo, e fu poi conguagliato, ma in modo riconoscibile. Molti piccoli fori quadrati erano destinati a fissare il bronzo alla testa lapidea. Il dott. Menner è fermamente convinto che la testa a cui la parrucca aderiva non fosse né di bronzo, né di legno, ma di marmo o di ottimo calcare di cui la regione è fornita.

Se il Giove di Otricoli si debba poi considerare come una mediocre derivazione dello Zeus di Olimpia, o se essa risponda ad una più tarda concezione alessandrina, è questione che non ci riguarda . Qui giova soltanto rilevare l'enorme distanza stilistica e tecnica, intercedente fra il delicato bronzo di Ciro e quello baroccheggiante di Womrath. Sono circa cinque secoli di cammino e di modificazioni così nel sentimento e nella concezione, come nella tecnica.

Debbo infine alla cortesia dell'amico Gaspare Oliverio la notizia di una parrucca di spesso bronzo, nella sezione egizia del Louvre, con riccioli laterali in corrispondenza alle tcmpie « provenant d'une statue du dieu Horus hieracocéphale ».

Alla tav. XXI, n. 3, viene prodotta l'imagine di una parrucca che supera tutte le poche qui enumerate in sontuosità, in quanto è in lamina d'oro martellata e cesellata, ma che nettamente si distingue da esse per ragioni topografiche e cronologiche. Eppure nessuno vorrà mettere in dubbio l'intimo contatto formale e di composizione col bronzo di Ciro, soprattutto ove se ne tenga presente la integrazione e la copertura aurea di Ur (od Our). Avendone parlato due anni or sono col prof. Rizzo, e accennato alla possibilità di oscure e remote influenze asiatiche sui greci dell'Ionio egli si mostrò proclive a riconoscerle. E qui è necessaria, mio malgrado, una lunga digressione.

Le scoperte di Ur in Assida, dovute agli Anglo-Americani ed in particolare dirette dal signor Woolley, hanno messo a subbuglio il mondo archeologico e non solo degli orientalisti, in quanto hanno d'un tratto rivelato una nuova civiltà, od almeno aspetti nuovissimi di essa, degna di rivaleggiare per fasto, complessità e ricchezza con quelle dell'Egitto, e colla egeo-micenea, e che al pari di esse vanta una remota antichità di circa 35-30 secoli a.C. È la civiltà sumerica, di cui si sapeva già parecchio, ma che ora assurge a fasti veramente insospettati cogli oggetti prodigiosi contenuti nei sepolcri del re Mes Kalam Dug e della regina Shonbad, del secolo XXXI a.C. ; sepolcri che serbarono per tanti secoli i tesori loro confidati, ma anche i documenti precisi di costumanze ferocemente barbare quali la strage delle guardie del corpo, e della dame di corte e persino dei miti bovi conducenti i carrettoni regali 1.



1 W. Helbig, Fiìhrer ecc, 3a ediz., voi. I, pag. 189 e seg.

1 La relazione ufficiale sulle tombe regali è apparsa nel «The Antiquaries Journal », (192S, pag. 415 e seg.) e nell'«American Journal of Archaeology» (1928, pag. 357), a cui attinsero lar­gamente le riviste scientifiche; nessuna italiana però, che io sappia. Le anzidette scoperte hanno già sollevato discussioni, e più ne solleveranno in avvenire. Gli archeologi classici sono rimasti sin qui attoniti e silenziosi, non sapendosi spiegare certi contatti di forme con motivi dell'arte greca arcaica. Noi classicisti ci sentiamo ancora disorientati. Bene ha operato la « Revue Archéologique » (1928, II, pag. 282 e seg.), non solo dando piccole riproduzioni degli ori ed altro dalla rara rivista inglese, ma accompagnandole con un sobrio commento dell'orientalista A. Moret, a cui attingo. Iri fine il R. Lexikon der Vor'geseKìckfe di M. Ebert ne ha riferito alla voce Ur (1928), con testo brevissimo, ma con tavole eccellenti.

Sulle scoperte di Ur e della Mesopotamìa si è ormai formata una vasta letteratura che di anno in anno si accresce, vedi quella del 1928 nella Bibliographie dello « Jahrbuch », 192S, pag'. 29. In «Arethuse» (1929, pag. 29-36, tav. 6-9) ne ha parlato l'orientalista L. De La Porte, Tombes royales sumèriennes, esprimendo soltanto qualche lieve dubbio sull'alta cronologia asse­gnata da Leon Woolley alle tombe regali, ma in ogni modo si tratta di appena due secoli di differenza in meno. Utile è sempre il libretto di divulgazione dell'archeologo inglese direttore degli scavi: The Summerians (Oxford, 1929) e le seguenti altre sue opere: Thè excavations al Ur and thè Hebrew recordos (London, 1929); Vor 5000 Jahren: die Ausgrabungen von Ur und die Geschichte der Sumerer (Stuttgart, 1929, S°, pag. 115, tav. 17); Ur or thè Chaldces : a record of 7 years of excavations (London, 1929, 8°, pag. 210).

Ho citato le opere del Woolley siccome di colui che ebbe ed ha parte primaria negli scavi di Ur. Alla serie dei precedenti rapporti con ammirevole sollecitudine egli ne aggiunge ora due nuovi sulle Excavalions at Ur 1929-1930 e 1930-1931, in «The Antiquaries Journal », 1930, pag. 315 e seg. e idem 1931, pag. 343-3S2. Nella prima di queste relazioni si tratta in particolare delle gran­diose costruzioni religiose che datano dalla III dinastia (2300 a. C. in poi) e vengono in successione fino al periodo neobabilonese. Ma colle profondissime trincee di ni. 20 si discese fino agli strati della primordiale e più vetusta civiltà del colle, che toccano il IV millennio a. C. Così nel II strato si ha avuto modo di meglio estendere le esplorazioni nella necropoli regale (3500-3200 anni a. C), che coi suoi reperti aveva sbalordito tutto il inondo e la cui cronologia viene meglio assicurata. Nella seconda relazione il fatto di maggior rilievo si è che tombe a volta di principi regnanti della III dinastia, con intere famiglie della corte uccise, sono state mascherate da costruzioni posteriori, che pur risalgono alla metà del III millennio a. C. ; ed appariscono opere statuarie (tav. 50 e 51) anteriori al 1910 a. C, le quali presentano vividi ricordi colla scultura e plastica ionica arcaicissima. Sono nuovi per quanto tenui fili di collegamento fra la Ionia asiatica « la valle dell'Eufral-e e del Tigri. Meditino bene i nostri classicisti e storici puri, che le scoperte di Ur osservano con stupore ma non senza scetticismo. Ben altrimenti la pensa il signor C. J. Kraemer, professore di storia antica nell'università di New York, il quale recentemente (aprile 1932), reduce da una visita agli scavi della Caldea, mi dichiarava con convinzione che un nuovo mondo di storia e di arte gli si era affacciato, e che bisognava studiarlo ed inserirlo nella storia dell'Asia anteriore e del Mediterraneo.

In data recente uno czeko, R. Hrozny, in una rivista czeka (« Arch. Orientalni », 1929, pag. 323-343) di cui naturalmente ho potuto avvalermi solo attraverso i sommali, pubblica una serie di documenti scritti dei secoli XIV-XIII, dai quali risulta che gli Hetei erano in continuo contatto con popoli dell'Asia Minore, gli Achei, che avevano il loro centro in Rodi. Se le lezioni del Hrozny sono esatte, tratterebbesi di una scoperta sensazionale per la protostoria greca, tenendo presente specialmente i rapporti reciproci che gli Hetei ebbero dall'altro iato colle grandi civiltà asiatiche. Si avrebbe così un barlume ed un tenue filo conduttore a spiegare i contatti secolari fra i precursori degli Joni asiatici, colle grandi potenze e civiltà dell'Asia anteriore.



I particolari della parrucca od elmo che dir si voglia di Mes Kalam Dug, nome rilevato da un titolo in cuneiformi del sepolcro, si ripete su antichissime figure sume-riane, ed anzi si sono trovate delle parrucche analoghe in pietre dure, tanto che ci è consentito dire fosse codesta una foggia di acconciatura principesca nazionale. L'esemplare di Ur può anche considerarsi come un vero elmo essendo d'oro (meglio elettro) massiccio, di tale freschezza che dopo 5000 anni sembra ora uscito dalle mani del­l'orafo imperiale.

Accanto all'abbagliante ricchezza di vasellami in metalli preziosi vi sono altresì quelli in pietre dure « per forma e materia identici allo splendido materiale dei Fa-» raoni Shinniti (3200-3000 a. C); forse tali vasi furono inspirati se non addirittura » importati dall'Egitto ». Anche in Egitto i Faraoni Shinniti seguirono forse un costume barbaro non dissimile da quello dei principi di Sumer, di far scannare sul sepolcro del sovrano uomini e fanciulle del seguito reale; in una sola delle due tombe regali le vittime furono nientemeno che 60. La grande ricchezza in oro e metalli si spiega colla vicinanza delle miniere d'oro e di rame del Caucaso, dell'Iran e di Magan sul golfo persico. La tecnica architetturale, i temi plastici, lo stile dei cuneiformi ci richiama a Susa ed a 'Fello.

La dinastia di Ur si arricchisce ora del nome di difé nuovi principi posteriori ad Aamipada, che alla fine del IV millennio a.C. sono già in possesso di una civiltà cotanto progredita, da farci supporre un lungo periodo di preparazione, da origini ancora misteriose. E per quanto evidenti altrettanto sono enigmatici i rapporti della moda capillare di Ur colle acconciature greche del secolo VI e primi lustri del V a. C. Che essi sieno meramente dovuti al caso nego in modo reciso ; ma è altrettanto vera la nostra impotenza a stabilire oggi gli anelli intermedi che attraverso quasi due millenni e mezzo — collegano, forse sul terreno dell'Asia Minore, e per il tramite di secolari tradizioni, l'antichissima civiltà sumera con forme artistiche ed industriali, che sin qui si ritenevano emanazioni originali della stessa arte paleogreca; sulle cui più remote origini, in rapporto all'Oriente, l'ultima parola è ben lungi dall'essere pronunziata 1.

Ma se le parrucche mobili genuinamente greche a noi pervenute sono tali rarità da avere il diritto di considerare come un unicum quella di Ciro, non difettano in­vece, vorrei dire anzi abbondano, i riscontri totali o parziali di siffatta acconciatura, nei piccoli bronzi, in grandi bronzi, in statue ed anche nelle monete, insomma in opere d'arte derivanti da regioni più disparate del mondo greco, indice questo di una moda generalizzata e diffusa.

Coi frontoni di Egina siamo intorno al 480 470 ; se si guarda la figura nuda chinata per soccorrere un caduto vi riconosciamo la chioma a calotta con liste rigate,



1 II tentativo solo in parte riuscito col tanto discusso libro di F. Poulsen, Der. Orient und die Fruhgrìech. Kunst (1912), dopo le scoperte di Ur troverà nuovi elementi, nuovi orizzonti da connettere con opere già note, e per riaccendere una sopita polemica. la treccia girata alla base craniale, e le chiocciole frontali; non si dimentichi come gli scultori di Egina fossero dei bronzieri sapienti, che anche nel marmo tradussero questa loro tendenza. Ad Olimpia (circa 470-465) la solenne ed imperativa figura di Apollo ha la stessa chioma a cuffia, con fiocchetti frontali e laterali ad estremità arricciate, foggia che diventa un po' manierata nel celebre Apollo di Cassel, da ricondurre ad un originale fidiaco della prima fase.

Ma ben altrimenti istruttivo per noi è l'Apollo di Piombino al Louvre 1 , opera originale in bronzo, la cui chioma ha una disposizione analoga salvo la falda occipitale e la treccia girante.

Un altro bronzo mal noto, perché mai analizzato a fondo, è l'efebo di Castel Vetrano, trovato a Selinunte, la cui datazione si aggira attorno al 470. Prescindendo da qualunque esame dell'opera d'arte nel suo insieme, ciò che ora è stato fatto dal dott. Pirro Marconi 3, mi limito a studiare la chioma, basando il mio esame su di una buona fotografia della testa, e su un accurato esame autoptico. Anche qui la capigliatura è conformata a cuffia, partita in lasagne rigate ed ondulate, irradianti dal vertice cra­niale; ma ogni estremità di dette liste o fettuccie si ripiega a spirale formando quasi una corona inanellata attorno alla periferia craniale; ogni spirale era attraversata da un foro pervio che dovette ricevere una verghetta d'oro o d'argento. Se questa verghetta sorreggesse foglie di lauro o di mirto lascio impregiudicato. Certo la loro presenza o meno sarebbe di peso nella determinazione del soggetto espresso da questa figura di efebo giovanetto, forse anche di carattere catartico.

Uno dei più superbi bronzi del quarto decennio (circa 470-460) del secolo V, la celebre testa di Chatsworth s si accosta più che mai alla parrucca di Ciro anche per il suo nodo frontale; per molte ragioni stilistiche essa scende un po' più in giù dei



1 Eccellente riproduzione, oltreché in M. Collignon, IL S. Gr., I, tav. V, in De Ridder, Brouzes antiques du Louvre (I, tav. II, 2).

2 L''Efebo di Selinunte, R. Istituto di Archeologia e Storia dell'arte, «Opere d'arte», fase. I, Roma, 1929.

3 Ora finalmente lo possediamo in sontuosa e definitiva edizione merce le cure della signora E. Strong-Sellers, Ver Bronzekopf voti Chatsworl in « Antike Denkmàler », voi. IV fase. 3-4 (Berlin), fot. nniss., pag. 40-43, tav. 3.

