Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
     
       



TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



CAPITOLO I



PRIME INDAGINI SUL TERRENO, E LA DEFINITIVA SCOPERTA.

TENACIA DELLA TRADIZIONE POPOLARE.



Ho voluto, a mia giustificazione, che qui venisse pubblicato lo scambio di lettere ufficiali tra l'Ufficio del Genio Civile di . Catanzaro, il prof. Siciliani e la Soprintendenza Calabra in Siracusa; dai quali documenti risulterà che le prime scoperte avvennero a mia insaputa, non furono controllate dall'occhio esperto dell'archeologo e diedero luogo a talune dispersioni deplorevoli. Ma a discolpa del Genio Civile di Catanzaro, giustizia vuole che io dichiari, come iniziati i lavori di bonifica e di colmata nel luogo più basso e più pestifero del piccolo pantano, nessuno, archeologo o non archeologo, avrebbe nemmeno lontanamente pensato che proprio in quel punto si celassero le rovine di un santuario greco di una certa rinomanza.



GENIO CIVILE CATANZARO



II aprile 23.



Durante gli scavi per la colmata di bassure interessanti i lavori di bonifica dei terreni paludosi, compresi fra il torrente Lipuda e Punta dell' Alice, in vicinanza di Cirò !lIarina, che si eseguono dal Consorzio Autonomo delle Cooperative Ravennati, a cura di questo Ufficio, gli operai rinvennero, oltre ad alcuni mattoni di forme e dimensioni diverse, misti a pietre sbozzate ed a rottami di battuto di calcestruzzo formato con calce e sabbia, una maschera di terracotta, un piedistallo di mal'mo ed alcune monete di bronzo. Questo Ufficio... ha sospeso i lavori in quella. località, denominata dagli abitanti Isola di S. Paolo, disponendo in pari tempo, che nulla venisse toccato, fino a tanto che codesta R. Soprintendenza non si sarà pronunciata in merito. (Omissis). L'Ingegnere Capo Regg.



Trattandosi di mattoni e di pavimenti in calcestruzzo non credetti di inviare d'ur­genza persona sul luogo, tanto più che non si accennava menomamente alla presenza di ruderi. Diedi però severe disposizioni circa l'ulteriore andamento dei lavori di bonifica.



, R. SOPRINTENDENZA SIRACUSA



19 aprile 1923.



Sono grato alla S. V. ecc. (omissis). Finché trattasi di oggetti mobili e sporadici Ella cerchi di farli mettere al sicuro; ove si trattasse di vere fabbriche, allora converrà veramente sospen­dere il lavoro, farne un rilievo e darmene avviso. Face mettere da parte anche i cocci fittili, ove ve ne fossero di colorati. Rinnovo ringraziamenti e raccomandazioni.



Il Soprintendente P. ORSI.





Telegramma Roma 26-IV-2].



Richiamo sua attenzione sui lavori di bonifica iniziati in prossimità della Punta dell' Alice in territorio di Cirò, ove sono stati rinvenuti notevoli avanzi di monumenti antichi. Ritengo

urgente sua presenza colà. Gradirò assicurazione. .

SICILIANI.



Un po' allarmato da quanto mi comunicava l'on. Siciliani, inviai al Genio Civile di Catanzaro il seguente



Telegramma 27-IV-23.

Prego comunicarmi urgenza se avvenute nuove scoperte bonifiche Punta Alice, secondo mi telegrafa on.Siciliani. .

sopraintendente Orsi 

Ed il Genio mi rispondeva col seguente



Biglietto postale di servizio urgente



Catanzaro, 30-IV-23.

Informo codesta R. Soprintendenza, che gli scavi di cui alla nota di questo Ufficio II-IV-23, n, 2167 sono tuttora sospesi. Non si sono fatte quindi nuove scoperte e ritiensi che comunicazione S. E. on- Siciliani debba riferirsi a prima mia notizia data contemporaneamente anche al Superiore Ministero. Non appena saranno ripresi i lavori questo Ufficio si atterrà alle norme dettate con la nota di codesta on. Soprintendenza 17-IV-23, n. 3945.



L'Ingegne,re Capo Regg.



Ma pur troppo il Genio Civile non si attenne alle mie precise. disposizioni; il Genio aveva dato in appalto i lavori alla Cooperativa .di Ravenna, e questa li aveva subappaltati in piccoli lotti a gente di Cirò. I danni veramente gravi devono essere avvenuti fra l'aprile del '23 e l'inizio del '24. Durante questi lavori si verificarono le scoperte più importanti; ma il Genio per non avere intralci nell'opera sua mantenne il più rigoroso silenzio. Gli è nel febbraio '24 che una lettera dell'on. Siciliani viene a scuotermi e ad allarmarmi.



Lettera privata.



Roma, 29 febbraio 1924.

Caro prof. Orsi, solo tre giorni fa ho potuto fare un sopraluogo a Punta Alice. Che strazio! I lavori di sterro per le colmate hanno distrutta la platea del tempio e di un altro edificio vi­cino. Giacciono sul suolo mattoni, rocchi di colonne e capitelli. Il canale di scarico della bo­nifica dovrebbe proprio passare su quel che è sopravanzato del tempio. Non può Ella fare una corsa o mandare uno di fiducia per le direttive da tenere?

E stato trovato qualche acroterio (Meduse di 25 cm. di diametro), e altri mascheron1 più piccoli, pezzi di marmi, una testa maschile di marmo di statua antica un po' più grande del naturale, con i capelli portati via dallo scalpello; è probabilmente una immagine antica riadattata dai.

Bizantini; sulla fronte ci sono i buchi dove doveva essere infisso il diadema. . ...

Caro professore, sono proprio desolato. Veda un po' se può salvare qualche cosa mandando operai tecnici.



Suo LUIGI SICILIANI.



L. Siciliani, filologo, letterato ma non archeologo o cultore d'arte, ardeva della nobile passione di dare al suo luogo natio rinomanza archeologica, legando il suo nome alla scoperta del santuario di Apollo; se il suo voto venne appagato, giustizia vuole però si dichiari esageratissimo il giudizio dato nella lettera che ho qui prodotta. Malissimo I fece il Genio Civile a ,non informare la Soprintendenza, ma la bonifica non danneggiò che in minima parte il' tempio, già ridotto da secoli ad una misera rovina, sopra della quale s'era formato un cumuletto di sabbie; asportato questo, venne in vista il rudere, quasi per niente toccato dai lavori di bonifica; soltanto se ne tolse il mantello sabbioso che lo ricopriva e che conteneva tante cose interessanti, mandate a colmare l'acquitrino. Ognuno avvertirà poi il grosso equivoco preso dall'on. Siciliani a proposito della testa marmorea, da considerare come la preda più bella. e che il buon senso dei dirigenti la Cooperativa ravennate mise tosto al sicuro; nessuna colpa io faccio al compianto mio illustre amico di non averla capita.

In seguito alla lettera dell'on. Siciliani io moveva asprissimi rimproveri al Genio Civile di Catanzaro di non aver mantenuto le promesse, e le disposizioni da me date, e l'I I marzo era sul luogo il mio bravo assistente prof. R. Carta, colla quale data si inizia la fase dei lavori effettivi di esplorazione.

Il Carta, sorretto da una lunga esperienza riconobbe tosto che le reliquie del tanfo ricercato tempio esistevano, per quanto esse fossero reliquie assai misere e lacunose; riconobbe che lo stato di rovina del tempio datava da vari secoli, e che i danni ca­gionati dalla bonifica all'edificio erano minimi, laddove il danno più rilevante consisteva nella dispersione delle sabbie ammonticchiate sopra il rudere, con quanto di prezioso esse racchiudevano. Constatò che i funzionari della Cooperativa Ravennate l avevano fatto del loro meglio per mettere in salvo quanto si veniva scoprendo; devesi ad essi il ricupero dei pezzi preziosissimi della testa e dei piedi dell'acrolito, di una quantità di antefisse fitti li, e di altre cose minori. Ma pur troppo nel lavoro affrettato di cariçamento sui carrelli della Decauvilie e di scarico nelle bassure pantanose circostanti al tempio molti piccoli pezzi, provenienti dalla favissa, che per fortuna era stata solo superficialmente scalfita, andarono perduti, od anche, i più appariscenti, trafulgati dagli operai. Il lavoro di rivangamento di una parte delle colmate mi mise in fatto in possesso di tal uni pezzi non indifferenti.'

, Constatò in fine il prof. Carta a SO del tempio un gruppo di fabbriche di età ellenistica e romana che dai denudamenti della bonifica apparvero già radicalmente distrutte in precedenza, e da secoli.

Infine è doveroso io ricordi, con una parola di lode meritatissima, i proprietari del terreno, i signori cav. Giuseppe Sabatini ed il figlio ingegnere agronomo Francesco, amabilissime persone, che ig\1ari dell'importanza di quanto si scopriva nella loro terra, non ancora venduta ma ceduta in prestito alla Cooperativa, avevano tuttavia salvati



'l per debito di 'riconoscenza ricordo i nomi dell'ing. Di Lorenzo,' direttore tecnico della Cooperativa, e dei suoi bravi assistenti che in ogni modo cooperarono a sorreggere ed agevolare l'opera nostra di inchiesta e di ricupero"di qualche oggetto trafugato dagli operai. '



alcuni pezzi deposti nel loro castello presso la-stazione; pezzi; che essi con pronto buon volere-mi misero a disposizione.

Uno dei fatti che più ebbi in seguito a lamentare sì fu, che per la mancata vigilanza scientifica in questa prima fase del lavoro tumultuario di sbancamento, non si fosse tenuto rigorosamente distinto il materiale architettonico rinvenuto nell'area dei. tempio e nella sua immediata vicinanza, dall'altro di gran lunga più copioso derivante da quelle che io chiamai le Case dei sacerdoti, che nella forma in cui ci sono pervenute appaiono di età greca tarda ed anche romana.



GLI SCAVI.



Gli scavi si iniziarono il 24 aprile 1924, e con una breve sosta durarono fino al 18 maggio; essi furono diretti in un primo tempo da R. Carta e poi da me,1 coll'assistenza del restauratore Damico; vi prese parte per due buone settimane anche il dott. Paolino Mingazzini venuto da Roma, dalla nostra Scuola archeolo­gica, di cui era alunno. Essi furono visitati da molti curiosi e dall'archeologo tedesco dott. Langlotz.

Per la cronaca è doveroso si sappia, che appena accertata l'importanza eccezionale della scoperta, e la necessità di un immediato intervento, il Ministero della P. Istru­zione dichiarò che non aveva fondi disponibili. Ricorsi allora alla, per cotanti titoli benemerita, « Società Magna Grecia » che con celerìtà fulminea mi metteva telegraficamente a disposizione L. 10.000. Solo più tardi il Ministero, mediante uno storno di' fondi, assunse il carico dei lavori. In sostanza trattavasi di sistemare il campo di ruine, rivelato dai lavori di bonifica, i quali avevano tolta la' coltre di sabbia che celava e mascherava le reliquie del santuario; ed in un secondo tempo di approfondire le esplorazioni nelle parti non tocche dalla bonifica, mettendo in vista quanto si fosse creduto necessario per la più esatta conoscenza dei vetusti edifici. Torno a ripetere che in massima gli avanzi di fabbriche non erano stati menomati ed alterati dai lavoratori della bonifica. Quando la mattina del 3 maggio io mi recai per la prima volta sul luogo fui sinistramente colpito dallo stato miserando in cui le ruine sì presentavano, ed appariva tosto evidente quello che per altra via sapevamo,' che cioè il tempio nei secoli passati fosse stato ridotto ad una cava di pietre. .

Il punto, preciso dove sorgeva il tempio si chiama in dialetto Muoia o Mescla di S. Paolo il che significa Isola di S. Paolo. Siamo in Hnea retta a circa m. 700 a 500 dal Faro di Punta Alìce, ed in linea retta altrettanti ad oriente ,della spiaggia.. Ma il panorama del maree mascherato da una bassa cortina di dune piatte (fig. 2), che a nord dal tempio formano un grande arco, mentre poi a SE si profilano .fino .alla borgata di Ciro Marina (tav. I). Le condizioni del terreno dovettero però essere alquanto diverge, .in.: antico; oggi. il piano .delle, mine templari, per quanto esse siano ' ridotte alle sole.', assise di fondazione, si calcola a poco più di un metro sul..livello.del mare, mentre le dune,segnano.la quota, massima .di mi 61 Ciò noia poteva essere antico, perchè il tempio per quanto basso 'doveva essere bene in vista ai naviganti ; là 'condizione panoramica del luogo fu pertanto; profondamente turbata, forse da'movimenti bradisismìci, certo dalla fòrmazióne'delle:durié, avvenuta nei lunghi secoli medioevali, Uopo il completo abbandono dei luoghi da parte dell'uomo: Sorprende ancora come il "tempio sia stato eretto proprio nella parte più bassa di' questa breve e già bassissima costiera, e non, ad esempi, sulla collinetta sabbiosa che a "'poche centinaia di metri si stende a NO dell'isola di S."'Paolo,oggi coperta di floride vigne e più alta del 'Faro di un 5-6 metri.

Vi deve essere stata pertanto una grave ragione rituale, che si impose nella scelta di una località siffattamente strana ed infelice, ragione che a noi sfugge x.

Da terra invece il tempio col candore delle sue masse, che risaltavano sul verde del sacro parco, che con tutta verosimiglianza lo cingeva, veniva scorto a gran di­stanza, ed in particolare da Ciro, dove noi collocheremo volentieri il nucleo centrale della (ipayuTTxoXi; K.pi{Uff«, di Licofrone, le cui varie frazioni erano distribuite sugli ubertosi colli dal Lipuda fino alla svolta della Madonna del Mare.

1 Chi ha tenuta sempre e tenacemente viva la tradizione che il tempio di Apollo sorgesse alla Mesola di S. Paolo è stato un vecchio cronista di Ciro, G. F. Pugliesi, Descrizione ethisiorica narrazione di. Cirò, (Napoli, 1S49), il quale accolse vecchie secolari tradizioni paesane, non che fanfaluche, senza criticamente vagliare il verosimile dal fantastico. Così a pag. 19 egli asserisce che nel giardino dell'ex barone ora proprietà Sabatini presso Ciro stazione, siansi rinvenuti nel 1440 i ruderi di un tempio di Venere, con 4 grandi candelabri di ferro {sic). Per lui il tempio di A. sorgeva nella Mesola di S. Pietro e Paolo, in mezzo al bosco di Ardetto, cinto d'inverno dal lago delle Vurghe o Vnlglie, pozzetti molto profondi ... II luogo era adatto per un piccolo porto in­terno, la cui costruzione fu vagheggiata ai tempi di Carlo III, ma poi abbandonata. Preziosa la notizia data a pag. 17. se non fosse essa pure inquinata di dati fantastici, sulla cui attendibilità è su­perfluo discutere: « I ruderi di questo tempio hanno esistito fino a giorni miei, ed io li ho più » volte visitati, ammirando le volte del sotterraneo, che ancor muggiva al muggito delle onde ; ¦» ma ora quasi tutto è sparito, perché spianato per farne i materiali alle recenti fabbriche di casine » e casette che abbelliscono le nostre marine ». Le varie frottole ed invenzioni fantastiche che infiorano l'esposizione del Pugliesi, come quella dei sotterranei del tempio mugghianti, ci aveva fatto ritenere non meritevole di fede anche la parte veridica del suo racconto. Oserei persino sospettare che il Pugliesi avesse soltanto accolta una vecchi? tradizione popolare, inventando il resto. Sta però il fatto che il vecchio lanternaio di Punta Alice, che visse per oltre 30 anni sul luogo, battendo come cacciatore il terreno palmo a palmo, mai ebbe sentore né della tradizione né delle mine, perché, è evidente, anche la tradizione era ormai spenta nella memoria dei contemporanei.

Faccio grazia al lettore della ricerca, direi, genealogica sul nome di Ciro (pag. 27) che nelle carte medioevali sarebbesi denominato Ypsicron (gioverebbe un controllo) donde Psigrò, Sigrò, Ziro, Ciro. Ala egli confonde Parernum presso Cariati con Ciro, rivendicando a questo, ed a torto, una sede vescovile; ma su ciò tagliano corto gli itinerari. Utile invece trovo la notizia che la città medievale aveva quattro porte; in quella di Cacovìa, si conservava ancora in posto una epigrafe, a tutù sfuggita che parmi bizantina (pag. 35) ; metterebbe conto di rintracciare codesto titolo.



