Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       

 

Capitolo II



LE TERRECOTTE ARCHITETTONICHE E LE ANTEFISSE.



LE TERRECOTTE ARCHITETTONICHE.



Ho lasciato in gruppo a parte questi elementi dell'architettura templare, sia per il peculiare loro carattere, sia per le difficoltà non piccole di conciliare e spiegare la loro presenza in un tempio, che non ha caratteri arcaici. Difatti l'esame delle non numerose membrature architettoniche recuperate, malgrado l'assenza assoluta di resti del capitello ci ha fatto intravedere come il tempio non fosse di età remota od arcaica; ma vi era un evidente contrasto tettonico fra la struttura della cella, e quella della peristasi. Onde nacque in me il sospetto che in questo edificio vi fosse stato un rimaneggiamento, vorrei dire una trasformazione.

Dei saggi svariati nell'ambito della cella mirarono a stabilire se sotto di essa ve­nisse fatto di segnalare, le reliquie di una costruzione più antica, arcaica, come sovente era avvenuto in altre costruzioni templari, e come, senza andare tanto lontano, erasi riconosciuto in modo così chiaro nel tempio ionico locrese di Marasà. Tali assaggi furono completamente negativi, il che accrebbe la nostra inquietudine ed il disagio per conciliare le strutture terminali lapidee del tempio colla stretta cella. Fortunatamente è intervenuto un gruppo di terrecotte architettoniche ad aiutarci nella soluzione di codesti dubbi.

Questo gruppo di terrecotte, non molto numerosorna_abbastanza..ricco e completo negli esemplari ricomposti, ha il pregio di presentarci dei tipi quasi nuovi nel quadro dell'architettura fittile siceliota ed- in particolare di quella bruzia, da me delineato or sono pochi anni in una speciale monografia !. Vuoi premettere che qualche esemplare di coteste terrecotte era stato segnalato e raccolto prima dell'inizio degli.scavi regolari; ma la quantità più grande di esse venne da noi recuperata, come a suo tempo si è detto, nella parte interna della cella, lungo il muro nord di essa, e precisamente nello strato più basso sotto il pavimento, quasi che tali terrecotte fossero state di proposito celate, in modo analogo a quanto avvenne nell'anonimo santuario suburbano della Passoliera a Caulonia. Se qualche brano si raccolse anche nell'area delle cosiddette case dei sacerdoti, a dissipare ogni dubbio, dico subito che tale dispersione fu dovuta agli operai della bonifica. Si .tratta di grandiosi tegoloni della sima e di placche di rivestimento della cassetta.

a)- La sima. Dei tegoloni che la formano si raccolse una. mezza dozzina di grandi frammenti, mediante i quali venne fatto di ricomporre graficamente il loro tipo

Fig. 36. — Messa in opera dei tegoloni del tetto.

preciso, non solo, ma anche di stabilire la complicata maniera della loro messa in opera e della reciproca connessione. Essi sono robustissimi, di perfetta cottura, e durissimi,

Fig. 37. — Ricostruzione dì una falda del tetto.

anche perché impastati con minuto tritume vulcanico; sono poi rivestiti di una spessa e tenace incamiciatura. Si è con sicurezza fissata la larghezza di corso, ovverosia di testa, in m. 0,613, l'altezza in m. 0,087, mentre ne è incerta la lunghezza, mancando esemplari completi; lo spessore oscilla intorno a m. 0,06.

La testata di tali tegoloni, cioè della parte destinata alla funzione decorativa, è in fatto ornata di un kymati.gn,.dorico, di sapore ancora arcaico, sebbene di un arcaismo progredito, con foglie in modico rilievo, alternatamente colorate in bruno ed in gialletto vecchio avorio,'che poi è anche il colore della incamiciatura dell'intera tegola. Ora la sima decorata non facendo risalto di sorta, se ne deduce che l'acqua stramazzava dalle due falde del tetto,senza bisogno di grondaie di cui non si.è infatto avvertita la più. piccola.. traccia.. Alla tav. VI si possono vedere le riproduzioni in foto dei pezzi principali, alla fig. 36 la loro integrazione in disegno, in fine a fig. 37 la ricostruzione ideale, ma su elementi positivi, di un brano del tetto.

Questa sima-grondaia, che tale era in sostanza l'ufficio""dei grandi tegoli, correva non solo lungo i lati maggiori, ma montava anche sui rampanti dei due frontoni, cessando però su essi la funzione idraulica e restando solo quella decorativa. Di questa funzione abbiamo fortunatamente trovate le testimonianze si­cure, in un pezzo angolare ed in uno frontonale; frammenti parziali per la ricostruzione del coronamento fittile del tempio.

Il dorso dei tegoli era piano, però e o a risalti marginali del lungo, molto tenui (fig. 38), ad impedire l'insinuarsi delle piovane nelle giunture, le quali erano protette dai corrispondenti tegolini a sezione curva con pareti rettilinee, di cui si ebbero parecchi buoni frammenti (fig. 34). Gli esemplari di testa di codesti kalypteres finivano in un timpanetto attenuato sotto il quale apparivano un listello rosso e cinque gocce,

Fig. 39. — Ricostruzione della trabeazione dei lati lunghi con sima fittile.



1 P. Orst, Caulonia (II Memoria), « Mon. Ant. Lincei », XXIX, 1923, col. 456 ss. Quasi con­temporaneamente apparve l'utilissima sintesi di E. Douglas vas Buren, Archaich fidile re-vetments in Sicily and Magna Grecia, (London, 1923), libro molto lodato, ed anche un po' cen-surato, per alcune inevitabili manchevolezze.



FlG. 3S. — Frammento di tegolone con sima.

in origine pure rosse; essi assumevano così una forma acroteriale 'al tutto nuova (fig. 39) ed intonata con .quella della sima. Per aumentare poi il valore decorativo anche delle fronti del tempio tale foggia di antefissa si sviluppava altresì sui rampanti frontonali,' non conservando però la distanza mantenuta nei lati lunghi (fig. 40)

Fig. 40. — Ricostruzione delia trabeazione, con sima frontonale fittile.

Di ciò ne danno ragione due preziosi frammenti di cui uno angolare (fig. 36); questi acroteri del timpano assumono la struttura di una cassetta aperta (cavo cm. 9 x 9 x 7), nella quale si innestava quello che era il vero acroterio, cioè una palmetta forse alternata con un fiore di loto, tenuti fermi con un perno di bronzo, che attraversava la parete perimetrale, come vedesi dai fori superstiti (v. sez. fig. 41). In uno di questi due pezzi fu notata una sigla di attacco profondamente incisa. Se il foro profondo è un invito a ricevere una palmetta od un fiore di loto, duole riconoscere che di essi non un solo frammento fu rinvenuto, e non so darmene ragioni. Forse questi esili complementi vennero abbattuti e quindi aboliti prima ancora della distruzione del tempio e perciò ne scomparve ogni minima reliquia ?

Dagli avanzi delle. case di Caulonia a pie' della collinetta del Faro, io ricuperai ino svariatissimo materiale di fittili, tra cui alcune terrecotte architettoniche (cfr. la mia Caidonia in M.A.L., voi. XXII, I, 1915, pag. 101 seg.) che ebbi il torto di credere appartenenti alle case stesse, mentre ora è chiaro che rotolarono o furono ributtate da quella collina, dove sorgeva un tempietto distrutto al momento della costruzione del Faro. («Notizie degli Scavi», 1891, pag. 61 seg.). E giudicandole pertinenti alle case diedi anche di talune di esse una falsa interpretazione, quella cioè di coronamenti di yafcx.0;,1 mentre in realtà non sono che sime acroteriali.

Fio. 41. — Profilo della sìma e della cassetta frontonale.

Un esemplare assolutamente identico anche nel modulo è fra quelli di Ciro, tanto che lo si dovrebbe dire cavato dalla stessa forma; ed allora sorge la domanda, se tali pezzi sieno stati « formati » a Caulonia, a Ciro, od in un centro maggiore, ad esempio Croton; e la risposta rimane naturalmente, ed almeno per ora, in sospeso.

Dovrei invece occuparmi dei numerosi gorgoneia raccolti, certamente antefisse. Attesa anche la loro piccolezza si esclude in modo assoluto che essi decorassero il coronamento esterno del tempio. Attribuirle ad una apertura ipetrale della cella è una mera congettura campata in aria. Meglio esse converrebbero, anche per il modulo, ad edicole autonome circostanti al tempio, ma anche di queste non si è segnalata traccia alcuna di fondazioni, sebbene, a dir vero, io non abbia fatti sondaggi profondissimi a tale scopo. I gorgoneia rimangono pertanto un enigma, ed io li passerò in rassegna, occupandomi delle terrecotte figurate.

A complemento di quanto sopra, e per scrupolo, va altresì notato che i sostegni delle antefisse frontonali erano un pochino più aggettanti di quelli dei lati lunghi, il che si desume in particolare dal pezzo angolare. 9

In fine va rilevato (cfr. fig. 36), che il sistema di legamento dei tegoloni del tetto e della sima era quello a squama od a lascia e prendi nei lati corti. Colla modica decorazione dei loro fronti, intercalati da quella del pari sobria dei kalypteres, essi formavano tutto attorno alla cimasa del tempio, ed assieme alla cassetta, un'austera e vaga fascia ornamentale, di cui ora per la prima volta siamo in grado di presentare le forme complete, prima intravvedute da deboli frammenti di altre località.

Chiudo queste note sulla sima fittile ricordando tre frammenti abbastanza grandi di un'altra sima misteriosa, decorati di un kymation lesbico con ovoli e lingue di serpe; questi tre pezzi sono riferibili ad un identico tipo e portano tutti a tergo sigle di richiamo (fig. 42 e tav.V, n. 4). Abbiamo invano indagato a quale parte del tempio essi

dovessero riportarsi; abbiamo anche pensato, come per le Gorgoni, alla cella. Ma se questa abbia avuto un coronamento fittile anche par­ziale rimane un mistero. Certo è che in tutti i templi, soprattutto arcaici, occorrono campioni di terrecotte architettoniche svariati e di assegnazione assai oscura; e poiché questi pezzi sono sempre in numero scarsissimo, né rispondono ai tipi predominanti, di cui occorrono vere masse di esemplari, mi sono più volte domandato, se essi non appartenessero a rabberciature provvisorie ed occasionali di parti fatiscenti e lesionate del sistema principale

Fic. 42. — Frammento di sima con ovoli e lingue di serpe.

ò) La cassetta. Di questa membratura si raccolsero una placca intera ed alcuni bei frammenti, i quali ci hanno consentito di procedere alla ricostruzione completa di questo importante elemento. Veggasi anzitutto la immagine fotografica dei pezzi principali (tav. VI) e poi si tenga presente la tavola che li riproduce a colori (tav. VII) e quella pure colorata della ricostruzione generale (tav. Vili). Ogni piastra è lunga m. 0,53 x 0,255 altezza x spessore medio di mm. 39. In alto due fasce, nera e rossa, un listello con 5 gocce ed una seconda fascia inferiore collo stesso motivo ripetuto, salvo lo spostamento delle gocce. I colori sono piuttosto scadenti e male applicati, in confronto delle terrecotte architettoniche arcaiche; segno anche questo di decadenza e di età seriore, e che fa pensare si smarrisse lentamente la buona tradizione delle un dì cotanto fiorenti industrie italiote e siciliote dell'architettura cretacea. Nella fascia superiore si avvertono due fori per infiggere i perni metallici ed assicurare la cassetta alle strutture lignee.

Siffatta forma di cassetta è al tutto nuova nell'architettura cretacea della Magna Grecia e della Sicilia, e per quanto* so anche in Grecia. Data la novità sorge altresì

la domanda, se essa non formasse un insieme organico colla sima in precedenza stu­diata. E la risposta non sembrami dubbia, per l'analogia della composizione, e per l'armonia degli elementi. 

Fra i rottami minori si è trovato un frammento di cassetta del medesimo tipo (fjg. 43); essa ha di più la peculiarità di portare tre fasce anziché due. Questo seccante frammento potrebbe disturbarci nella nostra opera di ricomposizione; ma, giova ripeterlo, chi ha familiarità coi vasti depositi di terrecotte arcaiche, sa come non di rado si trovino piccole varianti di modulo ed anche di decorazione, che fanno pensare a risar­cimenti seriori, non sempre esattamente rispondenti alle placche originarie.

Arrivati a questo punto ci sia concesso di raccogliere le risultanze che emanano dallo studio degli elementi così fittili, come lapidei del coronamento del tempio, per segnarne almeno in via approssimativa la loro reciproca cronologia. La parte più controversa è appunto quella dei due kymatia, fittile e lapideo. Questo s'impostava sulla cornice dei rampanti frontonali formando un'ampia gola che si attenuava, per ragioni costruttive, nel punto di raccordamento coi lati lunghi. Un acroteno centrale, e forse due laterali completavano la quanto mai sobria decorazione suprema dei frontoni.

Alquanto oscuro è invece il collocamento del kymation fittile, formato di sima e cassetta, omogenei per creta, modanature e colorazione. Ma poiché questo tipo di ri­vestimento è assolutamente nuovo, e qui appare per la prima volta, giova rilevare qualche particolarità tectonica e metrica. Il tegolone sima e la cassetta messi in opera hanno un'altezza complessiva di cm. 34. Ora tale altezza coincide tanto nell'insieme come nelle parti con quella del kymation lapideo. Le antefisse dei lati lunghi s'impo­stavano in guisa, che ciascuna di esse veniva a rispondere cogli assi dei triglifi delle metope lapidee.

Queste coincidenze intenzionali concorrono a farci ritenere che in un primo tempo sia intervenuta l'opera di coronamento fittile,-che ebbe una durata imprecisata, ma forse non lunga, e che in seguito siasi sostituito col coronamento lapideo, rimasto per vari secoli, fino al crollo del tempio. Le piastre fittili di Ciro non sono arcaiche e del-1 arcaismo conservano una reminiscenza solo nelle foglie doriche; esse sono opera di

FlG' 43' ~ Frammento di cassett:i a tre fasce

maestranze locali, che forse conobbero qualche tempio arcaico, ma che per la loro de­ficienza artistica, tecnica e cromatica, io non mi sento affatto di portare più in su del secondo quarto del secolo V, in coincidenza con la cronologia, che, come a suo tempo vedremo, io assegno all'immagine di culto.



Le antefisse fittili.



Funzione architettonica evidente hanno avuto le antefisse che in quantità non trascurabile vennero raccolte nello scavo regolare, ma più in quello disordinato della bonifica, e furono da me almeno in parte ricuperate. È il gruppo più ricco delle terrecotte figurate, ma con funzione esplicitamente architettonica; non cade dubbio che esse non facessero parte integrale della copertura e del coronamento di un edificio,che io non oso ancora dichiarare con certezza quale esso fosse. Per ora ini limito ad una semplice ed obbiettiva elencazione, accompagnata da sobrie osservazioni stilistiche e comparative:1-i2) Maschera di Gorgone (tav. IX, n. i) di tipo arcaico raffinato, composta ad un sorriso beffardo, di forma perfettamente circolare (diametro era. 22,5). Dodici esemplari usciti dalla stessa matrice e plasmati in crete gialle o rosso pallido; nel rovescio l'attacco del tegolino è nella forma disegnata a fig. 44. La faccia della Gorgone, tonda e plenilunare, colle gote ed il mento abbon­danti, gli occhi profondi con accenno alle sopracciglia, nei quali è indicata la glandola lacrimale, l'iride e la pupilla ; aperta la bocca dentata da cui penzola la lingua, senza i grandi e lunghi canini, di altre serie. La faccia non orrida e terrificante in sé, composta ad un sorriso che diremmo placido, se non fosse beffardamente ironico, assume la sua effettiva funzione terrificante ed apotropaica merce la corona di serpentelli ad S che inquadra a circolo l'intera maschera, compresa la chioma a due ordini di ciocche chioccioliformi impostate sulle due orecchie aperte. Queste maschere hanno perso il colore che non poteva mancare; in un solo esemplare abbondano tracce di rosso. Ai 12 esem­plari completi o quasi vanno aggiunti alcuni frammenti minori. In questo gruppo compatto ed uniforme, perché derivato da una fonte unica invano tu cercheresti l'espressione ! terrificante dei volti gorgonici arcaici; un sentimento di pacifica e beata tranquillità è diffuso sul volto paffuto, che solo la corona di serpentelli rende orrido. Ma così non fu certamente in antico quando la forte e vibrante colorazione dava a queste maschere un'intonazione ben altrimenti macabra. Esemplari pressoché identici pur con variazione di particolari vennero esumati dal De Luynes e dal Lacava a Metaponto, ed erronea­mente quest'ultimo 1 li attribuisce al tetto del tempio di Apollo Licio, ciò che non

Fig. 44.tegolino con l'attacco per l'antefissa. '



1 M. Lacajca, Topografia e storia di Metaponto. -Napoli, 1891, tav. IV, fig\ 4, pag-. 81.

viene affatto consentito dalla esiguità del modulo; ed altre varianti provengono da Tarante1, ma sono per la più parte, inedite.

13) Esemplare unico, piccolo (cm. 15 x 14) mal conservato, ritagliato in basso in antico, derivato da una forma stanca e scadente, rappresentante una Medusa triste colla chioma scarmigliata, un ciurlò al vertice e due masse laterali (tav. IX, n. 2). Il volto è molto rovinato. ;

14-16) Altro tipo semiellittico (altezza cm. 20 x 17) da forma stanca, im­pressione cattiva, rilievo piatto; tre esemplari. È una testa muliebre in prospetto, gli occhi volti un po' in alto; espressione concentrata e triste; trattamento della chioma come nel n. 13; al collo armilla (tav. IX, n. 3). Data la scadente conservazione dei pezzi, li ho osservati più volte, con luci diverse, essendomi parso di scorgere sul petto le zampe annodate di una Xsovrfj, le quali in realtà non esistono; trattasi invece di una collana male uscita dalla impressione. Anche di questa fu ricuperato qualche esemplare dagli scavi del Lacava a Metaponto (op. cìt., tav. IV, fig. 6, pag. 125) in un punto non precisato dall'A.

17-19) Altro tipo semiellittico (cm. 17,5 x 12), forma stanca e di conseguenza impressione cattiva. Testa di donna, piccoletta dall'espressione triste ed accigliata, e dalla bocca socchiusa; essa è coperta da una specie di berretto frigio con chiome late­rali scarmigliate (tav. IX, n. 4). Tre esemplari. Non cade dubbio non sia una Medusa triste, nella quale scomparvero o si obliterarono le alette. Questa antefissa richiama, salvo una minore abbondanza della chioma frontale, due freschi esemplari tarantini del Museo di Villa Giulia, nei quali l'editore dichiara che la copertura è formata dalla spoglia di una testa leonina, sormontante un diadema; interpretazione che mi lascia un po' perplesso per gli esemplari romani e più che mai per quelli di Ciro; eppure a Taranto ho riconosciuto esemplari superbi, sormontati da una nitida Xsovrri ed affiancati dalle alette riunite. .

20-22) Brutto e scadente esemplare, così per esecuzione come per conservazione, di cm. 19 x 17. Maschera tonda, che sembra muliebre (sic), con capelli irti appena accennati, orecchie caprine ed un tappo in fronte, che bene non si definisce, anche perché rotto. Tre esemplari (tav. IX, n. 5).

23) In condizioni ancora più tristi di deterioramento è un altro esemplare per­venutoci in un unico esemplare in creta rossa, rotto inferiormente ab antico (diametro cm. 19 x 16,3 altezza) con una maschera muliebre dal rilievo abbattuto, la chioma composta in due masse ed inquadrata da una aureola a raggiera in forma di ferro di



1 E. D.Van Buren, Archaic fictile revetments in Sicily and M. Graecia, fig. 59. Gli esemplari di Metaponto, come i nostri, hanno completa la corona di serpentelli ad S; nei tarantini, invece, l'arco inferiore ne è privo.

- Editi dal Cultrkra, B.A.M.P.I., a. VII, pag. 327, fig. 45-46. Belli esemplari a Taranto e Trieste.



cavallo. La struttura di tale aureola mi fa pensare all'Helios delle monete di Rodi, datanti dal 304 in qua (Head, H.N.2, pag. 540). Ma mentre la monetazione italiota di Eraclea, di Metaponto e di Croton, conosceva dalla fine del V secolo in giù le belle teste patetiche muliebri di fronte e di tre quarti, nulla di simile ci ha lasciato Taranto. Non così invece nelle antefisse, tutte con teste di prospetto.

24-28) Forma consueta arcuata (diametro cm. 21 x 20), creta rosea pallida, cinque esemplari. Maschera foggiata sopra un tipo probabilmente silenico, di grande notorietà e diffusione. Fronte calva, incorniciata da una parrucchetta a strophion, con due fiocchi laterali; volto ottuso con accentuazione delle sopracciglia; occhi profondi e naso ca­muso; boccaccia aperta ed arcuata. Tipo comune predominante nel secolo IV ed anche dopo (tav. IX, n. 6).

