Panoramica Petelia gia Strongoli
ARCHEOLOGIAPETELINA
  Un Decreto di un Re non può distruggere la Storia di na Città  
       


SACRA KRIMISA

Prefazione

La storia della "Sacra Krimisa" tra mito, leggenda e realtà, ricostruita attraverso l'archeologia, narrata con linguaggio chiaro e scorrevole (risultato di profonda conoscenza e di rara compe­tenza), illustrata da mano esperta, da artista ricco di passione e di amore, é la breve guida alle scoperte archeologiche effettuate nel territorio di Cirò e Cirò Marina, che l'Amministrazione Comunale e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria desiderano dare in dono alle scolaresche e a chiunque abbia voglia di conoscere l'origine della propria cultura e scoprire la propria identit.

Non si poteva rendere omaggio migliore nel momento in cui la mia città, Cirò Marina, che di "Krimisa" é la memoria, si appresta a festeggiare i suoi "primi" cinquant 'anni di autonomia amministrativa.

É da tempo che siamo impegnati a diffondere cultura e a seminare idee, perché così si creino le condizioni della crescita sociale e civile. Il lavoro che consegniamo alla stampa ha questa modesta ambizione. Ecco perché intendo ringraziare la Dott.ssa Maria Grazia Aisa e l'amico Raffaele Elio Malena, che hanno avuto la capacità, ognuno per la propria parte, di riassumere con acume e diligenza quanto é emerso da anni di ricerche cui gli stessi hanno partecipato.

La "Sacra Krimisa" deve continuare a vivere. I suoi resti devono costituire una risorsa, un patrimonio, una ricchezza.

Colgo l'occasione per preannunciare la ferma volontà di realizzare (se la Regione e il Governo Centrale ce ne consentono i mezzi finanziari) un prototipo di villaggio greco con effetto scenografico, un parco, cioé, di archeologia sperimentale, ove il visitatore potrebbe ritrovare la vita reale de "La Sacra Krimisa".

I disegni pregevoli di Raffaele Elio Malena ne costituiscono,involontariamente, una prova generale.

É un sogno che potrebbe avverarsi se a farlo saremo in tanti.

É una speranza che l'attenzione della Dott.ssa Lattanzi verso di noi contribuisce ad alimentare concretamente. Per questo La ringrazio.

Sen. Prof. Nicodemo Filippelli

Sindaco di Cirò Marina



PRESENTAZIONE

In un linguaggio essenziale, 'libero" e divulgativo che fa de "La Sacra Krimisa " un 'opera che si rivolge sia agli studenti delle scuole dì ogni ordine e grado che agli "addetti ai lavori ", la D.ssa Maria Grazia Aisa e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, l'artista Raffaele Elio Malena con i suoi disegni, riescono a far rivivere la "parva civitas Oenotriae "e quindi la storia antica di Ciro Marina, che, a pieno titolo, a voce forte e chiara, può parlare di Cultura e, attraverso Essa, pianificare la sua crescita ed il suo sviluppo.

Opere come "La Sacra Krimisa", deliberata dall'Amministrazione Comunale come un possibile percorso storico-turistico-culturale della Città, nel mentre stimoleranno il recupero e la valorizzazione dei beni storico-archeologici, potranno concorre­re a quel processo di rinascita culturale che faticosamente si sta portando avanti in Calabria.

E noi, popoli del cirotano, "... che chiamati fummo greci, ma greci più grandi... " da "La Sacra Krimisa" acquisiremo un quid in più per conoscere noi stessi e, "... dal nostro insigne passato nella luminosa gagliarda infaticata ascensione del genio... " dei figli della nostra terra, organizzare, finalmente, un futuro più vivibile ed a misura d'uomo.



Luigi Ruggiero

Assessore alla Cultura





La storia è costellata di mille leggende e miti che sono serviti, da sempre, a rendere eroiche le azioni degli uomini che quelle storie hanno vissuto, trasformandoli in esseri semidivini, in eroi. Soprattutto nel mondo antico gli uomini sentirono la necessità di nobilitare le loro origini ed imprese avvolgendole in un alone di mistero e di favola.

Ma gli studiosi oggi sanno che questi miti non sono racconti totalmente fantastici, sono spesso, infatti, narrazioni di avvenimenti realmente accaduti ai quali gli storici antichi hanno voluto aggiungere particolari che li hanno resi favolosi, per dare più forza, più importanza e nobiltà agli episodi più remoti della loro civiltà.