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Anche le altre vecchie opere dì topografìa archeologica della Calabria, a cominciare dal Barrio, De antiquate et sita Calabriae (Roma, 1571), venendo giù al Romanelli, Topografia isiorica del regno di Napoli (Napoli,1815 voi. I, pag. 212) fino al Nissen, ItaHsche Landes-kunde (Berlin, 1903, III, pag. 935) ed al Kroll in Paulys-Wissgwa, R. Encyc, 1924, negano la identificazione Crimisa = Ciro, tratti in errore da uno scritto di Marincoia-Pistoja, che non ci­tano, e che io non sono riuscito a rintracciare. Così F. LenOrmant, Grande Grece, I, 378, il quale colloca Crimisa alle foci del Lipuda, dove il Marincola P. riconobbe ruine di tarda età. Tutti questi scrittori, copiandosi più o meno esattamente, ribadiscono l'errore Crimisa = Pa-ternum = Cariati, colla relativa sede vescovile, che Ciro mai ebbe.

II compito nostro, in apparenza molto semplice, richiese però una serie di prov­vedimenti, per ovviare ai danni derivati dal tumultuario sbancamento del mammellone sabbioso che occultava !e ultime reliquie del tempio, sbancamento che per ordine dell'Impresa, ed anche aE fini di essa, si arrestò alla linea della fabbrica, che non venne per fortuna tocca. Questo mammellone quasi inaccessibile perché circondato da tutti i lati da. acque profonde ed insidiose era coperto da una macchia di mirti. In un primo momento si procedette ad un diligentissimo rientramento dell'intero edificio, cioè di quel poco che ancora n'era superstite. Mediante un sistema di trincee se ne studiò l'area circostante, il sistema delle fondazioni, cercando poi di chiarirne la forma del lato orientale, che risultò la parte più radicalmente distrutta da secoli. Si procedette quindi alla esplorazione dell'area interna, avendo la fortuna di scoprire una parte ancora intatta colla stipe votiva delle cose più pregevoli in metallo.

Quanto alle e.d. Case dei Sacerdoti fummo sfortunati; esse erano ridotte ad un vero campo dì ruine smontate, e da secoli, nel quale malgrado Ì nostri sforzi non ci venne fatto di rilevare una sola parte del vasto e complesso fabbricato, che in epoca tarda qui sorgeva. La devastazione era stata radicale, feroce e, ripeto, in gran parte di assai vecchia data; e di tale intensità di distruzione vi era una buona ed evidente ragione. La fabbrica era in gran parte costruita in cotto, impiegandovi migliaia di eccellenti mattonacci quadri, e costruendo le colonne degli atri con rulli di creta. Alla ricerca di questi pezzi soprattutto s'erano dati da secoli i viilici del luogo.

Colle poche centinaia di metri cubi di sabbia ricavati dalla distruzione della colli-netta si provvide alla colmata delle parti più profonde dei pantani, che avvolgevano e cingevano il tempio; una parte di quelle colmate venne per mio ordine rivangata e se ne ricavarono pezzi non indifferenti e significativi; ma pur troppo gli oggetti mi­nuscoli in metallo andarono per sempre perduti nella fanghiglia, e nelle partì più pro­fonde del pantano bonificato.

Infine, a coronare l'opera nostra di salvataggio seguita in tutti i sensi, si dovette ricorrere anche ad operazioni di polizia, nelle quali dimostrò una singolare capacità ed attitudine il restauratore Damìco, che con tenui compensi pecuniari (era inutile, anzi pericoloso ricorrere ai RR. Carabinieri) mi fece rientrare in possesso di alcuni pezzi dì primo ordine. Lo sbancamento della collinetta essendo stato dato in subappalto, procedette colla massima velocità possibile; anzi talvolta si faceva di notte, col plenilunio, per evitare l'arsura intollerabile di quella piana percossa da un sole quasi africano, e non offrente il riparo di un solo albero. Gli operai erano quindi poco o punto controllati; ed essi portavano a casa, per trastullo dei loro ragazzi, quanto dì appariscente dava loro nell'occhio. Fu così che si ricuperarono parecchie antefisse fittili, alcuni frammenti della parrucca di bronzo, tra ì quali uno grande, ed alcune statuine di bronzo. Di altri pezzi ebbi sentore, ma gli operai, albanesi di piccoli paesi delle montagne, erano partiti, ed il ricupero non fu più possibile. Ma anche quanto per questa via venne salvato forma un complesso non indifferente e di ragguardevole valore artistico e storico l.

Con queste indispensabili premesse per la storia dello scavo, col quale io chiudeva felicemente la mia attività calabrese, e che fu uno dei più singolari da me condotti in 35 anni, possiamo ora procedere alla descrizione delle misere reliquie superstiti del sontuoso tempio.

1 Anche l'on. Siciliani, onnipotente a Cìrò aveva promesso dei premi agli operai, ma in sostanza ricuperò cose di limitato valore, conservate ora in casa sua, e disgraziatamente confuse coi materiali del serbatoio di Ciro Superiore. Grande guaio questo !



TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



Capitolo III.



CRONACA DEGLI SCAVI REGOLARI. IL TEMPIO E LE ABITAZIONI DEI SACERDOTI



A ripulimento ultimato, il tempio nei suoi deboli avanzi superstiti apparve, quale si vede nella accuratissima pianta levata da Rosario Carta (fig 3). Esso tra le perpendicolari delle estremità perimetrali aveva le dimensioni di ni. 46 x 19, notando che per lo stilobata di levante e quello di mezzogiorno si dovette appoggiarsi alle impronte delle fondazioni e nel taglio nel vergine, fatto per innestarvi le infime assise, strappate già parecchi secoli or sono.

Quivi all'inizio dei lavori di bonifica si elevava in mezzo al pantano un mammellone di sabbie compatte detto Mesola, cioè Isola di S. Paolo, cinta in tutti i lati da bassure pantanose impraticabili, donde il fatto che nella mia ricognizione del maggio 1915 non visitai questo punto, che mi era stato segnalato come molto pericoloso, né po­tendo nemmeno lontanamente pensare ad un tempio ergendosi in mezzo ad una palude. La sezione presenta lo stato del terreno prima dell'inizio della bonifica; la quota dell'iso-letta di S. Paolo vi è segnata in m. 2, ma ricordo che in uno dei colloqui avuti con uno degli ingegneri dirigenti (ìng. Pezzo del G. C), egli mi dichiarava, che la linea delle assise superstiti del tempio dovesse cadere, se non sotto il livello del mare, incirca allo stesso piano. Donde la assoluta novità di un tempio ubicato in condizioni altimetriche siffattamente eccezionali. Se poi in antico le condizioni delia località fos­sero quali effettivamente apparvero nel 1923, ciò viene discusso in altra parte della presente monografia.

Il tempio, come risulta dal rilievo planimetrico, dovette essere un periptero molto lungo e stretto, forse con doppio colonnato sui lati corti.

Il materiale da costruzione è dato da un calcare tufaceo giallastro e spugnoso, del quale massi poderosissimi vennero messi in opera soprattutto nel cantonale di NO, che è una delle partì meglio conservate dell'edificio. Dello stesso materiale è quel pochissimo che ci fu dato ricuperare dell'alzato del tempio, cioè un unico rullo di co­lonna, e pochi scheggioni del fusto; poi un grandioso becco, di civetta con tracce di stucco, e frammenti del gocciolatoio. Petrograficamente è un po' diverso un grande pezzo di architrave di m. 2.5: x 0.75.

Ora tutto questo materiale litologico è ignoto ed estraneo alla regione; me lo ha assicurato il dott. Francesco Sabatini, buon conoscitore degli orizzonti geologici del suo paese, il quale sospetta anzi che siffatto materiale provenga dalla Puglia, e precisamente dai contorni,.di.Tarantopdonde oggi ancora vengono . alla Manna di Ciro carichi dello stesso materiale, ridotti in blocchetti, per sopperire al grande difetto di pietra del paese. Ma se è ed era relativamente agevole il trasporto per mare di carichi di blocchetti, ben altra difficoltà presentava invece quello dì rilevanti massi grezzi, per lo stilobate, le colonne e la trabeazione; se non che non furono maggiori le dif­ficoltà ed i rischi per attraversare con grandi carichi lo Stretto dalle marine siracusane alle città italiche della Calabria meridionale al fine di addarvi l'eccellente e compatto calcare bianco di Siracusa. Va poi da sé che tutta la parte del materiale desti­nata all'alzato del tempio dovette essere dissimulata e protetta sotto una densa incamiciatura di ottimo stucco.

Contatti e molteplici colla opposta riva apula ebbe certo il santuario, e nelle an-tefisse noi vedremo ripercuotersi l'influenza artistica di' Taranto Al tutto diverso è invece il carattere geologico delle piccole colonne doriche e dei relativi capitelli (v. fig. 16) trovati disseminati nell'area del tempio, nelle abitazioni dei sacerdoti, e di difficile assegnazione; ma anche cronologicamente è assai sensibile la distanza di essi dal primo impianto del tempio. Essi pure sono ricavati da quel bel calcare compatto e fine, .che se non ha il candore di quello siracusano, perché suffuso di una impercettibile tinteggiatura, molto, ad .esso .si accosta; materiale anche questo assolu­tamente estraneo alla regione prossima al santuario, ma che invano tentai indagare donde provenisse. Anche dei capitellucci alcuni erano di tufo, rivestiti di spesso e te­nace stucco. Infine il pietrame della cella risultò di conci irregolari in calcare sca­dente, che nulla toglie sia indigeno.

Le fondazioni del vasto e pesante edificio non si spinsero a grande profondità nel sottosuolo infido, sebbene compatto e per la sua natura elastico; ed è anche questo in­dice non ultimo di arcaismo. La sezione a fig. 3 e la fig. 4 ci mettono sott'occhio la loro struttura e la scarsa profondità; esse si spingono ad appena m. 2 \/z dal colmo della collinetta distrutta dalla 'bonifica, e della quale, per buona ventura, esistevano ancora, all'inizio dei nostri lavori, due caposaldi. Ma in realtà le fondazioni hanno intaccato di un 60-70 cm. .il suolo vergine della collinetta, .per cui di vera fondazione vi era una sola assisa. Dalle esplorazioni fatte sul fronte orientale, pare che il fondo aperto per ricevere l'infima assisa fosse stato fortemente compresso; ma nessun letto di crete vergini, come quello del tempio ionico a Marasà In Locri, del secolo V, venne qui osservato. Piantato sulle sabbie in riva al mare, era anche il tempio di Caulonia ma le assise di fondazioni erano cinque (Orsi, Caulonia, tav. 12), con uno spessore imponente, infine l'ÀpolIonion di Sìracusa, ancorché sia il più arcaico di tutta l'Italia meridio­nale, essendo piantato nella fanghiglia del lembo settentrionale di Ortygia, spinse tanto a fondo le sue poderose assise, che malgrado replicati tentativi da me fatti per fis­sarne il numero, mai raggiunsi lo scopo, perché l'acqua filtrante abbondantissima dal fondo me lo impedì. Nel centro dello stesso isolotto, il santuario di Athena, del pieno secolo V, ancorché piantato sulla roccia, adagiava le ultime delle sue sette potenti assise, in un vero incasso roccioso.

Potrei estendere queste esemplificazioni; esse valgono a giustificare la mia sorpresa nel vedere un pesantissimo. tempio sia pure arcaico, piantato quasi a fior di terra, con una ; sola assisa fondamentale. Qualcuno ne dedurrebbe una superiorità degli architetti sicelioti sugli italioti. A tanto io non arrivo, ma mi domando invece, se per avventura, secondo le idee geologiche della scuola pitagorica, cotanto diffuse in tutta codesta regione, non sarebbero state considerate più resistenti delle rigide roccìe le sabbie compresse ed elastiche della spiaggia bruzzia. Certo è che il sistema dì fondamentazione adottato per il nostro tempio era assai debole, prova ne sìa il sensibile abbassamento avvertito nell'angolo NO di esso, abbassamento che forse ha anche potuto determinare un crollo, non oserei dire se parziale o totale dell'edificio (nel quale debolissima era anche la struttura della cella) crollo reso ancora più facile da uno dei tanti terremoti, che di secolo in secolo funestarono la re­gione. Non parlo anche della possibilità di movimenti bradislsmici, dei quali, per dir vero, non si avverte traccia, ma ecco invece affacciarsi un altro quesito, che deve avere il suo peso nella storia del monumento, e nell'esame dei ruderi superstiti, se cioè il tempio sia stato distrutto da un terremoto o da un evento bellico. Ma di questo dirò in altra parte.

Lo stilobata e la cella (fig. 3). La parte occidentale di esso, la meglio conservata con una porzione del lato NO, risulta formata di una potente platea di m. 4,50 di ampiezza, costituita di massi adagiati alternativamente di punta e di taglio. Di tale struttura sono rimaste due assise con traccia della terza. Nel lato nord fra due filate di lungo ne è intercalata una di corto, con una larghezza dello stilobata di soli m. 2,50; vediamo pertanto anche qui applicato il vecchio e tradizionale principio dell'orditura ad intreccio od alternata, per dare alla massa costruttiva la maggiore solidità con un razionale collegamento dei suoi elementi, disposti per modo da reggere così alla pressione dall'alto, come alle spinte laterali.

La filata superiore esterna di ponente presenta in tutti i massi lo spigolo fortemente smussato ed un certo logorio nella pedata; non cade dubbio pertanto, come si rileva dalla figura annessa, che essa filata non formasse il gradino inferiore del tempio (fig. 5).

È stata anche da me studiata, in quanto possibile in rapporto alla qualità della pietra friabile e non suscettibile di lavorazione in fino, la forma della anathyrosis dei massi dello

stilobata occidentale, ed in qualcuno di essi ho ravvisata la forma ad incorniciatura, come si può vedere nella fig 6 , rappresentante la testata corta di uno dei grandi quadroni.

Un cedimento notevole ho avvertito nel cantonale di NO, i cui massi sono inclinati per io, forse 12 era. verso 1 esterno, e devono aver determinato un movimento assai pericoloso nel peristilio, non sappiamo bene se provocando anche una rovina parziale. Questo dissesto si propagò per alcuni metri anche nell'ala occidentale dello stilobata settentrionale, determinando pericolosi movimenti in correlazione coi precedenti. Fu un semplice cedimento od anche un movimento in seguito ad insulto tellurico? Non saprei dirlo, ma il fatto indi­scutibile apre l'adito a congetture che ver­ranno altrove discusse.

La esplorazione di questo lato del tem­pio diede luogo ad una piccola scoperta, che viene molto opportuna a chiarire un punto delle oscure vicende del tempio stesso dopo il suo abbandono nell'antichità. Nella massa viva dello stilobata di ponente apparve sca­vata una grande fossa di m. 2,15 x 1,00, rabberciata in due lati con piccolo pezzame e molto profonda; per quanto da tempo frugata, essa venne da me scrupolosamente esplorata, avendo io tosto ravvisato in essa una .fossa sepolcrale. Ed in fatto essa racchiudeva sul fondo scarsi e disordinati avanzi di parecchi scheletri, e le briciole di alcuni vasetti vitrei fìnissimi, che non sono in grado di dire se fossero bicchieri od ampolle. Ma dall'esame di essi non cade dubbio circa la loro tardissima età, forse bizantina. E allora il pensiero corre alla chiesetta dei santi Pietro e Paolo, annidata, secondo la tradizione, nella rovina e della quale, per dire il vero, non trovai altra traccia nel seguito dei lavori.

Datando, così all'ingrosso, codesto sepolcro polisomo fra il VI-VII secolo d. C, esso prova, che allora, e certamente da tempo, l'edificio era allo stato di completa rovina.

Fig. 6. — Grande concio in pietra trovalo davanti al fronte sud.

Attigua a questa prima fossa ve ne era una seconda in direzione N-S, che, esplorata, non altro diede se non che terra fortemente compressa; ma ho avuto il so­spetto che essa non altro fosse che una intercapedine lungo tutto il margine est dello stilobata di ponente. Parvemì essa fosse stata provocata dalla necessità di risparmiare la pietra costosissima, e fu d'altronde resa possibile dal fatto, che quella parte dello stilobata non sorreggeva pesi di sorta.

Dello stilobata settentrionale è superstite meno della metà (m. 17,50) con una filata di pezzi di punta fra due di lungo, e con una larghezza complessiva di m. 2,60; segue per altro buon tratto la sola filata interna. Materiale e taglio sono come nella parte occidentale. Poscia ogni traccia del tempio sparisce; intendo dire non vi sono più massi a posto, ma qualcuno strappato e rimosso. In questo abbastanza lungo tratto feci condurre una quantità di trincee nord-sud, per riconoscere il fosso di fondazione che apparve nettissimo, preciso ed uniforme, senza soluzione di continuità, aperto nella sabbia vergine col fondo compresso. Tale fosso apparve pieno di scheggie e scheggioni, residuo doloroso dell'opera di strappamento e spezzamento dei massi di fondazione, che una volta lo occupavano.

Dello stilobata meridionale le condizioni sono di gran lunga più tristi, in quanto non rimasero a posto che un paio di massi; ed anche su questo lato il nostro com­pito si ridusse, pur troppo, a ricercare l'impronta della fondazione nel vergine. La serie di trincee condotta anche qui ha dato presso a poco l'identico risultato, come risulta dalla sezione alla fig. 3.