29-32) Magnifico esemplare di antefissa semiellittica arcuata in alto (cm. 20 x 16,5) in creta giallo-chiara con maschera silenica di eccellente concezione e fattura; 4 esem­plari più o meno frammentati, ma tutti di buona impressione (tav. IX, n. 7). Essi ci esibiscono una bella maschera silenica colla chioma irta in fronte, i fiocchi a fiamma; due enormi orecchie caprine, ritte, separano la chioma dalla barba, che si inizia con fiocchetti e bioccoli riuniti, per diventare sul mento folta barba strigilata, che investe tutta la parte inferiore del volto sino al turgido labbro inferiore; lunghi mustacchi ornano quello superiore. La fronte contratta, gli occhi profondi dilatati, il naso piccolo e camuso, la bocca profonda con tracce di denti, rendono a perfezione la natura belluina e selvaggia del Sileno, che qui sembra rispecchiare il tipo classico, se non creato, sviluppato da Mirone per il suo celebre gruppo di Athena e Marsia 1.

33-34) Altra antefissa a maschera silenica, incompleta nell'arcatura superiore (larghezza cm. 18,5 x altezza incompleta cm. 18,5); due esemplari, da forma molto stanca e logora; rilievo fortissimo. Tipo silenico analogo al precedente; manca la chioma fron­tale; barba a lunghi bioccoli lanosi.

35-36) Esemplare analogo al precedente, più piccolo ma completo (diametro cm. 14,5 x 16,5 altezza); due pezzi. Le grinze frontali profondissime, la barba a bioccoli lanosi, crescenti dalle orecchie al mento, incornicia tutto il volto inferiore. Questo tipo, in confronto del precedente, accentua fortemente i tratti anatomici del volto (tav. IX, n. 8).

37) Piccolo frammento di maschera silenica (cm. 12 x 8,5) che, unica, presenta la peculiarità di una corona d'edera, cingente la calva fronte.

38-39) Due piccoli frammenti di maschere muliebri, colla metà inferiore del volto; altezza cm. 9,5 x 12,5 larghezza; la bocca socchiusa lascia intravedere la dentiera accennata; il rilievo di questi volti è molto accentuato. Se essi appartenessero ad antefisse è, almeno per uno, alquanto dubbio.



1 Questo tipo silenico nulla ha di comune coi pochi esemplari tarentini a teste sileniche editi dal Cultera nel S.A.M.P.1, 1927, pag. 326; mentre poi si richiama, pur variando, ad un esemplare del Museo di Trieste, edito dalla Van Buren, op. cìt., fìg. 62.



Dopo l'arido ed obbiettivo catalogo sono necessari alcuni ulteriori chiarimenti per determinare il significato delle figure, il loro stile e l'età, la fabbrica, e soprattutto la loro funzione organica. La quarantina di antefisse del tempio di Cirò si differenzia per materiale, modulo, conservazione, stile ed età; ed in talune tali differenze sono, nonché sensibilissime, profonde. Alcuni esemplari sono freschi, direi quasi freschissimi, altri più o meno stanchi, altri logori e taluno persino ritagliato (sic). Solo il primo gruppo rappresenta una unità stilistica e cronologica, che colpisce; siamo alla metà circa del secolo V cogli altri esemplari scendiamo non poco nella seconda metà di tale secolo, ma penetriamo con taluni bene addentro nel IV. In ogni modo questo va rilevato: che in tutta la serie manca una precisa unità di tempo, di stile e di modulo, il che in altri termini significa che esse non possono essere state applicate alla decorazione del tetto di un tempio uscito di getto in una determinata e precisa epoca, che si aggirerebbe ben addentro la seconda metà del V secolo, così all'ingrosso fra 430-420; e la varietà dei moduli, talora sensibilissima, non basta a giustificare seriori risarcimenti ed integrazioni di lacune.

Di 'antefisse noi possediamo un materiale copioso di disparate provenienze dalla Sicilia, Magna Grecia e Grecia propria, solo in parte pubblicato; manca invece un vero Corpus di esse, cotanto desiderato, non solo per ragioni stilistiche, ma soprattutto cronologiche. Lo Schrader nel suo tanto discusso e pur magnifico volume su Phidias (Frankfurt a/M., 1924, pag. 91-93, fig. 7), cita il rilievo Lankoronskj di Vienna con una testa di Medusa sullo scudo, databile del 475 ; è sempre un utile caposaldo sebbene questo tipo non figuri nella serie di Ciro. Ripeto che manca il Corpus delle an­tefisse anche per il fatto che appartenendo esse alle terrecotte architettoniche esulano dalle grandi raccolte delle terrecotte figurate (Typen ecc. del Winter) che ha reso tanto utili servigi agli studiosi. Delle antefisse siciliane, rare del resto nell'isola, ha dato quanto poté raccogliere il Kekulé, Terracotten von Sicilien (1884, pag. 42-44) quasi 70 anni addietro; né oggi il loro numero si è gran fatto accresciuto.

Le nostre maschere sono tutte sotto l'evidente e prepotente influenza di Taranto o di un altro grande centro ad esso prossimo; ma mentre una serie (in particolare il nucleo 1-12) parmi di importazione diretta, non si esclude che altre sieno povere e stanche copie locali, ottenute forse a ricalco. Se non che qui il terreno vien meno allo studioso, e la ricerca si trova davanti a difficoltà per il momento insuperabili. A Taranto nel periodo (nefasto per l'archeologia il quindicennio 1885-1900) della nascente città nuova, mancata qualunque vigilanza archeologica, si distruggevano le case ellenistiche con freschi, mosaici, ecc. si manometteva liberamente ogni cosa, e le migliaia e migliaia (sic) di terrecotte figurate si disperdevano a prezzi vili per tutto il mondo, perdendo sovente il loro certificato di origine; erano soprattutto le cisterne che restituivano cotesti preziosi cimeli, tra i quali si noveravano anche centinaia di antefisse. Fortuna che due raccolte italiane, formatesi l'una in quel torno di tempo (Museo .Civico di Trieste) : l'altra dal 1900 in poi per l'opera solerte di Q. Quagliati (R.Museo di Taranto) sono riuscite: a salvare un materiale preziosissimo Sennonché altre città, nel raggio della influenza politica "ed artistica di Taranto, hanno ;prodotto articoli similari sebbene in genere piùscadenti; vlv Musei' di Trieste, di,:Taranto, ed anche quello di Bari'contengono le serie più ricche, di Taranto e di altre città dell'Apulia ;. ma sono tutti materiali inediti la cui pubblicazione costituirebbe la base'sicura: per lo studio della coroplastica di'questa regione, alla quale sin qui si sono portati parziali e pregevoli contributi, nessuno dei quali tocca però le antefisse ; per esse si è quindi costretti a procederea tentoni 1

Nelle,nostre antefisse che stanno fra la metà del secolo V e la fine del IV (dunque oltre un secolo di tempo coi tipi denominati arcaici, medi e patetici), predomina il tra­dizionale schema della Gorgo-Medusa apotropaica; al tipo sorridente, beffardo, subentra poi lentamente quello . triste, la cui individuazione nel caso nostro ci lascia talora al­quanto perplessi fra Medusa ed Àrtemide, soprattutto nei pochi esemplari; in cui pare la testa sia coperta delle « exuviae » leonine, richiamandosi in tal caso ad una serie di statuine tarantine (Harden, op. citi), Apotropaica è del pari la maschera silenica nelle .sue varie espressioni, sempre ributtante e disgustosa pure alla mentalità greca, cotanto diversa dalla nostra.Uno studio dell'evoluzione del tipo della Gorgone, come del Sileno, è superfluo ai fini della nostra indagine! 2.



1 Quintino Quagliati ci aveva promesso da un decennio il catalogo completo, ricchissimamente illustrato, del suo Museo, col quale egli ha dato all'Italia un monuménto magnifico, prezioso della sua attività.-Ma'egli è scomparso senza averci dato quest'altre monumento della sua dottrina. La signora Liù Frankenstein ha presentata la sua tesi di laurea all'Università di Greifswald sul tema: Taretìtiner Terrakotten, Studien zur Kuristgeschiclite Grossgriechenlander\ ma essa è rimasta inedita per difetto di mezzi pecuniali. Dal riassunto datone nel!'« Archaeol. An-zeiger », 1921, pag. 26S-271 non risulterebbe essa si sia occupata delle antefisse. Altrettanto dicasi per il florilegio di scelti pezzi tarentini del Museo Leusing-Scheurleer di Haag (saggio in «Archaeol. Anzeiger », 1922, pag. 202 e seg.), e dello studio di Harden, in « Journ. fieli. studies », 1927, pag-. ¦ 93 . seg. su terrecotte tarantine, colle «exuviae ledninae » rappresentanti Artemide.

Da tutto ciò emerge che il campo delle antefisse è ancora completamente vergine, e tutto vi è da fare'

È doveroso che io qui ricordi, come grazie alla cortesia del dott. Piero Sticotti, direttore del Museo Civico di Trieste, ho avuto in esame una bella serie di fotografie, riproducenti i pèzzi più spiccati di antefìsse tarentine di'quella raccolta.

Cosi ho potuto ribadire la mia convinzione, già formulatasi colia visione degli esemplari del Museo di Taranto, che tutte le antefisse di Ciro sono rappresentate nella.vasta produzione ta-reiitina; con questa differènza, però, che i genuini esemplari direttamente usciti dalle officine tarentiné-sono perfetti, mentre i nostri, meno il primo gruppo, sono imitazioni, derivazioni scadenti, imperfette e stanche. 

2 Alla vecchia letteratura del Six. {De Gorgone, Amsterdam, 1885) e del Furtwaengler (s.v. in Roscher, Lexicon e'deì' Ni'ese, in Pa'ulys-Wìssowa R.E.; s.vo 1912) giova ora aggiun­gere l'articolo.,d.i St. Bleecker ^vcb, in-« Amer: Journal of Archaeology »; 19207 pag. 352 seg. sulle 'maschere'muliebri arcaiche di carattere funebre, tradotte nell'architettura in .antefisse, spe­cialmente in Etruria, mantenendovi tutti i caratteri plastici greci, al punto da doversi chiedere, se e quanta parte di diretta influenza abbia avuta la Sicilia in questo trapasso.



Non insisterò mai abbastanza sulla ricchezza tutta particolare di Taranto in fatto di questi capi di /.aXuTCTVJps; av^sutoro'. o di imbrices cxiremi, frontali come li chiamavano i Romani; se, come afferma Plinio, (//.//., XXXV, 43, 12), la loro origine risalga a Dibutade di Sicione, non discuto. Le centinaia di esemplari raccolti nelle cisterne e negli scarichi della Taranto greca ed ellenistica, di dimensioni pressoché uguali ai nostri, sono affermazione di una moda e di un gusto edilizio diffusissimo, mancante invece in altre città della Magna Grecia e della Sicilia 1. Gli esemplari tarantini, per varie ragioni non derivano da templi o da grandi edifici pubblici, ma in grande prevalenza da abitazioni private; essi davano una nota di fasto all'architettura della opulente città. Trasportate queste illazioni ai santuario di Ciro, se ne deduce che gli esem­plari nostri non convengono per ragioni di modulo al grande tempio, né per ragioni stilistiche ad un ipotetico tempio arcaico in antis, la cui esistenza è d'altro canto per varie ragioni controversa. Escluso che essi abbiano comunque a riferirsi a templi, esclusa la pertinenza alle camere di abitazione dei sacerdoti, che dalle misere reliquie superstiti risultano di costruzione e di età tardissime, non rimane che pensare a piccole costruzioni dei secoli V e IV circostanti al tempio, e di cui ogni traccia sarebbe scomparsa nei vari rimaneggiamenti subiti in momenti diversi dal santuario ; forse le prime case dei sacerdoti e dei famuli, in un secondo tempo spostate e rifatte in parte cogli stessi materiali, ne furono in origine adorne. Parecchie, per non dir tutte, mostrano di essere state staccate da lunga data dai rispettivi embrici, ed il loro logoramento è forse anche indice che esse, e per assai tempo, rimasero sperdute sul terreno, e sballottate di qua e di là, come vecchio materiale fuori uso. Ma quello che importa ribadire si è che nulla esse hanno a vedere col tempio di Apollo, né nella sua fase arcaica, né in quella successiva di un supposto ampliamento di esso

Cfr. inoltre: Gerogannjs, l'oj-fù r. Miòvjrja, nella «Archaeol. Ephemeris» (1927-28, 4", pag.49 e seg-.). Poi un articolo di F. Messerschmidt, in « Roem. Mitt. » (1931, pag. 6£ e seg.), con nu­merose maschere di età e località svariate : ed infine quello di R. Vight sulla maschera gor-gonica colle barbe, ma collo sfondo a conchiglia, alquanto diffusa a Cere alla fine del secolo VI (In « Studi Etruschi », V, tav. XI).

1 Siracusa ha dato solo un paio di esemplari, una mezza dozzina Camarilla ed altrettanti Gela, un paio Agrigento, nessuna Selinunte. Queste cifre mi sembrano costituire una prova dì una eloquenza evidente alla mia tesi.

3 Alla descrizione delle maschere di Ciro ed alle conseguenze artistiche, che ne discendono, mi vien fatto ora a manoscritto ultimato — di aggiungere altri elementi ed altre con­siderazioni in seguito ai magnifici risultati conseguiti da P. Marconi collo scavo del tempio di Himera, degnamente da lui illustrato col volume: limerà, lo scavo della Vittoria e del Temenos (Soc. Magna Grecia, Roma, 1931). Anche colà si rinvenne un certo numero di antefisse figurate, le quali sono documento di una probabile industria locale, o per lo meno di un altro centro siceliota di produzione. Per l'Agrigento, ad esempio, io avevo mosso qualche dubbio su taluni esemplari del Museo di Siracusa, perché provenienti dal commercio antiquario, e che io avevo sospettati di origine tarentina; ora tali sospetti panni vadano eliminati. Ed ancora, le scoperte di Himera eliminano altri dubbi, e cioè che le maschere-antefisse derivino dal grande tempio, quando anche si volesse applicarle all'apertura ipetrale interna, e ciò per evidenti ragioni di modulo. «Grandi are, edicolette votive, sacelli semplici, tesori, tempietti "con colonne, forse fabbriche di servizio e di abitazione; forse propilei, questa doveva essere la popolazione di piccoli » edifici addensati attorno al grande tempio dorico di Himera». Così il Marconi, op. «7.,pag. 190, Fatte le debite riduzioni, in meno, s'intende, questa dovette essere la situazione edilizia anche del tempio di Ciro, suburbano come quello di Himera, ma per giunta autonomo, perché molto più discosto dalla cittaduzza di Ciro Superiore-Crimisa che mai assurse al grado ed alla di­gnità di una 7:0X1; politica. Non senza aggiungere che quanto si afferma per Himera vale per tutti i grandi santuari isolati dell'Ellade, raggiungendo la più grandiosa ed alta espressione in Delfl ed Olimpia, divenuti santuari panellenici per eccellenza, per la santità dei ricordi religiosi, per la sontuosità degli edifìci, e veri musei d'arte per le opere insigni ed i tesori ivi accumulati da secoli. •

Delle maschere antefisse di Himera alcune coincidono con quelle di Ciro, pur presentando variazioni, escludenti la derivanza da tutto comuni, o da surmoulages di essi. Manca a Ciro la maschera gorgonica a conchiglia, nella quale il Marconi ha ravvisato, parmi a ragione, influssi etruschi per il tramite di Cuma - Capua. 

Vi sono teste muliebri, forse colla Xsovrrf in qualcuna o con un nodo frontale, nelle quali, se mai, il tipo originario della Medusa si è così oscurato e corrotto, da perdere i suoi caratteri specifici originali. Data la loro cattiva esecuzione e formatura, per stanchezza e logoramento delle matrici, si resta assai perplessi, se si debba riconoscervi una divinità. Accanto alla Gor­gone prevalgono a Ciro, come in genere altrove, le teste di Sileno dal tipo arcaico raffinato scendendo alle esemplificazioni posteriori e meno curate.



TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



Cap. III.



RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO NELLA PIANTA E NELL'ALZATO .



Prima di addivenire ad un tentativo d'integrazione del tempio nella sua planimetria e nel suo alzato, è necessario volgere uno sguardo al suo sviluppo genetico dalla forma primordiale a monocella in antis, colla giunta di uno pteron che conglobò la costruzione primitiva centrale trasformandola in un perimetro.

Oggi è divenuto di moda di esplorare intus et in citte i più celebrati santuari dell'antichità, sin qui soltanto denudati e scrutati in superficie, togliendo il mantello di terra e di mine che li mascherava. All'Acropoli di Atene, ad Olimpia, a Delfi, ad Egina, ad Efeso e in parecchi altri siti ancora, si è voluto esplorare sotto i templi gli strati più arcaici, cioè i precedenti della loro vita religiosa ed artistica. W. Dòrpfeld aveva già segnato e da tempo, coi suoi lavori magistrali, un'orma luminosa nella metodologia dello scavo, del rilievo e della illustrazione. Egli ha fatto scuola ed ha trovato imitatori presso tutte le nazioni. Ed a tale riguardo non posso non mettere in rilievo un'opera recentissima del genere, che desta veramente ammirazione per gli accorgimenti e le immense difficoltà superate in un terreno insidioso e perpetuamente acquitrinoso, quella di Ernesto Buschor, sull'' Heraion von Samos, Fruite Baiiteli, a cui è dedicato un intero volume delle « Athen. Mitt. », (LI, 1930), colla quale mediante rilievi e fotografie mirabili, ci guida, attraverso le cinque fasi, dal geometrico al romano, a studiare le evoluzioni di un millennio del famoso santuario.

Ma anche gli Italiani hanno appreso il fatto loro. A tal genere di imprese, com­plesse ed estremamente delicate, anche l'archeologia italiana ha portato un suo contri­buto veramente magistrale, ad opera di C. Anti e di L. Pernier, sui santuari della ter­razza di Apollo in Cirene ; essi vennero ad uno ad uno esplorati, studiandone metico­losamente le origini, le evoluzioni e le rinnovazioni dal VII secolo a. C. al V-VI d. C. Le notizie finora apparse (L. Pernier, Cirene antica rilevala dai recenti scavi, in «Atene e Roma», 1931 e L. P., JL'Artemision di Cire?ie, in «Africa italiana», luglio e dicembre 1931), sono al tutto provvisorie in attesa della grandiosa pubblicazione definitiva, alla quale ha efficacemente concorso anche l'aeronautica, con bellissime ed istruttive fotografie iposcopiche, e che io segnalo, a titolo d'onore e di modello, in particolare ai giovani.

La nostra impresa di Ciro era infinitamente più semplice ed assai minori le difficoltà presentate. Nello studio che presentiamo occorre tener presente la fig. 3 ove si osserva lo stato effettivo e reale del tempio, dopo aver messo a nudo con ogni cautela quanto era a noi pervenuto di esso, non una pietra di più, e la tavola III ove si ha in­vece la sua integrazione congetturale, segnando a punteggio quanto non è effettivo (soprattutto il colonnato), ma frutto di meditazione e di calcolo.

Ora non è chi non veda a colpo d'occhio il carattere struttivo profondamente diverso della peristasi, da quello del vaó; o della cella propriamente detta; tecnica isodoma perfetta nel primo, conci di buonissimo ,se non di ottimo squadro, livelli e connessure perfette; conci di lungo alternati con quelli di corto. Lo stesso non si può dire della cella, di cui, per fortuna, è quasi rimasto completo l'infimo strato di fondazione, formato di medie e piccole pietre aggiustate alla meglio, e non senza cure nelle fronti esterne e nei piani di posa. È una specie di solida maceria, eseguita con materiale resistente, sulla quale si dovevano ergere i muri della cella in conci di modiche dimensioni, squadrati, e con molta probabilità, per non dire certezza, legati da un cemento primitivo (tajo) senza del quale l'alzato del muro, non soverchiamente spesso per l'azione disgregatrice della salsedine marina e delle piovane, sarebbe crollato. Una tecnica consimile noi abbiamo riconosciuta nel tempietto dell'anonima città greco-arcaica di Monte Casale presso Acre, i cui dati non sono per ancor divulgati; e potrei, volendo, citare parecchi santuari della Grecia arcaica, dai quali appare che la tecnica era in parte subordinata alla qualità del materiale sottomano. Del resto la cella, non avendo la funzione statica di una peristasi, e salvo il provvedimento di impiegare un cemento primitivo \ era in grado di reggersi anche con un muro di modica larghezza come il nostro 2.

L'interno della cella è anch'esso, sotto taluni rispetti, avvolto nel mistero; gli avanzi di un muretto di conci squadrati dividono il vaó; in due vani, uno grande ed uno minore ad ovest; verso la metà anteriore del primo si avvertirono quattro lastroni quadrangolari, o più esattamente tre, ma anche del quarto vi era l'orma precisa, ossia il cavo d'innesto di esso. Questa disposizione regolare fa a tutta prima pensare ad una funzione misteriosa, che con un momento di riflessione si chiarisce, ravvisando in



1 A proposito di questi cementi primordiali viene molto a proposito uno studio di Paolo De Grazia, Case rurali e suburbane di argilla a Senise (Potenza), Roma, 1932, in « Boll. Soc. geogr. ital. », s. VI, a. IV, 1932, 8°, pag. 50-54, 2 tav.