Dalla bibliografia che precede lo scritto, si vede come mai esso fosse stato adeguatamente studiato ed apprezzato; da una notizia trovata nelle carte del sesto Duca di Devonshire, e gen­tilmente comunicatami dalla signora Strong, appare che la testa acquistata nel 1839 a Sinirne, provenisse da Salamina di Cipro. Il Michaelis sopra un mediocre schizzo ebbe a giudicarlo « pe­sante lavoro manuale di età tarda ». Il primo a ravvisarne la insigne bellezza fu il Furtwàngler {Intermezzi, pag. 3-13, Lipsia, 1896) proclamandolo originale greco della prima metà del secolo V, e pensò a Pitagora da Samos; altri lo attribuì al ciclo attico del 460 circa. È certo in ogni modo un Apollo: Langlotz richiama la Lemnia e l'Apollo di Cassel, ma la Strong osserva che in queste teste la spiritualità, ch'è la nota dominante nella testa di Chatsworth, cede alquanto alla realtà corporea. Il più intimo contatto spirituale si ha nell'Apollo di Olimpia. Sul grave problema di età e scuola la Strong non osa emettere un giudizio, fermo restando che esso è uno dei più insigni originali della prima metà del secolo V.



bronzi sin qui esaminati; in essa là chioma è già in via di sciogliersi ;dalla; rigidezza arcaica, assumendo forme più morbide e più libere ; :manca la treccia avvolgente, ma permangono le fettucce rigate ;: e la chioma periferica si completa con abbondanti: falde inanellate che scendono dalla nuca sul collo poderoso: Dal volto poi traluce tutta1'altezzosa e possente bellezza del dio Di gran lunga supera in importanza il bronzo di Chatsworth, 1 perché originale,; l'insigne statua in: bronzo dì Poseidone- o di Giove, di' recente-rinvenuta nel mare del capo Artemisio di Eiibea, e che forma adesso uno1 degli Splendidi ornamenti del.Museo nazionale di Atene. La coincidenza colla chioma di Ciro è di una evidenza 'stringente nelle fettucce rigate irradianti dal vertice craniale,: nella treccia :girata, nei fiocchetti ricciùti-che ne incorniciano la fronte e che molto giovano al nostro tentativo "di! ricomposizione sino a farci1 pensare ad un comune artista, celebre bronziero (trattasi di.un colosso alquanto maggiore del vero) o ad una fonte comune.: In attesa dell'edizione definitiva dell'opera insigne, i giudizi sono alquanto disparati

Esso fu fatto dapprima conoscere nell'Aslnov àpy.;-vol.X (1926, supplem., pag. 86 è seg.). Con brevissimo commento ma con ottima riproduzione esso fu divulgato poi dal-l'Herbig in « Archàeol. Anzeiger » (1928, pag. 609 e seg.) e nello ' «Jahrb'uch » (1928, pag. 6o7:612) dallo stesso autore. Chr. Karouzos (Tke Jind fròni sea 0/'Artemisìon; in «Journal hell. stud. », 1929, pag. 141-144) la dichiara di arte attica del ciclo dell'Apollo all'Omfalo. Infine. F. Noak (in Die Antike, 1930, pag. 214 e seg.) si limita a sciogliere un inno di entusiasmo, ma non pronunzia nessun giudizio, richiamandosi però ai due bronzetti di Olimpia e di Dodonè col fulmine. Il nostro Anti ha pensato ad un'opera di Calande; certo è un capolavoro dei periodo di transizione che precede Fidia, del quale dobbiamo tenere gran conto nella nostra ricerca, e ;nel tentativo di reintegrazione della calotta.

Nei marmi e nei piccoli bronzi i termini di confronto .si moltiplicano, ne io voglio tediare chi legge con una facile erudizione bibliografica; rimando pertanto a recenti pubblicazioni nelle quali lo studioso spazierà facilmente alla ricerca di raffronti più o merlo efficaci l.¦

Un terreno poco e non adeguatamente sfruttato è quello della bella e ricca monetazione leontinese fra 500 e 420 (tav. XXII); Leontini è città: ionica calcidese.dove Apollo ebbe un culto speciale; per Leontini lavorò anche Pitagora; in nessun luogo



1 K. A. Neugebauer, Autlike Bronzesiatuctten '(Berilli, 1921, tav. n. 29); E.' Lànglotz', Fruhgrìecli. Bilàhauerschtilen', 1927, tav. 39, 43, 72. Nella grande arte non mi è venuto di 'trovare una testa di questo genere laureata. Unico esempio è quello della raccolta ora Barracco, G. Perrot, [listone ari'., Ili, 540; W, Helbig, Collecti'on Barracc'o (Monacò, 1892, tav^.XX.II); ma essa è. cipriota in calcare,' e certamente del secolo VI. À nessuno sfuggiranno le stringenti affinità colla nostra testa, nei particolari della chioma/e soprattutto la circostanza'che tale testa è laureata. In essa, non si avverte nessun indizio delle influenze orientali, così accentuate a Cipro, ma tutto è greco malgrado le deficienze di esecuzione.



possiamo seguire passo passo la graduale evoluzione così della testa apollinea (di culto?) come della stia acconciatura. Ma è soprattutto il pezzo più arcaico di essa, il rarissimo tetnulramma di cui, assieme a quattro altri più recenti, esibisco le imagini, a cui noi attingeremo, come a fonte sicura per l'integrazione colle parti accessorie della cuffia Ciro '. Altrettanto bella è la serie delle teste apollinee nella città gemella di Catana, ma essa accenna tutta ad un'arte un po' più morbida e più libera, e ad una età alquanto più progredita della serie leontinese dei primi decenni del secolo V; la serie catanese infatti ci conduce al 461 in poi, ed ostenta un tipo ieratico tradizionale, ionico-siceliota, che ha molteplici affinità con quello dì Ciro, e le cui prime origini vanno forse indagate nell'arte greco-ionica delle città asiatiche, donde sarebbe passato in Attica.

La loggia dell'acconciatura della nostra testa cotanto diffusa nel mondo greco, soprattutto nella prima metà del secolo V (statue, bronzi, vasi) venne altresì accolta, sia pure con correzioni e modifiche di dettaglio, nella plastica etrusca, che per tanti ri­spetti attingeva e s'inspirava a quella greca. Ma taluni particolari o non vennero in­tesi 0 furono travisati nella traduzione 2 . La frequenza di tali copie denota in ogni modo il larghissimo favore incontrato in tutto il mondo greco da tale moda, che è errato attribuire a questa od a quella scuola, a questa od a quella regione, e che culmina nelle sculture del fronte orientale di Olimpia e di quello di Eginas.

Dal rapido esame fatto risulta che la moda dal nostro bronzo affermata non risponde all'acconciatura peculiare di un dato momento e di una data scuola; è una moda abbastanza diffusa, vorrei quasi dire generalizzata dalla metà del secolo VI alla metà del secolo V a. C, cioè dal pieno arcaismo fino allo spegnersi di quello raffinato, che quasi insensibilmente trapassa nell'arte grandiosa del ciclo fidiaco. Moda adottata dalla bella gioventù ellenica delle palestre e delle gare, nelle quali pur apparendo nuda nel capo teneva a portare le finezze, le leziosaggini, di un ìcqcjìvjtiq;, scrupoloso e ricercato sino alla virtuosità, mentre le yópai dell'Acropoli e d'altre città sviluppavano tale vanità di apparire belle, eterna debolezza femminile, oltre che nella chioma, nel ricco e variopinto vestiario.

Questo furoreggiare e gareggiare di — XÓ3j,a[/.oi, di fSócTouyoi, di xiy.ivvoi e di sXix.s; leterminò il fiorire di un'arte dell'acconciatura, e negli archeologi lunghe discussioni



1 II dott. E. Bòhringer prepara una grande opera sulle monete leontinesi del V secolo, ma elio essa tarderà ancora, non mi resta che sollecitare eoa tutti gli studiosi la sua comparsa.

- Giova assai al riguardo il recente studio di Fk. Messerschmidt, Untersuchungen zum jtfars von Todi, in « Róm. Mitteil. » (192S, pag. 147 e seg.), corredato di copiose eccellenti ripro­duzioni di monumenti poco o male noti della plastica etrusca (tav. 11-18), che a me dura fa-lic.i di ritenere, almeno in parte, di epoca così tarda, come vorrebbe l'autore.

3 Si tenga conto del nuovo tentativo di sistemazione cronologica degli Egineti, dovuto a

A. Thiersch, Zur Datìcrung des Aphaiatempels tmd seitier Skulpturen in « Nachrichten », n. 9, di

tingen (Pini. Hist. Klasse, 192S, pag. 167 e seg.), dove egli stabilisce due gruppi differenti

510-500 e 4S5-4S0 a. C. ' 

sul nome parziale o sintetico delle varie sue forme, ed in particolare della treccia av­volgente il cranio, che pare si chiamasse "/-poSólo;. Ma preferisco toccare soltanto tale quistione e non intervenire nel dibattito.

E se tale era l'ambizione dei xoupot e degli efebi, portata sino al parossismo, per architettare la folta chioma, segno di bellezza e di forza, è ovvio che tale sforzo si accentuasse sulle teste di Apollo, simbolo della sana ed elegante gioventù della palestra, di cui era appunto il protettore.

Ma appartenne veramente la parrucca enea alla testa marmorea? Quanto fu grande la mia gioia d'esser riuscito a ricomporre brano a brano il prezioso bronzo, altrettanto fu il mio disappunto nel constatare l'assoluta, matematica impossibilità di applicare al marmo la copertura metallica; ho detto tutto dicendo impossibilità matematica; i due spuntoni o perni interni frustrarono qualunque tentativo anche forzato. Allora ricorsi ad un'altra prova. Sul calco in gesso montai quello pure in gesso della calotta, previo abbattimento dei due spuntoni interni. Ma ne risultò un effetto così sgradevole, antipatico, soprattutto per la sproporzione fra la cupola bombata della copertura e quello della volta craniale del marmo da non osar neppure di riprodurre la fotografia dell'insieme. L'euritmia a cui tanto tenevano i Greci, è profondamente turbata. La testa così composta assume l'aspetto di cosa barocca stridente colla bellezza delle due singole parti; e in questo sforzo di unire due parti discordanti nelle proporzioni, il senso dell'arte greca si perde.

E se la parrucca non si adatta alla testa marmorea, sorge il quesito se essa non appartenesse ad un acrolito un po' più antico di quello a noi pervenuto. Osservo su­bito che le note stilistiche delle due parti non sembrano disconvenire reciprocamente; disconvengono invece i dati nietrologici ossia il modulo di esse. La macabra sensazione che danno le due parti unite, penso dipenda unicamente da un errore dell'artista o dei committenti che sbagliarono, sia pur di poco, le misure. Sennonché la cuffia chiomata era riuscita opera d'arte troppo bella, troppo perfetta, perché non si tentasse ogni mezzo disperato per montarla sulla calva e deforme testa del dio. Le due grandi abrasioni nelle regioni temporali rappresentano a mio avviso il tentativo disperato per incastrare la parrucca sul marmo; fallito anche quest'ultimo espediente, si rinchiusero e si pareggiarono le due vaste piaghe con impasto durissimo a polvere marmorea.

Il grave errore in cui era incorso il bronziere apre l'adito ad un'altra domanda, se bronziere e scultore fossero due artisti distinti, forse abitanti in paesi discosti, l'uno nella Grecia propria, l'altro nella Grecia italica. Si accetti l'una o l'altra soluzione, certo è, che essendo risultata la parrucca eccellente opera d'arte, essa venne conservata tra gli anathemata del santuario, e deposta nel thesauro del dio. Alla copertura, poi, della testa si sarà provveduto con una calotta in rame sbalzato forse dorato, o d'argento, né escluderei persino la possibilità di una d'oro laminato, naturalmente scomparsa nel sacco del tempio. Dopo la fatta esperienza, ed anche per ragioni statiche e di peso, essa sarebbe stata confezionata in una materia infinitamente più leggiera ed anche un po' flessibile.

A giustificazione pratica di questa mia congettura adduco un esempio, che panni calzante. Ad imagini o statue venerate o credute miracolose, della Vergine o di Santi del culto cristiano si presentarono, nei secoli, offerte disparatissime, che finivano per formare, come nell'antichità, dei piccoli musei.

Ad esempio, il tesoro di S. Agata a Catania racchiude ricche corone di epoche disparatissime, che vanno da quella che vuoi si offerta da Riccardo Cuor di Leone (ma è leggenda) fino ad altre pur preziose del secolo XVII.

Io non vedo ragione alcuna per escludere che egualmente si praticasse nell'antichità — la mente umana in queste manifestazioni religiose è stata sempre la stessa — e che il venerato idolo di Apollo Aleo possedesse forse varie parrucche offerte dai devoti, al modo stesso che nei thesauri si serbarono diecine di corone di lauro, talora di metalli preziosi.



Il simulacro di Apollo (l'artista e l'epoca).

Dopo l'analisi delle singole parti dell'idolo è ora di procedere alla sintesi, cercando stabilire la forma, l'aspetto, l'atteggiamento, per procedere poi all'altra indagine più delicata sullo stile e l'età della statua, infine a quella, forse insolubile, del suo autore.

A me non parve dubbio sin da principio che la testa di Ciro fosse virile; malgrado la scuoiatura e l'estirpazione degli occhi, dal martoriato volto sempre traspariva un'aria maschia e vigorosa. Eppure non pochi giovani archeologi tedeschi, ai quali la mostrai, in sulle prime la giudicarono muliebre; di eguale avviso furono in seguito altri più maturi; taluni rimasero perplessi; pochi si pronunciarono risolutamente per l'altro sesso 1 .

Non ebbi a stupire di tali divergenze e delle incertezze, trattandosi di una testa isolata e per giunta così martoriata; i parteggianti per la femminilità propendevano, specialmente prima del restauro della calotta, per un'Atena elmata; chi scorra il prezioso materiale ammannito da W. Amelung nel citato studio Athena des Phidias può in qualche guisa rendersi ragione dell'equivoco in cui anche valorosi archeologi erano



1 La ritennero muliebre Rumpf e Langlotz; W. Amelung, dopo molte esitanze, si arrese alla mascolinità, e lo decisero i piedi, per nulla muliebri. Il dott. Mustilli vide in essa un'Atena. La giudicarono senz'altro virile gli scultori Dnzzi e Campini, gli archeologi Lehmann-Hartleben e von Duhn. Trascuro il parere di vari altri.

caduti. Siamo, infatti, in un momento artistico in cui la sessualità di altre teste anche celebri apparve dubbia 1.



Ma oggi ogni incertezza è caduta; circostanze intrinseche ed estrinseche stanno a dimostrare luminosamente come l'acrolito di Ciro fosse un'imagine di Apollo Aleo, e costituisce l'sfctùv Xa-osLz; del tanto ricercato santuario omonimo. Esso si erge solenne nella sua matura bellezza, di (ìouTiai; àx.sp<7s;<.òp.y)<; 'àttò'XXov, giovane fatto, tzcJ.^ o -/.ih 'tq'Xixwìv "oO; dall'intensa raccolta chioma, coll'acconciatura, cioè, puramente atletica, nella quale si è voluto vedere la foggia cosiddetta del krobylos2. Siffatta maniera, a prescindere dai xoijpo'. più arcaici si ha in tutta una lunga sequela di statue delle scuole così peloponnesiache come ionio-attiche; tra le prime nell'Apollo di Piombino, nella statua dello Ptoì'on (Atene) in quello di Olimpia (460), in un nuovo bronzetto di Tegea («American Journal Ardi. », 1929, pag. 41 e seg.) dalle membra quadrate, dal mento tondo e poderoso. Si affermano tosto appartenenti all'Attica la simpatica testa dell'Efebo biondo dell'Acropoli, l'Apollo all'Omphalos di Atene ed il Choiseul Gouffier di Londra, quasi gemello (460) nonché quello del Teatro di Qioniso, e di Palazzo Vecchio di Firenze. Abbiamo in queste statue lo sviluppo di nuove conoscenze anatomiche pur con persistenze vecchie. Il giovinetto di Stefano, allievo di Prassi tele, col suo corpo femmineo ed elegante, è pur sempre la traduzione adattata di un originale di bronzo del 470. E di alquanto ancora potrebbesi arricchire questo arido elenco. Il motivo della treccia girata, nato forse nel secolo VI in un ambiente ionico, ebbe for­tuna presso l'elegante gioventù atletica del secolo V fino ai tempi di Fidia ; e si estese ad altre scuole e dai soggetti efebici a quelli apollinei, risolvendosi nella chioma inanellata. Eleganze femminee ioniche, in contrapposto alle austere chiome crespe e corte di Mirone e Policleto, per rinascere dopo alcuni secoli, in sullo spegnersi dell'arte greca, colla scuola prassitelica, prima che sorga la forte scultura romana col suo carattere storico (narrativo) e col suo ritratto.