E cioè nella sabbia vergine aurata apparve ovunque, chiaro e nitido, il taglio di m. 3,00 in 3,10 e non più profondo di m. 0,60, ricolmo anche qui di sabbia e di brecciame medio e minuto, derivante dalla distruzione a. colpi di mazza dei blocchi di fondazione. Tale opera vandalica deve datare da secoli, perché al di sopra del letto di brecciame, che trasbordava anche dai margini del fosso, si venne lentamente for­mando per la sabbia di apporto dovuto ai venti, il mammellone smontato dall'opera di bonifica.

In condizioni al tutto analoghe risultò anche lo stilobata di levante; se ne è però riconosciuta la filata interna di massi dilungo; ma le trincee condotte anche qui nor­malmente alla fronte del tempio hanno data la fossa ampia m. 4,50, nella quale era in origine inserito il masso di fabbrica; ed anche qui la fossa risultò piena di relitti lapidei della avvenuta distruzione.

. La cella templare è la parte relativamente meglio conservata dì tutto l'edificio. Essa è, vorrei dire, completa sulle fondazioni, con una larghezza fra le perpendicolari interne di m. 6,35 e fra le esterne di m. 8; ed una lunghezza di m. 27. Una cella così stretta in rapporto alla lunghezza indica evidentemente molto arcaismo ; pare essa fosse .aperta a levante, nel qua! .caso conviene pensare a due colonne di legno con una griglia me­tallica (o lignea in origine) che ne precludesse l'accesso.

Le testate di levante dei due muri della cella sono formate da due robusti massi dì calcare conchiglifero di era. 84 x 63 x 46 altezza, formanti lo zoccolo della parastade dei muri stessi, la cui larghezza oscilla intorno agli 81 erti-, e la cui struttura richiede un po' di esame. Infatti il muro della cella è costruito in fondazione con piccoli massi, posti di lungo soprattutto nel paramento esterno, massi dì un'arenaria durissima e compatta, affatto diversa da quella dello stilobata, forse di origine locale, non suscettibile di lavorazione ad ascia e scalpello, ma soltanto a mazza, per dare un abbozzo di contorno, mentre la conformazione naturale di codesti sfaldoni a piani orizzontali, li rendeva acconci alla formazione di letti di posa sufficientemente regolari e pianeggianti. La compagine interna poi di tale muro è data da una colmata a piccolo pezzame e scaglie, accuratamente disposte per chiudere gli interstizi e legata da un impasto speciale, che non era certamente calce ma tale per la sua consistenza, da imprimere al muro una sufficiente solidità per poterlo spingere abbastanza in alto; è opportuno notare, che in tale emplecton, non ho trovato messo in opera un solo frammento laterizio. Invece nel fronte meridionale vennero posti in opera anche dei bei parallelepipedi, uno dei quali di m. 1,50 x 0,30 x 0,36, e nei deboli avanzi dell'alzato fuori fondazione anche dei massi a fronte nettamente ret­tangolare, e questi sono del calcare tufaceo delle fondazioni peribolari, ma pur diverso dagli sfaldoni durissimi delle fondazioni della cella; nell'alzato della quale si vede la tendenza ad ottenere letti orizzontali, conguagliando sempre i piani, ed all'esterno si cercava di ottenere una struttura quasi isodoma, precorrente l'isodomo bello e defini­tivo della piena maturità dell'arte. Dell'intonaco, che non poteva mancare, non mi venne fatto di trovare traccia. A chiarire codesti particolari di tecnica e di materiale giovano le tre vedute che si esibiscono alla fig. 7 e la fig. 9.

Ma tutto bene considerato, e fosse pur grande la diligenza posta nel costruire questo muro, esso risultava sempre alquanto debole, di una tecnica arcaica ed oramai ovunque superata nelle costruzioni della metà del secolo V; tecnica differente da quella del pericoli, per cui è sorto in me qualche dubbio che il santuario originario consistesse in una semplice cella in antìs.

Altra tecnica e forse altra età dimostrano gli scarsi avanzi del muro divisionale che separava la cella propria dall'opistodomo, anche se nel presunto opistodomo non debba ravvisarsi il vero a Su-rov templare, il quale avrebbe anche adempiuto alla funzione di Siff«uoó;, come risulta dalle scoperte cui esso ha dato luogo. In ogni modo questa reliquia di muro traverso di era. 77 di spessore risulta formata di lastre di tufo conchiglifero di squadro perfetto, messe in coltello e poggiate sopra uno zoccolo lievemente aggettante.

Nella parte centrale di questo opistodomo, che in ogni caso fu ad un tempo camera di sicurezza, emersero tre pilastri monoliti, mentre del quarto che coi precedenti doveva formare un quadrato, e scomparve « ab immemorabili >>, rimase e venne esattamente riconosciuta la fossetta di fondazione. Quale era lo scopo e la funzione di tali pilastri? È un enigma che apre l'adito a varie congetture. Escludo fossero le basi di 4 colonnine per un'apertura ipetrale, la quale male si conveniva così ad un adyton come ad un thesauros; resta quella più attraente che esse reggessero una specie di baldacchino, sotto il quale fosse stato esposto il simulacro venerato del dio; ma di ciò dirò più tardi. Quando si procedette alla delicatissima operazione di esplorare il suolo di questo misterioso ambiente, venne avvertito uno strato di creta vergine, impastata con rena, che sembrava formasse una rozza pavimentazione.

Nella cella propria, sull'asse mediano, si riconobbero ancora in posto gli zoccoli di tre pilastri, e di un quarto il nitido cavo dì innesto; essi erano equidistanti e di tufo bene squadrato. Anche qui si affaccia il problema della loro funzione e destinazione.

In via meramente congetturale io aveva vagamente pensato a colonne in legno di un 50 cm. di diametro per sorreggere il tetto, le quali, invecchiate ed infradici te verso la fine del IV secolo od ai primi del seguente sarebbero state sostituite da colonne lapidee, dei cui capitelli dorici sviluppatissimi si trovarono in realtà tre esemplari nell'area della cella, dei quali non si saprebbe darsi ragione. Ma contro tale congettura di una funzione strutturale sembra stare l'esiguo modulo dì tali colonne, che, a calcolare dal diametro inferiore del capitello, non darebbe che un'altezza di m. 5,7 circa, insufficiente non che per arrivare all'altezza del columen del tetto nemmeno a quella dì un soffitto piano. Scartata questa prima ipotesi non rimarrebbe che quella di zoccoli di pilastri per sorreggere anathemata di pregio artìstico e di valore materiale. Non nascondo però che anche a tale congettura sembra opporsi la circostanza che tali pilastri con ex voto nel centro della cella avrebbero recato qualche ostacolo alla circolazione dei devoti; circostanza che però non è di tale peso da rendere improbabile in via assoluta la congettura.

Fissati i limiti perimetrali della cella, tutto il suolo di essa venne sottoposto ad una attentissima e minuziosa esplorazione mediante una cauta rivangatura, e ciò al fine di fare tutte le osservazioni del caso, e di raccogliere anche ì più piccoli oggetti e frammenti che da esso emergessero, in quanto recavano un lume qualunque alla storia del cotanto torturato santuario, sia considerati in sé e per sé, sia in rapporto al punto di rinvenimento ed al culto.

La scoperta più significativa è quella avvenuta nell'angolo SO della cella propria, di un bel cippo in calcare, col suo zoccolo ed il suo coronamento, nel quale stanno le orme od impronte di una statuetta di bronzo, che vi dovette essere assicurata mediante una forte colatura di piombo. La stele sorreggente la statua, riprodotta alla fig. 8, giaceva adagiata orizzontalmente lungo il muro sud della cella, in pros­simità di quella del sacrario, e decomposta nelle sue due parti (fig, 9); il tegolo invece era stato già raccolto in precedenza, prima dell'inizio dei nostri lavori, e messo al sicuro in casa del proprietario cav. Sabatini, atteso che esso presentava nel suo pianò superiore due solette di piombo. JV il cippo nella sua totalità misurava in altezza m. 0,26 + 1,265 +0,138 e si suddivideva in tre parti distinte: r) zoc­colo quadrangolare Uscio con incasso,dira.0,51 xo,36 xo,2Ó' altezza; 2) fusto rastremato, lato base m. 0,375 x 0,26; 3) tegolo sagomato. 11 cippo è in calcare conchiglifero travertinoide spugnoso, ma tutto rivestito di una tenacissima camicia, di ottimo e candido stucco marmoreo, a leviga­tura perfetta, sul quale io cercai invano, dopo un accurato lavaggio, le tracce di una iscrizione dedicatoria qualsiasi, dipinta in rosso, che sarebbe stata per noi un prezioso ausilio sotto vari aspetti. Sul piatto del tegolo erano le orme dei piedi di una statua di bronzo, della quale sono rimaste le suole in piombo, che mediante perni di ferro sotto Ì talloni, assicuravano il simulacro al tegolo; i piedi, lunghi cm. ir erano leggermente divaricati, e calcolo che la statua, con ogni probabilità un Apolline, avesse un poco più di cm. 60 dì altezza. "V

Ma un'altra scoperta dì primo ordine avvenne, e non per opera mia, dentro la cella. Secondo un rapporto del caposquadra dell'Impresa della Bonifica, Giuseppe Parrilla, la testa marmorea dell'idolo venne da lui raccolta accanto al cippo abbattuto ed era coperta di sabbie da secoli non tocche. Evidentemente nella caduta del simulacro, la testa si era staccata e rotolando uscì dalla porta. dell'Adyton e da qualcuno dei barbari violatori venne spinta a pedate in quell'angolo e fu negletta e non apprezzata, mentre le stesse 'mani rapaci afferrarono tosto il bello e prezioso simulacro in bronzo che per là sua materia, non certo per Ì pregi artistici, stimolò le loro cupidigie.

Infine, sempre nella stessa cella, e precisamente nel punto preciso segnato nella piantina (fig. 9) che unisco, per testimonianza del cav. Sabatini e del caposquadra Parrilla, sin dai primi giorni del lavoro di sbancamento, si raccolse un bel trapezoforo alto complessivamente cm. 64, in marmo a grana salina delle Isole, che verrà illustrato con gli altri ritrovamenti marmorei. Liscio ne è il fusto, che nel tegolo superiore (diametro cm. 33, mentre alla base è di cm. 41) presenta un incasso quadro, per innestarvi un altro anatema. Data la estrema semplicità delle sagome il cippo potrebbe essere anche arcaico, ma in ogni caso esso non scende sotto la metà del secolo V.V

Presso la stele abbattuta che sorreggeva la statuetta enea, giaceva capovolto uno dei bei capitelli dorici in calcare dì cui avremo ad occuparci in. seguito; un secondo ed un terzo si raccolsero in punti diversi di questo ambiente. Tutte le terrecotte architettoniche... apparvero.. .sotto le sabbie al piede del .muro NE della. .cella.:e-cosi parecchie delle..antefisse a.maschere gorgoniche parecchie delle" quali rubate" dagli operai vennero poi ricuperate, ed altre scaricate nei terreni bonificati fu­rono più tardi rinvenute nei nostri lavori di rivangatura. Ed ancora, sempre dentro la cella, vennero riesumati : la mano sinistra dell'idolo ed a due palmi

da essa una delle sue dita ; due piccoli frammenti della parrucca di bronzo, non riconosciuti per tali al primo istante, ed un frammento di vaso a figure nere,.con un fiore di loto.

In una piccola area non tocca, dì appena un metro quadrato, a livello dell'ultima assisa del muro perimetrale, e quindi distribuito sulle arene vergini, venne svelato un gruppetto di oggetti, per lo più fittili, che qui semplicemente si elencano, salvo a darne in seguito una descrizione più dettagliata. Essi erano: una statuetta muliebre seduta, frammentata,della seconda metà del secolo V; un piccolo askos; una lekythos arybal-lica di Cuma; una minuscola anforetta ; un kantharos di fabbrica verosimilmente apula con ramo girato attorno al collo; alcuni minuscoli kantharoi grezzì, e 3 skyphoi tardissime imitazioni del corinzio; frammenti di un vaso baccellato e con giragli bianchi, di Egnatia. di metallo v'erano: tre chiodi di bronzo e poche monete dello stesso metallo estremamente consunte, tutte però greche, ed una di grande modulo; infine alcune lamine accartocciate. 

Nell'area a nord della, linea dei pilastri si esumò una lastrina rettangolare in marmo delle Isole, di cm. 9 x 13 x 0,9 spessore, mancante di uno spigolo e levigata con estrema cura; un secondo esemplare analogo si ebbe dal centro della cella. Ad un mezzo palmo sopra la sabbia vergine, e sempre nell'area suddetta, si ricuperò l'alluce del pie sinistro, desideratissimo, della statua di culto, ed a breve distanza da esso un dito della mane Ed una manina marmorea chiusa, in marmo insulare, con foro per-reggere un oggetto cilindrico ci venne pure restituita ' dal suolo della cella. 

A proposito del quale suolo non sarà soverchio ribadire l'osservazione fatta sin da principio ; che in esso sempre ed ovunque si avvertì uno strato di argilla vergine impastata con rena, al di sotto del quale vennero raccolti gli avanzi dispersi e suddescritti della stipe sacra e degli ex voto. Era questo il suolo antico del santuario, o non piuttosto l'adattamento fatto dai poveri anacoreti bizantini, per la loro chiesetta di S. Pietro e Paolo? Propendo alla seconda versione. 

Per uno scrupolo, che non risultò poi eccessivo, assaggiai palmo a palmo anche il terreno all'estremità di levante della cella, coi risultati nei rispetti murari, che ho in precedenza esposti. Molto mi sorprese il trovare sin qui, a notevole distanza dall'Adyton un bel frammento della parrucca ed altri due minori, due grandi foglie in lamina di rame, un gambo o frammento di ramo coi noduli per l'attacco delle foglie, un manico di strigite in bronzo, una pateretta (?) in ferro, due frammenti di una foc-caccetta in bronzo (aes rude), un coccio di skyphos protocorinzio geometrico, due astragali, un castone di anello in bronzo, minuscoli frammenti di laminette enee decorate di spirali, ed altri più copiosi lisci; infine una mondina di argento di Croton. La presenza di tanti oggettini così disparati per indole ed età indica chiaramente una dispersione disordinata di materiale, strappato dal sito originario della loro deposizione. Dispersione dovuta più ad opera vandalica di uomini, che a ruina del tempio.

Nella cella propriamente detta il suolo risultò in gran parte rimaneggiato e scon­volto ; invece nell'Adyton si ebbe la ventura di riconoscere che una parte almeno di esso era intatto ; ed esso venne sottoposto ad un esame accuratissimo, adoperando anche il vaglio per crivellare la terra di risulta. Il banco vergine aveva uno spessore di poco più di mezzo metro e coincideva in fatto di livello col debole muro di ponente del­l'edificio, risultando formato di una terra cretacea e non della solita arena. Le scoperte di piccoli oggetti qui incalzavano di momento in momento, ed il materiale esumato assurge ad importanza di prim'ordine così per la storia del santuario, come per quella del culto in esso esercitato; merita quindi un attento esame analitico, che rimando ad altra parte del libro, limitandomi qui per ora ad una pura e semplice cronaca dello scavo, come la desumo dal mio taccuino di appunti con schizzi.

7 -maggio. Alcuni chiodi ed una freccia in bronzo col suo lungo gambo. In un'area di poco più di un metro quadrato si ricuperarono 21 monete in bronzo assai con­sunte, e da sottoporre a pulimento, tra le quali riconobbi però tosto un Croton ed una Siracusa (testa di Athena - cavallo marino). Anello di bronzo con ampio castone ellittico. Due spilli di bronzo analoghi a quelli delle fibule. Altre 6 monete di bronzo, di cui tre di. Siracusa. P'rammenti di vari anelli digitali in ferro, con castoni in uno stato disperato di conservazione. Frammenti di una prima laminetta di argento ; uno di essi arrotolato, forse di diadema, con decorazioni a stampo di palmette e fiori di loto. Un grande chiodo di bronzo piegato ad angolo retto. Una colatura di piombo, che, per mero caso, arieggia la figura di uno specchio col suo manico.

Estremamente scarsi i fittili; pochi frammenti di una statuirla muliebre seduta. Cocci di vasellame culinario, riferibili a pentoloni. Idem di piatti etrusco-campani. Vasetto configurato in forma di cinghiale, frantumato. 