La regione povera di pietra supplisce con mattonacci di argilla grezza (in Calabria deno­minati breste, in Basilicata cincinte) impastati con paglia tritata, messi in forme, cotti al sole e poi adibiti alle capanne ed ora alle casette rurali. Industria plurisecolare, forse anzi di millenni.

Di questo tajo (Lehmmórtel) mi sono occupato in vari miei scritti, ad esempio, a pro­posito delle mura di Caulonia (op. cil., pag. 97-98), ma qui mi basterà addurre l'alta autorità del Dorpfeld (« Athen. Mitt. », 1907, pag. 236) per ciò che riguarda la Grecia. In Asia Minore ed in Grecia, afferma, mai s'impiega la calce in edifici preromani. Così a Pergamo, nel periodo dei Re: al più un cattivo Erdmórtel o tajo. In Egitto invece la calce si usa già fino dall'epoca delle piramidi, e così nei templi tolemaici.

a Si vedano per l'analogia struttiva i muri del tempio di Neandria (Koldewey, Neandria, pag. 22); molto più larghi ma di identica compagine. Per Locri Marazà, cfr. Phtersen, « Róm. Mitt. », V (1S90, pag. 170, e seg.), e DORPFELD, Alte Denhnaler, 1891, tav. LI. Per altri particolari l'Apollonio di Thermos, Durm, Baukunsl d. Griechen (311 ediz., pag. 425).



essi lastroni, le basi di colonne lignee sostenenti la travatura centrale della capriata del tetto. Con ciò si entra in pieno nella questione delle celle arcaiche a colonnato centrale (Thermos, Neandria, Locri, ecc). Che fossero delle basi per sostenere degli ex volo sembra doversi escludere, data la profondità della fondazione e la disposizione sim­metrica di esse; e poi non si riesce a concepire un'esposizione ingombrante di ana-themata, siano. pur preziosi, in una cella di per sé già angusta.

Nel recesso poi di occidente emersero tre pilastrini (un quarto venne distrutto nel massacro del tempio) disposti in quadrato, livellati colla fondazione della cella, e misuranti nel loro lato esterno in. 3,20 x 2,60.

Quale era la loro funzione? Si tenga presente che qui siamo nel Scinda Sancto-rum, nell'ccuTOv del santuario, che qui avvennero le principali scoperte dei resti dell'idolo, e che qui nel suolo si raccolse il meglio della stipe sacra più preziosa, con lamine d'oro e d'argento piegate e ripiegate, messe cioè fuori uso. Non si durerà quindi gran fatica a pensare che qui sorgesse l'idolo di culto sopra un piedistallo, avvolto in una penombra misteriosa, abbattuto poi o crollato, non sappiamo bene, se per un evento bellico (saccheggio) o per un insulto sismico, che avrebbe schiantato anche gran parte del tempio, già cosi debole nella sua compagine strutturale.

Ma l'idolo di culto si ergeva forse sotto un tegurium o baldacchino, per proteggerlo, dato il suo delicato carattere di acrolito, dalle infiltrazioni del tetto? Questo fatto è comune nel culto cristiano, ma sarebbe nuovo ed inusitato in quello greco.

Ho voluto interrogare su tale argomento il mio compianto amico e collega Federico von Duhn, profondo conoscitore delle antichità sacre e dell'architettura reli­giosa dei Greci; l'ho anzi pregato di indire una specie di referendum tra i suoi colleghi specializzati in materia; ma l'esito fu completamente negativo.

Ma ecco intervenire in data recentissima una scoperta che non so dire se accresca o sciolga l'enigma. Or è un anno (1930-1931) nel santuario di Hera Akraia, sul promontorio di fronte a Sicione, gli scavi hanno messo allo scoperto un tempio, ritenuto del secolo VI, di cui per ora abbiamo solo notizie preliminari, dovute all'au­torità del Karo (« Archeol. Anzeiger », 193 1, pag. 255 e seg.), che visitò i lavori, e ne rimase colpito. La cella, intesa nel senso lato, è divisa per il corto mediante due muri paralleli, in tre camere; in quella media è ancora superstite la base dell'idolo, davanti a cui s'ergeva un altare a colonne; caso nuovo codesto, la cui copertura potrebbe esclusivamente spiegarsi per la stessa ragione dubitativamente addotta per la copertura dell'idolo di Ciro, quella cioè di impedire che le piovane del tetto estinguessero la sacra fiamma perpetua alimentata nell'IV/.aoa. Non so se i colleghi meneranno buona questa interpretazione, l'unica verosimile che per il momento mi si affaccia. Gli scavi, non ancora finiti, forniranno forse ulteriori chiarimenti ; il Karo stesso si riserva tornare sull'argomento ed egli insiste sull'analogia di questo caso unico in suolo greco colla cella tripartita del tempio italo-etrusco.

Ad ogni modo per ciò che riguarda Ciro contro la tesi assai ipotetica di un baldacchino sopra l'idolo, un'altra tesi può essere avanzata, poggiata questa su alcuni esempi di grandi santuari. Ad Olimpia il grande simulacro di Zeus era protetto all'ingiro da una cancellata, in parte di metallo, in parte di poros rivestito di stucco 1. Barriere o cancelli di marmo cingevano la statua della Parthenos 9.

Vi è da dire di più per il tempio di Egina. L'idolo dovette essere modesto, anzi piuttosto piccolo e seduto; attorno al suo plinto quattro dadi di pietra, messi in luce, reggevano una balaustra, verosimilmente di legno, non un baldacchino. Già il Bocehk a proposito di un titolo del vecchio C. I. Gr. 2139: woix tlóoì tò s^o; aveva tradotto in « integri statua e cancelli » e le scoperte e gli scavi, cotanto sapientemente condotti dal Furtwaengler confermarono tale interpretazione 8. Se non che dopo la morte dei due valentuomini, nuove scoperte epigrafiche avvenute in tempi recentissimi riaprirono la controversia degli ocpia, per i quali l'ultimo editore 4 avrebbe proposta una interpretazione radicalmente diversa, quella cioè di ponti di servizio mobili per lavori interni del tempio. Mi guardo bene dal farmi arbitro in una questione soprattutto epigrafica e filologica; ma comunque si voglia le quattro basette lapidee di Ciro e di Egina parrebbero confermare che attorno all'idolo vi era una cancellata o ringhiera, probabilmente di legno, non essendovi traccia di rinsaldature metalliche.

Ed ora due questioni restano ancora aperte, quella della ipetralità del tempio, e quella dell'ingresso sulla facciata di oriente. Quanto all'ingresso, se esso cioè fosse ad una o a due aperture nulla oso affermare; esse sono ambedue possibili, ma poiché del muro di chiusa del levante non è rimasta che l'orma nel suolo, non è il caso di pronunciarsi.

E veniamo alla ipetralità; in tesi generale essa è stata ormai risolta omettendo un grande óttxTov nel tetto, per illuminare l'idolo, al quale scopo non sarebbe bastata, specialmente, nei grandi edifici, la tenue luce irradiante dal portone d'ingresso. S'intende che l'òcaov non coincideva verticalmente sull'idolo, ma si apriva alquanto davanti ad esso, per non esporlo alle offese delle grandi piogge, che poi venivano raccolte e smaltite in canali sotterranei. Per non parlare che dell'Athenaion di Siracusa, il grande collettore riconosciuto nel sottosuolo di esso, è una potente documentazione alla ipetralità del tempio, in quanto serviva così allo scarico delle acque meteoriche, come di quelle risultanti dai lavacri della parte centrale del pavimento 6.



1 Non essendomi possibile aver sottomano la grandiosa opera tedesca su Olimpia mi ri­metto al Baumeisthr, Denkmiìler d. klass. Altertums (II, pag. 102).

2 M. Colugnon, Le Partkéno?i, pag. 122.

3 A. Furtwaengler, Aegìna: Heiligslhum der Aphaia, pag- 43 e tav. 3r, 32, 37.

4 A proposito del titolo C. I. Gr., IV, 39, e su altri analoghi si veda R. P. Austin,./. //. S., r93r. pag. 287 e seg. dove riferisce e discute le opinioni di altri.

5 L'ipetralità è stata per il Partenone combattuta specialmente dal Dorpfeld, seguito dal . Collignon, Le Parthénon, pag. 128 ed ammessa da altri. Certo l'apertura esisteva in parecchi

dei grandi templi della Sicilia e dell'Ionia Asiatica; per PAthenaion di Siracusa vedi subito sotto. La controversia è stata esaminata a fondo e discussa da R. de Launay in « Revue



Il prof. Carta per mia preghiera ha voluto tentare una ricostruzione dell'alzato del tempio in sezione lunga, come esso aveva già tentata quella dell'irriagine di culto. Congetturali l'uria e l'altra, ma che ci danno una idea approssimativa dello stato del tempio nel periodo del suo massimo splendore. Veggasi la fig. 45 in cui è disegnato l'ipotetico baldacchino. Così nella planimetria come nell'alzato quello che colpisce e disturba è la eccessiva profondità dei due ptera corti di levante e di ponente; donde la necessità di supporre un doppio colonnato, da nessuna reliquia archeologica suffragato né effettivamente rinvenuta; ma tale doppio colonnato lo esigevano la statica dell'edificio ed i tetti. Già il Perrot (Histoire de l'ari, voi.VII, 1898, pag. 399-400) ed altri con lui avevano riconosciuto questo inconveniente degli pteromata corti, profondi, veramente superstiti in parecchi templi sicelioti del secolo V e della fine del VI. In modo geniale egli cercò di spiegare questa peculiarità dei templi sicelioti, che non incontrò favore nella Grecia pro­pria, ma invece nei templi ionici dell'Asia Minore. « On parait (egli dice) avoir voulu » donner à l'édifice une doublé destination ; le naos restait ce qu'il est partout ailleurs, » la maison du dieu; ma le portique s'élargissait pour devenir un promenoir spacieux où » toute une fonie pouvait se mettre à l'abri et circuler à l'aise. C'était agréable et com-» mode; mais l'édifice y perdait certainement quelque chose de sa sevère élégance». E fa comodo anche a me accogliere questo geniale espediente pensato dal mio illustre compianto collega ed amico; secondo il quale i due grandi pteromata avrebbero offerto alle turbe dei pii visitatori un ricovero contro gli ardori del sollione estivo, che su questa spiaggia sabbiosa dardeggiava implacabile, come contro le dirotte pioggie del verno.

Fio. 45. —¦ Ricostruzione dell'alzato de! Tempio.



Archéol », 1912, I, pag. 365 e seg. e II, pag. 143 e seg. Egli ammette che in Sicilia almeno, al­cuni templi di Selinunte e di Agrigento forniscano prove decisive della sua esistenza, che sa­rebbe stata una peculiarità di molti templi sicelioti



TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



Capitolo IV.



Gli.anathemata.e; la stipe votiva



A) Oro, Argento, Bronzò, Ferro,' Piombo, Vetro. 



II tempio greco oltre che luogo, di culto era anche santuario dell'arte. Per i Greci erano due sentimenti inscindibili, inseparabili, quello della divinità e quello dell'arte. La casa del dio doveva essere bella, sontuosa, e tutto ciò che al culto si riferiva era prodotto di sapienti artisti; fino le più umili manifestazioni di devozione del volgo povero ed agreste, forse meno sensibile al fascino della bellezza artistica, erano, all'in-fuori. di ben . poche, pervase da questo bisogno spirituale, che sempre ed ovunque dominò l'anima ellenica. « IL segreto di quest'arte (greca) fu la sua religione » 1.

Non parlo del tempio come tale, come ricettacolo della divinità, non delle sue forme architettoniche, le quali vennero via via sempre perfezionandosi nei secoli, per rag­giungere nel Partenone la perfezione canonica, ideale; non parlo della decorazione fissa della domits divina cioè delle sculture frontonali, quando ve ne ebbero, delle metope, del fregio, non di quanto essa racchiudeva di nobile; e l'arte, s'intende, culminava nella immagine della divinità nell'ebtwv Xa-psi'y.;, che radiante di bellezza ed avvolto in una penombra misteriosa , non era per i Greci (come sovente per i Cristiani meno spirituali) un simulacro del dio, ma il'dio'stesso. A prescindere da queste parti, io insisto specialmente su quanto il tempio racchiudeva, od era esposto nella sua immediata vicinanza, nel temenos o nel boschetto d parco sacro (aXco;) che'ben sovente lo circondava, e che colla sua massa verde formava nobile e degna corona alla biancheg­giante mole dell'edificio centrale.'

' Statue statuétte,'rilievi, tripodi o sontuosi vasi metallici e mille altre cose, talvolta preziose per arte e per materia, erario esposte entro il tempio •' o nel temenos, ad esaltare la venerazione dèi dio, a" stimolare l'ammirazione' é la generosa pietà dei devoti. A tutto aggiungansi gli arredi del culto, o gli ornamenti mobili del simulacro, e quanto non era in permanènza esposto era custodito nel o nei thesauroi del tempio 3;



. 2 Oltre quanto, si dirà' in seguito, per .le svariatissime forme di ex voto., grandi, e minuscoli, nelle foggie e nelle materie più disparate, dalle' statue, dai vasellami preziosi alle frutta vere, agli indumenti di lana, si consulti E. Reisch,- rAislGv in Pauly-Wissowa, R. E., tenendo presente che in massima ."AsXói equivale a vtxr,-riif»i cioè premio di vittoria in gare.

La bibliografia su tale materia è oggi di molto abbondante. I santuari greci, ed in particolare i più celebrati racchiudevano opere d'arte d'ogni maniera e sovente opere non solo in-



aggiungansi le stipi votive, cioè le fosse nelle quali veniva scaricata la paccottiglia più o meno umile del volgo dei devoti, le imaginette cretacee tirate a serie, che talvolta assumevano per la quantità proporzioni rilevantissime ed ingombranti, tanto da rendere assolutamente necessarie delle periodiche epurazioni e selezioni coi relativi sgomberi. Soprattutto le imaginette ed il povero vasellame si accatastavano talvolta a migliaia, venivano eliminati, e consacrati, come cose sante, in fosse terragne; caso tipico quello del temenos del tempio locrese di Marasà, dove accanto a centinaia di figurine, io ebbi a segnalare la presenza di ben 14.000 poveri skyphoi ben stivati in fosse foderate di tegoloni (ineditò).

Ciò che l'esplorazione dei santuari greci ha dato alla storia, all'arte, alla conoscenza dei culti è un patrimonio incalcolabile di documenti per la vita religiosa e per l'arte greca. E se per la Magna Grecia e la Sicilia ci fanno difetto quei preziosi inventali epigrafici, dei quali è così ricca Atene e la Grecia, abbiamo un compenso nelle stipi votive, esasperanti per il loro mutismo epigrafico, ma che colla loro talvolta strabocchevole ricchezza di contenuto ci hanno aperto vastissimi orizzonti di ricerca e di studio. Mi basti per tutto ricordare le immense favisse, veri magazzini archeologici, del santuario, con minuscolo tempietto, di Demetra, nel fondo del vallone dell'Abbadessa a Locri, che ci hanno restituito migliaia e migliaia di frammenti vascolari e di statuine, con piccoli bronzi e mille altri gingilli; tesoro incalcolabile, ancora purtroppo inedito, nel quale eccellono i preziosissimi pinakes fittili, anch'essi in migliaia di frammenti e che da soli costituiscono la più brillante scoperta fatta da mezzo secolo nella Magna Grecia.

Al santuario di Apollo Aleo non abbiamo trovato che i brandelli superstiti di grandi devastazioni e spogliazioni. Il tempio non aveva thesauroi a sé, né pare che nel temenos fossero esposti grandi ex voto; pare invece che il tesoro fosse entro il tempio stesso. E nemmeno siamo riusciti a trovare tracce delle favisse, il che del resto è soventi volte avvenuto anche in santuari di molta fama. Ma gli avanzi d'ogni maniera, desolatamente frammentati, e perciò appunto con infinita passione ricercati e rintracciati aprono pur sempre il campo ad uno studio, che molte cose ci chiarirà sulle vicende del tempio e sul suo culto.



signi per eccellenza d'arte ma altresì preziose per la materia. Accadeva sovente che per necessità politiche (guerre od altro) od anche edilizie (restauri e lavori nel tempio) essi venissero in­taccati, vendendone una parte e traducendola in denaro. Ma la vigilanza ed il controllo su tali tesori furono sempre severamente esercitati da commissioni delegate dal governo. Gli inventari ed i rendiconti incisi in pietra sono per noi una miniera inesausta delle più singolari e minute informazioni. Dobbiamo al Kirchner di avere redatto il corpus di quelli dell'Attica (Inscr. Graecac, voi. II-III, pars II, fase. I, 1927); va tenuto conto delle aggiunte e rettifiche, talune sostanziali, di A. M. Woodward alle liste del 398-397 dell'Hekatompedon («Journal Hel. St. », LI, 1931, pag. 139 e seg.) e di altri frammenti pure dell'Acropoli del periodo 433-411 (Ibidem, pag. 159 e seg.). .

Queste ricerche epigrafiche, ormai divenute compito di specialisti," devono quindi esser seguite con ogni attenzione dall'archeologo, perché gli rivelano mille cose utili per l'arte e per le antichità di culto.



Di gran parte delle città elleniche che furono la gloria ed il lustro della Magna Grecia si.additano oggi le mine (quando pur esistono, che di molte e ragguardevoli nemmeno si conosce il sito) in luoghi desolati dal miasma palustre e dagli acquitrini. Così è all'« Isola dei santi Pietro e Paolo ». Dove un dì ferveva, specie nel Ve IV secolo, là vita religiosa, e si snodavano le lunghe e variopinte teorie sacre, scendenti dai colli e dalle città limitrofe, da secoli si è stesa una coltre funebre, avvolgente i resti venerandi di un glorioso cadavere. La mano pia dell'archeologo sollevando questa coltre e raccogliendo con animo commosso le reliquie di una grande civiltà ha fatto opera di rievocazione di grandi ricordi storici; e con essa procede alacre quella bonifica, che è opera di redenzione agraria all'antica prosperità e fortuna del paese, ove nacque il nome santo d'Italia. '

ORO.

Figurina in lamina d'oro spessa, rappresentante Apollo con patera nella destra, ed arco nella sinistra, poggiata sopra una basetta in lamina dello stesso metallo, di

forma rettangolare, dell'altezza complessiva di cm. 6 e del peso di gr. 18,5. Il dio piantato sulla gamba destra rigida, colla sinistra alquanto arretrata ed allentata, veste una corta tunica con risvolto sul petto, che lo copre dalla base del collo fino alle ginocchia; il braccio destro un po' scostato dal torace e proteso in avanti reca nella destra un grande disco, che può dare l'illusione di un timpano, ma altro non è che una patera sproporzionata alla figurina, l'altro braccio con gesto e movenza analoga regge l'arco. La testolina minuscola, ma purtuttavia molto curata, soprattutto nella maschera facciale, è coperta di un'abbondante chioma rimboccata e forse attorta ad un «{meo£ invisibile, perché formato dallo strophion foggiato dalla chioma stessa.

Contorta e schiacciata negli arti per la natura stessa della sua conformazione, essa non risulta ottenuta a fusione, ma mediante una serie di spesse laminette o bractee martellate e poi congiunte con estrema abilità e delicatezza, senza impiego di saldatura o v.iXky](ji',; e tanto più è ammirevole questo artificio, in quanto il piccolo idolo non risulta di due valve più o meno combacianti come avviene nelle comuni figurine di Eroti degli orecchini ellenistici da fine IV a II secolo, ma è montato da tante parti diverse, con abile magistero congiunte e connesse. Così la testolina.a tutto tondo sta a sé, ed è formata di due guscie. Il torace, o dirò meglio la clamide (che la parte anatomica non esiste) è pure formata di due lamine impresse in modo da rendere le pieghe del mantello, saldate a secco, cioè a semplice martellatura lungo i fianchi o margini verticali. Ogni braccio sta pure a sé, ed è a doppia valva innestata poi nelle spalle; la mano destra è rassomigliante ad una zampa schematica, colle dita geometriche ritagliate e ad essa è saldato il disco; la sinistra confezionata in modo analogo serra l'arco di grosso filo ripiegato. A sé stanno le gambette ottenute colla stessa tecnica e fissate con impercettibili perni alla basetta, che è una semplice lastrina di era. 2 x r. Nei rispetti adunque della tecnica la figura risulta dal collegamento di piccoli elementi diversi, ottenuti a parte coll'antichissimo processo dello c<p.tìprJ'XaTOv e del tutto; e non mediante la fusione, che, applicata a figurine, è di data già tarda. Anzi, poiché certamente non è questa un'opera tirata a serie, come gii Amorini surricordati elle­nistici, ritengo che, meno alcuni particolari, si debba escludere l'intervento del tutvo; per sostituirvi quella di uno cepupeov o martellino, delicatamente maneggiato da un abile ypucroTs/.rov 1.