La sua ricostruzione ideale, di cui ho voluto anche dare un tentativo grafico azzardatissimo (fig. 109 e no), si appoggia a qualche rara rappresentazione statuaria ed avrebbe dovuto tener conto delle statuine in oro, argento e bronzo della stipe sacra; se non che esse, anziché portar lume ed agevolare il tentativo di ricostruzione,



1 Anche gli efebi del secondo quarto del V secolo a. C. hanno sovente aspetto muliebre, e quando si tratta di teste isolate sorge talvolta il dubbio. È notorio come la testa bolognese della celebre Lemma fu ritenuta dal Brizio e da altri per virile. Veggasi per questa specie di promiscuità delle teste le sentiate osservazioni di Anti, // nuovo bronzo di Pompei in « De­dalo » (1929, pag. 79) ; di G. E. Rizzo, Copie romane della statua di bronzo scoperta a Pompei (pag. 24 dell'estratto) ; e di W. Amelung, in « Jahrbuch » (1927, pag. 147), a proposito del nuovo efebo di Pompei.

F. Studniczka, Krobylos undTettiges, ih « Jahrbuch » (1896, pag. 248-291); R. Steininohr, Haartraclil nnd Haarschmuck, in Pauly-Wissowa, R. E., VII (1912), pag. 2109 e seg., dove è raccolta l'abbondante letteratura in argomento.



complicano più che mai la questione; bisognerà in ogni caso usarle con circospezione, essendo una sola panneggiata e le altre nude, e di età alquanto disparata fra di loro.

Acrolito implica panneggio ; e che l'idolo di Ciro fosse ampiamente panneggiato chiaro risulta dalla brevità dei nudi a vista, marmorei ; dal pozzetto del collo alla caviglia scendeva un ampio chitone che lasciava libere soltanto le bellissime estremità.

Siamo, col nostro simulacro, in piena età di transizione all'arte sviluppata e grandiosa del ciclo fidiaco. I vecchi Apollinei o x.oupot arcaici si protendono ben addentro nel secolo V, ma le loro forme si sciolgono dalle durezze primitive, le carni si ammorbidiscono, diventano più e più flessuose ed i volti assumono bellezza e ricerca­tezza femminea. La pittura vascolare ci offre Apollo liricine coperto di chitone e mantello, e quando non sia in funzione di liricine, col mantello a sciarpa sulle spalle o sulle braccia, cioè seminudo; l'Apollo di Olimpia è un grande caposaldo nella storia dell'evoluzione plastica del dio. Ma a Ciro Apollo è àpx.7)ysT7ic;, non portava lira, ma arco e forse patera, e come tale, si dura fatica a concepirlo panneggiato. Di qual natura fosse tale panneggio ecco il mistero, ecco il grave dubbio. Per un corto vestito parla il prezioso idoletto aureo.

Eppure esso ha un lontano, forse lontanissimo precedente in uno strano ed assai discusso simulacro, l'Apollo di Amicle, visto e minuziosamente descritto da Pausania (III, 18, 9); un colossale xóanon di legno e rame, forse del secolo Vili,'almeno del VII, a cui Baticle di Magnesia adattò un trono complementare nel secolo V. Il simulacro in rame laminato era coperto di elmo ed armato di lancia ed arco; volto, mani e piedi dovettero essere di legno.

Nella rigida e monotona tradizione dell'Apollo efebo, durata per oltre due secoli, l'Apollo di Amicle è un'anomalia così nell'arte come nel pensiero religioso che la inspirò. E un secolo che gli archeologi hanno messo a dura prova ingegno e dottrina per ricostruire graficamente il simulacro ed il trono del dio, unicamente tramandatici dalla descrizione di Pausania; ma l'uno demoliva la concezione del precedente per sostituirla colla propria. Senza entrare nella spinosa e dibattuta indagine, questo a me preme rilevare : che l'Apollo di Amicle rimane documento unico ed isolato di un tipo arcaicissimo, armato e vestito, il quale non trova seguito. Da Amicle a Ciro intercede una distanza di tempo e di luogo molto sensibile, eppure sembra che un misterioso tenue filo colleghi i due simulacri e le due concezioni

Un dotto archeologo, di cui l'Italia rimpiange oggi ancora la perdita prematura, in uno di quei penetranti studi che erano la sua caratteristica, a proposito dell'Apollo del Pythion di Gortyna ha analizzato " il tipo plastico del divin suonatore, indagandone le origini ed arrivando alla conclusione che il simulacro di quel santuario era una « nobile figura in cui armonizzavano in novella guisa le bellezze dello stile nuovo colle forme fisse della tradizione ». Se l'Apollo di Gortyna, che ha assunto forme e vesti muliebri e risale alla seconda metà del secolo V, si collega con altri tipi statuari un po' più vecchi, nei quali sono più evidenti le impronte della tradizione arcaica, accarezzo l'idea che anche quello di Ciro rappresentasse una forma di transizione tra l'arte arcaica e la nuova, non solo, ma (e qui sta il lato più delicato) un compromesso fra l'iconologia dell'Apollo armato e di quello liricine. Ed in ciò appunto consisterebbe la sua peculiarità, la sua eccezionale importanza.

Attesa l'accentuata torsione delle caviglie è nato in me ed in altri qualche dubbio che l'Apollo di Ciro fosse seduto, richiamandosi al magnifico Apollo citaredo del Vaticano 3

Fig. 109. Ricostruzione ideale dell'idolo.

Fig. 110 Altra ricostruzione ideale dell'idolo.



1 Da tenere in maggior conto i tentativi di Furtwàngler e di Fiechter, Amyklae, in « Jahrbuch » (1918, pag. 107 e seg.) ; soprattutto di quest'ultimo, che esplorò palmo a palmo la vetta del colle in cui sorgeva il santuario, raccogliendo le minime briciole superstiti di esso; lavoro di diligenza, dottrina, e perspicacia, ma che, quanto alla forma precisa dell'idolo, non ci ha fatto progredire molto.

"- L. Savignont, Apollon Pythios, in « Ausonia » (II, 1907, pag. 16-66).

s W. Amrlung, Skulpturen d. Valican. Museums (voi. II, pag. 395). Eccellente riproduzione nel Savignoni {op. di., fig. 28).



cosi pieno di reminiscenze arcaiche e nel volto e nel panneggio ; ma tutto calcolato, e tenuto contò in particolare dell'orma plantare dei piedi, tale congettura va respinta.

Eppure nella ricostruzione congetturale del simulacro a Ciro, ci soccorre un'altra statua vaticana panneggiata (Savignoni, fig. 27; priva dei restauri) col chitone talare aderente alle carni e quasi diafano, tanto da poterne accertare il sesso, altrimenti incerto, attorno al quale il Savignoni ne richiama pochi altri di collezioni diverse 1, mi­rando poscia a dimostrare che l'origine del tipo citaredo va rintracciato « nella cerchia dell'arte ionica, alla quale ben si addice la moda, più o meno variata, di quell'abbigliamento, che è piuttosto orientale e femminesco >> (op. cit., pag. 55).

I piedi calzati di Ciro indicano, senza dubbio, una statua panneggiata, non nuda. Conosciamo, come ho detto, una ristretta serie di statue panneggiate, risalenti al se­colo V, ma tutte nella epiklesis di Apollo Pitio. Io non vedo una ragione assoluta che vieti di credere, che tale foggia sia stata adottata da altre manifestazioni, da altri-aspetti del dio multiforme, e variamente espresso nell'arte.

A Ciro, Apollo è venerato come dio del mare (AsXopcvio;, EùauzAo;), il dio della buòna navigazione, che come tale presiede alle spedizioni coloniali venute d'oltremare : donde i molteplici epiteti di àoynyé-r,;, owigt^;, jtTicrnJ;, ecc. L'epiteto di AeXcptvio; s'involge e si confonde colla credenza che l'Apollo delfico, oracolo, avesse non poca influenza nelle primavere sacre, transitanti il mare in cerca di nuove sedi. Nelle direi infinite epiklesi del dio quella di 'AXato; appare un'unica volta (Licofrone, Lis.% 920) in rapporto appunto alla fondazione del nostro santuario 2. Ma stabilita la colonia ed il tempio commemorativo della felicemente compiuta navigazione, è lecito ritenere che il dio, oltre che nel culto specifico di fondatore, fosse venerato sotto altri e svariati suoi aspetti. Egli fu in origine il dio del mare che guida i coloni; come la chiesetta sorta nel tardo medioevo sulla collina a circa due chilometri dal tempio si intitolò Ma­donna del Mare; ma tanto la divinità pagana, che quella cristiana, ebbero in seguito culto più lato come benefattrici, soccorritrici non della sola gente di mare, ma dell'in­dividuo singolo, di tale collettività, come anche della rcóXi;, città o stato.

Poche divinità invero del mondo antico ebbero aspetti così polimorfi, come Apollo ; in lui l'epiteto di AsXipivto; nella ipostasi di Arion e di Phalaulos, sembra coprire una divinità presiedente e tutelatrice alle navigazioni, di probabile origine calcidese, la quale s'intreccia e si confonde colla leggenda e la pratica tradizionale di interpellare prima l'oracolo delfico, quante volte si imprendevano lunghe navigazioni coloniali; donde, altresì, la possibilità di confondere l'Apollo Delphinios con l'Apollo Pythios 3.



1 Eloquentissima la statua acefala della Ny Carlsberg Glyptotek, Kopenhagen, 1907, tav. V, 63.

"' Anche Atena ebbe l'epiteto di Alea e molto si è discusso fra gli studiosi dell'origine di esso. Vorgriech. Ortsnamen, pag.51, ed i più recenti dibattiti in «Journal helstud. » (LI, 1931, pag. 176).

3 In questa polimorfia complessa ed astrusa veggasi in particolare la lunga indagine di Wernicke in Paoly-Wissowa, R. E., s. v. Apollon, III, Halbband (pag. 7, 47 e seg.), ed anche A. Furtwànglkr, in Roscher, Lexikon, s. v. Apollon (I, pag. 438-441).



Dopo tutto ciò : un complesso di ragioni mitologiche ed artistiche. consentono, un tentativo di ricostruzione dell'idolo di Ciro, come un bello e vigoroso dio dall'aspetto giovanile,'alto poco più di '2 metri, solennemente eretto nella posa ancora un po' arcaica; gravitante sulla gamba destra, la opposta un po' scostata e arretrata in riposo esso vestiva panni reali, flessibili, di preziosa stoffa, consistenti in un chitone talare, al quale non sappiamo bene se si aggiungesse una clamide. Nella sinistra il dio reggeva l'arco e nella destra aperta e protesa in atto di benevola protezione, teneva forse una patera-metallica; peraltro ciò può essere controverso. : ,

Ma la testa in special modo darà argomento a vivaci discussioni non già sul sesso (la questione è risolta) ma sullo stile, l'età e l'autore.

L'aspetto di essa, checché si affermi in contrario, non è a prima vista gradevole, e lascia l'osservatore sereno e spregiudicato, piuttosto freddo. Ho detto le ragioni di tale, non-favorevole impressione; ma avviene una profonda metamorfosi ove alla testa si aggiungano i suoi elementi complementari. Siamo davanti ad un originale greco, nato fra 470 e 460, ma tutto ciò non ci deve traviare nel giudizio sereno; non manca infatti qualche deficienza, non voglio ancor dire qualche menda. Io ho sentito archeologi .consumati nell'arte, ed anche archeologi greci (Philadelpheus, Milonas) dichiarare, che'se l'opera è un originale, non deriva da uno scalpello metropolitano, ma da uno italiota; mancano quei tocchi delicati, quelle impercettibili finezze e sfumature che a colpo d'occhio rivelano Io scalpello greco della grande patria ; la nostra testa è fredda, muta,1 enigmatica, nella sua ieratica concentrazione, ma riprenderà : quel flusso di vita e di espressione che incomincia ad alitare anche nei tardi prefidiaci, appena noi l'avremo integrata coi suoi complementi.

'.' Anche strutturalmente la testa di Ciro non ha la bella euritmica rotonda di quelle antiche della metà del V secolo; è romboidale, se vista in profilo, stretta, lunga ed alta, più brachicefala che dolicocefala, con fronte alta ed un po'scappante di sopra insomma si direbbe un tipo di testa non selezionata; ma ogni giudizio antropologico cade, dovendosi giudicare l'effetto di essa non come è oggi, ma come era coi suoi mascheramenti

Nei musei vi sono varie diecine di teste della metà del secolo V o di poco precedenti tale epoca, da avvicinare sotto qualche rispetto alla nostra. Ma io limiterò le mie comparazioni a quei pochi pezzi nei quali è più evidente la parentela.E cominciamo con'quelladella Galleria Geografica del Vaticano 1 che per brevità chiamerò lo Zuccone. Non è chinon veda, tenendo 'davanti l'ottima riproduzione a tav. XXIII, come essa colpisca, per affinità formali, strutturali ed. un po' anche di espressione colla nostra. Risparmiandomi, una descrizione, più volte fatta, non posso non richiamare



l ' W.:Helbig,' -Filh'rer {i" Auil., voi. I, n.'4do) ; -Brunn-Brukmann, Denkmàkler griech. urici ròm. Skulptur, tav. 501 (testo Bulle e Aknat) ; E. Langlotz, Fruii, griech. Bìldhauer Schulen, tav. 92, che l'attribuisce a Pitagora.



l'attenzione sulla identità di conformazione dello zoccolo d'innesto, nonché del profilo e della sagoma craniale, salvo una minore prominenza occipitale; anche qui la capsula plumbea avvolge il bulbo oculare; meno numerosi sono i fori frontali per rissare la copertura metallica, che dovette essere un elmo, perché i lobi delle orecchie forati, per ricevere pendenti sembrano indicare un'Atena. Ma la testa vaticana pare sia stata sottoposta ad un meno accurato lavoro di rifinitura della calabrese, nella quale se è scarsa l'espressione, in quella vaticana, malgrado essa sia più viva per la presenza degli occhi, è quasi nulla, anzi si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un ebete. Donde venga lo Zuccone non consta, ma io sospetto dalla Magna Grecia. Quanto allo stile ed alla scuola si sono pronunziati giudizi disparati, ai quali siamo ormai abituati. A ragione la si è assegnata al secondo quarto del V secolo a. C. ; e ad un acrolito di Atena; si affermò che non è uscita da uno scalpello « ersten Ranges » ; vi si è veduta una emanazione della scuola di Kritios e Nisioles, ed un richiamo ai tipi delle teste selinuntine più recenti, nel quale giudizio, se ed in quanto si possa convenire, si vedrà in seguito.

Come terza, occupando accanto ad esse un posto nobilissimo, viene la testa in bronzo di Chatsworth, che pare rinvenuta a Salamina di Cipro, per quanto non d'arte cipriota, e che nella interezza delle sue parti, nella mancanza di mutilazioni, meno gli occhi, nella sua reale bellezza artistica, supera le compagne. Non la descrivo perché se ne è parlato da uomini eminenti 1; ma il senso profondo, intenso, di vita e di altez­zosa signorilità che spira da questa possente ed elegante figura, a cui si aggiungono le ricercate finezze di una chioma in tante parti analoga a quella di Ciro, malgrado gli spenti lumi, il nodo frontale comune a quella di Ciro, non lasciali dubbio s'abbia nell'una e nell'altra a ravvisare un simulacro del (j&u~o:i; ùv.zpaiv»ó<j;r\^ 'A~óWo*i. Datandola intorno al 460, fu accostata ai Tirannicidi, alle scolture di Olimpia, all'Apollo di Cassel e ad altre opere di questo ciclo, rimanendo il Furtwàngler esitante fra Pita-gora e Mirone, pur propendendo per quest'ultimo; in ogni caso un artista in contrasto alla scuola argiva (tav.XXIV).