8 maggio (la grande giornata). Un minuscolo idoletto schematico, d'argento, alto mm. 63. Frammenti di una sottile laminetta di argento, di forma imprecisata, ed a quanto pare (?) decorata ; da pulire e meglio esaminare. Brani di sottilissime fogliette d'oro, di cui non si percepisce ne la forma, né la decorazione, se pure ne ebbero ; sono mescolati, quasi incollati, con frammenti di lamine d'argento che forse rivestivano. La quarta parte esatta di una foccaccetta in bronzo, in origine circolare (aes rude), da richiamare ai frammenti analoghi, rinvenuti nella cella propria. Il collo di un'anforetta vitrea policroma del noto tipo detto fenicio o d'imitazione greca. Frammenti di uno skyphos protocorinzio geometrico puro di sagoma larga. Una diecina di kra-teriskoi e molti altri frammenti pertinenti a forme analoghe; una hydrietta e 2 skyphoi ; piccolo vasellame, codesto grezzo e di mero uso di culto. Frammento del fondo di una colossale kotyle attica nera, che deve aver raggiunto circa un palmo di altezza, e che è iattura non siasi rinvenuta, sia pure in frammenti, ma completa. Un esemplare completo di antefissa con mascherone di Medusa, la cui presenza nel banco degli ex voto dell'Adyton non poco mi sorprende. Frammenti di un piatto fittile per « pulmentum » con beccuccio di versamento. Un piccolo kantharos in creta chiara di forma piuttosto rara. Due frammenti di uovo di struzzo non decorati. 

Colle fogliette d'oro e d'argento era conglobato in un gnocco di terra, l'osso di un piccolo volatile mineralizzato. In un altro blocco di terra stava racchiusa una larga e sottilissima lamina di rame, di forma imprecisata e che non parve decorata; dei tre archeologi presenti allo scavo (Orsi, dott. P. Mingazzini ed il tedesco dott. Langlotz) nessuno seppe formarsi un'idea della sua forma originaria; io ho pensato ad uno di quei gambali o bracciali, novità restituitaci dalla necropoli sicula di Torre Galli 1. Pur troppo ogni tentativo di salvare questo enigmatico bronzo fallì, perché la lamina ridotta in briciole ed impastata nella terra cretosa, ad ogni minimo contatto si decomponeva in frustuli irreparabili. 

Di monete, 4 di drammi argentei di Thurii, Croton, Metaponto ed un obolo di Heraclea o Taranto; disposte attorno {sic) ad un piccolo aryballos di Cutna giacevano

1 P. Orsi, Le necropoli preelleniche calabresi di Torre Galli, e di Canale, ecc. M.A.L. 1926, col. 1S0 e seg. ,



5-, monete, bronzo, ed uno stratere di argento (petaso); i bronzi riconosciuti spettavano spettavano uno a. Crotone 3 -a Siracusa testa -di Athèna – cavallo marino)':,in; altri, punti diversi, si. raccolsero monete di bronzo logoratissime, 'nelle quali ,salvo ulteriore,esame, identificai primo acchito .2',Siracuse (come sopra).:

, Un tubetto1,di bronzo, costolato ,e, pervio,con imboccatura;, si;:pensò , dapprima alla bocca di uno strumento musicale; ma, è più.verosimilmente; un piede

di mobiluccio. ;(fig. ,10). Ad un 2 metri di distanza:dal, primo nucleo:cieire Jamiriettè argentee. si avvistò un'altra massa di terra e creta; la quale racchiudeva uria quantità: di svariate foglie argentee ,di.lauro,; molte delle quali.piegate, e .contorte, e, perciò, attesa là loro.estrema fragilità in., assai, tristi condizioni; in ;mezzo ad esse: .apparvero":, delle, quasi;.impercettibili -.faville di; orp,. come se talune delle.foglie, fossero dorate. Forse abbiamo qui ammassati e compressi gli elementi di.un'unica, corona,' 'il cui gambo- sarebbe, stato un cordone tessile.

Un terzo .gruppo: di foglie- argentee assieme; a; ;frammenti. di.1 una laminetta -.impressa a fogliami emerse in un punto, distinto,-ma,non guasi discosto dal precedente. •Attorno al- secondo gruppo suddescritto.continuano ad; avvenire scoperte di piccole cose, che sempre più tengono desta la mia attenzione: sono.altre foglie, argentee .rotte,, piegate,.. e. sempre, accompagnate da . faville d'oro di-.impercettibile spessore, e .che. erano incollate usuile. foglie Tubetto-di-brónzo. . d'argento con un glutine non resistente all'umidità. Due minuscole : masse ,di laminette auree, accartocciate; dopo, uni delicato.» e paziente lavoro si riuscì, a svolgerle e ne,risultò un diadema. Un arnione di'terra, dall'aspetto torboso (forse. in . origine un tessuto avvolgeva il gruzzolo) conteneva daccapo foglie-argentee, con un. gruzzolo di S.monete e cioè un didramma 'di .Thurii e .7. -; di bronzo Irriconoscibili;; Ibidem;; un'ansa .dilebet.e in bronzo.Jn ,forma:.di cilindrò costolato -e pervio, lungo mm..58;.¦Un.:anelluccip. digitale di' ferro, con grosso -castone 1 ed uno di bronzo.-La verga di -chiusa, : o. che almeno tale .parve,..di 1 una'.-corona di argento, con relativo anello (diametro ,cm;.5).:Un minuscolo,-busto muliebrè in oro, a stampo. Un;bottoricino o; bulletta (argento. ,11 pezzo-principe, .della .giornata è..Stata La.,figurina;di'. Apollo, alta-.mm.. 57, ;in; oro,': formata da.laminette sballate, combacianti e che più:.oltre .si .descrive e.si .riproduce.;Una. pateretta mesomphala .di .argento, una corona con del ,gambo, con anello'.di chiusa .o di sospensione, e col groviglio delle foglie relative, è stata raccolta al.centro..preciso della - paréte occidentale,' alla., quale essa fu forse un tempo appesa. Ripeto. che il banco. di .terra , dell'Adyton che ci, ha restituito dopo almeno-.;23 secoli tante' preziose quisquiglie,' ha uno spessore .di un., buon mezzo metro a contare dall'ultima assisa del muro; al'di sotto di esso si stende' la ' sabbia ,vergine.aurata ; al di sopra invece un battuto o miscela di creta vergine e di sabbia, preparato, arti­ficialmente per rendere impermeabile il fusto Fino alle ore 13 della giornata si era raccolto il seguente materiale numismatico: n. 30 pezzi di bronzo in stato desolante, salvo tentativi da farsi in officina di ripu­limento; n. io pezzi di bronzo di Siracusa colla testa di Athena ed il cavallo marino; n. 2 pezzi di bronzo di Croton con Heracle-aquila, e tripode. Due didrammi d'argento di Croton e Taras. 

Essendo stato abbattuto nel meriggio di questa giornata uno dei capisaldi in terra lasciato dall'Impresa della bonifica entro l'Adyton, si esplorò il terreno ad esso sottostante per una ampiezza di un paio di metri quadrati, sotto i quali tornò in luce una quantità di piccoli oggetti preziosi e precisamente: un anello d'argento con ca­stone ; altre sottili lamine di argento, da ripulire. Un piccolo pezzetto di lamina in bronzo, ed un arpione dello stesso metallo; era ridotta in briciole insalvabili una fibula in bronzo, che però si riconobbe fosse ad arco semplice. Di vasellami altri krateriskoi e piccoli skyphoi, grezzi, scadenti produzioni locali; un kantharos decorato di fogliami. E poi ancora una certa quantità di foglie di lauro o di mirto, in frantumi ; per alcune si riconferma fossero coperte di una tenuissima velatura d'oro, che restava aderente alla terra. Nuovi frammenti di laminette argentee. Brano di sottile bractea d'oro decorata di palmette (dimensione mm. 114 x 120), ritagliata colla forbice senza badare a troncare gli ornati. Due belle armille d'argento, una • a verga ed una a fettuccia, ambedue desinenti in teste di serpi. Un grande anello d'argento con castone di bronzo saldatovi, ed un altro d'argento a filo attorto ed annodato; un altro anello tutto di bronzo con robusto castone. Ossicino di piccolo volatile. Un doppio filo d'argento attorto (gambo di corona?). Due perline sferico-schiacciate simili ad ambra, ma più pesanti.

Quanto a monete, nel pomeriggio si ricuperarono: un didramma di Velia, un grande bronzo di Croton (tripode), 3 medi bronzo della stessa città (Heracle ed aquila) ed altre 2 in bronzo irriconoscibili. 

E così a sera venne esaurita la esplorazione dell'Adyton, il cui suolo apparve in parte non tocco, in parte rimaneggiato. Si riconferma . che la massa principale degli oggetti si riesumò verso il centro della parete di sfondo. Dalle osservazioni fatte durante lo scavo così della intera cella come del peribolo, nessun elemento, nessun indizio si raccolse, il quale possa accennare ad un incendio. Né si ebbero testimonianze "ella presenza, di cassette nelle quali la preziosa . piccola stipe fosse racchiusa,; forse qualche gruzzolo fu avvolto in un cencio. Colpì invece l'estrema, scarsezza, vorrei dire assenza assoluta di vasi, e soprattutto delle masse di terrecotte figurate,' che caratteriz­zano le stipi templari ed erano la risultanza dei rituali ripulimenti e sgomberi periodici, . 1 quanto, privo di vero pregio artistico od intrinseco, era condannato, ad .essère tolto ' santuario, e celato nella terra ma sempre nell'area sacra. Ebbe il tempio di Apollo Aleo di tali favisse, e dove conviene cercarle? I miei tentativi in questo senso a nulla approdarono, forse in causa delle eccezionalissime condizioni topografiche di esso. Molti sono d'altronde i santuari, dei quali la stipe e le favisse ci sono interamente sfuggiti. Cito solo il grande tempio di Caulonia e l'Olympieion di Siracusa.

Esauriti gli scavi-della cella, volli fare un ultimo tentativo sulla fronte orientale del tempio, per rintracciare un qualsiasi elemento caduto dalla facciata o comunque abbandonato nel trasporto. A tale fine tirai una trincea lunga 15 metri verticale alla fronte templare, ed una quantità di altre ad essa normali, scendendo sempre sino alle sabbie vergini, e per ogni buon fine anche al di sotto di essa. Né era estranea a tale indagine la possibilità di riconoscere davanti alla fronte principale del tempio un grande altare. Senonchè ogni mio tentativo non ebbe risultato di sorta, non avendo trovato che sabbia, sabbia e sabbia sempre sterile.

Lo stesso tentativo cogli stessi fini venne esperimentato anche sulla fronte occidentale, conducendo una rete di grandi trincee, che arrivavano sino all'acquitrino, ma nessun pezzo architettonico apparve sommerso nelle sabbie; evidentemente tutto fu fatto in pezzi e fu asportato. Oppose solo resistenza per la sua mole e per la sua du­rezza un enorme masso architettonico (tav. V, n. 1), di cui avremo ad occuparci, perché è uno dei rarissimi e preziosi caposaldi nello studio dell'alzato del tempio. Esso era in vista e per poco affondato nelle sabbie, e così doveva trovarsi da secoli. Ora nel rimuo­verlo per misurarlo, studiarlo adeguatamente e misurarlo, si rinvenne al disotto di esso uno strano vasetto sferico, rozzamente tornito, e simile ad una trottola, privo di collo e munito invece di un piccolo ombelico che più oltre descrivo e riproduco. Di più una foglia in lamina di rame, la metà del piede di una coppa attica, ed altri frammenti di fittili insignificanti. Ed a mezzo metro soltanto dal limitare del tempio il prof. Carta ricuperò un torsetto efebico in pario, così mutilato e ridotto in sì tristi condizioni da potersi confondere a tutta prima con un ciottolo fluviale. Dal poco che si rileva pare che codesto misero avanzo statuario appartenesse all'arcaismo maturo. Qui si ricuperò altresì il frammento di un tallone di statuetta in marmo a grana finissima.

Tracce della, chiesetta bizantina vennero riconosciute il giorno 15 maggio, quando si procedette alla demolizione di un altro dei capisaldi lasciato dall'Impresa della bo­nifica, caposaldo che veniva a cadere sul lato nord dell'opistodomo ; esso aveva forma di una piramide tronca, con metri 2,50 di altezza, ed una larghezza alla base di metri : 2.

Ora dai primi 60 centimetri in giù di questo banco si avvistò un copioso strato di tegolami, che per la mia lunga esperienza di Calabria e Sicilia, sono autorizzato ad assegnare all'alto medioevo, e più propriamente all'età bizantina, attesa la forma, il cattivo impasto e la cottura; vi erano altresì molti coppi, colle tipiche rigature, taluni dei quali ancora legati da calce scadentissima. Ora questo strato di tegolami scendeva fino alla radice del caposaldo, e vi era mescolata una modica quantità di rozzo cocciame culinario della stessa età. Unico pezzo che precisa ancor di più la cronologia di questo strato è un bel frammento di grande bicchiere vitreo tronco-conico e svasato, tipico dei tempi cimiteriali avanzati e di quelli bizantini, ricostruito in un disegno del prof. Carta. 

. Vorrei da tutto ciò conchiudere, che quando si smontò per i lavori di'bonifica il mammellone sabbioso alto un 27 centimetri sopra la linea templare, è verosimile sieno state distrutte anche le ultime miredelle pessime mura della chiesetta dei SS. Pietro e Paolo, se pure non sia avvenuto, che la chiesetta si installò entro la ruina della cella, valendosi di una parte almeno delle mura perimetrali di essa, alzandole un po' e gettandovi un tetto di povere tegole. È probabile che la malaria o qualche invasione araba abbia distrutto anche questa seconda fase di vita, ben diversa da quella più antica, del santuario. Ma il tempio greco era schiantato, e forse da secoli, quando vi si annida­rono i poveri monaci ed eremiti greci. Va altresì rilevato che l'installazione della chiesetta sopra il tempio impedì che esso venisse frugato e rifrugato nel medioevo. Ma quanto ai sotterranei visti dal Pugliese, è superfluo il dire che sono mere fantasie.

Rivangative delle colmate. Non sarebbe esatta e completa la storia dello scavo se io non riferissi colla dovuta obiettività degli ultimi miei lavori di indagine che furono un necessario complemento a quelli dell'area immediata del tempio.

Se nei lavori di bonifica gli scarsi avanzi del tempio tornati alla luce non vennero menomamente toccati, fu una vera iattura che lo smontamento della duna sabbiosa che li ricopriva sia avvenuto senza il vigile e severo controllo del personale archeologico. L'Impresa Ravennate dapprima di nulla si era avveduta, e poi quando cominciarono a spuntare oggetti di antichità, fece, come meglio poté, il suo dovere, salvando tutte le cose più voluminose e più appariscenti. Così dobbiamo all'Impresa il salvamento della testa e dei piedi dell'idolo, preda veramente preziosa ; essa pose in salvo molte antefisse, varie terrecotte architettoniche ed altre cose minori. Ma era umano e naturale che nella fretta e nel tumulto del lavoro dato a cottimo, i piccoli e minuscoli oggetti, talvolta assai preziosi, ma sempre pregevoli, sfuggissero perché avvolti di sabbia umida, e fatalmente venissero scaricati nelle bassure acquitrinose che circon­davano il tempio; e che altri venissero sottratti dagli operai e portati a casa come balocchi pei loro bambini (sorte toccata a varie antefisse.da me ricuperate in case di paesani), oppure perché di metallo asportati in contrabbando colla speranza di lucri ; tale la sorte subita da varie statuette enee, di cui parecchie fu ventura riuscissi a togliere dalle inani dei possessori, assieme ad un magnifico pezzo della parrucca. Quanto però di prezioso sia stato di nuovo ed inconsciamente inghiottito dalla palude fatale, quanto disperso nel commercio non so dire; ho la convinzione che molto sia stato il ma­teriale sacrificato nelle colmate, pochissimo quello disperso nelle case e nel commerciò.

Alquanti giorni dopo il mio arrivo a Ciro, assunta la direzione degli scavi, prima tenuta da R. .Carta, presa famigliarla coi luoghi, e conoscenza dei fatti svoltisi in precedenza, io ebbi tosto una chiara visione di quanto conveniva fare, e dell'azione da svolgere, da un lato per mettere in piena vista gli scarsi ruderi superstiti, dall'altra per tentare il ricupero di quello che era stato scaricato nei pantani.

Bisogna pensare che attorno alla collinetta dei Ss. Pietro e Paolo, prima dell'inizio delle bonifiche v'era un vero sistema di lagune e laghetti, che rendevano il luogo im­praticabile e persino pericoloso. Ma quando io arrivai sui luoghi nel maggio nel '24, il loro aspetto era profondamente cambiato da come li avevo visti dieci anni prima. Le colmate erano benissimo riconoscibili a colpo d'occhio ; esse si stendevano ad arco attorno al tempio, meno che a ponente, dove restava ancora da colmare un acqui­trino con fitte erbe palustri. Una ferrovia Decauville, che sì spostava di qua e di là coi suoi trenini, aveva già compiuto inesorabilmente l'opera di redenzione di buona

parte di quella plaga pestifera, togliendo il materiale a tutte le dune più elevate, per scaricarlo nelle bassure.