Ho detto antichissima la tecnica dell'oro tirato in sottili lamine, per imprimervi col martello o col punzone delle forme ornamentali ed anche umane ed animali ; e tale tecnica noi ravvisiamo adoperata con risultati portentosi di delicati fiorellini, di preziosi vasellami {principe la tazza di Vaphio), di ricchi gioielli, di maschere funebri, nell'arte egea e micenea del secondo millennio a. C. Ma assai prima degli Egeo-Micenei quell'arte era nota agli Egiziani che nelle corone di due principesse della XII di nastia (secolo XX a. C.) avevano saputo darci portenti dì bellezza, di buon gusto e di tecnica raffinata. Non parlo dell'Etruria dove l'arte dell'orafo, che lavorava in lamine sbalzate ed in granulazioni, raggiunse fastigi insuperati di grandiosità barocca se non sempre di eletta bellezza !

Presso i primi Greci le oreficerie arcaiche sono scarse, semplici, quasi povere, ma tuttavia informate ad un senso di austera e semplice bellezza, che prelude a quelle più ricche e complicate del secolo V in poi, e che soprattutto erano dirette (almeno a giudicare dalle reliquie a noi pervenute) all'ornato della persona.

Se in questa rapidissima corsa attraverso l'arte gentile dell'orafo, corsa che ci illuminerà anche nell'esame degli altri prodotti del genere restituitici dal santuario,



1 Per l'oro e la sua lavorazione è da consultare il vecchio ma sempre fondamentale V. Bluem-ner, Technol. und Terminol. Gewerbe und Kiinste ecc, IV, voi. I, (iSS6), pag. 303 e seg.; utile anche Daremberg et Saglio, Dictionnaire s. v. Aurifex, più antiquato (1877). P'iù mo­derno il RosenberG, Geschiclile der Goldschmiedekimst auf technischer Grundlagc (1908). Come sintesi giova anche consultare le voci Gold e Goldsclunicdekunst di Thomsen con ampia let­teratura nel Real-Lexiko)i der VorgescJrichle di M. Ebert, s. v., con un impressionante quadro delle industrie primitive. Grandi bronzi dorati e statue dette di oro si conoscevano già alla seconda metà del V secolo («Jahrbuch D. A. I.», 1922 e se»'., pag. 64, nota, e pag. 108).

Fig. 46. — L'ìdoletto d'oro.



noi tentiamo di trovare qualche prodotto che si accosti al nostro prezioso idoletto, che non senza ragione io proclamo quasi un unicum del genere, io ritengo che, almeno nel modesto campo delle mie conoscenze, il più antico termine di raffronto ci vien fornito da una figurina muliebre di era. 8, rappresentante Artemide e spettante alla fine del secolo Vili od al VII, proveniente del celebre Artemision di Efeso, e con­fezionata colla stessa tecnica delle due faccie o lamine combaciatiti t. Questa figurina di arte paleoionica, ed alcune altre affini, in elettro, hanno un grande valore nel caso nostro, considerate sotto due aspetti; quello cioè della tecnica e l'altro della tradizione cultuale di offrire nei santtiari, ancora in tempi remoti, piccoli simulacri, oltre che fittili anche aurei, riproducenti approssimativamente l'immagine dell'idolo di culto del tempio stesso.

Un piccolo Bes del VII secolo, articolo fenicio od etrusco, ma dall'Etruria proveniente (altezza cm. i,6) e passato dalla Collezione Castellani al British Museum (op. di., n. 1570) è foggiato coll'identica tecnica. Per questi secoli arcaici (VII e VI) giova ricordare, come sieno in essi frequenti le lamine d'oro impresse (é/.tu-«) colla figurazione della cosiddetta Artemide Persica o "A. Tcò.jvi.a jyipwv, dalle quali non sarebbe stato gran fatto difficile il passo, di ricavare un idolo autonomo foggiando schematicamente un rovescio, e poi ritagliando e congiungendo. Ma questo non si è ancora osato tentare, e però l'idolo in elettro di Efeso, rimane, almeno sin qui, unico in capo alla serie. Si era però fatto un altro passo audace, producendo delle teste leonine a tutto tondo, adibite come centri di collane; di questi rari gioielli mi piace qui riprodurre un eccellente esemplare inedito dalla necropoli di S. Anastasia presso Randazzo (anticamente Tissa ?), alto cm. 2,4, prominente per cm. 2, e col cavo riempito di una resina antica; opera verosimilmente della metà del secolo V.

FlG. ,17. — Testa leonina aurea di Randazzo.



1 D. G. Hogarth, Excavations at Ephesus. The archaic Ariemisia (Loncìon, 190S), tav. IV, I (= Marshall, Calai, oftìie jozvellery... in «The British Museum», n. 1040, tav.X). Ma a questa figurina, che è la più tipica, si devono aggiungere altre minuscole hnaginette (Hogarth, op. cti., tav. IV, 12-15) ed i busti di altre due più grandi (ibidem, tav. IV, 1 e 2) tutte a guscie e ad impressione. Va notato, per la opportuna coincidenza, e per la cronologia, che all'Artemision tali imnginette e gran parte dei gioielli vennero raccolti nella colmata sotto la grande base della dea. Colla stessa tecnica di tali idoletti arcaicissimi sono anche trattati alcuni minuscoli gruppi aurei di Cipro, rappresentanti la dea Madre ; essi però non sono ex voto, ma pendagli ornamentali, precursori degli Amorini ellenistici, e spettanti al secolo VI-V. (J. L. Myres, Hand hook of thè Cesnola Collection, New York, 1914, pag- 385).



E così già sullo scorcio del V secolo, mentre da un lato si continuano a foggiare teste leonine a tutto tondo, martellate ed abilmente saldate, perfezionandone la forma ed i particolari, si tentò anche con successo la testa muliebre sostituita alla leonina nelle collane e negli orecchini («.The British Museum », tav. XXXI n. 1684-1707), finché nel successivo le figurine di Eroti e di Nikai a due valve, e talora di dimensioni piuttosto rilevanti (cm. 6, «The British Museum», n. 1845) sono, dirò così, di uso comune negli orecchini e si generalizzano nei secoli IV e III.

Ed allora si capisce, come senza superare particolari difficoltà, (la maggiore delle quali, se mai, era quella di un abile congiungimento delle parti, senza saldatura), il nostro orafo sia pervenuto a dare l'idoletto d'oro, oggetto del nostro studio e della nostra ammirazione.

Nell'età ellenistica e romana le statuine d'oro laminate pur essendo sempre delle cose rare, almeno a giudicare dagli scarsi esemplari a noi giunti, ebbero una maggior diffusione, dovuta alla crescente ricchezza, al lusso, al perfezionamento della tecnica; cito soltanto un esemplare di Amenka alto cm. 9,7, uno raffigurante Marte, altezza cm. io,6, ambedue del Museo Britannico (nn. 3012-3013); infine interviene la fusione in pieno di imaginette in argento ed in oro, delle quali non mi occupo.

Per ciò che riguarda le arti maggiori, se noi imprendessimo a spogliare gli inventari dei templi, fonte preziosissima di informazioni, ed in particolare il ricordo piut­tosto frequente delle Niy.ci youacf.i 1, ne caveremmo che tali immagini , ricordo di eventi storici o di vittorie agonistiche, erano divenute abbastanza diffuse; le loro dimensioni non erano però rilevanti. Di grandi proporzioni fu invece la Nike di Pernio in Delfi, la quale anziché d'oro pare fosse soltanto fortemente dorata, al pari di altre statue di principi, e di personalità famose, come la Frine di Prassitele ed il carro dei Rodii di Lisippo " ; colle quali opere noi siamo ormai nel pieno fiorire della plastica greca e sul suo declinare.

Ed ora, dopo aver detto della tecnica, di un'altra questione dovrei toccare, quella cioè della concezione sotto la quale il dio, venerato a Crimisa, ci appare, in quanto essa è subordinata all'altra più vasta della iconografia dell'idolo venerato nel tempio; sono, come vedesi due questioni interferenti, in quanto il quesito che qui si pone e, se l'idoletto aureo riproducesse l'immagine di culto, o fosse una libera creazione; nel primo caso noi potremmo graficamente ricostruire fino nei particolari l'immagine del dio; ma la questione rimane in sospeso, perché come in breve vedremo, accanto ad un simulacro in miniatura panneggiato ne abbiamo uno argenteo nudo ed altri in bronzo



1 Dittemberger, Sylloge inscr. gracc. (2-a ediz., u. 586, 16; 21, 33). Nei nuovi frammenti di inventar] di templi attici del secolo V, recentemente editi dal Woodward, in «Journal Hel. St. » (r92S, pag. 159 e seg\), vi ha ripetuto ricordo, oltre che di svariati vasellami metallici, d'oro o d'argento, anche di Kóce ZPU°5 etcì arslEs {op. cit., pag. 176).

2 Pomtow, in «Jahrbuch D. A. I. », 1922, pag. 64 e 108 e seg.



pure nudi. Il che ci spingerebbe a ritenere che queste imaginette fossero creazioni di bottega piuttosto libere, ed adatte forse a santuari svariati.

L' àtÓXXùjv 'AXisu; infine è una variazione dell1 'À. ' Ap^véTri^, cioè il dio che attraverso il mare guida i coloni alla conquista di nuove terre. Ora, mentre non cade dubbio che il pio offerente dell'aureo idolo abbia inteso dedicare al dio eponimo del santuario la sua effigie, o dirò meglio una sua effigie, è discutibile se tale imaginette sìa la replica fedele ed esatta del simulacro di culto, riproducendone il tipo iconolo­gico precìso. Tutta la serie dei piccoli bronzi che tra breve esamineremo, presenta delle sensibili varianti nell'acconciatura del capo e nel panneggio, varianti tra un bronzo e l'altro non solo, ma con quello aureo, e per ciò che riguarda la testa anche col grande acrolito. Ne concludo che lutti codesti idoletti erano libere riproduzioni, in certo modo convenzionali, della immagine principale; e penso ancora che non da un'officina italiota ma da una della Grecia sia uscito ìl gioiello, il quale in ogni modo appunto perché panneggiato era il più vicino alla imagine dì culto.

Di questa relativa e parziale fedeltà iconologica dei piccoli ex -voto in oro, argento e bronzo è bene si tenga conto fin da ora, per non crearci fallaci illusioni circa l'aspetto del grande acrolito, il quale doveva essere panneggiato, per le neces­sità insite alla sua struttura organica. Tenendo molto conto della foggia dell'acconcia­tura nella statuina aurea, io propendo, pure cori-qualche esitanza, ad assegnarla ancora alla fine del V secolo. Ma nella plastica Apollini panneggiati della seconda metà del secolo V sono delle anomalie, mentre nella pittura vascolare dei secoli VI e V l'Apollo vestito è normale. Di particolare interesse è per noi, in fatto di attributi, un bronzo di Apollo o di efebo nudo, di arte di transizione, della collezione Bearn, che nella sinistra abbassata porta l'arco (Langlot?., FrìiìigrìcÌL : Bìldenerschulen, tav. 6); la coincidenza molto rara è molto significativa.

Apollo coll'arco appare la prima volta nel simulacro dedalico attribuito a Tektajos ed Angelion, esposto a Delfi, di cui oltre alle fonti scritte l possediamo anche un debole ricordo figurale attraverso le monete ; segue poi l'Apollo di Canaco per il Didimeo di Mileto (Pausatila, Vili, 46). Ambedue questi simulacri erano ignudi. Era invece vestito il colosso apollineo di Apollo in Amyclae. Un tormentoso problema ha agitato per un secolo gli studiosi dell'arte, dal Analsemèro de Quincy al Furtwangler, ed ultimo al Fiechter. Al caso nostro non interessa la questione del trono monumentale e riccamente decorato 'di figurazioni. Tale questione fu avviata se non altro ad una soluzione reale e definitiva dai vasti scavi eseguiti sul luogo nei 19042. Quanto all'agallila, Pausania (III, 18, 9) che è la fonte unica vi dedica poche parole, dalle quali emerge che era un colossale acrolito, con elmo, lancia ed arco, vestito dì lamiere



1 Overiìuck, Scìiriflquellen, n. 334-337.

- E. FncciiTER, Amy/das; Der Thron des Apoìlon, in «Jahrbuch » (1918, pag. 107-275 coi tentativi di ricostruzione a tav. 19-20).



di bronzo; e tutti i critici che di esso si sono occupati concordano nel darlo vestito di un chitone talare, così da assumere la forma e l'aspetto quasi di una Athena ar­caica.

Era codesto Apollo, dovuto all'ionico Bathykles di Magnesia (prima metà del secolo VI), una eccezione per il fatto che esso era vestito? Non lo credo. Sta però che nella pittura arcaica Apollo è pressoché nudo, con un accenno di clamide nelle scene del ratto del tripode, e panneggiato quando è lincine. Recentemente si è voluto riconoscere l'origine di quest'ultimo tipo dell'Apollo musico nell'arte ionica col suo costume femmineo ed orientale, tipo passato poi gradatamente nella ionio-attica l, nella quale trova la sua definitiva consacrazione.

Ma qui mi arresto perché tale questione investe piuttosto il grande idolo acrolito, che non il minuscolo simulacro d'oro, nel quale tuttavia, e malgrado che le sue minuscole proporzioni vietino di approfondire analisi stilistiche, si potrebbero riconoscere remi­niscenze dell'arcaismo maturo o dell'età di transizione nell'acconciatura della chioma : lo si paragoni ad esempio coll'Apollo citaredo Vaticano 2. Pur consentendo che il costume e gli attributi fanno di questa statuina un unicum prezioso, elaborazione ed adattamento di un tipo a noi ignoto del pieno secolo V, derivato dall'arte ionica, e per l'affinità che la testolina ha così nella struttura craniale e facciale, come nella capigliatura col bel bronzetto della stipe, di genuina arte greca, di cui fra non guari ci occuperemo, io non ho difficoltà di far entrare ancora nella fine del secolo V questo piccolo ma insigne prodotto di un ignoto aurifex, che difficilmente crederemo italiota.

Diademi aurei. Due frammenti dello stesso diadema produco alla fig. 48 tentandone anche la reintegrazione, essendovi delle lacune al centro e ad una delle estremità, lacune di piuttosto facile completamento. Tale diadema è formato di una sottile lamina d'oro puro, di forma ellittica, che dovette avere in origine le dimensioni di cm. 36,6 x 4,5. Data la delicatezza della lamina e le vicende subite, essa ci è pervenuta tutta raggrinzata, ed io non ho voluto tentare lo stiramento della bractea, per

Fig. 48. — Diadema aureo.



1 Si vegga a tale riguardo il fondamentale studio di L. Savignont, Apollon Pythìos in «Au­sonia » (CI, 1907, pag. 16-66), colla finissima inchiesta dei monumenti della plastica, segnanti le tappe attraverso le quali sarebbe passato nella sua evoluzione il tipo in parola.

2 L. Savignoni, op. eie., fig. 28 e le considerazioni dell'A.



non compromettere le delicate .figurazioni. In fatto all'occhio fine ed all'abile mano di R...Carta dobbiamo il disegno.fedele dell'insieme e dei particolari, colla lettura dell'intera decorazione, che invano si sarebbe cavata da una fotografia. L'ornato è. ottenuto a stampiglia, ma alcuni degli elementi del diadema vennero elaborati a parte e poi applicati; non però a saldatura. 

Al centro un debole avanzo di un soggetto, che si dura fatica a riconoscere, e più. a completare idealmente, per la mancanza di un grande frammento; in . alto una maschera, ritengo muliebre, e sotto di essa gli avanzi di una biga .o quadriga veloce della quale non sono superstiti che una testa e tre gambe equine; nelle ali laterali due rosette a sei petali con bottone centrale, date non ad impressione, ma foggiate a parte mediante fogliette ritagliate, poi combinate e fissate alla striscia mediante due gambette divaricate e ribattute. A fianco delle rosette, dal lato interno, due sfingi con calathos stilizzate ed araldiche, non arcaiche, ma di un certo sapore orientale, impresse, e dal lato esterno due teste muliebri, una sola delle quali superstite; ognuna delle estremità della lunga striscia aveva un foro, per stringere mediante un laccio il diadema alla fronte.

Sono parchi elementi slegati, senza connessioni, nei quali è vano cercare un nesso logico ed un contenuto simbolico ; le sfingi, quali qui le vediamo, colla parte inferiore però stilizzata, ad ancora, sono stampigliate ed alternate con lioni alati, di profilo, sopra un diadema ciprioto del secolo IV circa, posseduto dal Museo Britannico (o. 1., n. 1610), mentre una testa gorgonica si ha al vertice di quello di S. Eufemia nello stesso Museo (n. 2113), di età ellenistica. Una sfinge di faccia è punzonata sopra un diadema di Eretria assieme a sfingi di profilo, a Pegasi ed alla triquetra ; essendosi nel sepolcro che conteneva tale diadema rinvenute delle lekythoi a fr., la sua cronologia è databile nel secolo V 1. Potrei estendere ancora la mia inchiesta sul diadema in discussione, perché queste strisce d'oro stampigliate e decorate di rosette applicate tornano piuttosto frequenti nelle collezioni di oreficerie antiche. Ritengo però di avere raccolti elementi sufficienti per assegnare alla fine del secolo V l'ornamento in parola.

Strisciolina d'oro di cm. 12,1 x 1,1, tagliata di netto da un lato, rotta, ma per poco, dall'altro, con due forellini alle estremità, ed evidentemente completa meno la piccola lacerazione (fig. 49). Essa faceva parte di. una fettuccia alta almeno due volte tanto, nella quale furono impresse a stampiglia delle palmette ioniche, alternatamente dritte e capovolte; il disegno di codesto authemion è di arte andante e punto curata.



1 E. Curuniotis, Goldschmuck aus Eretria, in « Athen. Mitt. » (1913, pag. 312 e seg. e tav. XVI, 1). L'A. si diffonde nello studio comparativo delle forme espresse dai punzoni di questo gioiello. Conviene però, nei rispetti-della sfinge stilizzata colla doppia voluta in basso, aggiungere un diadema del Bosforo Cim. con siffatte figure alternate a palmette, dei secoli IV-III circa (Antiquités du Bosphore Cimmérien, réed. par Sal. Reinach, tav. II).



La striscia venne poi tagliata in due per il lungo mediante una forbice. L'aurifex, che forse aveva la sua bottega ambulante all'ingresso del temenos aveva pronte le sue la­mine d'oro impresse, che senza tanti riguardi, ritagliava a seconda della borsa e del capriccio dei committenti 1.

Piccola maschera con busto muliebre, a guscia, di modico rilievo, ed accuratamente ritagliata in giro. L'arte è pienamente sviluppata, ma il volto ampio ha una espressione solenne ed austera ed è decorato di una stephane. La sua altezza è di cm. 2,3. Simili testoline o protomi possono ricondursi ai noti busti sicelioti ed italioti di Demetra o di Core. Elaborate a parte, e talvolta munite anche della guscia del rovescio, formavano elementi di diademi, e, quando a pieno tondo, di collane e di orecchini. Non mi dilungo in citazioni, essendo forme molto note, e rimando alle grandi raccolte già indicate "2. Età fine V in IV secolo.

Minuscolo dischetto aureo di cm. 1,1 col campo liscio circondato da un cordoncino a minute costolature, e con due fori ai lati.

L'avevo definito un orecchinetto (v. fig. 13): ma un attento esame trii ha mostrato nel rovescio una gambetta filiforme, battuta ad una delle teste e saldata al disco, per modo da funzionare come l'ardiglione di una fibula, per applicare il gioiello al vestito.

Tutta questa serie ornamentale di ori muliebri, applicabili però anche ad un idolo sono state ottenute da bractee ritagliate ed impresse col sistema dei TìpóffTuxx e degli sxtuiwc, che dall'età egeo-micenea (tengansi presenti anche le ricche serie cipriote), attraverso il geometrico scendono per tutti i secoli dell'arte greca sino al trapasso nella romana.

In particolare era diffuso nella vita delle classi agiate ed aristocratiche ma forse più nel culto l'uso di diademi, come si apprende dal contenuto dei tesori templari e

FlG. 50. — Mascherata aurea femminile.

FlG. 49. — Fettuccia d'oro.



1 Un diadema aureo con trofei di palmette in losanghe, inizio del IV secolo, proveniente dalla Crimea si ha in Klassisch-antike Goldscliìniedearbeiten S. E. von Nelidozu illustrati da P. L. Pollak, tav. V, 12, pag. 1.

2 Quanto a queste mascherette muliebri di gran rilievo giova molto lo studio recente di Edvige KOthmann-Kusel, in « Athen. Mttt. », 1925, pag. 167 sul tesoro di gioielli da Paleo­castro in Tessaglia; esso consta di elementi disparati per stile ed età, che vanno dalla prima metà del III secolo alla metà del II. Di particolare interesse le osservazioni documentate sulla natura diversa delle matrici (tira), o incavate in pietra, oppure rilevate in bronzo ; l'Egitto ha fornito saggi di ambedue le maniere. I punzoni in rilievo servivano per le opere a mezzo tondo, quelli in pietra per i rilievi piatti.



dei sepolcri, non meno che dalle epigrafi,. che con frequenza ci parlano di GTS<p«vv) ^pusS, od s~r£pu<jo<; o di crrs'pàvEx ^pucra ecc- 1> talvolta con particolari della forma e della composizione, nonché della materia.