Nella storia greca un'impresa da molti considerata epica fu la colonizzazione dell'Italia Meridionale e della Sicilia; così, coloro che furono preposti alla fondazione delle nuove colonie, nella sto­ria tramandata ai posteri, non furono comuni mortali ma eroi, sem­pre protetti da una divinità che parlava loro attraverso un oracolo.

Non si sottrae a questo fenomeno il fondatore ( ecista ) di Krimisa, Filottete.

Questo eroe che era nato a Meliboia (letteralmente la città in cui si ha cura dei buoi), in Tessaglia, era figlio di Peante e Demonassa.

Vuole il mito che Filottete fosse legato alla morte di Eracle. Eracle, l'eroe delle dodici fatiche, forte ed invincibile, morì a causa di un inganno, indossando una tunica intrisa del sangue del centauro Nesso, suo acerrimo nemico, sangue a cui era stato mescolato un potente veleno che, a contatto con la pelle, la corrode

va, provocando dolori terribili e giungendo a scoprire le ossa.

Straziato da dolori lancinanti e sentendo ormai vicina la morte, Eracle si fece portare sul monte Età, nella Trachinia, dove fu in­nalzata una catasta di legno di quercia ed oleandro su cui l'eroe si distese per essere bruciato, secondo le usanze del tempo.

Ma nessuno dei suoi compagni ebbe il cuore di dare fuoco alla pira, finché non passò di lì per caso un pastore, Peante, che ordinò al proprio figlio, Filottete, di fare ciò che Eracle chiedeva.In se­gno di gratitudine l'eroe donò a Filottete l'arco e le frecce, che fecero di lui un famoso arciere.

Filottete partecipò alla spedizione dei Greci contro Troia, come condottiero di Magneti e Idioti.

Ma, ancora prima di sbarcare nella Troade, Filottete fu morso al piede da un serpente d'acqua e la ferita divenne così infetta e puzzolente e le sue grida così possenti che i compagni decisero di abbandonarlo sull'isola di Lemno, con l'arco e le frecce, e lì sopravvisse cacciando.

La guerra contro Troia si protrasse, con alterne vicende, per dieci anni. Dopo la morte del greco Achille per mano del troiano Paride (colui che con il rapimento di Elena, sposa del greco Menelao, aveva fatto scoppiare la guerra), che lo colpì con una freccia nell'unico punto vulnerabile, il tallone destro, i Greci cominciarono a disperare.

Calcante, l'indovino del campo greco, profetizzò che Troia non sarebbe caduta senza l'aiuto dell'arco e delle frecce di Eracle.

Perciò i greci Ulisse e Diomede ebbero l'ordine di salpare alla volta di Lemno e di chiederle a Filottete. Dopo un tentativo di sottrarre le armi con l'inganno, i due condottieri, aiutati dall'in­tervento di Eracle, ormai asceso tra gli dei dell'Olimpo, che pro­mise a Filottete guarigione e gloria, convinsero il tessalo a tornare con loro a Troia. Giunto all'accampamento greco egli si bagnò il piede malato nell'acqua corrente e dormì nel tempio di Apollo.

Durante il sonno, Macaone il chirurgo tagliò la carne putrida dalla ferita, vi versò del vino e vi applicò un impacco di erbe salu­tari e pietra serpentina. Una volta guarito, Filottete sfidò Paride a duello con l'arco e lo ferì mortalmente, vendicando così la morte di Achille.

Conclusasi la guerra, che sappiamo vittoriosa per i Greci grazie allo stratagemma del cavallo di legno, escogitato da Ulisse, Filottete tornò in patria, ma, a causa di una rivolta ivi scoppiata, finì in Italia, a Makalla nella Crotoniatide, nei pressi della quale egli fondò e consacrò un tempio ad Apollo Alaìos, a ricordo della conclusione delle sue ale, cioè del suo vagabondare.

Legata a questo tempio era Krìmisa, che Filottete fondò insieme alla soprastante Chone, da cui la popolazione locale (Chones) avrebbe tratto il nome.

A Filottete, Strabone, geografo del I sec. a. C, attribuiva anche la fondazione di Petelìa, metropoli dei Lucani, ma si tratta di una tradizione più recente e poco attendibile.