Alla triade fondamentale sulla quale mi sono soffermato, ed a cui ritorneremo, altre teste si accostano, ma esse emanano da un momento un. po' più progredito, e cioè dal ciclo fidiaco, e potrei non tenerne conto e sorpassarle; giova però averle almeno per un istante presenti, per alcune note fondamentali comuni *-, discendenti da formulari più antichi.

Ormai parmi non cada dubbio sull'età cui assegnare la testa di Ciro; ma molto si può discutere, e certamente si discuterà ancora, sull'indirizzo artistico e la scuola cui essa è informata; non dico poi sul nome del suo misterioso autore. Alessandro Della Seta, l'unico cui ho consentito di darne una riproduzione riuscita degna dell'originale, in un'opera che decanta i fasti artistici di nostra stirpe 2 , dopo aver a lungo meditato sul marmo ha sciolto un inno all'altera bellezza di questa testa, non quale essa è nella sua massa marmorea, ma quale essa era colla scintillante chioma, cogli occhi vividi di smalti o metalli, che le imprimevano vita e fascino. Però anch'egli ha convenuto che vi manca il delicato profumo dei marmi veramente ellenici. E dunque una scoltura italiota, e se tale è il consenso comune, nulla di più naturale spunti sulle labbra il miraggio di Pitagora, al quale sembrano non disconvenire età e stile dell'acrolito di Ciro .



1 Stanno sempre in prima linea le teste esumate dali'A.MELUNG nel fondamentale e più volte citato studio Al/iena des Pkìdìas, in « Osterr. Jahreshefte » (XI, 1908, pag. 169 e seg.). A quella serie lo stesso A. ha ora aggiunto un'altra testa della cui sorte nulla si sa, essendoci pervenute soltanto delle fotografie dal lascito Hartwig, Zum Kopftypus der Athena Siedici, in «Róm. Mitt. » (1925, pag. 138, tav. IX e X). Sempre l'Amelung ha scoperto nei magazzini va­ticani un frammento di testa di Atena di metà del secolo V da un originale in bronzo ; l'elmo dovette pure essere in bronzo (« Jahrbuch », 1922, pag. 127-129, fig. 12) ; l'opera è di espressione possente malgrado la mulilazione. Quasi intatta è invece la testa eginetica del Louvre (Lan-glotz, op. cit., tav. 56), che nello zoccolo fa anch'essa presentire un acrolito; dovette avere un elmo metallico, richiesto dai fori sulle tempie, mentre quelli dei lobi delle orecchie accen­nano a pendagli (aurei?). Una devastatissima testa, che fu certo assai bella,, ed ha il pregio dell'accertata origine dalle rovine di Efeso, viene ora divulgata dal Libertini, Athena d'Ilfeso, in « Róm. Mitt.» (1925, pag. 125 e seg.). È più grande del vero e venne attribuita dall'editore al ciclo fidiaco; ma non sfuggono taluni particolari comuni alla nostra triade; a prescindere dalle occhiaie cristalline o metalliche, dal complemento dell'elmo metallico, dalle falde di ric­cioli sulle gole, si ha nella struttura dell'occhio ancora un non so che di arcaico, vi hanno gli ingrossamenti dei margini delle palpebre e la tipica prominenza del labbro superiore in con­fronto al sottostante (Zuccone vaticano). Il Libertini, come il Langlotz per la testa di Chatsworth, pensano ad una importazione di tali opere dall'Attica in Asia. Ma io chiedo perché esse non possano esser nate nell'Asia stessa.

2 A. Della Seta, Italia antica, 2a ediz., Bergamo, 1928, pag. 152, fig. 156.

3 La bibliografia s'intreccia in parte con quella lunga e complicata riflettente l'Auriga di Delfi. Ne richiamiamo qui gli scritti più autorevoli:

H. Lechat, Pythagoras de Rhegion, Lyon-Paris, 1905; Osk. Waldhauer, Pitagora da Reg­gio (in russo), Pietrogrado, 1915 (si dice sia in corso uria nuova edizione tedesca) ; A. Furtwàng-ltck, IWeisterpieces of greck sculpture, London, 1895: (Pitagora e Calami trattarono tipi muliebri nel tipo della Hestia Giustiniani e delle Ercolanesi), pag. 24; a pag. 171 adduce una serie di teste efebiche, «le uniche che sembrano potersi mettere in rapporto con Pitagora»; Ch. Waldstein, Essays oti thè ari of Phidias, Cambrige, 1885 ; Th. Homolle, L'aurige de Delphes in < Moinim. Pist. », Paris, 1898, t. IV, pag. 169 e seg. ; E. Petersen, in « Abhandl. Ack. Wissensch. », Phil. Hist. Kl., Gòttingen, XVI, 1917, ti. 5 ; Fr. Von Duhn, Zum Wagenlenker von Delphi, in « Athen. Mitt. », XXXI, 1926, pag. 421-429, articolo capitale. Il dedicante dell'Auriga sarebbe Anassita, premorto al­l'inaugurazione, poi assunto da Polizeto, cambiando la dedica; Id., Cenni sull'arte reggino-locrese, in «Ausonia ». Vili, 191:3, pag. 35-44; E. Langlotz, Frahgriech. Bildhauer-Schiilen., Niirnberg., 1927, pag. 1S7 seg. ; Osk. Waldhauer, Die ant. Skulpturen der Ermitage, pag. 147 e seg. — In­fine tutti i trattati di scoltura greca toccano più o meno diffusamente di Pitagora e dell'Auriga.



1 Al Furtwàngler si aggiunga ora il Langlotz {op. rii., tav. 12, ottima), pag. 166-167; veggasi altresì la Strong-Sellers, op. ci/., che riassume i vari dissensi. Anche la nostra Alda Levi, Scultura greca e romana del palazzo ducale di Mantova (Roma, 1931), è intervenuta indi­rettamente nel dibattito a proposito dell'Apollo mantovano il cui originale dovette essere una statua di bronzo di Apollo Lincine uscita da officina argiva o corinzia intorno al 460 a. C. Altre copie da un ceppo comune con l'arco ed il turcasso attenuano i caratteri arcaici (Apollo di Olimpia, il Mazzarino, il torso di Dresda, Ny-Carlsberg, la testa Barberini ed altri). Per noi ha soprattutto valore la chioma attorta tutt'attorno alla calotta craniale, la struttura delle fet­tucce rigate, e le trecce inanellate lungo il collo, di più la ponderazione sulla gamba sinistra.



Attorno a questo nome misterioso e pur fosforescente attraverso la nebbia che ancora lo avvolge, si agita da tempo un travaglio spirituale per cogliere una buona volta le note specifiche di un artista, che se pur non rifulse come astro di prima grandezza, fu certo tra i più luminosi della fase di transizione che precedette e precorse Fidia. Pitagora pare svolgesse la sua precipua attività nella Magna Grecia di SO e nella Sicilia orientale. Ma, mentre conosciamo un patrimonio cospicuo di terrecotte del Bruzio (soprattutto di Locri e di Medma) ed un po' meno della Lucania, nelle quali si è inclini a vedere un riflesso dell'arte di Pitagora, nulla conosciamo di grandi bronzi plastici e troppo poco di marmi del secolo V. È confortevole che negli ultimi anni siasi affermata una corrente di studiosi, tendente a scrutare l'arte plastica e le scuole (se di vere scuole è il caso di parlare) della Magna Grecia, rivendicando a questa nobile terra anche talune opere d'arte ad essa sottratte sin dall'antichità. Tenta­tivi assai lodevoli, ma non ancora approdati a risultati concreti, e se mai per ora limi­tati all'industria dei piccoli bronzi, che in Tarante avrebbe avuto una fioritura speciale. Ma per ciò che riguarda la grande plastica si naviga ancora nel buio, troppo scarso es­sendo il materiale ricuperato, controverso quello marmoreo e coroplastico di Locri, l'unico centro esplorato abbastanza a fondo, ma non tanto che esso non celi ancora inattesi tesori. Si direbbe che in varie parti della Magna Grecia si senta quasi latente Pitagora, non pur riuscendo ancora a coglierlo vivo e parlante in una delle sue opere. Gli è anche perciò che la personalità artistica di Pitagora di Reggio, sani io d'origine, rimane pur sempre avvolta nell'oscurità. Personalità spiccata e decantata, secondo le fonti, non possediamo di quest'autore una sola opera accertata e di sicura paternità, che ne riveli le caratteristiche e le peculiarità dello stile. Parecchio si è scritto intorno a questa individualità artistica, ma io faccio mio senz'altro il pensiero di H. Lechat, il suo più completo, più dotto e prudente, più limpido e sincero biografo: che nulla noi conosciamo di positivo di Pitagora, intorno al quale « les hypothèses tì.en-nent forcément la plus grande piace ». Senza dubbio egli fu uno spirito nuovo, che con pochi altri eletti del periodo di transizione la rompe coi canoni del rigidismo e della tradizione arcaica preparando lentamente nuove forme; sono con lui, o di poco posteriori, Mirone e Calamide, triade gloriosa di scultori e di bronzieri novatori.

Eppure possediamo l'elenco di 22 opere sue, di cui 9 atletiche; sappiamo che operò fra i limiti estremi dal 490 a 440; egli « primus nervos et venas expressit, ca-pillumque diligentius » (Plinio, //. yV., 34-59); di lui si decantava il puSf/.d; e la cruiy.^.s-Tpi«, espressioni variamente intese dai critici; egli, come Mirone, anzi precorrendolo, fu un istantaneista delle mosse ardite e fulminee dei corpi atletici, ma seppe altresì produrre un celebratissimo Filottete claudicante, un'Europa sul toro, un Perseo, un Eteocle e Polinice, cioè opere di più vasta concezione.

Di un Apollo acrolito non parlano le fonti, né, a tutta prima essa sembra rispondere al suo spirito di novatore e di movimento; né si vede come simmetria e ritmo

possano essere stati applicati ad una siffatta statua. Ma quanto le fonti sieno incomplete, e quante opere sieno sfuggite anche agli antichi scrittori d'arte, non è mestieri io dica. Piuttosto si osservi che nei mirabili piedi e nella monca mano di Ciro manca l'espressione di vene e nervi, che invece sono accentuati nell'auriga di Delfi, non ultima delle ragioni per cui da parecchi esso venne attribuito a Pitagora. Tutto ciò non decide ancora la possibilità, che il nostro acrolito derivi da Pitagora.

Pitagora fu certo un bronziere, che in tale materia si dichiara dalle fonti fossero foggiate molte delle sue opere. La parrucca di Ciro, sebbene ancor piena di remini­scenze arcaiche, è ammodernata ed affinata, né disconviene all'età di transizione in cui Pitagora visse ed operò. Se l'Apollo di Ciro fosse stato citaredo, avremmo potuto avvicinarlo al citaredo Eleone tebano, di cui fa menzione Plinio (34, 59); esso sarà stato drappeggiato, come dovette essere la statua di Ciro; donde consegue che anche Pitagora trattò siffatta foggia di vestiario.

L'arte di Pitagora ha le caratteristiche generali di quella di transizione; ma egli non avrebbe raggiunta la fama di cui godette nell'antichità, se non fosse stato un no-vatore; rompendola colla secolare tradizione di rigidità e di frontalità, introdusse formule nuove; anatomista perfetto, egli mosse ed agitò i corpi, con azioni talvolta vio­lente ed ardite. In questo, e nel cogliere l'attimo fuggente, egli è mironiano, ed opere dei due maestri vengono talvolta scambiate nelle attribuzioni. Ma in realtà egli è un precursore di Mirone, precedendolo alquanto in ordine di tempo.

Se questo fu il temperamento artistico di Pitagora non deve però sorprendere che nell'elenco delle sue opere non sia ricordato anche un acrolito; l'elenco non è cer­tamente completo, e di lui non possediamo una vita ma dei brani staccati di ricordi artistici, non sempre concordanti e talvolta oscuri. Non vi è quindi fondata ragione per ritenere che uno scultore del movimento non abbia anche trattato soggetti ieratici, per la loro indole, in pose rigide immote e solenni. Il grande Fidia informi.

Ed allora a quale mezzo ricorreremo per trovare la paternità del nostro simulacro? E gran ventura che la sua testa ci sia pervenuta intatta e completa. Essa si ran­noda con un gruppo di opere derivanti dal secondo quarto del secolo V a. C, come l'Apollo Choiseul-Gouffìer, l'Apollo di Cassel, il giovanetto di Stefano ed altri, nei quali a taluno parve vedere tipi pitagorici 1 ; ma tale tesi fu combattuta, come l'assegnazione a lui dell'Eros Soranzo di Leningrado.

Gli è che effettivamente su Pitagora domina sempre un'oscurità completa, mancando una sola opera certa di lui donde la disparità, talvolta profonda, nei giudizi. Io pianto il mio esame e la possibilità di un'attribuzione a Pitagora, sulle tre teste di Ciro, Vaticano e Chatsworth ; e se vi sono delle sfumature, delle divergenze, esse non sono tali da intaccare l'unità, l'essenza e la sostanza strutturale di



1 Cti. Waldstuin, Essciys on thè ari of Phidias, pag. 323.



questa triade, che sembra emanare da uno stesso artista sebbene in momenti diversi. So bene che anche la mia è una congettura, ancora lontana dalla certezza, ma quante congetture più o meno argute e pur caduche non si sono espresse sui maestri del periodo di transizione e sullo stesso grande Fidia? Lo scetticismo ed il posi­tivismo moderno, non ha precluso l'adito, in fatto di critica artistica, alle più sbrigliate fantasie.

Le nostre tre teste formano una unità stilistica e cronologica, scendendo dal prin­cipio alla fine del secondo quarto del V secolo a. C. Siamo nel periodo postpersiano di transizione dall'arte arcaica a quella libera che raggiungerà la sua ày.y.'h, il suo apice, col genio novatore di Fidia. In Grecia è un convulso agitarsi, anche incrociarsi, di scuole e di artisti, favorito altresì dal rinnoveiìato spirito religioso per le conseguite vittorie sulla barbarie; e per le condizioni economiche di stati e città anche piccoli, questo movimento si afferma in una grande gara edilizia ed artistica per rifare più belli i templi, per adornarli di sculture insigni. Atene che aveva tenuta l'egemonia politico-militare nella lunga ed aspra lotta nazionale, sta alla testa di questo rinnovamento, e ad essa convergono d'ogni dove artisti, compresi gli Ioni dell'Asia; ma in pari tempo si viene determinando, con caratteri propri, una corrente attica, mentre anche altrove sorgono santuari che alimentano altre scuole, e più e più si afferma la corrente peloponnesiaca, la quale più tardi avrà in Policleto il suo illustre capo. Ora fra questi artisti e queste scuole vi sono talvolta incroci ed interferenze, anche per il fatto che taluni degli artisti, forse perché chiamati, o per necessità economiche, si spostavano a grande distanza; così è per Pitagora, le cui commissioni vanno da Leontini a Ta-ranto, da Cirene a Locri. E nel muoversi, nello spostarsi, essi avevano modo di molto vedere, molto apprendere e parecchio copiare, perfezionando la propria arte, e pur mantenendo la tendenza fondamentale, dando ad essa una nota di individualità; così, parmi intravvedere, deve esser stato per Pitagora, che solo nella sua fase definitiva avrà preso stanza a Rhegium '. Anch'egli subì le esigenze di una moda diffusa nel secondo quarto del V secolo a. C. sino a Fidia, di integrare le teste degli aeroliti in particolare, ma forse anche di statue marmoree complete (Egina) con coperture (elmi, chiome) ed altri accessori (orecchini) in lucente metallo.