Quanto alla cronologia, pochi dei pezzi passati in rassegna penetrano nello scorcio del secolo V, i più appartengono al IV; le forme decorative trite e tradizionali ren­dono sovente incerta la datazione di queste strisce di uso secolare. Se il più grande dei diademi abbia cinto in qualche occasione la fronte del dio non so dire, sebbene a tale congettura si opponga la dissonanza stilistica. Sennonché in fatto di culto i Greci non furono forse dissimili dai Cristiani, e noi vediamo vecchie immagini di Madonne e di Santi famosi, ornati e talora carichi di corone e gioielli di età disparatissime fino alla contemporanea. In Sicilia informi, per tutto, il tesoro di S. Agata di Catania 3, o la Madonna della Lettera in Messina.

ARGENTO.

Idoletio di argento fuso, alto cm. 6,2, schematico, privo delle braccia, se già ab origine esse non furono rappresentate dai due moncherini oggi ancora superstiti. Il rovescio è tutto piatto. Nel volto lievemente convesso non si avvertono i particolari facciali, ed appena vi è traccia della bocca e degli occhi impressi; ciò che in parte va attribuito anche alla intensa ossidazione della superficie dell'idolo, rivestito ora di una spessa incamiciatura nerastra di mezzo millimetro di spessore, mentre l'anima di vivo argento supera di poco il millimetro. Il torace e la regione addominale della figurina sono piatte, i genitali fortemente accentuati, le gambe divaricate lievemente cilindriche terminano in due zampe, più che piedi, saldate su di una piastrina rettangolare di bronzo, in gran parte consunta. Questo idoletto senza stile e meramente schematico, nel quale non sai se ravvisare un tentativo infantile di riprodurre il dio, o piuttosto un devoto qualunque, appartiene per analogia al materiale di quelle stipi sacre, soprattutto italiche, che ne hanno dato delle serie talvolta numerose e svariatissime 3 stilisticamente e tipologicamente.

Fic. 51. — Idolo d'argento fuso.



1 Dittemberger, Sylloge Inscript. Graec, 588, 5, 13, 178. Chi voglia più approfondirsi in questo vasto campo degli inventar! sacri, consulti H. Lehner, Ueber die athenische Schalzmeister des IV. fahrhicndert (Strassburg. 1S90), e le pubblicazioni di Th. Homolle, Les archivcs de V I11-tendance sacrée à Delos, Paris, 1887, ed in vari articoli del « B. C. H. ». Ricchissima fonte di notizie è anche La Chronique die (empie lindien, edita da Ch. Blinkenberg (Copenhague, 1912).

- G. Basile, // tesoro di S. Agata nella cattedrale di Catania, « Arch. St. Sic. Or. », 1925.

3 La vecchia letteratura archeologica della media Italia è ricca di tali scoperte. Rimando il lettore a BendInelli, Bronzi votivi italici del Museo di Valle Giulia, in M. A. L. (XXVI, pag. 226-24S e 264) ; Guarducci Marg., Serie dibronzetti etruschi dell' Appemmio Bolognese (Roma> Lincei, 1926); Olympia: die Bronzen, tav. XV-XVI ; Waldstein, Argive Heraeum, tav. LXX, 4; De Ridder, Bronzes antiques duLouvre (pag. 99, 101); Id., Bronzes de l'Acropole (pag. 690-692).



Sul terreno greco mi limito a quanto hanno dato i grandi santuari di Olimpia, di Argos, ai pochi Apollini arcaicissimi del Louvre senza note stilistiche ben definite1, a quelli di altri musei, infine a quanto su tali primordiali manifestazioni della plastica metallica è stato scritto dai trattatisti della storia dell'arte.

Nel caso nostro speciale, la figurina merita una particolare attenzione per la materia onde consta; malgrado la sua assoluta povertà formale e l'assenza di una nota stilistica qualsiasi, essa costituisce un caso nuovo, per quanto si sappia, nella Magna Grecia ed in Sicilia, di una statuirla foggiata in argento, ed a quanto pare fusa; essa ha unico riscontro in un prodotto analogo delPArtemision di Efeso 2 ; sono due statuine d'argento, fuse, di cui la prima alta cm. 3,5 può considerarsi un rudimentale Apolline arcaicissimo coi genitali accentuati, l'altra alta cm. 3,2, arieggia il tipo mu­liebre della dea efesia, ambedue opere greche dello scorcio del secolo Vili o del VII. A dir vero l'imaginette di Ciro colle gambe aperte ha un carattere a sé, e si avvicina piuttosto ai tipi italici, ma non v'è per me dubbio che essa non sia prodotto di miserabili ed ingenui pupazzettai indigeni. In Oriente già nel secolo VII la preparazione dei lingots argentei, da cui si ritraevano le più antiche monete, cominciava a famigliarizzare gli artieri dei metalli nobili anche colla fusione di tale metallo, che però nelle applicazioni della plastica pare non abbiano avuto seguito, forse per difficoltà tecniche, perché bisogna scendere ai tempi ellenistici tardi e romani, per trovare statuine in argento fuso (Museo di Napoli : da Clima e da Pompei) 3.

Documento a dunque prezioso di un'arte fallita ai suoi primi conati. Che la figurina voglia rappresentare l'acrolito di cui siamo venuti in possesso non è a credere; e sebbene la cronologia di questo ornamento sia difficile a stabilire, ritengo di non errare portandolo al VI secolo circa, quando il grande acrolito ancora non esisteva, ed allora, e se mai, esso dovrebbe richiamarsi ad un agallila più antico, meramente congetturale, venerato nel santuario primicero, la cui origine si perde nell'oscurità del mito.

Altra statuetta di argento profondamente diversa dall'informe pupazzetto descritto per stile, tecnica e dimensioni, che qui uno stile chiaro si afferma e si esprime. E una imagine del dio della rilevante altezza di cm. 14,6, coll'anima di piombo (tav. X); quindi un abbozzo letteralmente incominciato e nobilitato da un involucro di una abba­stanza spessa lamina di argento; essa presenta ancora i suoi riflessi metallici smorzati



1 De Ridder, Bronzes antiq. die Louvre, I, I, un. 80-S6, tav.X, sono tutti di accertata pro­venienza da diversi locali della Grecia, meno le figurine animali che appartengono al geome­trico, le altre sono manifestazioni « stillose ».

2 Hogarth, op. cìt., tav. XI, II, 23; Marshall, Catalogne, n. 10890.

3 Una statuina muliebre panneggiata, di argento fuso e ritoccata, alta cm. 5,3, è posseduta dal Museo di Karlsruhe (Schumacher, Sammlung antiker Bronzen ecc, n. 1114), ma è di età romana. Nella più volte citata Collezione von Melidow (Pollar, op. cìt.; arg. n. 30), vi è, come coronamento di spillone, un'imaginetta di donna panneggiata, alta cm.3,3 nel tipo della Afrodite di Capua, proveniente da Amasia ed assegnata dall'editore al secolo IV. Non è detto di che tecnica sia codesta figurina, ma dall'esame della tavola panni una fusione.



da una lievissima e quasi impercettibile ossidazione cinerea. La pesante anima di piombo offriva il sostegno all'opera d'arte, fragile, ed in pari tempo col suo peso forniva consistenza e statica all'immagine 1.

L'incamiciatura ad involucro, quella che in sostanza rende le forme inolii e femminee del bel corpo giovanile, è formata di due metà verticali, ossia di due guscie; l'anteriore, comprendente anche la faccia, e la posteriore colla nuca e l'occipite; esse non erano saldate a fusione, ma unite a capello sovrapponendo i margini trattati con delicata martellatura a caldo, in guisa che l'adesione divenne perfetta. Malgrado le più minuziose osservazioni non trovo elementi per ritenere che la testa sia stata la­vorata a parte e poi saldata al torace.

Come sia stata miracolosamente salvata la statuirla ho detto a pag. 37; ma per il lungo soggiorno sotterra e per le pressioni subite essa non è sfuggita a lesioni, per fortuna non vitali. Si è aperta la linea delle giunture, si è perduto l'avambraccio destro e la mano sinistra, è scomparso l'involucro della nuca e di parte delle braccia, ma ciò malgrado e dopo 23 secoli il corpo del dio brilla ancora nella sua fresca, molle e giovanile bellezza -.

La figura resa in piena frontalità si erge sulla sinistra rigida; un po' rilasciata, col piede lievemente obliquato, è la gamba destra; ma il piede destro è in gran parte perduto, l'opposto conserva ancora le dita, espresse con delicata minuzia. Il braccio destro è tronco a mezzo deltoide, il sinistro arriva al gomito, dove piega ad angolo ottuso. La testa impercettibilmente girata sulla sinistra ed anche inclinata, ha il volto trattato in maniera superficiale e deficiente. La chioma bipartita a lievi increspature con solchi scende in due trecce sulle spalle ma non si prolunga sul dorso. L'anatomia del torace e del ventre coi rilievi pettorali pienotti, colla linea alta indicata da un solco brutale, coll'insolcatura inguinale ben definita, coi genitali piccoli, e così quella delle coscie non è gran fatto ricercata, ma risponde tuttavia a verità ; né il soggetto si prestava ad esercizio anatomico con forti risalti di muscoli o con movimenti violenti o di tensione. Qui è una figura atletica, ma placida, calma, in riposo, dalle formi molli, delicate, femminee, quasi ermafroditiche, il volto pieno di pathos ; qui non pure ogni traccia di arcaismo, ma di arte severa è di lunga mano scomparsa. L'opera nelle forme e nel ritmo (prominenza dell'anca sinistra appena avvertibile; ma si tenga conto dell'alterazione delle linee della fragile materia) è tutta pervasa e dominata dall'arte e



1 Nei riguardi della tecnica è da tenere in considerazione un cavalluccio arcaico in doppia lamina d'argento martellata e bulinata, del lago di Ochrida (VII secolo?) edito da Bog. Filow, Die arch. Nekropole voti Trebenitsche, pag. 29, fig. 25, a cui rispondono altri esemplari circa coe­tanei da Olympia, IV, n. 731-733, tav. 41.

2 II prof. L. Curtius, esaminando l'originale, mi suggerì l'idea che si tratti di una contraffa­zione antica nel senso che i devoti avrebbero comperate le statuette come fossero d'argento massiccio; in altri termini sarebbe un bis delle monete suburbie. Ma tutto calcolato anche al­l'occhio meno esperto non sarebbe sfuggito l'inganno; quindi io insisto sempre a credere che l'anima di piombo servisse per la statica dell'imagine e dal gusto prassitelico; su ciò non cade dubbio, per quanto manchi per le anzidette condizioni la possibilità di un attendibile avvicinamento ad una piuttosto che all'altra delle creazioni del grande maestro di Atene, e nella definizione del soggetto, si rimanga a tutta prima incerti fra un Apollo, un Eros, un giovane Dioniso ecc. Come si può in fatto discutere di ponderazione, di ritmo, di proporzioni davanti ad una figura contorta, incompleta, lacunata che non è fusa nel solido ed inalterabile bronzo? Rimangono intatti, è vero, la composizione generale e la linea, ma i particolari anche anatomici sfuggono o sono incerti. Così le braccia mozze ci vietano di stabilire quali fossero gli attributi da esse sorretti ; ma sulla scorta dell'idoletto d'oro nulla si oppone a che si pensi alla patera ed all'arco. Del resto è noto quanta fortuna abbiano avuto le creazioni prassiteliche, ripetute a iosa nel marmo e nei piccoli bronzi, con variazioni ed adattamenti che talvolta modificano il prototipo onde esse derivano.

A proposito di questa preziosa immagine io ho insistito, e non insisterò abbastanza, sulle sue evidenti caratteristiche di pathos e di mollezza prassitelitica, ed allora sorge spontanea la domanda, quale relazione essa abbia col gran simulacro del tempio; e la risposta discende limpidamente negativa. Noi qui abbiamo quasi certamente un la­voro della prima metà del secolo IV, inciso da una imprecisata officina argentarla della Grecia, che stilisticamente nulla ha che vedere col grande simulacro di culto. Il devoto offerente volle presentare una immagine di Apollo, come era concepita dall'arte del suo tempo, facendovi soltanto, e probabilmente, aggiungere quelli che erano i simboli specifici di Apollo Aleo, l'arco e la patera.

Riassumendo: la statuina è stata confezionata come quella d'oro, colla tecnica dello sphyrelaton, adattando le due parti, onde risulta, all'anima di piombo, e delica­tamente martellando poi le giunture; di ritocchi a bulino non vedo traccia, e se mai, appena e cattiva negli occhi. Se nel secolo IV vi avessero statuine di argento fuse in pieno, non consta; né ce ne sono pervenuti saggi. Predominio assoluto ebbe fino in età assai avanzata la tecnica degli sphyrelata anche alle figurine in argento. Non è che manchino per la tarda età ellenistica e per quella romana anche statuine di argento fuso, ma sono vere rarità di eccezione.

I magnifici tesori di Boscoreale, di Hildesheim, di Bernay, di Taranto 1, ecc. coi loro emblemata a tutto tondo mantengono la tecnica del « repoussé », portata con mirabile magistero alla perfezione, e precorrendo così le bellezze della rinascita ita­liana. Ma essi furono preceduti di parecchi secoli da preziosi vasellami martellati e configurati del Bosforo Cimmerio e dell'opulenta Taranto, dovuti ad ignoti ma abilissimi artefici greci del secolo IV e seguenti.



1 Heron de Villefosse, Le trésor de Bosco Reale (Paris, 1899, Monuments Pist.) ; Tir. Blume, Der Hildesheìmer Silberfund (Hildesheim, s. a.) ; P. Wuilleumier, Le trésor de Tarente (Paris, 1930). Si tenga presente una statuina di bronzo, tutta rivestita di lamina di argento, prodotta nella « Archaeol. Zeitung», XXXV, 18S7, pag. 78 e seg., tav. X.

La bella statuetta argentea di Ciro non è replica immediata di veruna delle nu­merose opere del celebre artista ateniese1; né è il caso di pensare ad una copia libera deli'agalina del tempio; nego meditatamente la copia. Essa .è invece la libera creazione di un abile «pyupoxÓTCO; del secolo IV piena la mente della visione della dila­gante arte prassitelicà, che egli profondamente sentiva; l'Apollo fu da lui concepito secondo tali influenze, e poiché era destinato al nostro tempio vi aggiunse, come si è. detto, probabilmente i simboli della patera e dell'arco.

Diademi e cinture. Dall'opistodomo o sacrario del tempio assieme a tante pre­ziose minuzie venne ricuperata anche una serie di lamine; d'argento di forma ret­tangolare, con altezza oscillante fra i chi. 2,9 e 4, e di lunghezza imprecisata. Esse erano frammentate, con­torte e qualcuna replicate volte piegate, così che le si direbbero poste di proposito fuori uso e conservate nel sacrario-thesauro non solo perché cose sante, ma an­che come una modesta riserva metallica.

A quale uso ornamentale servissero non è facile dire; forse erano delle cinture metalliche (^càvoa, £o> ctvjde;) di uso muliebre, meno probabilmente, e fatta eccezione per qualche esemplare, dei diademi attesa la loro altezza. Ed alla prima interpretazione sarei proclive per la presenza di un esemplare arcaico del se­colo VI in un sarcofaghetto polisomo infantile di Megara Hyblaea (n. 501 inedito). Un bel frammento molto arcaico e decorato di sfingi e leoni proviene dal grande altare di Zeus in Olimpia e sale ai primi del secolo VI 2.

L'opera di svolgimento, di stendimento, di tali lamine tutte lavorate a sbalzo, è stata quanto mai ardua e delicata, attesa la loro esilità e.fragilità; la serie dei disegni fedelissimi (ogni fotografia sarebbe inutile) è dovuta alla mano paziente e sicura del prof. R. Carta, i cui disegni dicono meglio di qualsiasi descrizione. Ho cercato disporre i pezzi in ordine cronologico approssimativo.

Fig. 52. — Frammento di lamina argentea a sbalzo (i).

Fig, 53. — Frammento di lamina argentea a sbalzo (2).

1) Piccolo frammento cm. 4 x 3,7 integrato nel disegno (fig. 52) e defixiis nella parte centrale da un chiodo. Due fasce centrali di rosette geometriche tra due ordini di palmette coniche chiuse in un rustico trapezio. Fine secolo V?

2) Frammentino di cm. 3 x 2,3 con decorazione analoga alla precedente; le palmette, libere, sono alternate, con lische o ramoscelli. Secolo IV? (fig. 53).



1 Per Prassitele veggasi pure: Klein, Praxiteles (Lipsia, 1S9S); Collignon, Skopas et Praxilèle (Paris, 1907) ; G. Pkrrot, Praxitèle (Paris, s. a.) ; la Sculplure antìgue di Ch. Picard (Pa­ris, 1926, II, pag. 108 e seg.) ; nonché il recente volume di G. E. Rizzo, Prassitele (Treves, 1932). • E. Curtius, Das archaische Bronzerelief aus Olympia (Berlin, iS8o), pag. 12.



3) Due frammenti forse da riferire allo stesso pezzo (fig. 54) di cm. 4,7 x 3,4, e 4,5 x 2,6; vi si vedono disposti, senza un certo ordine di sintassi, foglie di lauro e di mirto, cirri vegetali, un ramo secco e delle bulle. Arte grossolana, età incerta.

4) Frammento di cm. 3,3 x 2,4 con grandi e ricche palmette contornate da linee di bulle. Secolo IV circa (fig. 55).

5) L'esemplare più grande, ripiegato più volte su di sé, aperto risultò di cm. 9,5 x 3,4; è adorno di grandi e magre palme intercalate da racemi e fiorellini. Il disegno largo ci porta fra secolo IV e III, e ricorda la decorazione di grandi fittili sicelioti, ottenuta a rullo (fig. 56).

6) Due frammenti trovati ripiegati, con decorazione ad X sparsa su tre linee incorniciate da due linee di bulle. Particolare al vero e ricostruzione a fig. 57.

7) Sempre dall'opistodomo : pacchettino od involtino di forma irregolarmente rettangolare (dimensione appena cm. 3 x 2,5) formato da una o più sottili striscie d'argento piegate ripetute volte su se stesse per modo da formare uno spessore di poco più di un centimetro e mezzo. Attesa l'esilità delle lamine ed il lungo soggiorno nella terra salata, la lamina aveva profondamente sofferto ed ogni tentativo di apertura e stendimento appariva disperato, avendo la lamina delicatissima assunto la fragilità di un sottilissimo

Fig. 55. — Frammento di lamina argentea a [sbalzo (4).

Fio. 56. — Frammento di lamina argentea a sbalzo (5).

e delicatissimo vetro. Era tuttavia da tentare una prova, qualunque ne fosse il risultato, perché dalle laminette esterne e dai margini di quelle interne si vedeva che esse erano decorate. 

Fu così che con pazienza certosina il prof. R. Carta addivenne, impiegando oltre una settimana, non dico a svolgere, che ogni flessibilità della lamina argentea era scomparsa, ma ' a smontare delicatamente frammento per frammento, strato per strato, del prezioso involtino.

Il risultato conseguito dall'apertura e dallo stendimento del misterioso e prezioso pacchettino si vede dal disegno fig. 58. E un grande diadema argenteo 3. losanga

della lunghezza di era. 38 o pochi millimetri meno, e dell'altezza massima, al centro, in cm. 2,5, decrescente all'estremità fino a cm. 1 circa. La decorazione, resa con meticolosa fedeltà nel disegno, non abbisogna di ulteriore descrizione. È una semplice e monotona decorazione lineare, in parte ottenuta con punzoncini mobili, e che io collocherei, attesa l'assenza di qualsiasi elemento floreale, ancora nel secolo V, sebbene questa datazione di larga massima, sia suscettibile di discussione e di riserva. Ed in ogni caso è un prodotto di arte volgare e popolaresca.

Le necropoli cipriote del periodo submiceneo e l'Artemision di Efeso ci hanno restituito un numero rilevante di queste striscie o lamelle in oro impresse 1, che ser­vivano a decorare la fronte, se lunge e rettangolari od ellittiche; le vesti, se tonde o rettangolari. Esse contengono taluni degli elementi fondamentali di quelle di Ciro, le quali, pertanto, rappresentano le ultime emanazioni di una secolare tradizione artistica e tecnica.

Avanzi di corone. Come a suo tempo si disse, nel sacrario-tesoro del tempio, nella parte interiore della cella, ma un' po' anche sparse ovunque per l'asportazione delle sabbie, si trovò una quantità di foglie di lauro di argento ed anche di rame ; esse ci fanno conoscere come nella cella e nel sacrario fossero ricoverate numerose co­rone, che forse in origine ed almeno in parte stavano appese alle pareti. Valutare il loro numero è impossibile, perché una parte del suolo, così del sacrario come della cella, era stato manomesso e turbato; forse un certo numero, quelle più preziose, erano state deposte in cassette, per trarle fuori ed esporle in determinate occasioni. Di più la

Fig. 57. — Frammenti di lamina argentea a sbalzo (6). 