Dopo avere più e più volte percorso o solo od in compagnia di un operaio intelligente il terreno circostante al tempio, raccogliendo talvolta utili frammenti, ed osservando sempre una vera quantità di detriti fittili nelle sabbie archeologiche strappate dalla collinetta, mentre erano sterili quelle di diversa provenienza, venni nella determinazione

di inquadrare il terreno, e di farlo rivangare palmo a palmo. Tanto più che, pro­mettendo piccole mancie ai ragazzi caprai, che nella mattina portavano le loro capre al pascolo in quei paraggi, venni in possesso di taluni pezzi, che il loro occhio acuto aveva saputo riconoscere alla superficie delle sabbie.

Mandato ad effetto il progettato lavoro delle rivangature, non ebbi a pentirmene, sebbene i risultati non fossero quali io avevo sperato ; ma la rivangatura venendo spinta in profondità fino al limite consentito dalla fanghiglia che più sotto diventava acqua, nel più dei casi delle aree rimase inesplorato il sottosuolo melmoso ed acquitrinoso pur costituito da sabbie a contenuto archeologico. In altri termini io non avevo né i mezzi pecuniari né quelli meccanici, per rifare a rovescio il lavoro dell'Impresa, perché in taluni punti il pantano aveva colmato anche due metri di profondità, ed io avrei dovuto rimuovere e vagliare migliaia di metri cubi della colmata.

È però necessario ancora una volta rammentare che oltre del materiale posto in salvo dall'Impresa, un'altra porzione fu messa al sicuro nel loro castello dai signori Sabatini, come capitelli terrecotte architettoniche, colonnine ed altro, che indicherò a suo tempo ; e ciò ad impedire che questo materiale venisse rubato dai villici trovato nel materiale di bonifica e proveniente probabilmente dal tempio.

Al di sopra invece un battuto o miscela di creta vergine e di sabbia, preparato, arti­ficialmente per rendere impermeabile il fusto Fino alle ore 13 della giornata si era raccolto il seguente materiale numismatico: n. 30 pezzi di bronzo in stato desolante, salvo tentativi da farsi in officina di ripulimento; n. io pezzi di bronzo di Siracusa colla testa di Athena ed il cavallo marino; n. 2 pezzi di bronzo di Croton con Heracle-aquila, e tripode. Due didrammi d'argento di Croton e Taras. 

Essendo stato abbattuto nel meriggio di questa giornata uno dei capisaldi in terra lasciato dall'Impresa della bonifica entro l'Adyton, si esplorò il terreno ad esso sottostante per una ampiezza di un paio di metri quadrati, sotto i quali tornò in luce una quantità di piccoli oggetti preziosi e precisamente: un anello d'argento con ca­stone ; altre sottili lamine di argento, da ripulire. Un piccolo pezzetto di lamina in bronzo, ed un arpione dello stesso metallo; era ridotta in briciole insalvabili una fibula in bronzo, che però si riconobbe fosse ad arco semplice. Di vasellami altri krateriskoi e piccoli skyphoi, grezzi, scadenti produzioni locali; un kantharos decorato di fogliami. E poi ancora una certa quantità di foglie di lauro o di mirto, in frantumi ; per alcune si riconferma fossero coperte di una tenuissima velatura d'oro, che restava aderente alla terra. Nuovi frammenti di laminette argentee. Brano di sottile bractea d'oro decorata di palmette (dimensione mm. 114 x 120), ritagliata colla forbice senza badare a troncare gli ornati. Due belle armille d'argento, una • a verga ed una a fettuccia, ambedue desinenti in teste di serpi. Un grande anello d'argento con castone di bronzo saldatovi, ed un altro d'argento a filo attorto ed annodato; un altro anello tutto di bronzo con robusto castone. Ossicino di piccolo volatile. Un doppio filo d'argento attorto (gambo di corona?). Due perline sferico-schiacciate simili ad ambra, ma più pesanti.

Quanto a monete, nel pomeriggio si ricuperarono: un didramma di Velia, un grande bronzo di Croton (tripode), 3 medi bronzo della stessa città (Heracle ed aquila) ed altre 2 in bronzo irriconoscibili. 

E così a sera venne esaurita la esplorazione dell'Adyton, il cui suolo apparve in parte non tocco, in parte rimaneggiato. Si riconferma . che la massa principale degli oggetti si riesumò verso il centro della parete di sfondo. Dalle osservazioni fatte durante lo scavo così della intera cella come del pericolo, nessun elemento, nessun indizio si raccolse, il quale possa accennare ad un incendio. Né si ebbero testimonianze "ella presenza, di cassette nelle quali la preziosa . piccola stipe fosse racchiusa,; forse qualche gruzzolo fu avvolto in un cencio. Colpì invece l'estrema, scarsezza, vorrei dire assenza assoluta di vasi, e soprattutto delle masse di terrecotte figurate, che caratterizzano le stipi templari ed erano la risultanza dei rituali ripulimenti..e. sgomberi periodici, . 1 quanto, privo di vero pregio artistico od intrinseco, era condannato, ad .essère tolto ' santuario, e celato nella terra ma sempre nell'area sacra. Ebbe il tempio di Apollo Aleo di tali favisse, e dove conviene cercarle? I miei tentativi in questo senso a nulla approdarono, forse in causa delle eccezionalissime condizioni topografiche di esso. Molti sono d'altronde i santuari, dei quali la stipe e le favisse ci sono interamente sfuggiti. Cito solo il grande tempio di Caulonia e l'Olympieion di Siracusa.

Esauriti gli scavi1 della cella, volli fare un ultimo tentativo sulla fronte orientale del tempio, per rintracciare un qualsiasi elemento caduto dalla facciata o comunque abbandonato nel trasporto. A tale fine tirai una trincea lunga 15 metri verticale alla fronte templare, ed una quantità di altre ad essa normali, scendendo sempre sino alle sabbie vergini, e per ogni buon fine anche al di sotto di essa. Né era estranea a tale indagine la possibilità di riconoscere davanti alla fronte principale del tempio un grande altare. Sennonché ogni mio tentativo non ebbe risultato di sorta, non avendo trovato che sabbia, sabbia e sabbia sempre sterile.

Lo stesso tentativo cogli stessi fini venne esperimentato anche sulla fronte occidentale, conducendo una rete di grandi trincee, che arrivavano sino all'acquitrino, ma nessun pezzo architettonico apparve sommerso nelle sabbie ; evidentemente tutto fu fatto in pezzi e fu asportato. Oppose solo resistenza per la sua mole e per la sua du­rezza un enorme masso architettonico (tav. V, n. 1), di cui avremo ad occuparci, perché è uno dei rarissimi e preziosi caposaldi nello studio dell'alzato del tempio. Esso era in vista e per poco affondato nelle sabbie, e cosi doveva trovarsi da secoli. Ora nel rimuoverlo per misurarlo, studiarlo adeguatamente e misurarlo, si rinvenne al disotto di esso uno strano vasetto sferico, rozzamente tornito, e simile ad una trottola, privo di collo e munito invece di un piccolo ombelico che più oltre descrivo e riproduco. Di più una foglia in lamina di rame, la metà del piede di una coppa attica, ed altri frammenti di fittili insignificanti. Ed a mezzo metro soltanto dal limitare del tempio il prof. Carta ricuperò un torsetto efebico in pario, così mutilato e ridotto in sì tristi condizioni da potersi confondere a tutta prima con un ciottolo fluviale. Dal poco che si rileva pare che codesto misero avanzo statuario appartenesse all'arcaismo maturo. Qui si ricuperò altresì il frammento di un tallone di statuetta in marmo a grana finissima.

Tracce della chiesetta bizantina vennero riconosciute il giorno 15 maggio, quando si procedette alla demolizione di un altro dei capisaldi lasciato dall'Impresa della bonifica, caposaldo che veniva a cadere sul lato nord dell'opistodomo ; esso aveva forma di una piramide tronca, con metri 2,50 di altezza, ed una larghezza alla base di metri-2.

Ora dai primi 60 centimetri in giù di questo banco si avvistò un copioso strato di tegolami, che per la mia lunga esperienza di Calabria e Sicilia, sono autorizzato ad assegnare all'alto medioevo, e più propriamente all'età bizantina, attesa la forma, il cattivo impasto e la cottura; vi erano altresì molti coppi, colle tipiche rigature, taluni dei quali ancora legati da calce scadentissima. Ora questo strato di tegolami scendeva fino alla radice del caposaldo, e vi era mescolata una modica quantità di rozzo cocciame culinario della stessa età. Unico pezzo che precisa ancor di più la cronologia di questo strato è un bel frammento di grande bicchiere vitreo tronco-conico e svasato,, tipico dei tempi cimiteriali avanzati e di quelli bizantini, ricostruito in un disegno del prof. Carta. Vorrei da tutto ciò conchiudere, che quando si smontò per "i lavori di-bonifica il mammellone sabbioso alto un 27 centimetri sopra la linea templare, è verosimile siano state distrutte anche le ultime minedelle pessime mura della chiesetta ; dei SS. Pietro e Paolo, se pure non sia avvenuto, che la chiesetta si installò entro la ruina della cella, valendosi di una parte almeno delle mura perimetrali di essa, alzandole un po' e get­tandovi un tetto di povere tegole. E probabile che la malaria o qualche invasione araba abbia distrutto anche questa seconda fase di vita, ben diversa da quella più antica, del santuario. Ma il tempio greco era schiantato, e forse da secoli, quando vi si annida­rono i poveri monaci ed eremiti greci. Va altresì rilevato che l'installazione della chiesetta sopra il tempio impedì che esso venisse frugato e rifrugato nel medioevo. Ma quanto ai sotterranei visti dal Pugliese, è superfluo il dire che sono mere fantasie.

Rivangature delle colmale. Non sarebbe esatta e completa la storia dello scavo se io non riferissi colla dovuta obiettività degli ultimi miei lavori di indagine che furono un necessario complemento a quelli dell'area immediata del tempio.

Se nei lavori di bonifica gli scarsi avanzi del tempio tornati alla luce non ven­nero menomamente toccati, fu una vera iattura che lo smontamento della duna sabbiosa che li ricopriva sia avvenuto senza il vigile e severo controllo del personale archeologico. L'Impresa Ravennate dapprima di nulla si era avveduta, e poi quando comin­ciarono a spuntare oggetti di antichità, fece, come meglio poté, il suo dovere, salvando tutte le cose più voluminose e più appariscenti. Così dobbiamo all'Impresa il salvamento della testa e dei piedi dell'idolo, preda veramente preziosa ; essa pose in salvo molte antefisse, varie terrecotte architettoniche ed altre cose minori. Ma era umano e naturale che nella fretta e nel tumulto del lavoro dato a cottimo, i piccoli e minuscoli oggetti, talvolta assai preziosi, ma sempre pregevoli, sfuggissero perché avvolti di sabbia umida, e fatalmente venissero scaricati nelle bassure acquitrinose che circondavano il tempio; e che altri venissero sottratti dagli operai e portati a casa come balocchi pei loro bambini (sorte toccata a varie antefisse da me ricuperate in case di paesani), oppure perché di metallo asportati in contrabbando colla speranza di lucri ; tale la sorte subita da varie statuette enee, di cui parecchie fu ventura riuscissi a togliere dalle mani dei possessori, assieme ad un magnifico pezzo della parrucca. Quanto pero di prezioso sia stato di nuovo ed inconsciamente inghiottito dalla palude fatale, quanto disperso nel commercio non so dire; ho la convinzione che molto sia stato il ma­teriale sacrificato nelle colmate, pochissimo quello disperso nelle case e nel commerciò.

Alquanti giorni dopo il mio arrivo a Ciro, assunta la direzione degli scavi, prima tenuta da R. .Carta, presa famigliarità coi luoghi, e conoscenza dei fatti svoltisi in precedenza, io ebbi tosto una chiara visione di quanto conveniva fare, e dell'azione da svolgere, da un lato per mettere in piena vista gli scarsi ruderi superstiti, dall'altra per tentare il ricupero di quello che era stato scaricato nei pantani.

Bisogna pensare che attorno alla collinetta dei SS. Pietro e Paolo, prima dell'inizio delle bonifiche v'era un vero sistema di lagune e laghetti, che rendevano il luogo im­praticabile e persine» pericoloso. Ma quando io arrivai sui luoghi nel maggio nel '24, il loro aspetto era profondamente cambiato da come li avevo visti dieci anni prima. Le colmate erano benissimo riconoscibili a colpo d'occhio ; esse si stendevano ad arco attorno al tempio, meno che a ponente, dove restava ancora da colmare un acquitrino con fitte erbe palustri. Una ferrovia Decauville, che si spostava di qua e di là coi suoi trenini, aveva già compiuto inesorabilmente l'opera di redenzione di buona parte di quella plaga pestifera, togliendo il materiale a tutte le dune più elevate, per scaricarlo nelle bassure.

Dopo avere più e più volte percorso o solo od in compagnia di un operaio intelligente il terreno circostante al tempio, raccogliendo talvolta utili frammenti, ed osservando sempre una vera quantità di detriti fittili nelle sabbie archeologiche strappate dalla collinetta, mentre erano sterili quelle di diversa provenienza, venni nella determinazione di inquadrare il terreno, e di farlo rivangare palmo a palmo. Tanto più che, promettendo piccole mancie ai ragazzi caprai, che nella mattina portavano le loro capre al pascolo in quei paraggi, venni in possesso di taluni pezzi, che il loro occhio acuto aveva saputo riconoscere alla superficie delle sabbie.

Mandato ad effetto il progettato lavoro delle rivangature, non ebbi a pentirmene, sebbene i risultati non fossero quali io avevo sperato ; ma la rivangatura venendo spinta in profondità fino al limite consentito dalla fanghiglia che più sotto diventava acqua, nel più dei casi delle aree rimase inesplorato il sottosuolo melmoso ed acquitrinoso pur costituito da sabbie a contenuto archeologico. In altri termini io non avevo né i mezzi pecuniari né quelli meccanici, per rifare a rovescio il lavoro dell'Impresa, perché in taluni punti il pantano aveva colmato anche due metri di profondità, ed io avrei dovuto rimuovere e vagliare migliaia di metri cubi della colmata.

È però necessario ancora una volta rammentare che oltre del materiale posto in salvo dall'Impresa, un'altra porzione fu messa al sicuro nel loro castello dai signori Sabatini, come capitelli (fig. 11), terrecotte architettoniche, colonnine ed altro, che indicherò a suo tempo ; e ciò ad impedire che questo materiale venisse rubato dai villici trovato nel materiale di bonifica e proveniente probabilmente dal tempio di Ciro Marina, molti dei quali portarono in paese veri carichi di rottami fittili per fabbricare (il paese difetta assolutamente di pietra), formandone delle cataste davanti le loro case, cataste da me esaminate superficialmente. -. ...

I signori Sabatini mi parlarono anche di una «bagnarola» di piombo trafugata dai villici; ma per quante indagini io abbia fatte, non riuscii né a vederla o ricuperarla, né a sapere che cosa effettivamente essa fosse; evidentemente essa fu colata o venduta per metallo vecchio.

Presento qui frattanto una cronaca di quanto mi fu dato dì raccogliere alla super­ficie del suolo, od al disotto di essa mediante le rivangature; a suo tempo sì darà dei singoli pezzi l'esatta descrizione, e o a un breve commento stilistico e cronologico. Un 400 metri a SE del tempio stava infissa nelle sabbie come pietra di confine una grande sfaldatura dì arenaria selvaggia durissima, la quale ricava in 3 righe una rozzissima iscrizione in caratteri greci, ma in una lingua che non pare affatto greca ed è forse indigena (tav. XV).

Frammentino di .tegolo, in giallo antico, colle lettere AHOA.....da me raccolto in una delle mie ricognizioni. Rari pezzi di tegoloni fittili con enorme risalto marginale, che, attesa la loro mole, sospetto appartenessero alla copertura del tempio. Raccolsi anche un frammento di tegolone in tufo calcare.

La sera del 14 maggio un 200 metri a sud del tempio, dopo un violento tem­porale che aveva ridotto a fanghiglia le sabbie rivangate, fu raccolto il prezioso idolo di Apollo in argento riprodotto alla tavola X. Esso venne raccolto da un operaio mentre le squadre si ritiravano al paese; per quanto avvolto di fango venne tosto riconosciuto dall'operaio scopritore (un albanese) per quello che era; avendolo immediatamente con­segnato senza tentarne il trafugamento, venne generosamente compensato. E questo il pezzo più bello ricuperato dalle rivangature.