1 Ricostruire, sia pure per grandi linee, una vita di Pitagora, è sforzo vano. Il von Duhn (cfr. bibliografia, op. cit., pag. 428), inclina a credere che Pitagora sia sbarcato a Locri verso il 493 (Erodoto, VI, 23), con quella turba di profughi samii che si rifugiarono colà alla vigilia della prima guerra persiana; episodio storicamente ancora parecchio oscuro. Egli, così opina il von Duhn, sarebbe stato accolto alla corte di Anassita, morto nel 476; ma noi abbiamo dai papiri di Ossirinco la notizia che Pitagora lavorava ancora nel 448; la sua attività sarebbe stata, dunque, alquanto lunga.

Se così è, si domanda in quale tempo sarebbero avvenute le lunghe .sue peregrinazioni artistiche. Verosimilmente non prima delle guerre persiane, perché troppo giovane. Non durante esse, per i torbidi che sconvolsero tutta l'Ellade: preferibilmente dopo. In ogni caso si rimane molto perplessi circa la data del suo arrivo in Italia.

Sulle tre teste, basilari nella nostra inchiesta, si pronunziarono apprezzamenti disparati, in particolare su quella di Ciro, inedita, ma vista e pensosamente meditata da varie personalità illustri della statuaria antica. La testa di Chatsworth, pervenutaci itatta e completa, salvo gli occhi e però in piena efficienza spirituale ed artistica, la si direbbe la più perfetta e forse la più recente della serie; giudizio che potrebbe subire forse qualche modificazione, ove si ponga mente allo stato di mulilazione subito dalle altre due. Restituire, quindi, le teste all'aspetto originario, infondere ad esse novella vita, ritengo sia una condizione indispensabile, prima di esprimere in definitivo un giudizio stilistico su di esse.

Naturalmente, io ho limitato tale ricostruzione alla testa di Ciro, lasciando in di­sparte lo Zuccone vaticano; e ne ho dato l'incarico al prof. Rosario Carta, che sugli ele­menti da me ammannitigli e sotto la mia guida è venuto alla ricostruzione che si è pro­dotta alla hg. 104. Nulla in essa fu inventato, tutto fu condotto sulle parti superstiti del monumento, e per il lauro colla scorta delle monete Leontinesi , per noi preziose. Ma anche con tale risurrezione non è che nel nostro marmo non si abbiano a riconoscere talune manchevolezze; ma ciò che manca, per consenso unanime dì archeologi italiani, greci e tedeschi, è quel sottile profumo di grecita, che la fa ritenere opera magno-greca piuttosto che metropolitana. Alquanto discorde è stato il giudizio dato da un giovane archeologo italiano, che di fronte all'entusiastico inno sciolto a « tanta arte » da A. della Seta, la dichiarò invece « una cosa abbastanza mediocre » ", forse peruna troppo subitanea e superficiale impressione. Ma non invano è venuto lo studio dell'Albizzati sulla testa comense di Selinunte; pur guardandoci dalle affinità troppo generiche, comuni talvolta a scuole ed a cicli disparati, pur tenendo conto del divario cronologico intercedente fra gli esemplari di Ciro e di Corno, panni di rilevare taluni contatti fra esse nel modellato largo e di grandiosità semplicista, nella bocca breve e carnosa, nelle occhiaie vuote; non invece nella chioma, corta, lanosa, crespa a fitte chiocciolette, della testa comasca. L'Albizzati è andato più avanti, indagando certe colleganze fra Selinunte ed Olimpia, ed io ho già espresso in precedenza il mio pensiero sui contatti fra Olimpia e Ciro. È illusione questa parentela, o non trattasi piut-



1 Per le vicende dell'acconciatura e dell'ideale apollineo le monete della calcidese, cioè ionica, Leontini sono un ausilio di primissimo ordine. Gli è perciò che si attende col più in­tenso desiderio la grande opera ad esse dedicata dal dott. Bòhringer, che auguriamo abbia presto a comparire. In difetto di grandi opere plastiche ho attinto dal campo numismatico quel­l'altro delicato gioiello cotanto affratellato ai nostri che è la dramma di Mitilex, di metà se­colo V (K. Regling, Die antiche Manze als Kunstwerk, n. 286) nella quale sembrano rispecchiate le teste leontinesi. La eolica Lesbos era troppo vicina alla possente Ionia per non sentirne gli afflati.

2 Tutti conosciamo l'ingegno, l'intuizione artistica ma altresì la sincerità brutale di taluni giudizi di C. Albizza'H, il quale della testa di Ciro parla in un breve inciso nel suo articolo : Una scultura greco-arcaica, in « Atti Pontif. Accad. Rom. Archeol. », (1924-1925, pag. 321, nota 16), scultura, cioè testa, di origine a quanto pare selinuntina, da richiamare all'Armodio di Critios e Nesiotes, (circa 477 a. C), all'Eracle di Selinunte.



tosto di misteriosi fili intercedenti fra le scuole di transizione della Grecia, e quelle (se pur di scuole sia lecito parlare) siceliote ed italiote? Ad una vera autonomia dell'arte siceliota non ho mai prestato fede, sebbene io non possa negare certe affermazioni, certi aspetti di carattere locale, e limitati, se mai, almeno sin qui, alla sola Se-linunte 1

Forse mi sono indugiato troppo a lungo nell'analisi minuziosa e nell'esegèsi della nostra testa, ma ne valeva ben la spesa per ragioni evidenti. Resta ora che io tenti l'altra indagine ben più difficile, se e come cioè fosse vestito ed atteggiato il nostro idolo, fermo restando che esso non poteva essere, se non un Apollo, non lincine ma arciere.

Un acrolito di Apollo nudo è per tante ragioni da escludere; il taglio dei due piedi al collo reclama infatti una copertura che andasse fino a quella parte della caviglia rimasta ignuda. Fu anche discussa l'eventualità di una statua, sempre però panneggiata, seduta, come la Vaticana (Savignoni, op. cit., fig. 28), e ciò per la sensibile inclinazione di una delle gambe, e per il sollevamento del tallone corrispondente, ma tutto ben calcolato, anche questa soluzione venne esclusa. Ed allora messo fuori que­stione che si tratti di un simulacro in piedi e vestito, l'unica statua che ci porga un'idea dell'impianto e della foggia di vestiario dell'idolo di Ciro rimane l'Apollo vaticano stante (Savignoni, op. cit., fig. 27), che nella sua austera rigidità ed anche nel peplos dorico ha tante reminiscenze arcaiche, le quali aggiungono ad esso solennità e prestigio; questo tipo plastico si sviluppa anche in una statua di Ny Carlsberg -, più mossa, con panneggi lievemente agitati dalla brezza, un po' più avanzata di età, ma che imita fedelmente un prototipo più arcaico. Resta però sempre la pregiudiziale,



1 Di questi rapporti fra Grecia e Sicilia si erano più volte occupati archeologi eminenti della passata generazione. Non sarà fuori proposito conoscere il pensiero anche dei contempo­ranei. E. Buschor, Die Skulptitren des Zeustempel zti Olympia (Marburg, 1924), ripetutamele si è espresso contro la parentela delle sculture di Olimpia e quelle siceliote ed italiote sin qui note. Ma lo rimbecca vivacemente W. Amelung, in un poderoso scritto, pieno di opportune compara­zioni formali e stilistiche, desunte in particolare dalle terrecotte siceliote muliebri a peplos do­rico (convincente quanto mai il parallelismo fra fig. 7-8 ; Olimpia e statua Ludovisi) concludendo precisamente cosi {op. cit., pag\ 196) : « Le statuette del Museo di Siracusa confermano l'in­fluenza dell'arte argiva col tipo delle loro teste e ribadiscono che questa influenza si incrociò e fu intimamente sopraffatta da una forte corrente dello stile ionico. In Sicilia l'indirizzo indi­viduale del maestro di Olimpia, o d'uno strettamente suo congiunto ed operante come forza direttiva, è ben riconoscibile, e lo seguiamo al nord sino in Etruria. Come si spieghi questo fenomeno è per ora un mistero ». Tale l'avviso di un maestro della scultura greca nei suoi lungimiranti Studien gur Kunstgeschichte Unteritalien.s und Siziliens, in « Ròm. Mitt. » (IX, 1925, pag. 187 e seg.), nei quali è ripresa e corroborata di nuovi argomenti una vecchia tesi di H. Brunii e di A. Furtwangler.

3 Ny Carlsberg Glyptotek (Copenhagen, 1907, n.63); La glyptotèque Ny Carlsberg (ediz. Brackmann, tav. XXXIII).



che codeste statue riproducono un Apollo lincine, per'le quali è canonico, obbligatorio, un vestito, mentre il nostro è un Apollo arciero ; sappiamo però che col IV secolo, forse colla fine del V diventa di moda anche l'Apollo citaredo nudo 1 Invece l'Apollo saettante è nudo nell'arte arcaica e di transizione, sebbene di tale tempo ci facciano difetto tipi statuari; pertanto se l'Apollo di Ciro era arciere e vestito, ci fornirebbe un tipo nuovo e fin qui sconosciuto nell'arte di transizione. Né ci porge grandi aiuti la numismatica, che in via di principio le figure virili di divinità nel periodo arcaico e di transizione vi sono nude (Apollo, se pur. tale, di Caulonia; Posidone di Posidonia). Soltanto le monete di Selinunte, città dei cui rapporti con l'arte greca, metropolitana ho ripetutamente toccato ed ancora toccherò, sono le uniche, che in qualche modo ci soccorrano. L'Apollo saettante dei tetradrammi del V secolo, associato in quadriga ad Artemide è seminudo 3 ; qui l'Apollo è dinamico, in piena azione, con movimento libero, mentre a Ciro lo dobbiamo concepire in ieratica immobilità. :., Monarchi e principi arcieri pesantemente coperti sono comuni nell'arte assira del secolo Vili ; ebbe essa qualche influenza sulla ionica arcaica dell'Asia Minore? Non oso dare una risposta, né voglio, aprire un'inchiesta su questa ipotetica migrazione di tipi. Figure saettanti di monarchi ginocchioni sono fisse negli aurei stateri dorici di fine VI e V secolo a, che inondarono l'Asia Minore ed il Mediterraneo orientale, ed abbondantemente dovettero correre anche per le mani dei Greci d'Asia. Derivano da esse i tipi monetali greci con Eracle saettante in ginocchio? Certo che Tissaferne copia e trasporta di sana pianta nei suoi tetradrammi il tipo persiano dell'arciere, ma lo munisce idi leggenda greca, perché .destinato a circolare in mani greche4.

Siffatte testimonianze monetali, accennano, sia pur timidamente, alla possibilità di un Apollo arcigero panneggiato di origine asiatica, trapassato nell'arte ionica. Siano accolte queste osservazioni per quel; poco che valgono.

Sovente, a proposito del nostro simulacro, ho sentito il bisogno di richiamarmi ai due più grandi complessi plastici del periodo di transizione, a noi pervenuti, Egina



1 C. O. Muller, Wieseler,.Wernicke, Aiitike Denlcmiiler zur griech. Gòlterlehre (1903, opera sospesa, .tav.- XXIII e. XXIV, pag. 283 e seg)

Schwabacher, Die,Telradrachmenpragwig von Selinunt (tav. I, Q. 1 «, Q. 3, ecc).

3. Sul Dareìkos yedi.To.MASCHEK .in R. E. di Pauly-Wissowa, s. v. (1931), ma è più diffuso lo studio di E. Babelon, Traiti d. mon. greche rom. (1910, II, 2, pag. 38 e seg., tav. 76-77). : 4;K: Regling; op. c,it. (tav. XXII, ,425)

T\ _Sulle; influenze specialmente religiose, ma di, conseguenza anche artistiche, sebbene in misura assai meno sensibile, dell'Asia-anteriore sulle città greche della costa ionica, sarà di profitto la lettura del denso e penetrante scritto di L. A. Stella, Evadilo, Efeso e l'Oriente, Roma (Lincei), 1927.



ed Olimpia. Gioverà brevemente ad essi ritornare. I maestri dei frontoni di Egina, per quanto ancora attaccati alla tradizione arcaica sono dei forti anatomisti, i quali sentono profondamente la tecnica del bronzo, da cui emanano le loro creazioni. Gli uni e gli altri hanno un'esatta conoscenza del corpo umano, nella sua composizione e struttura formale, nelle proporzioni, nel gioco delle membra e dei muscoli; ma se il modellato è quasi impeccabile, difetta ad Egina l'espressione reale e genuina delle passioni e dei sentimenti, e per quanto le mosse sieno talvolta vivaci, sui volti do­mina ancora il convenzionale sorriso arcaico, perfino nello spasimante ferito che si strappa il dardo.

Con Olimpia si fa un gran passo in avanti. Si hanno, è vero, residui sempre più attenuati di arcaismo, ma all'anatomia sempre perfetta, al comparato rigidismo del frontone A, a quelli violenti di B, si aggiunge l'espressione formale delle passioni che agitano gli attori delle due scene.

L'Auriga di Delfi fu creato nel decennio 482-472; qualunque sia il suo autore, egli ci ha dato un capolavoro dell'arcaismo raffinato; nel bellissimo garzone dal corpo asciutto e nervoso abbiamo uno dei bronzi più ammirati dell'antichità, nella cui testa viva e parlante, rifulge e vibra quel senso di esuberanza vitale della gioventù bella, sana, forte ed elegante, che aveva vissuto le terribili giornate delle guerre persiane, adusando il corpo nelle lotte della palestra e della guerra. Anche nell'Auriga braccia, mani e piedi sono « ammirabili di modellato, veri, precisi, senza minuzia, moderata­mente vigorosi, sostenuti da un'anatomia che anche nel piede allungato, nell'alluce ossuto, nel tallone prominente e puntuto si addolcisce e si maschera sotto la carne » l . Eppure il realismo dei piedi dell'Auriga è superato dalla bellezza di quelli del nostro Apollo, nei quali si direbbe abbia l'artista superato se stesso, certo la nuda testa uscita dal suo scalpello.