1 Marschall, op. cit., tav. I-III ; Hogarth, op. cit., tav. VIU-IX.



maggior parte delle foglie argentee attesa la loro fragilità erano rotte od anche frantumate, mentre l'oro, tirato conserva sempre la sua elasticità. Malgrado tutto ciò io non vado lontano dal vero affermando che tali foglie superano di molto il centinaio di esemplari. Aggiungasi che dalle osserva­zioni e dagli schizzi presi al momento della scoperta risulta come alcune delle corone avessero il gambo flessibile di materia vegetale, cioè. di filo mentre altre erano formate di una verghetta metallica, coi suoi moduli per l'innesto dei picciuoli. Che alcune avessero anche un anello di sospensione, risulta dal recupero di uno di essi con foglie aderenti e di piccoli fram­menti di altri.

Al momento della scoperta parve che parecchie delle foglie presentas­sero tracce di una sottile ed impercettibile velatura d'oro, la quale scom­pariva rapidamente, perché applicata non a caldo, ma con una colla di minima resistenza.

Di corone £~i/puaat vi è infatti ricordo anche nei testi epigrafici.

Le foglie non sono stilizzate, ma rese col più perfetto naturalismo, copiando, direi quasi calcando dal vero; infatti è indicata la nervatura centrale (fig. 59) ed in due magnifici esemplari in rame (fig. 69) anche quelle secondarie. Le foglie, come in natura, erano di grandezza varia, da un miniino di cm, 4,5 ad un massimo di 9-9,5, compreso il pedun­colo, e nello scavo dell'opistodomo esse venivano alla luce in sfaldature di terra compressa, che le conteneva in certa quantità e che dovrebbero rispondere ad altrettanti esemplari di corone.

Ebbi in sulle prime qualche dubbiezza se si trattasse del LauAis nobilis o del Myrthus communìs, ma esaminata meglio forma, struttura e dimen­sione dei molti esemplari ricuperati, ogni dubbio cessò '. Il lauro, infatti, è attributo specifico di Apollo come il mirto di Afrodite, sebbene foglie di lauro occorrano, ma più rare, anche in santuari di altre divinità. Ho detto il lauro attributo speciale di Apollo, dio della primavera e della bellezza ; la pianta colle sue virtù mediche e catarsiche 2 era una pianta cuituale per eccellenza e doveva circondare di una densa vegetazione anche il tempio; la ricca serie delle monete leontinesi colla testa di Apollo laureata porge un'ampia documentazione di siffatta tradizione religiosa.

Fic. 59. —, Foglie argentee di lauro.



1 Per tali piante veggasi : V. Hkhn, Piante coltivale ed animali domestici (edi-¦ zione italiana, Firenze, 1S92), pag. 196 e seg.

3 K. Boetticher, Baumkultus, pag. 333 e seg.



Tutto ciò spiega e giustifica la presenza di numerose corone in un santuario di Apollo, nel cui culto lo cttscdxvo; era uno degli elementi principali, indispensabile, mentre la <TT£<pav7] è il diadema muliebre rialzato sulla fronte. La corona ebbe svariate applicazioni nel culto religioso, in particolare apollineo, come in quello dei morti ; oltre che nella vita, in quanto cingeva la fronte di illustri personaggi o di vincitori nelle gare agonistiche, essa accompagnava sovente il morto nel sepolcro l ; donde la ricchezza, talvolta sbalorditoria, dei reperti archeologici della Russia meridionale (Bosforo, Cimmerio e Geizis) - e dell'Apulia e Lucania (corona famosa di Armento) e dell'Etruria :ì. Scarse invece e semplici sono tali corone funebri nella Grecia propria, in Calabria ed in Sicilia. Di rado avviene di registrare negli annali degli scavi, e soprattutto delle stipi votive, in mezzo alla infinita varietà dei doni, la scoperta di corone metalliche o dei loro elementi, nella quantità segnalata al santuario di Apollo Aleo. Se la statuaria è quasi negativa nella riproduzione di questo emblema apollineo, supplisce largamente la monetazione colle superbe serie di Leontini in prima linea, di Catana, di Rhegium e d'altre città, nel periodo dell'arte severa. Ma forse qualcuna di tali corone fu il premio di gare atletiche (vedi Pindaro, Nemee, V, 55), che alla sua volta il vincitore appendeva al tempio, per gratitudine alla divinità. La loro datazione, attesa la grande semplicità, e la concomitanza col resto della stipe votiva, si può ragionevolmente fissare tra la seconda metà del secolo V e l'inizio del III a. C.

Armille e anelli. Due belle armille intatte ; una di grosso filo, per adulto, con due grosse teste di serpe (q^hSs;) che presentano le caratteristiche della vipera; una seconda a fettuccia pure con teste viperine (fig. 60). La foggia delle armille a testa di serpe dalla metà del secolo V in giù è tanto diffusa, che ogni citazione a riscontro torna superflua; tanto diffusa che il vocabolo o<pi<; valeva ad indicare promiscuamente serpente come armilla a testa di serpe.

FlG. 60.Armilla a teste di serpe



1 Buoni dati e materiali, per quanto un po' antiquati (1896) in Daremukrg e Saglio, Diclionnaire, s. v. Corona, Stengel, Kultusalteriumer (pag.80 e seg.) ; G. F. Schoemann, Griech. Altertumer, IV, ed. II, pag. 218 e seg. Ed in.particolare: J. Klein, Der Kranz bei den atteri Grie-cheu. Ei7ie religions-gesch. Studie auf Grand der Denkmciler (1912); Koechling, De coronarum apùd antiquos vi atque usti (1919). Il più sontuoso monumento del genere è la corona aurea di Armento in Basilicata, rinvenuta in un sepolcro del secolo IV, e solo ora data in magnifica edi­zione definitiva da J. Sieveking, Der Goldkranz non Armentum in « Ant. Denkmaler » (IV, 1929, pag. 80 seg.). — Per le laminette decorate del VI secolo e per le bractee in argento dorato si ve­dano i tesori rinvenuti a Trebnìschte in B. Filow (pag. 16 e seg., 24 e seg.) ; e per le oreficerie in genere reca sempre buoni lumi il tesoro di Paleokastro, edito da K. Kuethmann in « Athen. Mitt. » (1927, pag. 167 e seg.).

2 S. Reinach, Antiq. Bosph. Cim., tav. IV-V ; M. Ebert, Siidrussland im Allertimi (Lipsia, 1921), pag. 164 e seg.; L. Pollar, Goldschmiedearbeiten voti Nelidoiv, tav. 1-3.

3 J. Marshall, Catalogne ecc, 48-50. « Arch. Anzeiger », 1890, pag. 6.



Un anello con grande castone di bronzo saldato, ed a.quanto pare aniconico.

Grosso anello con castone a losanga fortemente investito da ossido il quale ha cancellata o mascherata l'incisione, se pur esisteva.

Altro esemplare formato da una robusta verga cilindrica colle estremità attorte ed annodate.

Un quarto anello a corpo elissoide fungeva forse da orecchino, perché una delle estremità, acuminata, si infilava nella opposta forata cilindricamente.

BRONZO E RAME,



Slattane. Avevo in un primo tempo pensato che le varie statuine di bronzo salvate dal saccheggio iniziale del tesoro templare ad opera degli operai della bonifica, più che poveri ma utili documenti della plastica, fossero preziose testimonianze del tipo iconologico del dio venerato, che noi in realtà conosciamo soltanto nelle sue estremità. Ma un maturo esame ed un lungo riflettere mi hanno consigliato ad essere prudente e circospetto nell'accogliere questa diretta dipendenza dei bronzetti dall'idolo principale. Ed ho pensato che come in ogni santuario, e nella relativa stipe sacra, ove avvenga di metterci le mani, quasi mai le infinite terrecotte danno una ripetizione ad lilteram dell'idolo, così,'e più ancora, sia avvenuto coi bronzetti. Nei quali a dunque avremo delle riproduzioni più o meno libere e convenzionali, a seconda del capriccio e dell'età, e quasi mai una replica matematicamente fedele, una trascrizione dirò così iconologica e stilistica dell'idolo templare. Se pertanto il valore iconologico di essi è molto relativo, essi hanno viceversa un significato ed una portata di prim'ordine nella storia della plastica enea indigena.

L'idolo di culto era, per necessità, inerente alla sua struttura organica, panneg­giato, e la copia che in qualche guisa più ad esso si accosta è pertanto l'idoletto d'oro. Non era piccola difficoltà per i bronzieri indigeni dare una figura panneggiata, per la ovvia ragione che essi, fondamentalmente maldestri ed incomparabilmente inferiori, quanto a capacità artistica, alle officine della Grecia, erano pur tuttavia, e se mai, più esperti nel rendere il nudo che non la difficile arte del panneggio. Dobbiamo ritenere che nelle piccole botteghe dei bronzieri indigeni fossero già pronte le forme di imaginette nude, alle quali bastava aggiungere come chessia nella fusione definitiva un piccolo simbolo qualunque, per meglio adattare l'immagine a questo o quel santuario, rispon­dendo cosi alla richiesta dei devoti o dei committenti. ...

Premesse queste considerazioni, è evidente che la grande maggioranza di questi prodotti della piccola plastica sono di un'arte locale mixobarbara, che forse per la prima volta si afferma con una certa larghezza; arte quanto mai povera e deficiente così nella concezione, come nella traduzione; uno solo dei bronzetti è uscito da una officina genuinamente greca, ma difficilmente italiota, come non ritengo tutta ma solo in parte italiota la copiosa e bella serie dei manici figurati di specchio di Locri l. L'analisi diretta dei bronzetti ci consentirà ora di approfondire meglio queste nostre osservazioni.

1) Imaginetta di uomo nudo alta cm. 10,3, piantata sulla sinistra rigida verticale, colla opposta alquanto scostata ed arretrata (tav. XI, n. 1 e 2). Patina verde chiara matta e non lucida. La testa quasi informe ma oblunga colle gote abbattute ed il mento stretto è stata completata a bulino (bulbo oculare, ciglia e fitte sopracciglia, taglio della bocca senza labbra, indicata con un solco a punta); essa è coperta di una parrucca, nel tipo degli Apollini arcaici, che scende in larga falda sino all'inizio del dorso tutta solcata da linee, in parte ottenute nella fusione, ma quelle frontali riprese a bulino. Il torace in piena inspirazione non ha indicazioni anatomiche, se non un vago accenno ai grandi pettorali, nei quali i capezzoli mammali sono dati da un cerchiello inciso; angusti i fianchi, sempre come negli Apollini arcaici, piatto e depresso il ventre privo di qualunque indicazione anatomica, piccolo ed apube il membro virile, con un debole accenno ai testicoli, ottenuto con due colpi di lima. Le braccia, due salsicciotti con ampio attacco al torace, aperte e scostate dal torace, coll'avarnbraccio proteso in avanti e tendenti in due guantoni aperti, colle dita non indicate, meno il pollice, per ricevere degli attributi; pure in esse si avverte l'azione della lima, come nell'inguine e nel solco divisionale dei glutei. Anche le gambe ed in particolare le coscie sono iper-trofiche, e manca l'assoluta conoscenza anatomica delle proporzioni fra gambe e della esatta collocazione del ginocchio. Anche i piedi assomigliano a due zampe.

La statuina è un informe abbozzo, senza vere note stilistiche, certamente inspirato alla serie degli Apollini arcaici, soprattutto nella chioma, ma forse non così antico, come a prima impressione si giudicherebbe. Non la colloco pertanto più in là del secondo quarto del V secolo, sebbene io abbia la certezza di pareri opposti.

2) Figurina non dissimile dalla precedente ed anch'essa di uno stile infantile e grossolano, seppur di stile si può parlare (tav. XI, n. 3). Altezza cm. 7,7; l'impianto



1 Mi sono occupato in data piuttosto recente (« Notizie Scavi », 1929, pag. 12 e seg.) degli specchi rinvenuti in gran numero nella grande necropoli di Locri, la meglio esplorata di tutta la Magna Grecia, e che vanno nettamente divisi in due categorie. Di gran lunga la più numerosa è quella a disco col manico a lira ed a palmetta, foggiata in varie guise dalla più semplice alla più ricca; si possono dire tipici per Locri, e si potrebbero veramente credere locresi, tanto è il loro numero. Ma poi vi sono, molto più rari, degli specchi signorili, con manico configurato, ed altri con riquadro specie di M!".a; od edicola, pure configurati. E di codesti alquanto tempo addietro si è occupato il Ducati in « Arch. Stor. Sic. Or. », a. 1919-20, pag. 104 e seg., por­tando il loro numero a 13 ed assegnandoli a fabbriche locresi del secolo V-IV; io ne ho aggiunto un 140, e tutti dell'Italia meridionale, ragione per cui da taluno si è pensato a Taranto, famosa per la sua industria dei bronzi, che in tempi recenti si cerca di mettere in valore. La questione rimane sempre aperta. Qualcuno ha persino volto lo sguardo a Rhegium, che ebbe pure fabbriche di bronzi, di cui però nulla sappiamo. In sostanza si può tenere per fermo, che Locri ebbe un'industria propria di specchi, almeno di quelli della classe più semplice.



è analogo a quello della precedente, ma qui braccia e gambe sono 'più affusolate, più proporzionate nelle loro parti, con un tentativo di verità anatomica che si afferma nelle masse muscolari ed anche nei tegumenti del torace. Deforme invece ed in felicissima la testa, di una struttura globulare; la calotta capelluta striata maschera metà del volto, nel quale, naso occhi bocca, sono appena accennati con lavoro di punta e taglio. Le mani a manopola sono nello stesso atteggiamento di quelle della precedente, grossi i genitali. Quanto all'età non siamo discosti da quella del n.1.

3) Questa statuina (tav. XII) segna un grande progresso in confronto delle precedenti; qui abbiamo in fatto l'affermazione di uno stile, qui abbiamo gli attributi spe­cifici del dio, né cade dubbio si abbia voluto in qualche guisa rendere Timagine di culto. La statuetta, che ci porge materia a più larghe osservazioni stilistiche, e che si riproduce appunto perciò sotto tre aspetti, misura in altezza cm. 16,8. In essa è evidente lo sforzo dell'artista a dare un'opera con determinate note stilistiche ed a co­piare un modello. Come egli abbia superato le varie difficoltà lo dice uno sguardo attento alle riproduzioni e la breve descrizione che soggiungo.

Il bronzo intatto e fresco, tanto che lo si direbbe un falso, è coperto di una patina uniforme verde chiara, non lucida e cristallina, ma invece matta. Un grave errore di fusione (che ad altro non saprei attribuirlo) ha tolto al bronzo la esatta ponderazione e la verticalità, in quanto la metà superiore del corpo è spinta indietro e non risponde all'azione di sostegno delle gambe; donde la posa forzata .ed innaturale, tanto che la statua contorta non si regge in piedi.

Il gioco delle gambe è qui invertito in confronto dei precedenti esemplari, in quanto la figura grava sulla gamba destra rigida, colla sinistra fortemente inflessa al ginocchio un pochino avanzata e sollevata sul tallone, come nell'acrólito. Anche l'azione delle braccia è un po' diversa dai precedenti ; eguale quella del braccio destro, colla roano a guantone aperto, nella quale doveva essere fissata una patera in lamina; ma la forte ossidazione rugosa ci toglie di vedere, se vi fossero tracce di saldatura. Il sinistro quasi verticale poggia la mano, colle dita indicate rudemente a colpi di lima, a metà della coscia, sorreggendo un arco informe, lavorato a parte ed introdotto a forza nell'ascella fra indice e pollice.

Cure speciali pose l'artista nella elaborazione della testa piuttosto grande in rap­porto alle spalle strette ed al torace esile ; nel volto ovale sono bene indicati la, bocca, gli occhi, il naso, e nel collo le armille caratteristiche dell'esemplare marmoreo, del quale si è tentato rendere anche la foggia speciale del labbro superiore. Tale testa è coperta di una enorme parrucca striata, la quale con due ampie falde inquadra il volto e lo affianca scendendo sulle spalle, e con una terza sul dorso ; le strutture ondulate ed irregolari sembrano ottenute a bulino, perché a margini taglienti. L'anatomia del tronco, completata nei particolari a colpi di stecca nella cera, lascia parecchio a desiderare. Non riuscito il contrasto, sempre accentuato negli Apollini arcaici, fra il pieno e gonfio torace e la depressione epigastrica, angusta, nel quale si è tentato rendere, la linea alta coi muscoli retti, e più nettamente il contorno addominale inferiore e l'impostatura sulle coscie, con un rilievo simile al margine di una corazza, da cui sporgono i piccoli genitali.

Le gambe, colla indicazione della rotella e del tibiale, a spigolo acuto e tagliente, hanno abbastanza corrette le coscie, ma la massa dei polpacci coi muscoli gemelli ed il tendine di Achille è foggiata come due rigonfie insaccature, simili a delle carote. Così nel dorso è appena accennato il solco spinale; troppo angusta la vita da risalto ai glutei il cui passaggio ai muscoli della coscia è interrotto da due assurdi colpi di stecca metallica. Infine i piedi hanno indicate le dita mediante incisione.

La immagine sgraziata, traballante quasi fosse ebbra, senza giusta ponderazione né armonia anatomica, è di sgradevole effetto per quanto tradisca lo sforzo continuo, ma non raggiunto, di un semibarbaro, di rendere il molle corpo del dio, avendo davanti più che l'agalma acrolito qualche immagine marmorea, o qualche bel bronzetto, uscito da officine schiettamente greche. Documento perspìcuo in ogni modo dell'impotenza dell'arte indigena, che invano voleva attingere a quella greca.

È un po' imbarazzante stabilire l'età di tale bronzo, , che non è affatto arcaico, malgrado la chioma, e che dopo tutto io assegnerei agli ultimi lustri del secolo V. Ed a lungo dovrei dire di coteste figurine, che io chiamo senz'altro di arte mixo-barbara, perché il tempio era mèta di Greci come di indigeni semibarbari, che offrivano gli scadenti prodotti delle loro povere industrie. Bisogna d'altronde procedere quanto mai cauti nel giudicare dell'arte di questi bronzetti di carattere così difettoso. Prodotti di arte infantile si trovarono anche in santuari esclusivamente greci, soprattutto se ba­diamo ai periodi più remoti. Ma è in Italia, principalmente nel Centro ed in Etruria, che troviamo numerosissimi esempi di pupazzetti che soltanto ora si è incominciato a sottoporre a più attente analisi stilistiche ed anatomiche 1.



1 Anzitutto si legga la conferenza di Val. Muller, Entwikelungsgaìig der friihgriech. Plaslik, in «Archaol. Anzeiger » (1927, 3°, fig-., pag. 439-450), che serve come preparazione, e che prescinde dalla produzione nettamente preistorica. Quanto mai istruttivo lo studio di Marg. GuARDUCCr, Intorno ad una serie di bronzetli etruschi rinvenuti ìiell'AppetmÌ7io Bolognese (Rendi­conti R. Acc, Lincei, 1926). Sono 15 statuette di zsupsi e di xopai votivi, prodotti dell'arte etnisca, dalla più umile a quella talvolta sviluppata; in ogni caso essi derivano attraverso officine del-l'Etruria meridionale (forse Vulci) da prototipi greci. E poiché siamo al di là dell'Appennino, si dia un'occhiata a Laurinsich, Sulle terrecotte di Civitalba (in B.A.M.P.I., 9 ottobre 1927), pro­dotto di modesti artisti paesani, poveri di pensiero e di mezzi tecnici. Da queste manifesta­zioni, più o meno felici, nei santuari dell'Italia centrale si scende a ritroso fino alle imaginette schematiche ritagliate, non sempre antichissime, come a prima impressione sembrerebbero, G. Bendinelli, Bronzi volivi italici del Museo Nazionale di Villa Giulia, Roma, 1920 {M. A. /.., XXVI, pag 221 e seg.). Ma i bronzetti di Ciro appartengono ad un altro ciclo d'arte ancora pressoché ignorato, quello cioè dell'arte iiidigena Bruzio-Lucana, che pur non sottraendosi al diretto influsso greco, si distingue, vorrei dire, per una acerba ingenuità naturalistica.



4) Da altra mano, da altra officina, non barbara ma ellenica, è uscito il bel bronzetto (tav. XIII), alto cm. 11,6, nel quale tutto è greco, forme, ritmo, trattamento ana­tomico; la delicata bellezza delle linee e dell'epidermide era offuscata da una sottile incrostazione, che in qualche punto aveva intaccato anche la massa anatomica. La patina era di un colore verde cupo sporco, ma il bronzo sottoposto al trattamento della elettrolisi ha assai guadagnato in freschezza.

Il bello e molle corpo efebico gravita tutto sulla gamba destra, priva del piede; allentata è l'altra, e scostata di fianco col piede obliquo, ma l'azione di questa gamba panni un po' alterata da un difetto di fusione o da altra causa accidentale che accentua quel difetto di verticalità perfetta, in parte dovuto anche alla legge di contrasto fra la prominenza dell'anca destra e l'inflettersi del fianco sinistro che nelle statue efebiche ed apollinee di questo periodo viene sempre meglio delineandosi ; ritmo che raggiungerà la sua formola definitiva nell'arte di Policleto.