Avendomi gli operai assicurato che molto materiale della duna templare era stato scaricato nel pantano a levante del tempio, rivolsi i miei tentativi anche in quella di­rezione, ma con scarsi risultati. Enumero quanto fu posto in salvo nella giornata del 14 maggio. Una grande maschera gorgonica un po' sciupata in un lato. Una cuspide dì bronzo larga mm. 97, colle sue alette a gradino. Metà di un piedino marmoreo con sandalo, a taglio netto e con piccolo perno di attacco. Una figurina fittile acefala, panneggiata, reggente una lira, quindi probabilmente un Apollo. Un bello e grande frammento (mm. 85 x 7) della calotta enea dell'Idolo, a falde ondate e rigate. Una scheggia di ossidiana lavorata (sic). Una pallottola sferica di creta, a mm. 45, pervia. Un'altra pallottolina a mm. 17, di cui si raccolsero alquanti esemplari anche dietro la cella. Un frammento di tegola marmorea a risalto; la presenza di questo pezzo rimasto unico accresce le incertezze sulla foggia di copertura 'del tempio, avendo riscontrato sin qui tipi di tegole in cotto, uno in calcare tufaceo e questo in marmo. Che altri non ne Sieno stati trovati si spiega colla caccia spietata data dopo lungo tempo della catanandavo sul luogo l'abilissimo Damico, munito di mezzi e di istruzioni, e ne valse ben a pena. Egli assolse infatti brillantemente il suo compito, recuperando altri tre magnifici pezzi della parrucca, ed una serie di statuette in bronzo. Nella stessa occasione egli ere-lette di ritentare alcune rivangature attorno al tempio, né male si appose, come si desume [alla cronaca obiettiva di questo supplemento di ricerche che io espongo qui appresso, : che durarono, con qualche giornata destinata ad altre cure, dal 27 maggio al 6 giugno. Dal fronte orientale del tempio : torsetto di minuscola figura fittile muliebre alta um. 40, molto arcaico. Una striscia d'argento (diadema) più volte ripiegata a libro su e stessa e da aprire con attenzione. Una lamina informe pure di argento, rafitta da un grosso chiodo di ferro sic). Una spessa lamina rettangolare [i rame, lunga mm. 72, con alcuni ari ad uno dei margini. Alcune foglie li lauro, in rame, sane e rotte. Un segmento di spessa lamina di piombo Inga mm. 44 forato e ripiegato ad n lembo; pare assolutamente anepirafo. Due minuscole freccie triangolari in bronzo. Un frammento di terracotta architettonica (cm. 36,5 x 18) cioè di tegolone con breve sima frontale baccellata. Una grossa apocchia cilindrica di bronzo simile al puntale od alla testa di un bastone, con finimento convesso, diametro mm. 39, forse pomello di un mo-bile(fig. 15). Un garretto di zampa posteriore equina in marmo, lungo cm. 4. Una placca di rame rettangolare (min. 80 x 50) con foro per chiave, evidentemente guarnitura di base di una cassetta. Di più rilevante significato una basetta in calcare bianco di ex voto statuario; ha forma rettangolare con due gradinetti : nel superiore, incavato, rimasero aderenti al cavo due piedini di una statua, ricavati dalla stesso blocchetto della base, lunga solo 38 mm. er quanto logori essi denotano una certa ricercatezza anatomica nel rendere persino le unghie minuscole di questa statuina gingillo. Un frammento di tegola architettonica ed una di cornice, marmoree. Un minuscolo piattello fittile (altezza mm. 64) a gambo e piede strombati, che si direbbe imitazione dei trapezofori marmorei. Trechiti di bronzo, n pezzo di pietra alla quale aderiva fortemente un brano di laminetta argentea deformata, no strano ed alquanto grande oggetto in spessa lamina di piombo (fig. 14), circore con foro a risalto (diametro massimo mm. 135, del foro mm. 67) simile al piatto una grondaia od al reggicera di un grande candeliere . 

Infine anche dentro il tempio si raccolse ancora qualche oggetto dilavato dalle fogge e prima sfuggito, e cioè : un rozzo oscillimi fittile liscio, un'armilletta di filo

di rame contorto una piccola perla vitrea. bleu, una. minuscola freccia ad alette lunga .mm. 35) con sperone nel gambo per straziare-la" ferita:-Da notare altresì un; frammento " di'cornice . fittile con. ovoli, ed il. cantonale di una; spessa, (cm: 7,)-.- tegola, marmorea per reggere un ex volo tale.:almeno parmi perché;munita, di due fori-cilindrici1, che là attraversano in tutto .il suo spessore, e contenevano, i 'perni. metallici di'. sostegno valla : statua. Dall'atrio.settentrionale, la prima falange di.un .dito : marmoreo al vero di squisita fattura, colla sua unghia e la metà circa di una « pelvis »' fittile, con beccuccio e manichetta a rotella, imitante il bronzo. Un'altra freccia ad alette di bronzo, lunga mm. 35. Non proprio dall'area del tempio, ma dalla sua immediata,prossimità ebbi un asse repubblicano romano di peso ridotto, l'unica moneta romana emersa dalle ruine. E quasi assieme una sottile monetina di misura, dei tempi delle crociate, che non vedo bene se sia-francese o di principi latini d'oriente; è questo ' il secondo indizio di vita medievale sulla spiaggia di Ciro, dove alcuni anni addietro si rinvenne pure un piccolo .tesoretto di tari arabi d'oro, di cui ricuperai qualche esemplare da. un orefice! della Marina. L'ultimo salvataggio compiuto dal signor Damico, poco prima di lasciare.Ciro Marina non mediante scavo, ma togliendolo con un compenso ad antichi operai, della bonifica è quello di un gruppetto di vasetti, assieme ad una logora "antefissa; All'infuori di una lekythos del V secolo, gli altri sono 5 lekythoi 'e kantharoi-, di fabbriche italiote del secolo III, che apparterrebbero, all'ultima fase di vita del santuario

Tali i risultati da me conseguiti nelle esplorazioni superficiali e nelle rivangature del suolo sabbioso in un'area ristretta, che calcolai all'ingrosso fosse quella del teme-nos templare antico. 

A complemento di tali dati, debbo però aggiungere un'altra notizia. Il compianto prof. Siciliani, che per lunghi- anni fu letteralmente ossessionato dall'idea di scoprire il tempio di Apollo Aleo, raccoglieva in casa sua, e nell'ultimo tempo coadiuvato anche dalle guardie municipali di Ciro, ed in particolare, da una A. lui fidata, quanto di antico si rinveniva nelle campagne. Egli formò così une collezioncina di monete, di frammenti di terrecotte figurate,1 di cocci diversi; ma ebbe il torto grave di'non distinguere e segnare le provenienze. Parecchio - materiale: spicciolo egli ebbe dai lavori di bonifica, ma più dai lavori del serbatoiodi-Ciro, eretto in terreno suo. È di li che trasse-, molti frammenti-di, piccole figurine, non ancora, adeguatamente ' studiate. Ma ripeto, soprattutto durante la sua lunga malattia, tutto fu mescolato e confuso, con danno quasi irreparabile per. i .nostri, studi. Proviene,- a quanto pare, dai lavori di bonifica un pezzo di tegola romana con. doppio "bollò1 di:fabbrica,' una maschera gorgonica ed altre cosétte. Ma il meglio del. materiale deriva dai .lavori antebellici del serbatoio dell'acquedotto civico.

Sepolcri al tempio e piccola necropoli sulla terrazza. Ebbi già a segnalare una grande fossa polisoma, installata nello stilobata occidentale, e dì età bizantina (cfr. pag. 24). II 7 giugno un 150 metri a nord del tempio si riconobbe un'altra tomba a fossa recinta di ciottoloni e pezzami di tegole, direzione NE-SO, assai alterata e priva delle co­perture. Di ossa, appena tracce ; del corredo, un solo boccaletto grezzo sferico, privo del collo, di epoca tarda, ma non bene precisabile. 

Nella stessa giornata anche nel peristilio settentrionale del tempio, in uno strato piuttosto superficiale, dove erano stati strappati i pezzi delle fondazioni si avvistò un cranio umano schiacciato con deboli tracce delle altre ossa, e senza corredo di fossa. Non oso pronunciarmi sull'età di questa deposizione che potrebbe anche essere dovuta ad un oscuro delitto, quando il canneto, ed il pantano, di S. Paolo era luogo impenetrabile e pericoloso. Piacerebbe a me poter dimostrare che questa fosse una deposizione sincrona alla chiesetta dei SS. Pietro e Paolo, perché ove così fosse, ed essendosi il cadavere segnalato sulla linea dello stilobata settentrionale già strappato, ne conseguirebbe che già nei primi secoli dell'età dì mezzo il tempio fosse raso al suolo non solo, ma strappata anche una parte delle sue fondazioni. Con tale ricostruzione del paesaggio locale verso il VI-VIII secolo a. C coinciderebbero esattamente anche le circostanze e la ubicazione della grande fossa polisoma dello stilobata occidentale.

Negli ultimissimi giorni di mia presenza alla Marina di Ciro, ebbi dal comandante di quelle guardie civiche un'informazione, che, per quanto modesta, ha un si­gnificato. Egli mi ha dichiarato di possedere sulla terrazza sabbiosa a coltura di vigne, che si stende a ponente del tempio sino alla ferrovia, un modico appezzamento di terra, nel quale rinvenne un certo numero di sepolcri a fossa, contenenti piccolo e povero vasellame con qualche lucerna, roba tutta da lui non curata e dispersa. Analoghe scoperte si sarebbero fatte nei poderi contigui, nei quali, in occasione dei lavori agricoli apparvero anche fondazioni di piccole e povere case. Io ho percorsa in tutti j sensi quella terrazza aperta e solata, scrutando t muri divisionali e quelli dei casolari, per trovare qualche masso lavorato, od altro indizio qualsiasi, ma invano. Ed invano interpellai contadini ed agricoltori per avere notizie di qualche scoperta di rilievo; e cercai vedere se nella campagna fossero sparsi di quei massi squadrati, indizio, d'ordinario, di fabbricati di buona epoca.

Mi son sempre domandato, perché il tempio celebrato di Apollo sorgesse, per una ragione misteriosa che a noi sfugge, nella pianuretta paludosa e pestifera a livello del mare, e non più indietro ed in alto su queste belle ed ariose terrazze. Ed ho dovuto concludere che su quello spalto sabbioso, forse in tempi ellenistici tardi, o' forse anche romani, o più tardi ancora, sorse un villaggetto formato di gruppi di modeste casette, e ciò quando la vita del santuario era già spenta e forse da tempo. Ed in ogni caso questo povero .abitato nulla ebbe a che vedere colla misteriosa Crimisa, del pari, allora, probabilmente scomparsa. Ho visto un paio di denari consolari in quelle contrade rinvenuti, ma essi nulla provano, come nulla prova là scoperta di un peculio di 169 denari consolari, rinvenuto-nel. 1925 in contrada Trapani sul primo rampante delle colline a nord della Madonna del Mare, acquistato da un maestro elementare, di Ciro Superiore, e poi da lui rivenduto, sul mercato antiquario di Roma. Si ponga mente che lungo questa falda costiera correva la strada consolare litoranea, tracciata su quella greca più antica, ed è lungo le strade che sovente si rinvengono tesoretti di epoche svariate.

Le abitazioni dei sacerdoti (?). Chiudo la rigida cronaca dello scavo, riferendo sulle osservazioni e sulle raschiature fatte attorno alle reliquie, di un gruppo di fabbriche esistenti a brevissima distanza dal tempio; ma esse sia per .la. loro struttura, diremo così, in materiali leggieri, sia per la radicale devastazione subita dai lavori di bonifica ci pervennero in condizioni siffattamente disastrose, che riuscì vano ogni tentativo di individuarne le singole fabbriche, se pure esse furono diverse, e di rilevarne la pianta intera, la struttura ed i particolari. 

Si premette: il tempio di Apollo Aleo, di cui ci occupiamo, è da riferire alla misteriosa cittadina di Crimisa, che non ebbe importanza politica, e che, come ritengo, va ricercata in prossimità immediata di Ciro Superiore. Quindi era .un tempio .molto discosto dalla città, per una buona diecina di chilometri, un tempio isolato, direi quasi autonomo e non pertanto aperto, cioè privo di un temenos, esposto coi tesori che racchiudeva, a molti pericoli, e difeso soltanto dalla santità, del luogo. Di siffatti templi suburbani, quasi mai fortificati, potrei addurre molteplici esempi. E senza andare tanto lontani il celebrato Heraeum di Croton solo in età romana, ebbe . un poderoso, muro di cinta; aperto era il santuarietto suburbano di.Caulonia; e l'Olympico di Siracusa colla attigua borgatella della Polychne si disse fosse fortificato, sebbene di muro di cintamento non esista oggi più traccia veruna1; cintato, ma non fortificato il santuario suburbano della Malophoros alla Gaggera di Selinunte.

Tutti i templi, ma soprattutto quelli di fama storica e religiosa, avevano bisogno di numeroso personale non solo per l'esercizio del culto ma per e funzioni secondarie di pulizia e di tutela e per tutti gli svariati servizi inerenti al tempio. Erano quindi, non solo i sacerdoti colle loro famiglie, ma accoliti, famuli,: servi, tutta una famiglia,

1 Per I'Heraeum di Croton cfr. Orsi, « Notizie Scavi » (Supplemento 1911), pag. 77 e seg. ed in particolare pag. 83 e seg. per il poderoso peribolo; — Per l'Olimpico di Siracusa vedi Orsi, L'Olympìeion di Siracusa, in M. A. L.,. voi. XIII, 1903; il tempio^ doveva essere cintato pei> tesori che conteneva, ed anche perché testa di ponte sull'Anopo ; ma delle fortificazioni non mi venne fatto di riconoscere tracce. Per la Gaggera di Selinunte abbiamo il recente monumentale lavoro di Gabrici, // santuario della Malophoros a Selinunte, M.A.L., voi. XXXII, 1928; ma il muro peribolare non presenta veri caratteri militari, forse data l'immediata vicinanza della città.; Invece in alcune delle costruzioni è possibile ravvisare abitazioni dei sacerdoti. Non mancavano le case al tempio di Aphaia (Furtwàengler, Aegiiia, d'as Heiligtiim der Aphaia,' pag. 91 e seg.), ad Olimpia, all'Heraeum di Argos ed in altri,santuari.isolati.



religiosa disciplinata è regolata da' una rigida gerarchla. Non ho bisogno qui di fare della facile erudizione, ma rimando alla ormai copiosa letteratura sulle antichità religiose e culturali. Tutto" questo personale, talvolta assai numeroso, aveva le sue dimore nella immediata vicinanza del tempio, ciò che poi diventava una vera necessità per i santuari extraurbani, isolati e discosti-, come era il nostro, dalla città eponima, di maniera che accanto al ; sorgevano abitazioni, magazzini e talvolta, soprattutto nei santuari panellenici di maggior fama, anche dei per mettere al sicuro gli ex voto e gli anathemata, talvolta insigni e preziosi per materiale od arte, o per l'una e l'altra insieme, offerti da stati, città e privati alla divinità celebrata. Tipiche a tale riguardo sono le cittadine sante di Olimpia coi suoi 12 tesori, e l'alpestre Delfi, e l'isolata Delos.

Queste svariate necessità si facevano sentire anche per il nostro santuario, discosto dalla città, privo di acqua, ricco, se non di insigni, certo di pregevoli e talvolta preziosi ex voto, per i quali non pare, dal risultato degli scavi, che esistessero Sriiaupot speciali, da tesoro servendo il tempio stesso; santuario che in ogni caso abbisognava di un certo personale, non sappiamo quanto numeroso, abitante in permanenza sul luogo.

Quando io visitai per la prima volta il campo delle ruine non tardai a riconoscere la ruina del tempio, che nettamente si distingueva, ma altresì un'altra informe, discosta un 30 metri dal cantonale SO del tempio, e che a tutta prima ritenni persino romana, ma che più esattamente chiamerò ellenistica. Quivi la distruzione era stata intensa e radicale, come se una falce avesse troncato gli edifici alle radici, non solo, ma si era scesi anche alle deboli fondazioni per svellere e strappare ogni cosa. E la distruzione vandalica fu spinta al segno che non mi riuscì di individuare un solo edificio (e dovettero essere parecchi, per quanto piccoli), di cui invece erano rimasti non tocchi, per gli ordini ricevuti, numerosi cumuli di materiale fittile. Sono convinto che l'opera della bonifica si limitò a togliere la coltre di aride arene spessa poco più di un metro, e non trovò che assai deboli tracce dei fabbricati, distrutti già da parecchi secoli addietro; fabbricati che, del resto, erano di opera leggiera, in buona parte late­rizia e che già nell'antichità per saccheggi sofferti e per la naturale fatiscenza erano venuti lentamente annullandosi ; certo è che furono i cottimisti ad asportare per loro conto, quanto era ancora superstite di svariato materiale laterizio, copiosissimo.