Siamo al termine del lungo travaglio, e vorrei cogliere il premio ambito, pronun­ciando il nome di chi ideò e foggiò l'opera insigne; una mera fatalità incombe sul nome di Pitagora, come su quello di altri suoi illustri contemporanei. Di sostanziale questo di lui sappiamo che fu ionio di origine, molto peregrinò prima di stabilirsi (?) a Rilegami; ebbe a maestri dei cretesi e dei peloponnesiaci, fu scultore e bronziere di fama, anatomista perfetto, che per primo .seppe rendere le vene ed i nervi, e molto curò la chioma; nelle sue opere risaltava la simmetria ed il ritmo. Contemporaneo di Calamide, talvolta i critici ne scambiarono qualche opera. Parecchie furono le sue, ma nessuna ci pervenne segnata del nome suo. Nel lungo peregrinare attraverso disparati



1 Th. Homolle, L'Aurige de Delphis, in « Monuin. Pict. » (toni. IV ([S98), pag. 201).



paesi dell'Ellade apprese da vari indirizzi, prima di formarne uno suo proprio individuale. Ma quale esso fosse veramente ci sfugge, non essendo sufficienti le magre elencazioni delle sue opere, e le alquanto generiche qualità del suo stile, tramandateci dalle fonti non sempre sicure e chiare. Non una sola opera di accertata sua paternità ci è sino ad oggi pervenuta; attribuzioni a lui più o meno probabili, più o meno geniali non mancano ; ma nessuna è certa.

Una voce misteriosa, insistente, forse derivante da un fascino allettatore, mi sug­gerisce il suo nome tanto per l'Auriga come per l'Apollo di Ciro. Ma le inesorabili esigenze della critica moderna, sovente scettica e negativa quando non sia anche pre­suntuosa, artificiosa e vacua 1 , mi fanno ripetere pur per Pitagora la domanda che un illustre archeologo, G. E. Rizzo, si è rivolto per un ben più grande e sommo maestro: «conosciamo noi Fidia?» 2; e la risposta sincera per Pitagora non può essere che negativa. Molte sono le probabilità in suo favore, ma nessuna certezza, per oggi al­meno; arnvederci, però, fra mezzo secolo!



1 Alludo alla moda ora in gran voga di ricostruire personalità artistiche e scuole dall'av­vicinamento di opere adespote. Sono talvolta nobili, eruditi, ed anche acuti tentativi, che il più delle volte non altro restano che « ludi ingenii » anche se dovuti a grandi autorità. Da un lato si demolisce (e veggasi in proposito il recente sontuoso libro di H. Schradek, Phidias, Frank-furt a. M., 1927) o si spostano allegramente attribuzioni ed opere, dall'altro si ricostruisce... per lo più a vuoto. I conservatori vengono irrisi, i demolitori (per buona ventura non da tutti) esaltati. Bisogna risanare i metodi della critica artistica ed il mal vezzo delle «combinazioni». Malvezzo che da mezzo secolo ha imperversato anche nella storia della pittura italiana, e contro il quale, come contro gli eccessi della ipercritica, si avvertono ora i sintomi di una salutare rea­zione. Si legga e si mediti la prefazione di W. Suida alla nuova rivista « Pinacotheca » (1928).

2 In « Dedalo », 1926.



PARTE III.



I RISULTATI DEFINITIVI STORICI, ARTISTICI E RELIGIOSI



Leggenda e realtà archeologica.



Il santuario oggetto della presente indagine è un santuario isolato e, ciò che più monta, molto discosto da un abitato greco di importanza e notorietà storica. Santuari isolati, e sovente celebrati, si hanno abbastanza numerosi in Grecia, come in Magna Grecia ed in Sicilia, e basti a noi ricordare, per non uscire dall'Italia, l'Heraeum Lacinium di Croton, e l'Olimpico di Siracusa, ambedue suburbani, ma spettanti a due città famose. Ma Croton è troppo discosta da Ciro Marina, perché si abbia a pensare con fondatezza ad una diretta relazione fra santuario e città; e, d'altro canto, la piccola città che io credo di riconoscere a Ciro superiore, non è nemmeno una -k6\i-; greca, ma una cittaduzza mixobarbara di indigeni, a cui si sovrapposero elementi greci in tempi oscuri assai : intendo alludere alla piccola Crimisa, la cui storia è tutta un mistero, e che mai rappresentò una parte significante nelle vicende politiche della regione; la Kptp.uj<Ta à'x.px di Strabone (VI, 254). Essa fu una cittaduzza dei Xàovs; (Choni), che forse nemmeno furono indigeni, ma venuti d'oltre mare in età oscure, come oscure ed ingarbugliate sono le leggende relative alle sue borgate, Macalla, Chone, Petelia, quasi sempre ad essa associate, ed esistenti senza dubbio in questa ristretta regione a nord e NO di Croton, e ad una presunta colonizzazione mitica di Filottete ed al culto di Apollo Aleo '.

Un passo dell'Alessandro, di Licofrone (v. 911-929) ed altri, dello Pseudo Aristotele e di più tardi commentatori che mettono capo a Timeo3, sembrano convenire che Filottete fondò il tempio, e che non guari discosto da esso era anche il sepolcro dell'eroe, che vi ebbe culto, e che nel tempio egli aveva deposto l'arco, to to'cov appartenuto ad Ercole, e divenuto attributo di Apollo. Ma il guaio si complica quando noi applichiamo al terreno la ricerca dei due monumenti, terreno che si stende, sempre



1 Per ciò che riguarda l'attuale regione calabra media « le designazioni di Siculi, Enotri, » Choni, Morgeti si riferiscono probabilmente a varie stirpi di regioni fra loro vicine... e di » tribù che vennero fra loro in contatto ed in parte si fusero; esse alludono a lotte e sovrap-» posizioni che dal lato cronologico non abbiamo più modo di determinare ». Così uno dei grandi storici dell'Italia antica (E. Pais, Storia dell'Italia antica, Roma, 1925, voi. I, pag\ 96), ricono­scendo per tal modo esplicitamente l'impotenza della critica storica a dirimere l'oscurità delle tradizioni, mentre qualche pur tenue lume si trae dalla ricerca archeologica sul terreno.

- Ps. Aristotele, D.m.a., 107; I. Tzetzes, ad Lycophr., v. 911; Etym. Magmim, 54, 4,

S. V. 'AXa?0£.



secondo le fonti, su una plaga che va da Croton a Thurii, e che dovrebbe avere il suo epicentro intorno alle foci del Neto, che però dista sempre una ventina di chilometri da Crotone.

Il Giannelli, che ha tentato sbrogliare codesto arruffato groviglio di fonti, disparate per età ed importanza 1 , credette che il tempio sorgesse in quel di Macalla e non di Crimisa; ma che a Ciro superiore fosse Macalla è inconciliabile colle fonti; infatti Crimisa, secondo le fonti, era, se non proprio sul mare, vicina ed in vista di esso, mentre Macalla sarebbe borgata dell'interno.

A questo punto io azzardo un'ipotesi che abbisognerebbe di un controllo archeologico. Nelle «Notizie Scavi» (1901, pag. 28 e seg.) G. Patroni riferì brevemente di una scoperta avvenuta nella campagna di Ciro, in proprietà della famiglia Terranova ; trattavasi di una camera funebre crollata, poco discosta dalla Marina di Ciro e dalla stazione; dovette essere un heroon, come egli ebbe a definirlo, con elementi architettonici, pertinente, sempre secondo il Patroni, ad una famiglia latifondista del luogo, e riferibile al secolo III a. C. Il mio collega non fece che delle grattature superficiali al rudere, in stato di estrema rovina e già sfruttato dai villici, per ricerca di grosso pietrame. Io pure ho ripetutamente visitato quei poveri avanzi, oggi avvolti da una fitta vegetazione di sterpi e rovi che li rendono impraticabili. Non credo di dover mettere in dubbio la datazione ed il carattere monumentale giustamente riconosciuti dal Patroni ; ma l'esplorazione del rudere è stata qui del tutto superficiale ed io mi ero proposto di occuparmene, sennonché l'esplorazione del tempio assorbì tutti i miei mezzi ed il mio tempo ; pensai di ritornarvi, ma in questo tempo la Calabria passò ad altre mani. .Ma bisognerà riprendere lo scavo, non escludendo la possibilità che questo heroon ellenistico sia il rifacimento di uno molto più arcaico, da identificare forse con quello di Filottete; siamo ad appena 3 chilometri dal tempio, sopra una piccola altura che signoreggia la striscia pianeggiante lungo la marina.

Che poi il tempio da noi scoperto sia quello di 'A.'ATvato; od "A)ao; non panni possa revocarsi in dubbio. Lo afferma tutta una serie di idoletti di svariati metalli in esso rinvenuti, copie più o meno fedeli o convenzionali del grande idolo di culto, felicemente ricuperato nelle sue parti principali, e che, comunque si pensi, fu un Apollo; e lo conferma il tardo ma sicuro frammento di un titolo, con la dedica a tale divi­nità. Se del mitico heroon di Filottete nulla più è superstite, varie ragioni tecniche fanno sospettare che il tempio, quale ci è pervenuto, sia la rifazione o l'amplificazione



1 G. Giannelli, Culti e miti, della, Magìia Grecia (Firenze, 1924, pag. 188 e seg.). Per il mito di Filottete si consulti altresì Roscher, Lexikon, s. v., (co!. 2325 e seg.) e Milani, // mila dì Filottete nella letteratura e nell'arte (Firenze, 1879), un po' vecchio, ma sempre fondamentale.



di uno più antico consistente nella sola cella. Da Croton a Sibari le fonti non fanno menzione dì verun altro santuario di rinomanza, e poiché la identificazione è ormai al disopra dì ogni dubbio, crollano con tale scoperta gran parte delle congetture topografiche fin qui emesse da storici e filologi di indiscusso valore, i quali studiano e meditano sui libri, senza consultare con visite autoptiche e con lunghe escursioni quel grande ed istruttivo libro che è il terreno, abilmente interrogato 1 . La localizzazione del mito di Filottete sulla spiaggia al nord di Croton e la fondazione, leggendaria s'intende, a lui dovuta dì un santuario di Apollo Marino, data l'età remota cui risali­rebbe, difficilmente potevano trovare una documentazione archeologica sincrona; dovette essere, se mai, un tempietto in legno di tipo miceneo, forse con le sole fondazioni in pietra, di cui noi non avvertimmo traccia veruna. Esso avrebbe dovuto avere una sua stipe, di cui avremmo dovuto almeno riconoscere le briciole, disperse all'occasione della costruzione de! tempio superstite; ma nulla di tutto ciò venne in luce. Anzi, anche nel tempio da noi scoperto, che cade nel territorio egemonico di Croton, la stipe vascolare è andata interamente perduta all'infuori di pochi ed insignificanti frammenti, risalienti tutt'al più al secolo VI; tutto il resto della stipe, ed è il meglio ed il più eloquente, corre dal secolo V in giù. Lo stesso dicasi della congettura di tentativi rodìi di impiantarsi su questo tratto importuoso della costa bruzia, tentativi, se mai, posteriori a quelli degli Achei-,

Se il tempio è il ricordo, quasi l'epilogo di lungo errare e di traversie marittime, ritengo che i coloni, rodii o comunque fossero, mettessero piede a terra, su questa spiaggia accessibile soltanto in estate e discosta dalle buone basi così dì Croton come di Sibari, senza mandare ad effetto il tentativo di una colonizzazione qualsiasi, tentativo completamente fallito. Ciò vien denotato dal fatto che il suo ricordo rimase consegnato ad una oscura leggenda, e che nessuna città, anche modesta, fu in grado di sorgere, reggere e vivere di vita propria fra Ì due colossi politici, che tennero i punti migliori della costa e le chiavi delle grandi vallate, che davano ìl dominio dell'interno e delle vie commerciali dei Tirreno. Fu in particolare Croton che assorbì per tempo queste presunte cittadine di Filottete, se pur non fu una piccola vanagloria campanilistica, che inventò una sua origine dai tempi troiani, per coonestare l'aggregazione a Croton, che avrebbe disprezzato, e non ricordata la sottomissione di cittaduzze barbare.



1 Se la città del tempio di Apollo Aieo fosse stata Macalla, si avrebbe ima rispondenza, almeno approssimativa, neììe distan/.e, Secondo Io Ps. Aristotele citato (107), Macalla distava da Croton 120 stadi itinerari, cioè km. 18,90, ma fra Ciro stazione e Crotone ne intercedono 32, a cui altri 3 vanno aggiunti per toccare il tempio, totale km. 35, con troppo divario dai 19 dello Ps. Aristotele. Quindi, anche in fatto di distanze, crolla la identificazione Macalla ~ tempio di Apollo Aleo, e meglio regge quella di Crimisa — tempio.

a ClACERI, Storia della Magna Grecia (I, pag. 158). La presenza di una dea del mare"AXta a Rodi (Diodoro, V, 55) non mi pure argomento di soverchio peso per dire rodia la fondazione del nostro tempio, noi quale dì rodio proprio nulla si e rinvenuto.



Il tempio nello squallore della sua ruina è già stato da me minuziosamente descritto a pag. 50 e seg., ne ho persino tentata la ricostruzione di talune parti. Ma troppi punti restano ancora oscuri e controversi, né mai, temo, avranno soluzione definitiva, causa la mancanza di quasi tutti gli elementi dell'alzato dell'edificio lapideo; troppo si è distrutto ed asportato.

Attualmente, od almeno fino a ieri, il tempio di Ciro si ascondeva nel mezzo di una palude, inaccessibile, anzi pericolosissima, per fortuna oggi redenta all'agricoltura. Ma poteva mai, in origine, sorgere un santuario in un pantano ? A semplice lume di ragione la cosa si presentava come affatto straordinaria ed inverosimile; noi dobbiamo però por niente alla configurazione di quella spiaggia un ventisei secoli addietro, ed alle modificazioni da essa subite dopo d'allora. Il tempio s'ergeva, su questo non vi è dubbio, in prossimità del mare; ma se per secoli esso godette di celebrità, se vi convennero a migliaia i devoti, Italici ed Italioti, se vi affluirono tesori non indifferenti, l'accesso vi doveva essere agevole, la permanenza di sacerdoti e famuli possibile. Vi sono dei casi di santuari greci a noi pervenuti in località oggi paludose, malariche, inabitabili; ma, per poco che si esamini, tutto ciò va imputato alle modificazioni intervenute nel terreno per il mancante regime dei fiumi e per altre circostanze. Tipico l'esempio della potente e popolosa Metaponto, le cui mine, in gran parte obliterate, si stendono in una delle plaghe più pestilenziali, la cui redenzione e il risanamento, appena ieri è stata iniziata ad opera del Governo.

Unico è il caso dell'Artemision di Efeso, uno dei colossi dell'architettura greca, dovuto secondo Vitruvio (VII, 61; X, 249) all'architetto Chersiphrone, che avrebbe fatto apprestamenti speciali per assicurare le fondazioni e per muovere i rulli enormi. Il tempio era installato in una bassura paludosa, e contro l'acquitrinìo dovettero lottare le varie spedizioni scientifiche, le quali ne esplorarono, sempre imperfettamente, gli avanzi sino a quella definitiva del British Museum 1. E questo l'unico esempio di un santuario, situato ab origine in terreno paludoso, e tutti gli archeologi da me interpellati non seppero addurmene altri. Ma poiché esso sorgeva all'ingresso della città di Efeso, converrà riconoscere che, come celebratissimo santuario, alla porta di una città illustre, esso non dovette propriamente ergersi in una palude, ma sopra un sottosuolo infiltrato da acque, ed in ogni modo avere una via di accesso decorosa e comoda.