A prescindere da questo difetto di impostazione, dovuto forse non alla concezione originale ma ad una causa accidentale, l'anatomia del bronzetto di Ciro, ancorché si tenga conto della piccolezza dell'imagine, appare non solo assai curata ma quasi incensurabile. Molle e delicato il corpo, discosto dalle forme vigorose del Dorifero, e più prossimo anche per ragioni di età a quelle un po' gracili dell'Idolino coll'avambraccio destro proteso obliquamente ed aperta la mano, sorreggente forse la patera, verticale il sinistro colla mano chiusa e forata, accostata ma non aderente alla coscia; sommariamente ma bene modellato il torace ed il ventre, coi particolari debolmente accennati da lievi ondulazioni; lunghe, affusolate, ed anatomicamente incensurabili le gambe ed il loro innesto nel bacino; piccoli i genitali con un timido accenno al pube orizzontale, ed indicato da impercettibili riccioli; moderati i glutei (fig. 61). Euritmica e tonda la testolina, impercettibilmente obliquata ed inclinata a destra; coperta da un'abbondante chioma striata; : essa non scende sciolta e libera, come nelle immagini più antiche, ma si raccoglie rimboccata a guisa di strophion attorno al vertice craniale nel quale si disegna un vasto foro circolare; di esso, attesa la erosione del bronzo non so darmi ragione, né comprendo se sia una falla di

Fig. 6i. — Bronzetto greco.

fusione, o vada ad altro scopo-imputato. Il collo è troppo piccolo, per consentire os­servazioni, che non sieno fallaci perché eccessive; l'occhio è indicato da un cerchiello con punto e la piccola bocca ha labbra carnose. 

In tutto alitala bellezza delle forme, la grazia delle linee calcolate, la delicatezza delle carni ancora -non formate, tanto da restare perplessi fra un efebo giovanetto, dai muscoli non definitivamente pronunciati, non' ancora virilìter fiuer, ma piuttosto molliter ivvenis, uri giovanetto dal corpo ben fatto che domani sarà valido atleta; perplessi quindi fra un giovanetto ed un dio, da tempo '. usciti dagli impacci delle concezioni arcaiche. In ogni modo un giovanetto nello .'schema e colla ponderazione, che si-dirà poi policletea, ma che è ancora prepolicleteo, forse, ripeto, più che un dio un giovane offerente colla patera nella destra e forse un ramo nella sinistra (l'arco è meno adattabile); lavoro attico della metà del secolo V, ma modellato sotto influenze argive.

Non è il caso di ravvisare nel bronzetto una copia dell'acrolito, panneggiato; che poi esso cada poco prima della metà del secolo V è ovvio per varie ragioni, che meglio svilupperemo nelle linee che seguono.

In fatto il piccolo e gentile bronzo di Ciro, per il.fatto di essere un indiscutibile originale greco, assurge oggi ad importanza di prim'ordine, in un dibattito di attualità, al quale hanno preso parte i migliori conoscitori della plastica greca, italiani e stranieri. Il minuscolo efebo di Ciro, ed il grande bronzo pompeiano, scoperto pochi anni or sono hanno stringente affinità formale, costruttiva e statica, così che reciprocamente essi si illuminano, e dalla esatta determinazione stilistica e cronologica del­l'uno, discendono deduzioni applicabili anche all'altro. Disgraziatamente i pareri espressi sul nuovo efebo di Pompei, per quanto emessi da autorevoli persone, sono profondamente disparati.

Il fortunato scopritore e primo editore 1, A. Maiuri, nella esaltazione dei primi momenti ha voluto vedervi « un nuovo insigne capolavoro della grande statuaria del

secolo V»... << un tipo statuario nuovo [che] rivela lo spirito e l'arte di un grande maestro, di Fidia». Alla tesi audacemente apodittica del Maiuri, G. E. Rizzo, un maestro, dopo un'acuta e serrata analisi, sorretta da numerosi e decisivi raffronti, appone, che tipo e forme del nuovo bronzo pompeiano, ma in particolare l'acconcia­tura della testa, ci richiamano all'arte argivo-sicionia e non a quella attica, e che se il bronzo « non à l'originale [del secolo V], quasi lo eguaglia per eccellenza di tecnica » essendo di esso una nuova fusione eseguita in Grecia. Tesi alla quale io pure vorrei aderire, e che riceverebbe conferma dal bronzetto inedito di Ciro, se non lo impedisse, almeno per quest'ultimo, la struttura delicata, quasi attenuata di esso, in confronto della pienezza e vigoria degli efebi argivi precursori di Policleto. Ma nei rispetti della testa è decisiva la concomitanza tra il bronzo di Ciro, quello di Pompei, una testa clell'Ermitage e quella Barracco (Rizzo, tav. Ili e IV). Qui non è più un Apollo, ma il ricordo di un offerente, come sono degli offerenti le statue Saburoff ed il celebre Idolino, con cui il nostro bronzetto ha comuni il corpo delicato ed asciutto, la obliquazione e lo scarto del piede sinistro; un bronzetto con accentuati caratteri argivi nella testa, ma attico- nel resto del corpo preprassitelico.

Dopo la esaltazione del Maiuri e del Rizzo ha portata una nota stridente, quasi denigratoria, Carlo Anti, giudicando il bronzo della Via dell'Abbondanza, un prodotto industriale di età romana, prodotto di bottega e molto secondario, un pasticcio, ibrida unione di una testa attica femminile, con un corpo maschile peloponnesiaco, dovuto ad un bronziere ateniese del I secolo a. C.

Ultimo nell'arringo doveva intervenire un altro consumato studioso della plastica greca, W. Amelung, che sul bronzo in ogni caso insigne, stava preparando un'ampia monografia, interrotta dalla improvvisa morte, universalmente deplorata; se essa verrà



1 La prima edizione del magnifico bronzo, che arricchisce la serie dei lavori pompeiani, è stata data da chi ne aveva tutto il diritto, cioè da A. Maiuri in B.A.M.P.Z., febbraio 1926, L'efebo di Via dell'Abbondanza a Pompei; per necessità ufficiose ed anche politiche, la pubbli­cazione di tale articolo dovette essere un po' affrettata; ed il Maiuri credette ravvisare nel­l'insigne bronzo una eccellente copia dovuta ad artista greco del giovinetto Pantarkes, cotanto caro a Fidia. La scoperta, che aveva interessato archeologi ed artisti di tutto il mondo, non poteva naturalmente, sottrarsi, dopo il primo annunzio ufficiale, alla fredda analisi critica. E le critiche piovvero numerose... ed anche discordi. Non tutte voglio enumerarle, limitandomi a quelle delle autorità dell'arte.classica. C. Anti subito dopo in «Dedalo», luglio 1926, pag. 73 e seg. nel Nuovo bronzo di Pompei ravvisa un « prodotto di bottega molto secondario, romano »... una ibrida unione, un pasticcio di elementi disparati, che rappresenta « la crisi fra l'arte greca mo­ribonda e la nascente arte romana ». Ne parlò anche G. Kaschnitz, nell'« Arch. Anzeiger », 1927, pag. 155: riassume brevemente i pareri altrui, senza emetterne uno proprio. Il pensiero di G. E. Rizzo, Copie romane della statua di bronzo scoperta a Pompei, in « JBull. Commiss. Archeol. Comunale », 1925, ma apparso, nel 1926, pag. 13 e seg., è riportato nei suoi punti più salienti, qui sopra nel testo. Uno dei luminari della storia della plastica antica, di cui rimpiangiamo la perdita ancora recente, W. Amelung, riconosciuta la bellezza e l'interesse eccezionale della statua pompeiana, dedicava ad essa un sottile esame nello scritto Bronzener Ephebe aus Pompei in «Jahrbuch», 1927 (apparso in ritardo esso pure), pag. 137 seg\, che così si può riassumere: non è un vigoroso giovanetto preparato alle lotte della palestra, ma un delicato Ganimede, che come coppiere di Zeus tiene nella destra una coppa. Esso è opera di Aristocle di Klesitas sicionio, forse fratello di Canaco, vivente ed operante alla metà del secolo V e che lasciò un gruppo in Olimpia, descritto da Pausania o dalla sua fonte. Lavoro non originale, ma eccellente copia greca, all'originale assai vicina. Opera quindi ben distinta dai veri prodotti dell'arte policletea, come dall'arte attica di Fidia.

Di fronte a codeste manifestazioni del gran mondo scientifico anche A. Maiuri parve ri­concentrarsi per sottoporre a nuova revisione il suo pensiero primitivo e con L'Efebo scoperto nei nuovi scavi di Pompei, negli « Antike Deukmàler », Berlino, voi. IV, 1929, tav. 24-29, fol. mas­simo fig., pag. 43-53, diede la definitiva edizione dell'opera insigne, con tavole in olio degne davvero di essa, perché di una bellezza e perfezione mai dianzi vedute. Quivi egli ribadisce il suo pensiero che l'efebo sia prodotto di officine di bronzieri greci, e che se non è l'originale del grande artista greco che lo ideò, rimane pur sempre una perfetta copia meccanica da esso. Di più il M. non dice, ma pur sottacendo il nome dell'artista e della scuola, da a divedere, di non aver rinunciato, tranne che in taluni particolari, all'idea sua primigenia. Dopo così svariate e più o meno geniali congetture, non sarò io che ne affaccerò una nuova, ma ben in questo ci troviamo tutti concordi nel riconoscere nel bronzo pompeiano un nuovo e prezioso caposaldo per la storia della plastica greca della metà del secolo V.

pubblicata non so. Questo solo sappiamo che nel bronzo pompeiano l'Amelung vedeva una copia del Ganimede di Aristokles esposto in Olimpia, e dovuto ad un poco noto artista contemporaneo di Fidia (Pausania, V, 24, 5), da non confondere con l'altro Aristocle di Sicione, fratello di Canaco (Pausania, VI, 9,1), e più antico del primo.

Ma la disputa, appena aperta, è tutt'altro che definitale chi sa mai quanti ancora saranno i dispareri, pur pronunciati da uomini di alta ed indiscussa competenza. Si sarebbe tentati a credere che queste discrepanze di illustri critici dell'arte dimostrino talvolta la inanità anche delle menti più squisitamente sensibili alla bellezza a cogliere talvolta il vero di quelle misteriose e quasi imponderabili finezze, che sono appunto il prezioso e recondito requisito di molte opere della plastica greca. Davanti a sì ardui problemi non si deve cedere né allo sconforto, né allo scetticismo ; sui quali, in ogni modo, trionferà sempre il fascino misterioso della divina bellezza ellenica.

La digressione ci ha alquanto fuorviati, e giova ritornare sulla diretta via ; per ragioni ovvie e palmari non devesi spingere troppo a fondo, soprattutto nei particolari, il confronto fra il minuscolo bronzo di Ciro e quello di via dell'Abbondanza. Ma un semplice accostamento delle immagini, considerate sotto i vari aspetti, ci dirà a colpo d'occhio della intima loro fratellanza, di impianto, di ritmo, di anatomia. Differenze: il più raffinato e ricercato trattamento della chioma e dei particolari del volto nel grande bronzo ; e poi la differente azione delle mani ; la destra è in esso piegata per stringere qualche cosa, curva ma inerte e senza funzione la sinistra; particolari questi secondai"! e di adattamento; in tutto il resto nessuno potrà disconoscere la discendenza da una fonte, da un modello comune. Un giovane efebo nello schema e nella ponderazione che più tardi si dirà policleteo, offerente, con una patera e forse un ramo nelle mani; lavoro attico della metà del secolo V, modellato sotto influenze e con elementi argivo-sicionii (testa), per quella potenza assimilatrice che dell'arte attica ha fatto l'arte ellenica per eccellenza.

Ancora una breve parola sul lume che dalle monete ci deriva e poi basterà. Che il bronzetto di Ciro tenesse nella sinistra l'arco è meno probabile; per un ramo, la direzione del foro, orizzontale, è anche di ostacolo. Ma non posso dimenticare la serie dei tetradrammi selinuntini col fiume efebodio Selinus o Hypsas, sacrificante e katharsios in quanto essa, colle rappresentanze analoghe nelle monete di. Metaponto, Pandosia e Leontini, ricordate anche dal Rizzo (pp. cit., pag. 35), rivela uno dei tanti aspetti a cui le figure efebiche potevano venire adattate, diventando anche imagini di culto 1.



1 Parmi in ciò di poter dissentire dal Rizzo, che nega la derivazione di tali rappresenta­zioni monetali da statue. Per i tetradrammi di Selinunte abbiamo ora l'esauriente studio di W. Schwabacher, Die Telradrachmenpragung von Selinunt (Munchen, 1925), dal quale emerge che questa forinola di efebo-dio era già stabilita ed in voga tra 467-445, a cui risalgono le più antiche emissioni, se non anche prima; dunque la formula è prepolicletea.



Stringendo le fila, che è ora: il piccolo e ben modellato bronzetto di Ciro, colle sue forme ben definite, fa parte di una schiera di figurine efebiche, aventi il grande pregio della originalità; esse mettono capo a prodotti della grande statuaria in bronzo, aggirantisi attorno al 450 a. C. Ragguardevolissimo, attese anche le sue dimensioni di cm. 35,5 è un esemplare di ignorata origine, di recente entrato nell'Antiquarium di Monaco 1; nel quale ritmo, anatomia, struttura craniale, azione delle braccia sono quasi comuni col nostro; alquanto diverso invece il trattamento della chioma.

Anche il fanciullo di Monaco, secondo il suo illustratore, risale ad un grande originale in bronzo del 440 circa a. C, e ad un gruppo di opere fondamentali attiche, le quali però accolgono sempre nuovi elementi peloponnesiaci.

5) Che nei santuari, specialmente di divinità salutari, si esponessero anche mem­bra umane e parti del corpo, era già noto massime dalle stipi fittili di quelli italici, in misura infinitamente più moderata di quelle greche2. Di tale consuetudine cultuale è in ogni modo nuova prova la gamba sinistra in bronzo (tav. XI, n. 4), larga cm. 16, massiccia, di mediocre modellato anatomico e di ottima conservazione. Essa arriva al primo terzo superiore della coscia, colle dita e le unghie del piede indicate dopo la fusione, a lavoro di lima. Ritengo tale pezzo prodotto di modesta officina indigena, non greca, per la peculiarità della cresta della tibia a spigolo acutissimo, senza indicazione del tegumento che la ricopre ed attenua; peculiarità già ravvisata, in modo assai accentuato, nella statuina bronzea n. 3. Qui si avverte altresì l'incapacità di rendimento dei grandi muscoli crurali, non che una urtante sproporzione di lunghezza, fra tibia e coscia, particolarità che invece sono poste in naturale ed esatta evidenza nei bronzetti greci, come nel piccolo efebo di Adernò, modello quasi perfetto di correttezza anatomica.

Avevo pensato in un primo tempo all'avanzo di un piccolo acrolito, imitazione ridotta del massimo simulacro del santuario ; ma tale interpretazione ritengo inaccet­tabile per il fatto che manca nella sezione della coscia un perno qualsiasi di attacco, colla massa centrale della supposta figura acrolita; ma il taglio è netto, anzi un po'convesso, senza traccia veruna di foro o di perno in ferro. Forato è invece verticalmente il dorso del piede, e nel foro sta ancora infilato un perno di ferro, per assicurare alla base il pesante membro, che va pertanto considerato come un ex voto isolato ed autonomo. Ed allora, per spiegare tale foggia di ex voto, conviene rivolgersi in altra direzione; conviene tener presente la varietà incredibile degli ex voto offerti nei santuari 3 dagli oggetti in natura alle riproduzioni artistiche. A Delfi, Metaponto offre spighe



1 J. Sievhking, in Griechische Plastik IV. Amelung zum LX. Geburlstag, pag. 235 e seg.

- Mi limito a ricordare che membra umane piccole in marmo, a tagli netti, tra le quali una mano bitronca, si ebbero dal santuario delle divinità egizie di Filippi ; P. Collart, in « Bull. corresp. Hellen. », 1929, pag. 93.

3 Con pazienza grandissima ha studiato tale materia W. H. D. Rouse, Greekvotive offerings rendendo più prezioso il suo libro mediante i copiosissimi indici.



d'oro; nel tesoro del Partenone se ne serbano di argentee; Selinunte presenta un gìXivgv ^pucoOv (Plut., De Pyth. or., 12), un olivo d'oro ad Oropus, a Delfi una cima di silfio, a Delos dei grappoli d'uva; {op. cit., pag. 66-67). E si passa alle parti umane malate: at^oìv, p.ac-ró:;, TCpdcwwov, tì-So;, ^sTp ecc. e persino un ^putjoO? tutto; f/.7)Tpixó; (utero muliebre), occhi, ed una gamba (<rxéXo$, CI.A., II, 835, 28, 49) né più né meno che nei nostri santuari cristiani. Gambe e mani si vedevano appese alle pareti di un santuario di divinità salutari, come ci attesta una rappresentazione vascolare sarda (apud Rousè, op. cit., pag. 33). Dal santuario di Amynus ad Atene deriva un rilievo colla dedica di un uomo che offre una gamba, nella quale si è tentato indicare le varici («Athen. Mitt. »,XVII, tav. XI). Meglio conviene al caso nostro l'offerta, nella stipe di uno dei santuari di Marzabotto (Gozz2.Ain\, Marzaòottd), consistente in «una gamba agile e muscolosa » (Ducati, in « Vie d'Italia», 1930, pag. 261) ritenuta attestato di riconoscenza per recuperata salute dell'arto. Persino si ricordano con assai frequenza le chiome recise (Rouse, op. cit., pag. 241), ed un eunuco dedica a Priapo la sua falsa chioma (« Anth. Pai. », VI, 254). Membra umane svariate offrivansi nei santuari, ma in particolare in quelli romani di acque salutari x. Ritengo però che altra significazione avesse la gamba di Ciro.

Apollo nelle sue svariate concezioni è anche il dio vóuuoc, propizio a tutti gli esseri viventi che si agitano sulla terra, animali ed uomini. Ma egli è soprattutto il protettore della gioventù, xoupCoio;, quindi egli stesso yJjÌiw.qc, xoOpo? (^Orphica H., 34, 5), quindi protettore delle palestre, svaywvio;; e poiché esso stesso appare più celere persino di Ermete nelle corse, gli compete l'epiteto di òpou.atoc, e poi quello di tcuxtti; nella lotta del pugilato, tanto che con siffatta epiklesis vengono a lui e ad Ermete offerti degli ex voto molto significativi2.

Così concepito Apollo, non cade più dubbio che la nostra gamba non sia un dono simbolico di riconoscenza presentato al dio da un giovane corridore, vincitore in una gara di velocità. Non oso dire, se eguale significato avesse il frammento di gamba dell'Heraeum d'Argo3, che non vedesi bene, se sia pertinente ad una statuina, od un elemento autonomo. Ma non cade dubbio invece sul significato della grande gamba del nostro santuario.

Il restante dei piccoli bronzi raccolti nel santuario ha un limitato valore, sia per il loro stato di frammentarietà o perché rappresentano oggetti al tutto secondari. Io mi limito quindi a porgerne un arido catalogo.

Fig. 62.

Formelle. Dalla cella templare proviene una focaccetta circolare convesso-piana, diametro cm. 14, spessore massimo cm. 2,5, mancante di un segmento, e tutta buche­rellata nella superficie. E sempre dall'opistodomo un abbondante quarto di un'altra consimile focaccetta, ma di spessore maggiore della precedente (fig. 62). È una di quelle formelle di metallo grezzo, dalla quale, con ulteriore processo di fusione si ricavavano i più svariati oggetti. Intere, dimezzate, ridotte ad un e.

quarto od anche a frazioni minori, sempre però irregolarissime nella forma e nel peso, esse si ebbero in grandiosa quan­tità nei grandi ripostigli preistorici (tipici per la ricchezza quello di S. Francesco di Bologna e del Mendolito di Adernò, ; nel quale formelle intere e frammenti rappresentano parecchi quintali di peso). Ed anche nel santuario di Ciro si raccolsero sparsi un po'ovunque alcuni frammenti informi, pertinenti a formelle, ed altre colature informi, relitti di fusione, come se presso il tempio vi fosse stata una piccola fonderia. Un esemplare completo di tali formelle venne raccolto persino nel temenos dell'Athenaion siracusano 1. Siccome tali pani di bronzo precedono talvolta di alcuni secoli l'uso della moneta

coniata, venne loro attribuito un valore monetale, come quello dell'ai rude, ed è da ritenere servissero come mezzo di scambio nei commerci primitivi 2.

Armi. 1) In una grossa zona sempre dell'opistodomo si segnalò una larga e sottile lamina di rame, di forma ellissoide, nella quale attesa la profonda ossidazione, e lo stato di frantumazione, non mi venne fatto riconoscere tracce di decorazione. Io ho pensato, poiché ci troviamo in Calabria, ad uno di quei misteriosi gambali o bracciali indigeni, trovati in condizioni disperate a Torre Galli 3. Ogni tentativo fatto per salvare il pezzo ridotto in briciole, o per prenderne anche un semplice disegno, es­sendo fallito, non resta che tenerne il ricordo.

2) Cuspide da getto, o giavellotto ad alette adunche, fusa col suo gambo massiccio e lunghissimo, e ribattuta poi nella punta; lunghezza cm. 29,8, di cui 4,1 della cuspide.