Sopra una superficie misurata di m. 50 x 50 il terreno era letteralmente coperto di avanzi fittili di mattoni rettangolari e circolari, di tegole bordate, di rottami di grandi vasi fittili, nessuno dipinto, riferentisi ad anfore, pithoi (dolia) ed altro; scarsissimi invece gli avanzi lapidei. La prima mia cura fu di vedere se vi fosse la possibilità di riconoscere tracce di muri, per i necessari rilievi, ricerca che nei giorni successivi feci anche riprendere mediante un lento e cauto lavoro di zappa; ma purtroppo quelli che nei primi giorni sembravano tratti di muri rettilinei, di debole e povera fattura, vennero, per così dire, svanendo ; non tanto però, che a contatto di qualche scarso avanzo di pavimento superstite, non apparissero tenui brani di murature, formati da piccolo petrame legato da « taio », cioè da rena grassa commista a creta, ancora in. uso nelle case, rusticane della Calabria, e che io ho riconosciuta in alcune città siceliote ed italiote da me esplorate

Se i muri furono scarsi, l'esistenza di abitazioni venne comprovata, oltre che dagli altri fatti, anche dai pavimenti di tipo svariato,'.che alludono ad ambienti diversi. Essi possono così suddividersi: i) a terrazzo di ghiaietta fluviale impastata con calce resistente; 2) ad «opus testaceum », cocciopesto gettato sopra un fondo preparato; 3) fondo preparato in mattonelle poste di coltello, sopra il quale si stendeva il manto di rena fluviale impastata con calce e radi coccetti; 4) infine si ebbero sparute tracce anche di mosaici a minuti tasselli monocromi bianchi.

Da notare che la linea di bonifica, cioè di sbancamento dell'ondulazione sabbiosa, era passata un po' sotto la linea dei pavimenti, ogni cosa distruggendo, comprese le fondazioni di quasi tutti i muri, superficialissime, ed abbandonando sul luogo, od anche accatastando, le masse di laterizi d'ogni maniera, che nell'intenzione dell'Impresa avrebbero poi dovuto servire per i manufatti della bonifica, ma che in parte venivano poi rubate nottetempo da quelli della Marina. Anche il Direttore dei lavori di bonifica mi conformò che le tracce dei muri erano qui assolutamente insignificanti e così frammentarie, da impedirne una levata planimetrica qualsiasi.

Ma un'altra constatazione venne a me dato di fare, e di notevole portata. L'intera area fabbricata presentava la prova sicura d'essere stata investita da un grande incendio, che ne aveva distrutti tutti gli edifici. Infatti il terreno, per quanto ormai dilavato da vari mesi di piogge e di sole, era ancora nerastro e commisto a ceneri, e, ciò che più monta, da alcuni caposaldi lasciati dalla Direzione della bonifica risultava che lo strato d'incendio aveva lo spessore di circa 70 cm. ; e di tale incendio serbavano l'impronta anche molti dei numerosi fittili.

Quando è avvenuta la catastrofe? E coincide essa con quella del tempio? La risposta va molto ponderata, e si deve ben tener presente che al tempio non vi era traccia veruna di siffatto incendio, pur consentendo che nelle case piccole e basse, con molto impiego di legname, l'incendio abbia lasciato tracce e residui più abbondanti e vistosi. E può anche chiedersi, in vista di queste testimonianze, se dopo il disastro del tempio (non dico ancora quale forma di disastro) le case, rabberciate e riparate alla meglio, non abbiano servito ad altri abitatori, forse semplici coltivatori delle terre prossime, se non anche gli ultimi devoti fanatici del santuario di tanta fama per vari secoli.

Solo in via meramente congetturale si potrà tentare un responso a questi gravi quesiti, non senza però aver prima esaminato lo svariatissimo materiale raccolto nel­l'area delle abitazioni, materiale che in via di massima ci porta nell'età ellenistica e cioè tra la fine del III secolo ed il I a. C.

Questo materiale quando era ancora sparso sul suolo, e prima di qualsiasi tentativo di scavo nell'area in parola, venne per due intere settimane ripetutamente esa­minato, rivoltando pezzo per pezzo, da me, dal dott. Paolino Mingazzini, addetto agli scavi nella prima loro fase, dal disegnatore R. Carta, dal restauratore G. Damico, accompagnati sempre da qualcuno dei più intelligenti operai. E la nostra inchiesta, scrupolosa fino alla meticolosità, mirava a scoprire pezzi nuovi, marche di fabbrica, graffiti o comunque iscrizioni, e meglio ancora, se possibile, avanzi marmorei e metallici, o qualunque minuzia atta a portar lume nel mistero.

Il materiale preso da me in esame sul terreno o nel castello dei signori Sabatini non rappresenta che una parte, forse la minore, di quello effettivamente rinvenuto, al quale i villani della Marina diedero per vari mesi una caccia spietata anche di notte.

Presento ad ogni modo un'abbondante rassegna di tale materiale, in assoluta prevalenza materiale costruttivo. Molte e molte diecine di rulli circolari fittili, interi o rotti, destinati a montare delle colonne, legandoli, se forati, con perni di legno, ed in ogni caso anche con

calce, di cui mostrano sempre avanzi evidentissimi. La creta e la cottura ne sono co­plessivamente buone, ed i moduli, come risulta dallo specchietto delle misurazioni, sono svariatissimi. 

In alcuni esemplari appariva chiaro un ritaglio marginale alla periferia, per adattarli meglio alla colonna man mano essa si montava.

2. Mattoni ottagonali in creta compattissima per pilastri, quantitativamente assai più scarsi dei precedenti; ho misurato diametri di 0,30, 0,31, 0,32 per un'altezza costante di m. 0,105. Siccome essi erano cavati da una forma, sui piani di taluni esemplari si avvertono le impronte marginali della forma stessa.

3. Infinitamente più copiosi delle due categorie precedenti sono i grandi mattoni rettangolari, che fra interi e rotti ammontavano a varie centinaia di esemplari, e che attesa la loro bellezza, solidità, ed il costo, erano avidamente cercati non solo dall'Impresa, ma anche dai contadini. Quanto alla loro destinazione più che all'alzato dei muri, che non escludo, essi vennero adibiti nelle pavimentazioni ed affermo ciò, perché non pochi di essi portano le impronte e gli avanzi del calcestruzzo pavimentale sopra una sola delle faccie. Presento uno specchietto delle varie misurazioni prese sopra molti esemplari :


A differenza delle frequenti bollature, che si avvertono nei bellissimi esemplari di Messana, Rhegium, Velia, ecc, e che talvolta portano il marchio ufficiale di officine di Stato, qui invece non uno solo ci ha restituito il bollo della fabbrica. Soltanto nello spessore del lato lungo di un frammento (m. 0,315 nel collo, spessore 0,075) no rilevato le grandi lettere FIA non impresse, ma scolpite a viva forza sulla creta già cotta; io non oso integrare questo nome, che doveva avere almeno otto lettere, e poiché esso non è quello del fabbricante non azzardo ipotesi veruna sul suo significato.

Per la mia esperienza di otto lustri affermo, che codesti robusti mattonacci rettangolari sesquipedali si trovano un po' ovunque nelle antiche città del Mezzogiorno,

dove si protrasse la vita fino ai tempi ellenistici o romani, ma soprattutto in quelle che difettavano di pietra in genere, e di buona pietra da fabbrica in particolare, e che viceversa hanno abbondanti cave di creta. Essi sono quasi sconosciuti a Gela, Camarina, Siracusa, Megara, Leontini, si hanno a Centuripa, ma poi appariscono in quantità a Messana, colle segnature ufficiali di MafAsp-u'vwv e di 'Atto'X'Xcovo!; (Kaibel, n. 2394 seg.) che ci pongono una sicura base di datazione, ed a Rhegium con Pyiy'vwv e vari nomi di fabbricanti (op. cit., n. 2400'seg.), e ci dicono che vi erano già dal secolo III in poi fabbriche di monopolio statale.

Si hanno poi da un lato a Locri, anepigrafi, e qui a Crimisa, dall'altro a Tauriana (S, Facchino fra Palmi e Gioja) dove ne ho segnalati bellissimi esemplari col bollo W. RVLLI inedito, essendo l'esemplare vibonense edito dal Mommsen {Corpus Iriscr. Lai., X, 8041, 24) stato male letto dal Capialbi, sul cui apografo lo da il Corpus. Da Vibo Valentia si sale poi sino a Velia, le cui tegulae svariate ed in parte analoghe alle nostre, ma con cavità peculiari al luogo, vennero esaurientemente studiate dallo Schleuning {Velia in Lucernieri, in «Jahrbuch», 1889, pag. 184).

Molte altre località hanno prodotto in maggiore o minor copia siffatte forme peculiari di mattonacci, che attraverso tutta la romanità perdurano in Calabria fino al­l'alto medievo (fabbriche bizantine e normanne).

E varrebbe veramente la pena, che un giovane archeologo meridionale si occupasse in una breve monografia di cotesto materiale cretaceo e delle sue fabbriche, fissandole topograficamente e cronologicamente.

4. Non mancavano tra le mine delle case anche gli avanzi delle grandi tegole piatte bordate od a risalti, sebbene non in quantità così grande come i mattonacci. Anche per le tegole la mia scrupolosa inchiesta al fine di scoprire impronte di fab­brica ebbe scarso successo. Riconobbi su talune delle tegole una grande lettera P aperta, alta in media m. 0,135, tracciata con un dito sulla creta fresca. Ora il fatto che tale lettera di grande modulo si ripete su esemplari disparati, ritengo fosse il segno di una piccola fabbrica, non munita del signaculum per stampigliare i suoi prodotti. Ritengo la lettera sia non greca, ma una P arcaica romana, ed allora in via puramente congetturale si potrà leggere Petelinorunì); che la non discosta Petelia avesse fabbriche figuline lo vedremo tosto provato da altri documenti più precisi e di non dubbia lettura.

Sul piatto di un'altra esile tegola di fattura eccezionale avvertii il marchio, di mm. 23 x 13.



KA|/



Questo bollo che manca nelle Inscrìptiones del Kaibel, ci rivela . indubbiamente una nuova figulina della regione Bruzio-Lucana. Ma difficilmente verremmo a capo

di; qualche [Cosasse non ci soccorresse un'altra ! piccola.tegola bella raccolta :dèl compianto prof. Siciliani a Ciro, che reca questa duplice segnatura

K;A L e L V S I P E L N

La prima ' impronta è nitida e chiarissima, l'altra alquanto maggiore a cattive lettere serrate è legate, per di più mal riuscite nell'impressione, è a tutta prima di let­tura un po' difficile, ma poi il testo torna chiaro e tale da non lasciar dubbi di sorta. Trattasi di una'figulina di Petelia esercitata da due soci, di cui uno Lusius, l'altro Kal... Ulteriori chiarimenti su questa officina e sui suoi titolari ci recherà, come tosto vedremo, un altro bollò di fabbrica.

5. Che nell'area in'discussione fessevi effettivamente un abitato umano, oltre che dallo svariato materiale costruttivo fin qui esaminato risulta da altre constatazioni fatte. Dalla presenza anzitutto di una certa quantità di ossa, tutte più o meno calcificate, di grandi mammiferi (Bos), residui di pasti.' Alla suppelex domestica ed alla res culinaria spettano poi rottami di grandi doli (adibiti a serbatoi d'acqua, essendo le fonti discoste) nessuno dei quali decorato a stampigliature nel labbro, come qualche volta avveniva nell'epoca arcaica; rottami di anfore e di povere ceramiche da cucina; di unici frammenti di ceramica aretina giovano, sebbene vagamente, alla determinazione cronologica. É con la loro presenza coincide la mancanza assoluta in quest'area, da me cento volte percorsa, di qualsiasi anche tenue frammento dì ceramiche greche a vernice. Fui molto felice di raccogliere in una delle mie ricognizioni un grosso manico" di anfora romana col suo marchio di fabbrica rettangolare, scritto a lettere nitide, e la cui lezione reca e riceve luce dagli altri sigilla qui rinvenuti!



NLVSI IYEDICÌ



CALAMAfT



II. bollo è nuovo e ricorda il figulo « Ni LusiusJ Medicus' Calamànt..-.• » da integrare forse in Calamantius, cognome ignoto, e che potrebbe ricondursi al toponimico Calama di due città africane (^cfr. De Vit, Onontasticon 5. v. ; Paulys-Wissowa, R. En-cyclopaedie s. v.) da cui sarebbe venuto il N. Lusius per esercitare a Petelia la sua arte di medico, ed in pari tempo l'industria di una figulina,-di'cui' sarebbe stato il proprietario. Vi è solo qualche difficoltà in questa derivazione aggettivale dal nome urbico, che ci viene ' precisata in Calamensis1 da "una iscrizione presso Renier n. 4246. In ogni periodo apprendiamo che, quando anche; il :« Lusius": Petelinus>> della tegola solo dubitativamente si : possa identificare col Lusius Médicus'i'di Calama, in Petelia esisteva, in sul finire della repubblica,' una ¦ figulina:esercitata dalla famiglia Lusia di origine Calamantina,- alla quale si riferisce anche il bollo arcaico KAk

Non inutile fatica è stata pertanto quella di esaminare un breve campo di rovine, coperte ancora in buona parte del materiale fittile ad esse riferendosi; dall'esame obbiettivo del quale, emanano talune considerazioni di valore quasi assoluto, mentre altre hanno un valore di relatività. Premetto che un fatto. rimane incerto ed oscuro, se cioè le varie colonnine ed i capitellucci dorico tardo, in calcare bianco (fig. 17) sieno stati, rinvenuti nell'area delle case sacerdotali od in quella del tempio; il diario degli scavi ci dice che alcuni dei capitelli vennero dal tempio ; per altri si asserisce fossero nelle case.

Ma a prescindere da questa incertezza, fermo rimane che in quell'area sorsero dei fabbricati di abitazioni, direi più esattamente non delle case separate e distinte, ma una piccola insula di case unite e pur divise in abitazioni varie. Escludo la presenza di un Thesauros, che ben altrimenti solido si sarebbe costruito, in robusti quadroni la­pidei, e con fondazioni spinte a molta profondità nel suolo insidioso, delle quali avremmo avvertito le tracce. D'altro canto l'andamento degli scavi nell'area templare ci ha dimostrato, come la cella, ma in particolare l'opistodomo ed il sekos servissero da Tesoro.

In questo nucleo di modeste fabbriche noi ravvisiamo pertanto le abitazioni dei sacerdoti e dei loro famuli, che nelle ossa concotte, nel vasellame culinario e nelle ceramiche più grandi da acqua lasciarono la testimonianza della loro permanenza. Avremmo certamente desiderato di far risorgere, almeno nella loro planimetria, la forma di siffatto gruppo di abitazioni, ma tutto fu cancellato. Erano abitazioni terragne, modeste, in debole e scadente muratura, con pavimenti in coccio pesto, in rena impastata e compressa, in ammattonati, ed in qualche raro tratto a mosaici ; il largo impiego di colonne cretacee si riferisce agli atrii ed ai peristilii dei compluvia.

Ora il complesso del materiale esaminato e studiato ci porta a tempi assai inoltrati della vita greca, forse al suo spegnersi ed al suo trapasso in quella romana dopo la conquista della Lucania per opera di Roma, cioè, all'ingrosso, tra la fine del III e l'inizio del II secolo a. C, prolungandosi alquanto ancora più avanti. I bolli figulini, per quanto scarsi, mi danno ragione; e forse viene dalle case l'unico asse romano repubblicano rinvenuto.

D'altro canto le vicende delle case vanno strettamente collegate con quelle del tempio. Esse vennero distrutte da un incendio generale, laddove nel tempio non vi ha traccia di siffatto evento. Sì direbbe invece che il tempio sia stato saccheggiato, manomesso, certo molto rovinato, ma non arso. Quando si sia spenta la sua vita, la sua funzione, tenteremo di indagare altrove. O fu un moto sismico catastrofico, che pose fine alia sua secolare esistenza? Tutto è oscuro, come oscura è l'origine del santuario. L'ima o l'altra delle ipotesi si accolga, resta inesplicabile come i superstiti della catastrofe non abbiano avuto la forza e la volontà di frugare, passata la bufera, tra le ruine del santuario per mettere in salvo le reliquie del simulacro veneratissimo, le cui memora disjecta sparpagliate sul suolo giacquero per lunghi secoli, non tronche, non ricercate, sul terreno.

D'altro canto taluni deboli indizi sembrerebbero denotare che una larva di vita sia pure stentata, continuasse nelle case anche dopo il disastro. Fu qualche sacerdote superstite e devoto sino al fanatismo che ritornò sul luogo per piangere la sciagura, continuandovi una larva di culto? Ma a tale ipotesi contraddice il pensiero che nessun tentativo siasi fatto nelle ruine del tempio per ripararlo, sia pur elementarmente, per rizzarvi da capo il simulacro. Ed allora torna più plausibile l'ipotesi che poveri coltivatori della terra si sieno installati nelle casette, alla meglio riattate, costituendo una piccola fattoria, non dirò una villa, finché la malaria od altri eventi li uccisero, li. espulsero 1.