1 D. G. Hogarth, Excavations at Ephesus: (he archaìc Artemisia (London, 1908). In con­dizioni in qualche guisa analoghe era un altro celebre tempio, quello di Artemide Orthia a Sparta, esposto alle alluvioni dell'Eurota, come il teatro che vi si sovrappose. Cfr. R. M. Daw-kins, The sanctuary 0/Ar/emis Orthia at Sparta (London, 1929) ; esso sorgeva in una plaga deno­minata XtfiwTa, almeno ai tempi di Strabone (Vili, 5, 1).



Ma l'Artemision ci offre altresì l'esempio di un altro fatto, quello della successione cronologica e tectonica di tre edifici successivi ; in questo riconoscimento, dei vari stati cronologici e tectonici, l'opera dell'Hogarth e dei suoi collaboratori è stata, attraverso mille difficoltà in un suolo pantanoso, veramente esemplare.

Vi fu anche a Ciro codesta lenta evoluzione. Ormai il progredire delle indagini, i metodi sempre più penetranti e perfezionati delle esplorazioni nelle reliquie templari hanno portato alla conclusione che un numero grandissimo degli antichi vaot, quali ci appaiono nella loro definitiva edizione a noi pervenuta furono preceduti da uno e talvolta da due edifici più antichi ; in altri edifici templari si hanno invece le prove materiali di ampliamenti e di parziali risarcimenti, di guisa che, ad essere esatti, converrà distinguere tra i fatti seguenti :

a) Creazione ex nova di un tempio, poniamo del secolo V, sulle mine e le tracce di uno più antico ; in Magna Grecia e Sicilia abbiamo di ciò due chiari esempi nel-l'Athenaion di Siracusa, nuovo (secondo quarto del V secolo a. C.) e vecchio (VII o VI secolo a. C), e nel tempio dei Dioscuri a Marasà in Locri (VII e V secolo a. C). In Grecia tali esempi diventano sempre più numerosi, e mi basti citare soltanto le tracce di quello di Aphaia in Egina l.

U) Amplificazioni da una sola cella in un periptero; tipico l'Apollonion di Cirene, in origine formato da una sola cella, e poi avvolto e racchiuso da una peristasi 2. In Olimpia l'occhio penetrante del Dòrpfeld aveva ben presto riconosciuta una simile innovazione. Il tempio lunghissimo e strettissimo di Sicione (m. 38,18 x 11,60) ebbe in origine una semplice cella, circoscritta in un secondo tempo da una peristasi (Philadelpheus, in « AsÌtiov »,. a. X, 1926, pag. 46 e seg.). Eguale ampliamento venne riconosciuto dal Romai'os nel tempio di Calidone («AsXti'ov», a. X, 1926, pag. 36); così a Petalidion, (« Ardi. Anzeiger», 1922, pag. 311 e seg.). Masoprattutto insigne è sull'Acropoli l'esem­pio del vecchio Hekatompedon, il tempio-tesoro del 560 circa a. C, con una cella multipla (culto-finanza), riparato verso il 520 pur mantenendo intatta la vecchia cella, racchiusa da una peristasi, e diventando un periptero; l'amplihcazione richiese una modificazione ed un rimaneggiamento radicale del tetto e delle trabeazioni. Lungo in origine 100 piedi attici di m. 33, anche col nuovo rifacimento rimase lungo m. 33 e qualche centimetro. Insomma le rinnovazioni di templi greci prepersiani in età postpesiana non si contano ormai quasi più, tanto sono numerose.



1 P. Orsi, L'Athenaion di Siracusa, in M.A.L. (XXV, 1919); E. Petersen, «Ròm. Mitt.» (1890, pag. 161); Dòrpfeld, Ant. Denlunaler; A. Furtwàngler, Aegina: das Heiligtum der Aphaia (Miinchen, 1906, pag. 116 e seg.). Per Olimpia sono per fortuna ancora in tempo di ag­giungere il frutto dei recentissimi scavi del 1928, condotti da W. Dòrpfeld («Arch. Anzeiger», 1930, pag. 130 e seg.) aìl'Heraeum ; egli ha riconosciuto una prima costruzione, dorica del se­colo XI, sotto forma di una cella senza peristasi. Nel secolo IX si svilupparono il secondo e terzo Heraeum ; fu allora che sorse attorno alla cella'un colonnato in legno, i cui fusti, dal se­colo VII in poi, vennero man mano sostituiti con colonne in pietra.

'3 II risultato dei recentissimi scavi italiani, in attesa della grande pubblicazione definitiva, è stato esposto da L. Pernikr, come abbiamo detto, in «Africa Italiana », (1927, pag. 127 e seg.).



Nel più dei casi è una renovallo ab ìmis, lasciando sotterra le fondazioni del vecchio edificio, costruendo ed ampliando il nuovo. E così si addiviene ai casi contemplati in a), che alle volte si confondono coi casi 6).

Sull'organismo fondamentale intorno al quale si svolge e si esprime tutta la mirabile sinfonia del tempio greco, e sui suoi rapporti con quello etrusco, che, sotto ogni aspetto, di tanto resta addietro, ha scritto belle e sentiate considerazioni uno dei più grandi nostri colleghi tedeschi, da poco scomparso 1 .

Ora il tempio di Ciro pare che nella sua facies originaria presentasse quella pecu­liarità di una nave divisa longitudinalmente in due mediante pilastri o colonne lignee, che venne constatata in edifici antichissimi a Thermos e Neandria e che, nella cosid­detta Basilica di Posidonia, fu consacrata nella forma più solenne. Sennonché a Ciro le forme sono assai modeste, più deboli, tanto da lasciare adito al dubbio, se veramente i tre dadi superstiti nell'asse della cella fossero veramente gli zoccoli di primordiali colonne lignee, o non forse quelli di stelai sorreggenti degli ex voto, che d'altro canto non avrebbero qui un'ubicazione molto adatta, per ragioni ovvie.

e) Per ultimo si tengano presenti i parziali riattamenti e risarcimenti richiesti a parziali cedimenti per vetustà, per scosse sismiche o per altre ragioni meteorologiche (cicloni, uragani ecc). Di questa terza ragione, determinante più o meno vaste innovazioni, non vi è, si può dire, edificio antico, medievale o moderno che non presenti le tracce. Che anche le costruzioni più solide ed in apparenza e nell'intenzione dei loro costruttori destinate a sfidare l'eternità, non hanno potuto sottrarsi all'azione ineluttabile del tempo, degli agenti atmosferici, quando non sieno anche intervenute le offese dell'uomo (guerre). Che se anche per Ciro non accogliamo l'ipotesi di una forma genetica di una sola cella in anlìs, sviluppatasi in un secondo tempo in un periptero, torna evidente anche qui, come nell'Hekatompedon, la necessità di larghi rimaneggiamenti, soprattutto negli ptera.

Attraverso l'esame delle forme e delle strutture e sorretti in qualche parte dagli scarsi avanzi della un dì ricca stipe, siamo pervenuti a tracciare per sommi capi la cronologia delle vicende del nostro tempio, oscure nel VII e VI secolo, più chiare dal V in qua. Ma un punto spinoso è lo stabilire la fine e lo spegnersi del santuario. Si spense esso di lenta e forse lunga agonia, ovvero un fatto violento, catastrofico, lo colpì e lo schiantò? O l'ima e l'altra causa assieme concorsero a farlo scomparire? Riesaminiamo un po' i fatti accertati, cercando trame le conclusioni più attendibili



1 F. Studniczka, Das Wescn des tuscanischen Tempelbaus, in «Antike», (a. IV, 192S, pag. 194 e seg.).



Vi può essere talvolta dissenso cronologico variante da uno a mezzo secolo su di un gioiello, su di un bronzetto, e finaaco su di un vaso fittile non decorato. Ma le epigrafi, soprattutto quando in serie, offrono maggiori possibilità di datazione; e meglio ancora le monete. Ma, purtroppo, sulle epigrafi non è il caso di contare gran fatto (cfr. cap. IV, pag. 129 e seg.), così esiguo ne è il loro numero, e pur essendovi taluni santuarì (Naukratis, ad esempio) nei quali diecine di vasellami della stipe erano contrassegnati da graffiti col nome della divinità e col ricordo del dedicante; ma Sicelioti e Italioti erano decisamente refrattari allo scrivere.

L'enigmatico e rozzissimo sfaldone scritto forse contiene il ricordo di un povero indigeno italico, che s'ingegnò di tracciare barbaramente, o per mezzo di un rudimentale lapicida, pur di non ricorrere alle prestazioni di un greco, un ricordo qualunque nella lingua propria malamente espresso in lettere greche; siamo forse al secolo III.

Il bello e nitido avanzo di una dedica A.n.OA[Xwvi] sopra una tegola in giallo d'Africa, colle sue lettere geometriche, precise ed eleganti, può dar luogo a dissensi; vi fu chi, dopo un esame superficiale, lo giudicò eli ottima età imperiale romana. Ma io preferisco attenermi all'opinione di E. Bòhringer, data la sua lunga esperienza e famigliarità colle numerose epigrafi di Pergamo; ed egli lo ha ritenuto della seconda metà del secolo III a. C. In massima tale datazione si accorderebbe con quella deri­vante dall'esame delle monete, e vale a dimostrare che in quell'epoca il tempio ed il culto erano ancora in pieno esercizio.

Disponiamo poi di un ristretto numero di bolli figulini, 4 in tutto, impressi su tegole e mattoni, derivanti dalle cosiddette case dei sacerdoti; sono in latino, e quanto alla datazione si rimane anche qui dubbiosi, in quanto corrono dalla fine della repubblica ai primissimi tempi dell'impero; datazione alquanto lata e che in ogni modo in­dica una continuità di vita in quelle case. Ma atteso il loro esiguo numero più che ad una persistenza della famiglia sacerdotale preferisco pensare a poveri contadini in­stallatisi fra quelle case dirute e rabberciate alla meglio per coltivare le magre terre circostanti al tempio, traendone qualche sostentamento.

Miglior lume ci recano le monete rinvenute tutte nella stipe sacra, e quindi sicura testimonianza cronologica della loro deposizione, badando però sempre al loro stato di conservazione e quindi alla loro più o meno lunga circolazione dalla data di emissione, circolazione che come termine massimo sarà stata di circa tre quarti di secolo. Sono un centinaio preciso di pezzi, e mai ini è accaduto di trovarne tanta copia nella stipe di un santuario greco, per lo più essendo essa stata saccheggiata ; le monete di Ciro sono tutte siceliote ed italiote, meno uno statere di Corintio, e stanno fra gli estremi cronologici del 450 e 314-310.. Si ponga mente al numero rilevante di bronzi (34) riconosciuti, e che trovano la loro ragione storica; anche nell'agro di Hipponium, da me frugato e rifrugato in ogni senso, le monete siracusane, e specialmente quelle del periodo timoleonteo, occorrono in grande numero, essendo stato Timoleonte il restitutore della libertà ai Greci di Hipponio, dopo che la loro città era stata presa e saccheggiata ripetutamente dalle tribù dei barbari Brettii, alleati con Cartagine (circa 356, Diodoro, XVI, 15). È l'eterna lotta dei principi sicelioti (Gelone, Dionigi, Agatocle) per metter piede sicuro nel Bruzio, e quindi in Italia, conquistando le piazzaforti di Hipponion e di Croton sui due mari. Un solo asse romano, sporadico, rinvenuto nelle case dei sacerdoti, ci porta, atteso il suo peso molto ridotto, tra la fine del secolo III ed il II a. C. Circostanza di molto rilievo, e sulla quale molto io insisto è questa, che non una sola moneta romana, né repubblicana né imperiale, siasi rinvenuta nell'area del tempio; eppure dopo la prima guerra punica, verso il 229 a C, Croton e Vibo Valentia, erano divenute sedi di zecche romane che battevano moneta per uso delle genti della regione K Qui la numismatica interviene in modo deci­sivo, e dai fatti suesposti sembra lecita la deduzione che il santuario siasi spento poco prima della conquista romana o subito dopo di essa.

L'intervento di Roma nell'attuale Calabria trae la sua prima origine da un intervento straniero nelle cose del Mezzogiorno, quello di Pirro re dell'Epiro, che trascina alla sua volta sul suolo d'Italia, una terza potenza, quanto mai nefasta, quella di Cartagine. Dal 280 a. C. alla definitiva presa di possesso del Bruttium per opera di Roma (149) furono anni di desolazione, di stragi e di rovine per la regione. Nel 274 viene di viva forza ritolta ai mercenarii Campani, che avevan tradita la fede data a Roma, e restituita ai vecchi cittadini, ripristinati nei loro diritti ed anzi proclamati sodi (Polibio, I, 7, 13; Livio, XXXI, 31, 7). Oltre mezzo secolo dopo Rhegium ricambiò la generosità di Roma, colla sua inconcussa fede in essa, e colla sua ostinata resistenza ai ripetuti assalti di Annibale, tutti falliti, per conquistare la chiave dello stretto ed avvicinarsi alla Sicilia ed a Cartagine. Unici in tutta la Brettia « Regini tantummdo regionis eius et in fide erga Romanos et potestate suae ad multimi manserunt » (Livio a Polibio) 3.



1 Questa circostanza numismatica, di notevole portata storica, è stata messa in rilievo da T. Mommses, Geschichte des róm. Miinzwesens (Berlin, 1S60, pag. 372, 471), e meglio ancora lu­meggiato con carattere divulgativo dal Lenormant, Grande Grece (2a ediz., voi. II, pag. 141). Queste opere, per quanto vecchie e sorpassate, tornano sempre di una utilità fondamentale.

2 Sulle guerre pirriche ed annibaliche assai ricca è la bibliografia; dei nostrani si consul­tino, attesa anche la grande autorità dei loro nomi, G. de SANCTlS, Storia dei Romani (voi. II, 1907, pag. 381 e seg. ; e vo!. III, 1, 2) e con più largo carattere divulgativo, E. Pais, Storia di Roma durante le guerre puniche (Roma, 1927, 2 volumi).

Chi poi volesse approfondire la ricerca anche sulle fonti, estendendola alle guerre servili, troverà giovamento dal recente libro di A. Feldmann, Zum Aie/bau der Geschichtserzàhlitng bei Polybios (Bern, 1929), che è una delle fonti principali.