Altra, simile a due alette, con lungo peduncolo, ma spuntata, lunghezza cm. 9,6; altra, priva del peduncolo, lunghezza cm. 5,7; altra, lunghezza cm. 3,6, con sperone per lacerare la ferita.



1 P. Orsi, L'Athe7iaion di Siracusa, col. 115.

2 Per tale questione consultare H.Wilkf.rs, Das Rohkupfer als Geld der Italiker (« Zeit-schrift. fùr Numismatik », XXXIV) e per la Sicilia in particolare le pag. 256 e seg. Utilissima sem­pre anche la vecchia nota di L. A. Milani, Due depositi dell'età del bronzo di Campiglia d'Orda e della funzione monetale ilell'uss rude nei sepolcri dell' Etruria (in « Riv. Num. Ital. », Milano, 1890).

3 P. Orsi, Le necropoli preelleniche di Torre Calli, Canale ecc. {M.A.L., XXXI, Roma, 1926, col. 180 e seg.).



Altro minuscolo ma gentile esemplare non di uso effettivo, ma simbolico, ed in miniatura; esso è lungo complessivamente cm. u, e ripiegato; la cuspide lanceolata è nettamente distinta dall'asticciola.

Tre minuscoli esemplari di oyx.o; piramidale, a tre coste, acuminatissimi, lunghezza cm. 1,8, 2,5 e 2,3.

A fig. 63 la riproduzione di questi vari pezzi.

Armi di genere svariato trovansi sovente nei santuari, anche di divinità pacifiche; è pertanto più che naturale che al lungi saettante Apollo (sx.yijEó'Xo; 'A-rcóX).<yv) ben convenissero tali armi da getto, anche per il fatto che il nostro Apollo, per quanto venerato sotto la epiklesis di Aleo, portava, a giudicarlo dai simulacri d'oro e di bronzo, anche l'arco.

Con grande esitanza inscrivo al gruppo delle armi i due misteriosi oggetti frammentati che colle loro dimensioni sono resi alla fig. 64. Il contorno loro è presso a poco eguale; il più completo di essi è in lamina abbastanza spessa, e l'altro è formato addirittura di una doppia lamina saldata ai margini a ribattitura e for­mando un cordone rilevato; ma appunto il peso derivante da questa doppia laminatura, mi rende più che mai esitante ad accogliere la interpretazione di 7ìap«T$E; o 7Tapy.yvaji.5E5 a cui propenderei per la loro forma.

Stromenti, di numero estremamente limitato. Metto in .prima linea il bello e grande esemplare di un robusto amo (fig. 63 in basso a sinistra), lunghezza cm. 5,6, àyzcrrpeia o «yaccrpov, la cui presenza non deve stupire in un santuario discosto due passi dal mare, e sapendosi d'altronde, che in un tempio si offrivano gli oggetti più umili e disparati, e non tutti aventi un diretto rapporto e significato col culto



1 D. G. Hogarth, Excavatìons al Ephesus : Artemisia, tav. XLII, 5, 1, io (braccio, gamba, piede, occhio); ma essendo piccoli avori, qualcuno poteva far parte di figurino; tale però non è il piede, voto autonomo. Una quantità di gambe e piedi votivi vedonsi nell'interessante Museo di Capua.

2 «Bull. corresp. Hellen. », 1887, pag. 245 ; 1891, pag. 264. Vedere in genere Pauly-Wissowa, R.E., III, Halbband, pag. ir.

3 G. Waldstein, Argive Heraeum (II, tav. LXX, 9).



Fìg. 66. — Ago ripiegato.

Apollo (cfr. Pholius s. v. Kóveto;, pag. 187), e Kuvsto; era uno degli infiniti epiteti del nostro polifonne dio l.

Sembra un lungo ago ripiegato, con tracce della cruna, lunghezza 011.31,2 il lungo gambo a fìg. 66, ma la definizione rimane un po' incerta.

Di due o tre strigili si trovarono dei miserabili frammenti; e la loro presenza in un tempio del dio della gioventù e della palestra, non ha d'uopo di commento.

Alla fìg. 65 ho voluto riprodurre un campionario di chiodi svariati per forma e calibro, ma in genere tutti robusti, piegati in capo, contorti e spezzati ; di essi si raccolsero due dozzine di esemplari, fra interi e spezzati ; non è agevole, né del resto mette conto, determinare le singole destinazioni di codesti rj'Xoc o yóa<pcu; non escludesi l'uso architettonico per qualcuno dei maggiori.

Oggetti ornamentali. — Cominciamo dalle fibule, che apparvero in numero così sparuto da doverle ritenere di uso eccezionale

nella gente che affluiva al tempio. La loro quasi assenza va forse attribuita al fatto, che trattandosi di Apollo, la stragrande maggioranza dei devoti era data dalla gio­ventù maschile, nel cui abbigliamento la fibula era quasi al tutto esclusa; almeno dal secolo V in giù.

Gli è, ritengo, per questa ragione che di fibule si ebbero tre soli esemplari. Una ad arco semplice era ridotta in briciole irrestaurabili e se ne prese semplice­mente nota nel diario dello scavo ; è il tipo più antico riconosciuto, che può salire al secolo VI, se non anche più in là. La seconda ad arco scemo è resa a fìg. 67 e presenta l'appendice della staffa munita di una triplice perlatura; essa misura, incompleta com'è, cm. 5,8 di lunghezza;

è un tipo ancora abbastanza antico, che può anche arrivare al VI secolo, ed è peculiare al SE d'Italia, e che vorrei dire peculiarmente adriatico.

Mi è un po' sospetto quanto alla provenienza il 30 esemplare, fig. 68, che era stato raccolto dai s ignori Sabadini prima dell'inizio degli scavi. Esso è intatto, fresco e non mostra affatto l'aspetto dei bronzi profondamente intaccati dalla salsedine delle sabbie della «Mesola



1 Alcuni ami si ebbero anche dal tempio di Aphaia in Egina, A. Furtwangler, Aegina: Dos Heiligtunt der Apkaia, tav. 115, ed uno nel temenos di Athena a Siracusa ; P. Orsi, L'Affie­natoti di Siracusa, pag\ 234, fig. 170.



Fig.. 67. — Fibula di bronzo.

Fìg. 68. — Fibula di bronzo.



di S. Paolo». Lo produco ad ogni modo facendo le più ampie riserve circa la provenienza. L'arco è a fettuccia con costole e funicelle e come età scende certo al III se­colo, se non anche più in basso 1.

Minuscoli frammenti di una sottile lamina decorata a sbalzo del motivo della treccia con occhi; data la esiguità degli avanzi, che non si riproducono, non mi è consentito dire a quale foggia di ornamento essi si riferissero, se. ad un telamone o ad altro che di analogo.

Pochi ed insignificanti anelli non digitali; uno a capi aperti ed acuminati era un orecchinetto ; parrai armilletta un robusto filo curvo a quadricerchio, con estremità battute, in origine sovrapposte l'ima all'altra. Ritengo testa di spillone modinata la fig. 69. Manca il disco terminale e l'asta; forme analoghe si ebbero a diecine nell'Heraeum di Argos (op. cit., fio. 69.

tav. 78-84). Di un altro spillo invece e rimasta la sola capocchia, decorata nel rovescio.

Avanzi di rami e corone. Alla fig. 70 vedesi la parte inferiore di un robusto ramo spezzato in due e rotto altresì in testa; nel suo stato attuale misura cm. 22 di lunghezza. Al punto di rottura v'ò un foro forse per ottenere un legamento, e l'estremità inferiore era, pare, innestata in una basetta. Il ramo liscio solo in un punto pre­senta una gemma od innesto di un ramoscello che si spiccava dal gambo principale.

Fig. 70. ¦— Rami di lauro.

Un altro frammento di ramo molto più esile e breve, lungo cm. 7,7 definisce meglio le peculiarità botaniche, perché in esso meglio si osservano, i piccioli delle foglie che dal fusto si spiccavano.

Ad integrare questi due gambi si trovò anche un piccolo numero di foglie di lauro in rame battuto; sono sette esemplari quasi completi e qualche frammento. Tre sono molto grandi (la maggiore incompleta arriva a cm. 9,2 di lunghezza) le altre più piccole arrivano a cm. 5,1. Sono ritagliate a forbice, ed il sistema delle venature è indicato a punta (fig. 71).

1 Identici esemplari in K. Schumacher, Sammlung antik. Bronzai zii Karlsruhe (1S90), n. 67-68 (Spàt-latine e Fruh-ròmisch), tav. I, 36 e 37] Fibule ad arco tricostolato della prima età imperiale romana sono state rinvenute in molti punti dell'orbe romano, ma in certa quantità in Inghilterra, nei castra romana, ove. la loro associazione colla ceramica samia d'imitazione locale (I e II secolo d. C.) ne agevola la datazione

La presenza oltre che di corone, di rami di lauro, è assicurata dai due gambi sopra descritti ed illustrati. Sul significato delle corone non cade dubbio: il ramo invece, ci presenta la divinità sotto l'aspetto di x.«3apijto;, e ad una tale funzione alludono certamente le imagini di tipo apollineo, o di divinità fluviale delle monete di Selinunte e di Leontinoi, di Kaulonia, città infette più o meno anche in antico dalla malaria. Che anche attorno al santuario Apollo Aleo vi fosse della malaria, e delle infezioni almeno temporanee ed occasionali, è più che probabile, attesa la ubicazione del tempio, e la incapacità dell'ingegneria greca ad eliminare, con opere razionali e costose, la causa principale del miasma 1.

Anelli. Parecchi furono gli esemplari di anelli in bronzo, dieci, tutti in condizioni deplorevoli; sono a verga robusta con un grosso castone sovente inciso e figurato ; ma le profonde ossidazioni e le subulliture hanno così profondamente alterato i soggetti che ne torna incerta la

lettura ed in alcuni anzi sono deformati e distrutti. L'esemplare meglio conservato reso al n. i della fig. 72 porta incisa la figurazione di un ampio labrum sorretto da una colonnina cannellata, sui cui margini insistono due colombe. Questo motivo delle colombe beveranti ad una conca, di origine classica, e forse tarantina, è passato poi nel simbolismo cristiano 3.

Fic. 71. — Foglie di lauro in rame.

Fig. 72. — Anelli di bronzo.



1 Un ramo di bronzo con foglie di olivo ed un sottile ramoscello colle foglie perdute si ebbe dall'acropoli di Atene, De Ridder, Bronzes de l'Acropole ecc, n. 412 e 413.

5 Dom. Zancani, Monumenti e riflessi dell'arte italiota in Epiro (Lincei, 1926, pag. 4 e seg.). Il motivo appare in coronamento di numerose stekii soggette all'influenza tarantina.



Un secondo anello reca la rappresentazione, pare, della lotta di Eracle col leone di Nemea nello schema, che suoi dirsi eretto, in quanto l'eroe non è curvo ad arco in avanti, ma ritto sulle gambe aperte e ben piantate affronta il leone che lo aggre­disce a testa bassa. Il motivo è ovvio nei vasi, nelle monete ed in cento altre manifestazioni * ; ma a me preme rilevare che questo soggetto trovò larga applicazione anche nella monetazione tarantina, e precisamente nei dioboli • del periodo 400-272, onde non sembra azzardata l'ipotesi che anche questo anaglifo sia di origine tarantina. Un terzo anello reca una figura così evanescente da non azzardarmi a descriverla. Un quarto anello offre una rappresentanza molto incerta di una figura nuda, eretta, ed appena incurvata (colla gamba sinistra elevata o puntata?!), che forse è un bis variato del secondo anello; ma l'incisione è tanto alterata dalle ossidazioni che nulla oso affermare di preciso.

Nitido è invece il soggetto del quinto anello con una testolina muliebre dallo sguardo volto in alto ed i capelli raccolti in un corimbo al vertice craniale. Per un complesso di ragioni io colloco nel secolo IV a. C. questo gruppo di anelli, e propendo a crederli usciti da officine toreutiche tarantine.

Non fu certo ornamento della persona, ma forse di qualche mobile, la bella e relativamente grande (altezza era. 9,2) palmetta ionica in spessa lamina di bronzo, che viene esibita alla fig. 73. Essa è stata ottenuta colla solita tecnica del tuo in quanto nel rovescio il margine della palmetta nonché i solchi divisionali appaiono rilevati; né escluderei un circospetto e parziale ritocco del bulino. Mantengo un riserbo circa l'uso di tale pezzo, essendovi state per la palmetta svariatissime deslinaziorii come elemento rminale.

Vasi, Mobili, Varia. La presenza di qualche piccolo vaso è attestata da frammenti di lamine indeterminabili e di piccole proporzioni, qualcuna accartocciata ; si poterono individuare i rottami piccoli di un paio di patere, che nei santuari non mancano mai (fig. 74). Di un lebete in spessa lamina si ebbe un grande e tipico frammento, che consente la ricostruzione che vedesi alla fig. 75.

Fig. 73. — Palmetta ionica di bronzo.

Fig. 74. — Frammento di pateretta in bronzo.



B. Read., Historia imm., pag. 54; Garucci, Mon. Italia anL, tav. XLIX, pag. 48 e seg.



Di una poderosa ansa a larga fettuccia, fusa, e da riferire, attesa la sua robu­stezza ed il suo modulo, ad un vaso di grandi dimensioni, ci pervenne un frammento rettangolare di cm. 8,3 x 4,5, molto pesante.

II rocchetto cordonato, fig. 76, di larghezza cm. 6 per 3 di altezza, e pesantissimo, è una forma notissima, da fine VI a tutto V secolo, per maniglia di lebeti ; saldato alle labbra del reci­piente, nei due fori delle testate era innestata la maniglia girevole.

Singolare il bronzo già dato a fig. io che assume forma ed aspetto d'imboccatura di trombetta, lungo cm. 7, col tubo

cordonato e bocchino ad una estremità. È un piede di mobiluccio o una imboccatura di tromba? In quest'ultimo caso sarebbe un bronzo rarissimo, malgrado il suo piccolo diametro di cm. 1,5 nel bocchino, e di soli cm. o,8 all'inizio dell'apertura, che, poi si allarga sino a 1,3. Una delle tante forme della calTrty^ greca, lunghissima e sottile che doveva emettere un suono acuto ma debole a noi nota soprattutto dalle rappresentazioni vascolari, e da qualche rarissimo avanzo pervenutoci.

Ma gli avanzi e le rappresentazioni vascolari che ci , danno un'idea di queste esili trombette (di canna) non bastano a risolvere il dubbio.

La spessissima lastra rettangolare a margini quasi insensibilmente concavi data a fig. 77, e delle dimensioni di cm. 7,7 x 5,4, con quattro fori alle estremità e verso il centro un pernetto emergente a cui risponde nel rovescio la capocchia rispettiva ben ribattuta era una basetta per ricevere un piccolo ex volo, assicurata a sua 3 volta sopra uno zoccoletto di altra materia "-. L'oggetto esposto non fu una statuina, perché l'orma che ne è rimasta è di forma irregolarmente ellissoide e molto grande; né d'altro canto era costume di sacrificare ed indebolire il tallone di una



1 Rimando all'esauriente ed abbastanza recente articolo del compianto A. Reinach in Da-remberg et Saglio, Dictionnaire, s. v. tuba.

- Per le basette o plinti delle figurine in bronzo, tutti rettangolari, veggasi De Ridder, Bronzes Irouvés sur VAcropole d'Athènes, pag. 209 e seg.



figura già piccola forandolo. Pare anche che nell'orma vi fosse traccia di un glu­tine o cotta, che non è in ogni caso piombo.

Non mi viene fatto di stabilire quale possa essere stato l'oggetto aderente alla piastra, che forse fu un piccolo quadrupede data la forma oblunga dell'orma.

Enigmatico mi è del pari il frammento di spessa lama in bronzo, fig. 78, lungo cm. 8,5, andamento un po' curvo nel dorso, ripiegato in testa e mancante della metà superiore, non che munito di cinque fori alla base. Penso, non senza ragione, che esso fosse una lama di coltello o di culto sacrificale, per il fatto eloquente che la parte concava è un po' tagliente, e ciò malgrado la forte ossidazione, la opposta invece piatta. I fori servivano per assicurarvi il manico di osso o di legno. Nei depositi templari non è raro imbattersi in coltelli di forme svariate l.

La sottile lamina di rame frammentaria (cm. 5,1 x 4,7). fig. 79, tutta attraversata da fori non appartiene certo ad una grattugia, per la sottigliezza della parete e la eccessiva grandezza dei fori, che non formano una cresta rasposa prominente.

Penso fosse un relitto di officina di ramiere; forse se ne ricavarono a punzone tagliente dei dischetti decorativi (?).

Invece un piccolo frammento di vera e propria grattugia (Tupóx.vvi'TTt;) lungo cm. 5 ci è veramente dato dal brano riprodotto nella stessa figura. Se tali utensili culinari si hanno nei sepolcri con carattere apotropaico, se ne ebbero tracce anche nei santuari, dove il loro uso rimane alquanto oscuro, ma servivano probabilmente a grattare sostanze aromatiche o cacio sulle imbandigioni, che venivano presentate alla divinità.

Ultimo resta il misterioso bronzo già riprodotto, a fig. 15, alto cm. 2,8, diametro base cm. 4 con un foro nella cupoletta terminale. Se non fosse un oggetto molto pesante, perché di assai spessore le pareti, sarebbe lecito pensare ad una testa di bastone, di mazza, segno di qualche dignità; ma poiché manca qualsiasi simbolo, propendo piuttosto ad un bullone o grande borchia terminale di mobile. Ma l'esatta destinazione mi sfugge.



1 Si veda la ricca e svariata serie di cultri, coltelli e daghe da un santuario di Mediila in P. Orsi, « Supplemento Notizie Scavi », 1903 (1914), pag. 141, tav. 1-2, ed al santuario di Gela (Botalemi) in P. Orsi, Gela, col. 723.



Fig.. 79. —¦ Lama forala in rame e frammento



FERRO 



Anche di questo metallo si raccolse un certo numero di oggetti in assai tristi condizioni, per la natura stessa del metallo e per la salsedine delle sabbie. I principali, di cui pervenni a comprendere la significazione e la funzione, sono effigiati nel gruppo (fig. 80).

1) Porzione di una grappa di legamento di pezzi (?) in robusta verga quadrata (alla rottura, lato, cm. 2x2) piegata ad angolo retto.

2) Robustissimo puntale di palo o di strumento, larghezza cm. 11, diametro cm. 2,5, acuminato.

3) Frammento di una cucchiaia o paletta rettangolare _ F'G'. "' con manichette (cm. 5 x 9).



Oggetti in ferro



4) Grande coltellaccio da sacrifici, lungo cm. 18, largo cm. 5,5, e frammenti di altri, uno dei quali forse ricurvo.

5) Pateretta incompleta, a fondo abbassato, diametro cm. 9.

6) Anello con castone a soggetto indecifrabile.



PIOMBO.



1) Focaccetta di piombo purissimo, piano-convessa, cioè analoga a quelle di bronzo, mancante di un segmento, diametro cm. 2,3; il segmento venne staccato in antico, come risulta dalla incamiciatura bianca di ossido che investe il taglio come tutto il resto. Il piano della focaccia è pieno di punzonature capelliformi, vi è il principio del tentativo di un altro taglio per staccare un secondo segmento. Piombo purissimo e forse riccamente argentifero, come risulta da qualche assaggio fatto (fig. 14, n. 1).

2) Mezza formella, analoga alla precedente, ma più piccola ed informe, diame­tro cm. 13, spessore cm. 1,3.

Queste formelle di ottimo piombo avevano un valore di molto superiore alle corrispondenti in bronzo, e però non deve affatto sorprendere di trovarle fra la stipe di un santuario, al modo stesso che si trovano quelle dell'altro metallo.

3) Spessa lamina piegata a tubo, ma che tale in realtà non è, mancando saldatura e combacia mento. Diametro cm. 3,5, lunghezza cm. 11.

4) Strano oggetto in spessa lamina, in tutto simile al piatto di una grondaia arcaica, in creta, e che tale potrebbe essere in realtà per la presenza di un mozzicone di tubo della stessa materia innestato al centro del disco; diametro del disco cm. 1,3. Esclusa la funzione di cui sopra, si potrebbe pensare ad un candelabro (fig. 14, n. 3)

5) Quattro barrette di legamento, lunghezza da cm. 7 a 13,3.

6) Massello informe simile ad una spugna irregolare.

7) Alcuni relitti di fusione, taluno dei quali ha assunto, per mero caso, delle forme fantastiche; uno, per esempio, sembra una civetta ad ali aperte (fig. 14, n. 2); un altro una cucchiaia irregolare.

VETRO.



Di tale materia si ebbero solo due tenui cosette, una perlina sferica in vetro bleu, ed un frammento del collo d'una delle note anforette balsamarie in vetro variegato, assieme ad un secondo collo, munito ancora del suo manichette

Vanno menzionati altresì due piccoli frammenti di uovo di struzzo, uova che sovente occorrono tra le offerte dei santuari. In casi eccezionali essi erano decorati e basti rammentare i preziosi esemplari di una tomba vulcente, la Polledrara da graffiti e dipinti (Perrot, Histoire de /'ari, voi. Ili, pag. 855 e. seg.).



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