Dopo alcuni secoli di silenzio e di morte dei poveri monaci od cremiti, forse greci, riaprirono nelle ruine del tempio greco un minuscolo santuario cristiano, di cui a noi è pervenuto un nebuloso ricordo nel nome di Mesola dei SS. Pietro e Paolo, una nessuna reliquia archeologica; solo qualche sepolcro, già dilapidato è il segno del triste epilogo della vita di un santuario che ebbe gran fama, e fu centro di fervida vita religiosa.



Nulla conosciamo della vita rurale e delle industrie agrarie del Brutium e della Lucania nell'età ellenistica e romana, vita che fu certamente intensa e vorrei anche dire prosperosa; nulla delle fattorie e delle ville che sorgevano nelle campagne, e che invece conosciamo oggi cosi bene per la vallata del Reno, in seguito agli eccellenti studi di F. Oelmann, Rdinischc Villsn im Rheinland, in « Archàol. Anzeiger », 1928, col. 22S e seg.



TEMPLUM APOLLINIS ALAEI



PARTE II.



Capitolo I.



LA PIANTA DEL TEMPIO E GLI SCARSI ELEMENTI DELL'ALZATO.



Nella prima parte di questo scritto si è fatta la cronaca nuda ed obbiettiva dello scavo, alla seconda è riservata l'analisi critica del materiale ricuperato.

Ripulita a dovere l'area templare, messi in vista i laceri e ben scarsi avanzi an­cora in posto dell'edificio, esplorata con trincee l'area di esso, per fissarne l'estensione e possibilmente la planimetria, rivangati nel limite del possibile gli scarichi per le colmate, procediamo ora all'esame dei debolissimi ele­menti superstiti dell'alzato del tempio, per ve­dere se e quali possibilità essi porgano ad un tentativo di ricostruzione. L'opera del di­segnatore R. Carta fu anche, anzi particolar­mente, in tale compito, attentissima e precisa, tanto più in previsione di dovere abbandonare sul sito i pesanti pezzi architettonici, dei quali si presero perciò forme, sagome e misurazioni

scrupolose; ben si sapeva per esperienza a quanti pericoli essi erano esposti, malgrado le perentorie raccomandazioni fatte alle autorità del luogo.

Prima di iniziare lo studio delle membrature superstiti dell'edificio, debbo pormi la domanda, se esso abbia avuto, almeno nei suoi tempi migliori una pavimentazione e quale. La risposta non è facile. Già sin dall'inizio dei lavori, davanti allo stilobate di ponente si avvertirono alcuni quadroni lapidei, che così per la materia, come per la mole non sembravano prestarsi ad esser messi in opera nella compagine muraria dello stibolate, formato tutto di parallelepipedi di tufo arenario dell'Apulia. Uno di codesti tavoloni è invece di arenaria conchiglifera bianca di forma rettangolare (fig. 18) e delle dimensioni di m. 1,31 x 1,31 x 0,45-0,46, arenaria diversa da quella giallastra, tufacea, a minuti detriti di conchiglie, mentre nel masso in parola l'impasto durissimo racchiude esemplari interi di conchiglie fossili, e può essere d'una roccia calabrese. Un secondo esemplare della stessa natura litologica misura m. 1,36 x 1,30 x 0,31. Non escludo che codesti pezzi di mole eccezionale fossero stati impiegati nel cantonale SO del tempio, nelle fondazioni, laddove è assai meno verosimile l'impiego come tavolato del pavimento nello pteron dove per il continuo stropiccio dei piedi occorreva un materiale più resistente della comune arenaria tufacea.

Lungo la fronte NO del tempio si notarono, sparsi al suolo, una dozzina di tavo­loni rettangolari di una buddìnga o conglomerato di minuti ciottoli alluvionali, legati da un cemento naturale diarissimo; uno dei più grandi misurava in. 1,34 x 0,62 x 0.25 di spessore, altri erano un po' minori e più sottili (m. 0,62 xo.qq xo, 19; 0,75 xo,73 x 0,17; 0,65 x 0,61 x o,r6 ; r,o8 x 0,19 x 0,09) ed attesa la loro compagine vorrei definirli come delle marmette naturali, derivanti da orizzonti calabresi. Essi si prestavano egregiamente alla funzione di lastre da pavimento dello pteron, anche per la fatta osservazione che la superfìcie dì essi presentava tracce di una sicura levigazione meccanica derivante dallo stropiccio dei piedi. E l'ipotesi prende vieppiù consistenza, essendosene rinvenuti altri esemplari della stessa natura anche entro la cella del tempio.

a) Delle colonne non si trovò che un misero e deformatissimo rullo, segnalato un 15 metri a NO del tempio e riprodotto a )fìg 19. Esso è in calcare tufaceo, che naturalmente doveva essere rivestito di stucco, sebbene oggi non ne presenti più tracce; attesa la sua sottigliezza di soli cm. 20 ebbi il dubbio non fosse stato ridotto in tale stato dai cavatori di pietra, che sfruttarono la rovina, ma Ì piani di posa essendo regolari,,tale versione non è plausibile; ed allora converrà pensare ad un rocchio che stava in alto, forse l'ultimo; sorprende anche vi manchino fori centrali per ì perni. Questo rullo con le sue 20 cannellature e col suo diametro di o,S8 scarsamente giova a fissare il diametro inferiore della colonna che di poco dovette superare un metro. A questo rullo vanno aggiunti due o tre scheggioni con la cannellatura, rispondenti nella corda suppergiù a quella del rullo completo.

Avevo pensato che un' inchiesta nelle case rurali e nelle piccole fattorie di vecchia costruzione tra la linea ferroviaria e la palude avrebbe potuto restituirmi qualche akro rocchio di colonna, od anche frammenti di essa, permeglio fissare il modulo di questo fondamentale elemento, ma la mia indagine fallì completamente al suo fine.

b) L'architrave. Siamo stati fortunati di poter ricuperare un enorme monolito, il quale, forse attesa la sua mole ed il suo peso, era stato abbandonato dai distruttori a pochi passi dell'angolo SO del tempio. Esso è della solita arenaria tufacea forestiera ed una delle faccie esposta per secoli alle intemperie, data la composizione della pietra, si era di tanto deformata e logorata così da perdere qualche centimetro ; dato questo stato desolante del pur sempre interessantissimo pezzo era inutile foto-grafarlo, ma ne fu preso uno schizzo, che si produce a fig. 20. Capovolto a gran fatica questo masso di mole imponente (esso è infatti il più grande riconosciuto in tutto lo scavo del tempio), che da secoli giaceva prostrato a pie' dell'opera, di cui fu elemento cardinale, ci ha dato le dimensioni seguenti : lunghezza m. 2,50, profondità m. 0,705, altezza attuale circa m. 0,52, alla quale si deve aggiungere una piccola quantità, perduta nel logoramento. Quattro dovevano essere in tutto il tempio i massi analoghi a questo unico superstite ed erano i quattro pezzi angolari frontonali due per ogni epistilio (cfr. fig. 25); ad ognuno di essi rispondeva su­periormente un gocciolatoio centrale, uno esterno, e la metà d'uno interno, che l'altra metà cadeva sul masso seguente dell'architrave. Si trovò inoltre un frammento di architrave con regolo (fig. 21).

e) II fregio. A poca distanza dallo stilobate meridionale si segnalarono quattro grandi pezzi del fregio indicati nella piantina (fig. 22) con ABCD. Ognuno di questi

pezzi nel duro calcare tufaceo esotico, rappresenta la metà precisa della membratura, giacche essa era divisa in due nel senso dell'altezza, cioè verticale, e ciò forse per economia del materiale e per il più facile maneggio dei pezzi stessi. Uno dei migliori esemplari coi suoi cavi di attacco, che legavano di lato e di sopra, si vede alla fig. 23.

Accoppiati due a due essi venivano a comporre un blocco di m. 1,16 in lunghezza, di m. 0,744 m altezza, e di m. 0,73 in spessore. Ne risulta un triglifo di metri, 0,744 * Oi435 colle sguanciature limitate in alto da una fascetta, aggettante per nini. 51 sulla corrispondente metopa liscia. A fig. 24 rendo la ricostruzione di una parte di codesto fregio.

Dei quattro conci così felicemente rinvenuti uno solo spetta alla metà su­periore, gli altri alla inferiore, ma non cade dubbio, per ragione di modulo, che essi non si integrino e si completino a vicenda, anche per il fatto che tutti hanno l'identico spessore. Per quanto poi riguarda

le dimensioni precise della raetopa e del triglifo esse si rilevarono soltanto dal frammento A (tav. V, 11. 1). La fronte interna, cioè il piano superiore del fre­gio è logora, ma rimane un listello alto mm. 57. Le fronti conservano deboli ma sicuri indizi di un candido stucco molto fine, nel quale non mi fu dato ravvisare tracce di policromia. Alla fig. 25 si può osservare la ricostruzione grafica di un'estremità del frontone, con tutti gli elementi della trabeazione. In essa è stato inserito al suo posto esatto il colossale masso epistiliare descritto in precedenza.

d) La cornice. Un tre metri a sud del tempio, nel punto E sotto uno dei quattro grandi pezzi del fregio, accatastati e pronti per essere asportati, e allineati così come quando caddero, colla cornice di sotto ed un pezzo di triglifo di sopra, si trovarono altresì due grossi frammenti della cornice nella solita arenaria tufacea. Sembra che essi non siano stati tocchi da secoli, e che siano miracolosamente sfuggiti - a sfruttatori antichi, medievali e moderni delle mine del tempio. Vedine a tav. V, n. 2, la fotografia, e successivamente a fig. 26 la sagoma esattissima che fu dato ricavare da coteste membrature. È superfluo io qui aggiunga che la cornice orizzontale, girante attorno a tutto il tempio è munita delle gocce (fig. 27), mentre quella dei rampanti frontonali non ne ha affatto (fig. 28 e 29).

Per quanto ridotti in tristi condizioni, essi si sono tuttavia prestati a buone misurazioni, come può vedersi dalle sagome prese, caratteristiche per la ricchezza e va­rietà delle modanature sminuzzate e trite, e che indicano nettamente un periodo alquanto progredito dell'architettura templare, elemento per noi prezioso, quando addiverremo ad un tentativo di datazione dell'edificio

Come nel fregio si vedono anche in codesti pezzi, e precisamente lungo le modanature, tracce dell'ottimo : stucco, che le incamiciava e che si protendeva anche in quella parte superiore, che era esposta alle intemperie. Un'altra peculiarità da rilevare è la grande intaccatura che si avverte nel pezzo rampante (fig. 28), evidentemente destinata a ricevere le teste delle travature delle due falde del tetto.

I mutuli si sono trovati in due pezzi (cfr. fig. 26), ancora schierati come caddero, come abbiamo detto, subito sotto lo stilobate di mezzodì; ed in un terzo pezzo pure derivante dalla immediata area templare. In tutti questi frammenti è identica la partizione ed il modulo delle gocce, che avevano un diametro di un 4 crn., ed un'altezza di min. 15. Sul piano dove attaccano le gocce si avvertirono chiazze di color rosso.

e) La Sima poggiava sopra la cornice ed era a becco di civetta. Un grande pezzo della sima frontonale, formato del consueto calcare tufaceo, e quasi completo nelle sue dimensioni, fu trovato a circa tre metri dalla facciata occidentale del vao{ (fig. 31)-Esso è stuccato e porta sul sotto una grande marca di attacco. Un secondo esemplare, con altro frammento minore della sima longitudinale, stuccati

nella fronte portano ambedue la stessa sigla di richiamo, che vedesi a fig. 32. La sima dei lati lunghi dovette, conforme l'uso generale e per una assoluta necessità, essere decorata di grondaie leonine (cfr. fig. 25), ma di esse non ci venne fatto di raccogliere non che esemplari interi, nemmeno una briciola.

f) Tegole ed embrici della copertura. In tutta l'area circostante al tempio si trovò una quantità piuttosto grande di frammenti ,di tegoloni fittili, quantità che non esito a dire grande, ove si pensi che questo genere di rottami cretacei era avidamente ricercato, e quindi veniva rubato nottetempo dai villani della Marina. Forse devesi anche a questo, che non siasi ricuperato un solo esemplare intero o restituibile in integro su pezzi che attaccano. Si fecero molti tentativi, ma invano per trovare la

lunghezza, mentre non si durò fatica a trovare la larghezza in cm. 60, che in qualche guisa risponde a quella del tegolosima in pietra. Tali- tegoloni, attese" le loro rilevanti dimensioni e lo spessore, non vi è dubbio appartenessero alla copertura del tempio. Essi sono confezionati in creta buona e ben cotta coi bordi a forte rilievo (fig. 33).

Ma oltre di questo tipo predominante negli scarichi di bonifica, a SE del tem­pio venne fatto di segnalare altri frammenti di tegoli dal risalto enorme di mm. 122 di altezza. In fine noti va dimenticato che si trovò un piccolo pezzo informe di un te-golone in tufo, che non si riproduce atteso il suo cattivo stato di conservazione. Invece nella stessa fig. 33 esibisco un piccolo pezzo di una bella tegola in marmo, che essendo

un « unicum » mflascia molto perplesso. I tetti di santuari secolari è naturale avessero bisogno di una assidua manutenzione, attese soprattutto le strutture murali greche, prive di calce, per le quali la permeazione delle acque implicava ruina e crollo ; e talvolta si doveva addivenire alla sostituzione o rinnovazione completa del materiale di copertura. Eterne erano invece le tegole marmoree, di grandissimo costo e pregio. Si capisce così come i Romani scoperchiassero interamente l'He

raeum di Croton del prezioso materiale a loro sconosciuto (Livio, xjii, 3). Ma questa foggia di copertura che si credette fosse privilegio di santuari famosi e ricchissimi fu riconosciuto in parecchi altri men celebri, né io so capacitarmi che il modesto santuario di Ciro avesse in origine siffatto aristocratico e costoso sistema di protezione forse limitato alla sola linea frontale. fra questa; una tegola di campione, un ex-voto o sostegno di ex-voto, oppure fu di marmo soltanto la filata di testa dei due pinnacoli, anche per non aggravare soverchiamente un edificio, la cui robustezza strutturale non era certo soverchia? Sono tutti quesiti che io lascio aperti.

In quantità infinitamente minore della tegola piana o cjm'Xtiv, si trovò un piccolo numero di frammenti dei tegoli curvi, embrici o x.aXuTCT7)crs(; in creta. Nessuno di essi era completo e l'esemplare migliore colle sue dimensioni è reso evidente alla fig. 34.

g) Grande acroterio lapideo. Pezzo prezioso, per quanto profondamente mutilato e devastato, è il frammento che riproduco in imagine fotografica a tav. V, n. 3, rinvenuto ancor prima dell'inizio degli scavi regolari, sperduto e dimenticato sul lato occidentale; esso è scolpito nel solito duro calcare tufaceo conchiglifero. Povera cosa veramente ma purtuttavia eloquente, poiché esso è la parte inferiore destra di un grande acroterio frontale a giragli imposto sopra 1 Elenco di tegole marmoree segnalate in santuari della Sicilia e della Magna Grecia : Athenaion di Siracusa, vari templi di Agrigento, Imera, Locri, Metaponto, Croton, Caulonia ed Ipponium.

un robusto zoccolo rettangolare, che. alla sua volta doveva inserirsi in una solida base. Nel suo stato attuale esso è meno della metà inferiore dell'intero acroterio. .11 brano superstite misura cm. 40 in altezza, ma ogni calcolo sull'altezza dell'acroterio completo è arbitrario, e questo solo può dirsi, fosse di tre a quattro volte quella del frammento pervenutoci.

Fig. 35. — Frammento e ricostruzione ipotetica dell'acroterio.

Questo acroterio colla sua massa unica, pesante, anzi plumbea, è ben lontano dagli agili ed articolati acroterì di Egina, tutti luce, trafori e movimenti sinuosi, .ma più che mai dal grandioso esemplare marmoreo dei Partenone, dovuto a raffinato senso artistico e ad abilità dì ben altre mani.

Per quanto ogni tentativo di restituzione dell'intero acroterio rientri nel campo congetturale (si veda il saggio del prof. Carta a fig. 35), questo informe avanzo .di scoltura architettonica ha un significato, che non sfugge. Parmi difficile esso rientri nel secolo V, malgrado si possa obbiettare che l'apparente incapacità tecnica ed artirstica era più che mai dovuta alla riluttante materia. Esso contribuirebbe a determinare la cronologia del coronamento e del fastigio templare di' cui era l'epilogo 1.



1 Si è tenuto conto della recente sintesi di Cam. Praschniker, Zur Geschichts des Akroters (Praga-Vienna, 1929); laddove di limitata utilità è quella di Alh. Volkert, freschissima, Das Akrotir in den antiken òesonders der gr. Bankunst. l Th. : Archaìschc Zeit (Diiren, 1932).



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