Certo è che la via costiera Metaponto, Turio, Crimisa, Croton, Locri dai tempi delle guerre pirriche, alla definitiva conquista di Taranto per opera dei Romani (207), ed un poco anche più tardi durante le guerre servili, fu corsa e ripercorsa da eserciti Romani e Punici in precipitose avanzate e ritirate non solo, ma anche da orde di truppe ausiliari, e da veri masnadieri affa­mati e senza disciplina (quelli di Agatirno), che distruggevano, saccheggiavano, e pei quali nes­sun freno, nemmeno quello religioso esisteva. In una e forse in parecchie di queste scorribande il tempio dovette certo essere stato colpito e manomesso; non ritengo che codeste truppe ab­biano sostato per demolirlo, che non ne avevano il tempo; ma certo fu tutt'altro che risparmiato. Le fonti sono numerose, e se del santuario non si parla esplicitamente, dato il carattere

Ma Rhegium non era la capitale dei Brettii, che solo in epoca molto più tarda diventa sede del « corrector Bruttiorum et Lucaniae ». Le quali regioni, per quanto rimaste an­cora intensamente greche, dovettero di necessità accogliere la moneta romana che finì per soppiantare interamente quella greca. Croton ed il suo territorio vennero devastate da Pirro (Livio, XXIII, 30, 6; XXIV, 3, 11) e poiché nella seconda guerra punica la città aveva defezionato ad Annibale, che vi pose una sua base militare e navale, i Romani la punirono ferocemente deducendovi dopo la guerra una forte colonia romana, che fece sentire la sua maano pesante. Il territorio subì gravi devastazioni per opera di Epiroti, Brettii, Cartaginesi e Romani, e poiché la via più breve per venire dall'Apulia era la littoranea, e gli eserciti si aprivano la via col ferro e col fuoco (informi l'eroica ma vana resistenza di Petelia nel 208 contro Cartaginesi e Brettii), non cade dubbio che anche il nostro santuario, che lungo quella via sorgeva, non sia stato ripetutamente saccheggiato ed infine distrutto.

Nuove sciagure si rovesciarono sulla disgraziata regione nella terza guerra servile (73-71) che in tanta parte si svolse nel piede d'Italia; erano orde di gente affa­mata ed inferocita, che dopo di essere sfuggite all'accerchiamento di M. Licinio Crasso si erano gettate sulla formidabile posizione di Petelia, base delle loro operazioni verso il nord e contro la stessa Roma. Presa una seconda volta, massacrati i cittadini, ebbe a soffrire l'inenarrabile; ma Spartaco cadde in battaglia nei monti della Lucania, alle origini del Sele, e la repressione fu non meno feroce della rivolta. Se in questa scorribanda il tempio fosse ancora esistito, non avrebbe potuto sfuggire alle loro violenze di ogni maniera. Ma l'assenza di qualsiasi moneta romana ci dice che esso era, e da tempo, prostrato, né poteva essere altrimenti.

Tale la fine ingloriosa del celebre santuario, ricostruita congetturalmente sui dati della ricerca archeologica. Solo ora dopo la lunga e triste notte medievale, che del tempio aveva persino cancellate le tracce ed il ricordo, la ridente spiaggia, toccata dai primi aliti della grecita, si riapre a novella vita colla bonifica idraulica che ha ridato all'agricoltura ed alla salute la squallida e desertica regione, e strappando la funebre coltre ci ha restituito insperati tesori di storia e di arte.

Che il santuario da noi definitivamente scoperto a Punta Alice sia il tanto ricercato santuario di Apollo Alco è oggi messo fuori di ogni dubbio per il complesso delle scoperte, nonché per le tenui ma pure eloquenti documentazioni epigrafiche. Ha di quei rapidi movimenti militari, è lecito trame le conseguenze. Rimando per ciò al Ciaceri, Storia della Magna Grecia (voi. Ili, 1932), che ha diffusamente trattato l'argomento, discutendo le fonti relative (pag. 1S7). Insidia e strage di una legione romana sotto Petelia (pag. 133). Annibale ai tempi della presa di Petelia (215) corre saccheggiando la costa (pag. 145-146) e cosi nei movimenti dei Cartaginesi e di Brettii, che precedono la presa di Croton. fatto certamente impressione la sua ubicazione, almeno oggi situato dentro una palude, né appoggiato ad una città che fosse molto prossima. E qui la situazione è davvero speciale; numerosi gli esempi di santuari alle porte o nei sobborghi di città greche; qui siamo lontani da sobborghi, né abbiamo in prossimità una città genuinamente italiota da cui il tempio dipendesse. Trattasi quindi di un tempio autonomo ; la città più vicina, con caratteri di grecita, sia pure sovrapposti o sorti accanto ad un abitato indigeno, è Ciro Superiore, nel quale molte e valide ragioni ci fanno riconoscere l'antica Crimisa 1, e ciò contro il diverso parere di Lenormant, tratto in errore dall'indicazione di ruderi molto tardi, esistenti al Lipuda, alquanti chilometri a sud di Punta Alice, segnalatigli dal Marincola Pistoja; essi furono, per quanto ormai molto obliterati, visitati anche da me, e nulla presentano di buona epoca.

Le fonti antiche su Crimisa, che sarebbe stata fondata dal leggendario Filottete, sono scarse e di discutibile autorità; fonte principale, V Alessandro, di Licofrone. Costui, vissuto nel III secolo a.C, inserì ed intrecciò nel suo poema, una quantità di miti, attingendoli, secondo la moda del tempo, a fonti più antiche, e qualche volta autore­voli, come Timeo. Egli ha, come oggi si direbbe, romanzato i miti del suo poema, taluni dei quali si svolsero in Sicilia ed in Magna Grecia; ma il suo valore paesistico e topografico mi pare piuttosto scarso ; certo oscuro, talvolta oscurissimo, soprattutto se messo al contatto diretto col terreno e colla realtà archeologica. Oggi dopo la degnissima edizione critica di un nostro storico filosofo, ormai un po' vecchia, esiste una vastissima letteratura pure di storici e filologi, che hanno espresso giudizi sovente disparati.

Ai nostri fini non interessa l'opera letteraria di Licofrone, quanto il valore topografico che essa può avere in alcuni episodi riguardanti la Lucania ed il Bruzio. Ve-



1 Per Crimisa veggasi anche !a nota a pag. 17. Tale voce nella Realencyclopàdie d. K. A., (XXII, I, col. 1850-1859, Stuttgart, 1922), è stata redatta da W. Kroll, il quale allora, nel 1922, scriveva che la identificazione di Ciro Superiore con Crimisa « Scheint unberechtig zii sein». Ma le scoperte che recano nuova luce e nuovi elementi nel dibattito, avvennero alcuni anni dopo. Per Crimisa e P. Alice cfr. anche Ciackri, Storia della Magna Grecia, (I, pag. 149 e seg.). Ma si badi che Crimisa città non era a Punta Alice ma a Ciro Superiore. Per essere poi di­ligente fino allo scrupolo nel raccogliere tutte le testimonianze antiche relative a Crimisa, vo­glio addurre una breve recentissima notizia a tutti sfuggita. Il GABRICI nel suo scritto Notes on sicilian uumismatics, in « Numism. Chronicle» (London, serie V, voi. XI, 193r, pag. Sj, 15 dell'estratto) pubblica un unicum d'argento del Museo di Palermo, nel quale egli crede di leg­gere nettamente (Y.)?vj.ia\\ay.u.>->, colla testa eia leggenda della 'Ov.s-isia. Poiché non è il caso di pensare ad una Crimisa di Sicilia, inesistente, ne verrebbe che la Crimisa lucana avrebbe con­tinuata la sua vita anche nel IV secolo e ad essa andrebbero riferiti gli avanzi del santuario greco, rinvenuti al serbatoio d'acqua di Ciro Superiore. Pur restando per ora inspiegabile il prezioso unicum di Palermo, la sua assegnazione a Crimisa viene confortata da un pezzo di argento di Metaponto (Hkad, Hìst. num,, pag. 64), affermazione dei grandi convegni politico-religiosi degli italioti del golfo Tarantino. E ci fa meditare, se analoghi convegni di 'Ojwiota, concordia ed alleanza, non avvenissero anche nel santuario di Punta Alice.

" E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, testo, traduzione e commento (Catania, 1901). Di coordinare e di sistemare questa arruffatissima materia si è incaricato lo Ziegi.kr, Realen­cyclopàdie d. kl. Alt. (Xlir, pag. 2316-238;, Stuttgart, 1927).

diamo, ad esempio, Temesa; ai versi 1066 e seguenti si parla dell'approdo di Greci a Temesa « là dove l'aspro corno del monte Ipponio si protende sul mare di Lampeta » ; qui in qualche modo lo scrittore si avvicina alla realtà topografica. Ma Temesa non è stata ancora scoperta, e però si va a tentoni in mezzo a fonti discusse e discutibili; abbiamo però un caposaldo di valore, a cui conviene restare sempre attaccati, il fatto cioè montanistico che a Temesa vi dovevano essere miniere di rame 1.

Il poeta- (v. 913) chiama Pp-x^u-ToX'.; K piacerà la città, che prese, pare, il nome da una ninfa Crimisa, e venne fondata da Filottete caduto poi in battaglia, « e il Crati » ne scorgerà la tomba verso il luogo in cui sorge il tempio di Apollo Aleo di Palara, » dove il Neto scarica le sue acque in mare» (versi 920 e seguenti). Qui vi è grande confusione ed oscurità completa. Dal Neto al Crati corrono quasi 100 km., ne è possibile vedere dalle alture del Crati la valle del Neto; lungo questa distesa si dovrebbe cercare il tempio di Apollo Aleo ed il sepolcro dell'eroe. Oggi siamo al sicuro quanto al tempio, non così quanto alPheroon; che esso sorgesse nel punto dove nel secolo V, forse alla fine del secolo VI, sorse il tempio dorico, è cosa possibile, date le consue-tudini greche, ma il verso 920 ci lascia parecchie dubbiezze, tanto più che il suolo non ci ha restituito un solo conio elladico o minoico o miceneo, né altro che accenni ad età così remote. Ed allora l'heroon di Filottete, od almeno la sua ubicazione è da considerarsi parto di fantasia poetica od era esso nelle vicinanze del santuario? Infatti il verso 927 lo colloca a Macalla, altro enigma topografico, fondata da Filottete e col di lui sepolcro, secondo lo Pseudo Aristotele (Mir. ause), 120 stadi a nord di Croton; certo non mette conto di accogliere la risibile spiegazione di Stefano Bizantino, s. v., circa il nome di Macalla, derivato à~o tov [/.«^.ax.tcSf]vai sv aù-rco <I>tXo/CT'^v/)v ; ove non si voglia pensare ad un processo di imbalsamazione della di lui salma.

Per le fonti antiche come per gli scrittori moderni chiaro risulta come la regione costiera interposta fra Croton ed il Crati, col retrostante retroterra montano, fu tenuta da genti etnograficamente assai disparate, italici, non italici, siculi ed in minoranza italioti. Di tale strana miscela abbiamo una documentazione sicura anche nei bronzi mixo-barbari del santuario, bronzi non certo usciti da officine genuinamente greche, perché manca in essi l'impronta evidente ed incancellabile di quella vera grecita, che sempre



1 Lasciando i vecchi eruditi, il Pais, Storia dell'Italia antica (1925, voi. I, pag. 294) e con lui altri, pensa che la Temesa omerica si debba cercare in Cipro. Ma altre fonti, anche auto­revoli, raccolte dallo Smith {Dietimi, ave. gr. a. rom. Gcography, voi. I, pag. 1123), parlano di una Temesa italica, ricca di metalli. Io la colloco'non lungi da Nocera Tirinese, dove ho con­dotto molte ricerche, attestanti l'esistenza di antiche miniere, e sperava di mettervi definitiva­mente le mani quando cessò il mio governo calabro-lucano. Qualcuno la porta sull'opposto versante ionico, dove però non sono a mia conoscenza miniere di rame.



si afferma anche nei bronzi arcaici per quanto scadenti, e di bassa fattura popolare­sca. Ebbero sì davanti questi modesti bronzieri dei modelli greci, ma non seppero imitarli, incorrendo in errori tecnici ed in deficienze di interpretazione anatomica. Ma di fronte a questi elementi barbari, che stanno in minoranza, prevale nel santuario il ma­teriale greco puro. Gli è che il santuario ebbe vasta rinomanza; ed assieme alle masse dei montanari vi affluivano teorie di devoti anche dalle città greche della Lucania, del Bruzio e forse anche dalle più lontane Apulia e Messapia; né voglio escludere che gente di mare venuta d'oltre Ionio nelle soste imposte dal maltempo, od anche deliberatamente, attratte dalla fama religiosa, mettesse momentaneamente piede a terra.

Mi piace qui ricordare la efficace descrizione, che di un altro santuario famoso, l'Artemision di Efeso, ci ha dato L. Achillea Stella; ricostruzione di un ambiente etnico e religioso vivacissima e pittoresca, ma che naturalmente non può essere trasportata sul suolo della Magna Grecia, senza modificazioni e adattamenti :

« Attorno al santuario brulicava un'immensa folla, ove in mezzo ai Frigi, ai Lidi, » agli indigeni discendenti dalle mitiche Amazzoni, ai fedeli accorsi dall'interno attra- verso le vie carovaniere, i coloni greci non sono che una minoranza. In questa folla » cosmopolita, che per la sua pittoresca varietà di razze, di costumi, di strati sociali, » fa pensare ai moderni porti di Levante, non s'incontrano soltanto marinai ed artigiani, armatori e mercanti, consueti frequentatori di tutti i grandi empori dell'Egeo; » ministri di culto, ieroduli affrancati, medici e liberti, indovini, interpreti di sogni e » venditori d'immagini, vanno e vengono fra gli edifici annessi al tempio»1.

Tenendo poi conto della moneta edita dal Cabrici, avremo un motivo per sospet­tare che non solo avessero luogo al tempio di Apollo Aleo pii pellegrinaggi, ina anche convegni politici degli Italioti, sempre preoccupati dei minacciosi Brezio-Lucani dell'interno, i quali, dalla fine del secolo V in poi, causa anche le lotte intestine delle città greche, finirono per compromettere e rompere quella unità politica'e quella grande civiltà che di questo paese aveva fatto un lembo fiorente di arte e di coltura della . Grecia madre.



1 L. A. Stella, Eraclito, Efeso e l'Oriente (Roma, 1927, Lincei, estr., pag. 7).



I N D I C I



INDICE DEI CAPITOLI

Dedica............................. 5



PARTE I

Cap. I. — II paesaggio e l'ambiente del santuario di Apollo Aleo........ 7

Cap. II. — Prime indagini sul terreno, e la definitiva scoperta. Tenacia della tradizione

popolare....................... 12

Gli scavi........................ 15

Cap. III. — Cronaca degli scavi regolari. Il tempio e le abitazioni dei sacerdoti ... 20



PARTE II



Cap. I. — La pianta del tempio e gli scarsi elementi dell'alzato........ 51

Cap. IL — Le terrecotte architettoniche e le antefisse............ 6i

Le terrecotte architettoniche................. 6t

Le antefisse fittili..................... 68

Cap. III. — Ricostruzione del tempio nella pianta e nell'alzato......... 75

Gap. IV. — Gli anathemata e la stipe votiva................ So

A) Oro; Argento; Bronzo; Ferro; Piombo; Vetro......... So

Oro..................... 82

Argento.................... 90

Bronzo e rame.................. 99

Ferro..................... 118

Piombo.................... 118

Vetro..................... 119

B) Figurine e vasellami fittili; avanzi plastici in marmo ed in calcare; le

monete e le epigrafi................. 119

Figurine fittili.................. 119

Avanzi di sculture. — Basi............. 125

Le epigrafi................... 129

Marche di cava.................131

Le monete................... 132

Cap. V. — II grande idolo acrolito................... 135

Descrizione ed analisi delle parti................ 135

IL simulacro di Apollo (l'artista e l'epoca)............. 155



PARTE III.



I risultati definitivi storici, artistici e religiosi................ 171

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