Ultimo avvenimento della storia di Filottete fu l'aiuto a strateghi Rodii giunti nella Sibaritide. Combattendo con loro contro barbari, che Licofrone definisce

Ausoni e Pelleni, il nostro eroe fu ucciso e la sua tomba fu collocata a Makalla, entro un grande recinto dove era venerato dalle popolazioni locali come un dio, con libagioni e sacrifici bovini.

Con la fondazione di Thurìi l'arco e le frecce ricevute da Eracle sarebbero state portate nel santuario di Apollo di quella città. Krimìsa, dunque, è nel mito legata alla figura di Filottete il quale, a sua volta, è collegato sia alla figura di Apollo che a quella di Eracle, grazie alla sua attività di arciere, ma anche per le sue origi­ni di pastore e cacciatore.

Eracle inoltre è accomunato a lui quale mitico fondatore del tempio di Era Lacinia a Capo Colonna.

Infatti la leggenda vuole che Eracle, nella decima fatica, rubate le mandrie a Gerione, giunse nel territorio crotoniate, ospite di Kroton. Qui egli fu vittima di un tentativo di furto da parte di Lakinios, suocero di Kroton. Eracle per questo affronto uccise Lakinios, ma, per errore, anche Kroton che, invece, stava accorrendo in suo aiuto. Per espiare tale colpa egli seppellì splendidamente l'amico, predicendo la fondazione di una grande Crotone (Kroton megas) e subito dopo fondò il santuario di Era.

Il santuario di Apollo Aleo a Nord e quello di Era Lacinia a Sud, collegati da miti di fondazione, delimitano anche geograficamente uno spazio estremamente articolato ed in cui prevalente era la dominazione dell'achea Crotone, dopo la vittoria di quest'ultima su Sibari, nel 510 a. C.

Pur tra loro diversi, i due luoghi hanno vari elementi comuni e primo fra tutti il mare, già allora solcato in tutte le direzioni e che garantiva contatti continui sia con la madrepatria, che con gli altri paesi che si affacciavano sul Mediterraneo.

I due santuari furono un crocevia nei contatti tra Greci ed Indigeni. Quello cirotano in particolare si impianta in una zona da sempre naturale punto d'incontro per scambi commerciali, grazie anche alla facilità d'approdo delle navi che, nello specchio d'acqua antistante Punta Alice, possono giungere quasi fino a riva, vista la profondità dei fondali marini.



La Storia



L'ETÀ' DELLA PIETRA



Se dell'età Paleolitica, allo stato attuale, non abbiamo resti archeologici, di quella Neolitica abbiamo tracce evidenti. Sappiamo come nel Neolitico avviene la più grande rivoluzione nelle abitudini dell'uomo, che passa dal suo status di cacciatore di animali selvatici e raccoglitore di frutti spontanei a produttore di cibo, mediante l'agricoltura, ed allevatore di animali. Nel territorio cirotano le prime tracce di questa età sono state scoperte a Cozzo Leone e nell'area di Sant'Elia, grazie al ritrovamento di manufatti in ossidiana ed in selce e di pochi frammenti di ceramica d'impasto. I resti recuperati dimostrano che, in quell'epoca, erano le alture ad essere abitate in prevalenza, anche perché da esse era più facile il controllo a vista del territorio sottostante. Ma di certo attività erano presenti anche nella pianura litoranea, ricca di acque e quindi idonea alle coltivazioni, soprattutto di orzo e legumi.

Doveva essere anche attivo il commercio, soprattutto marittimo. Infatti l'ossidiana, pietra vulcanica che proveniva da Lipari e che è stata scoperta in più punti della costa jonica, doveva essere tra­sportata via mare e venduta in punti specifici, lungo la costa, dove avevano luogo scambi commerciali.

Nel territorio dell'antica Krìmìsa, probabilmente, era il promontorio di Punta Alice a fungere da riparo ai naviganti contro i venti sia settentrionali che sud-orientali offrendo, con la sua punta trian­golare, sempre, un versante favorevole e protetto. Perciò dovette

divenire ben presto un punto di riferimento per i mercanti neolitici che solcavano i mari sotto costa.

Da questo promontorio, che divenne un passaggio obbligato per i traffici marittimi tra le culture apule e quelle sicule, dovevano poi partire le vie di penetrazione verso l'interno, utilizzando i fratturi che salivano sui crinali più favorevoli.

Altrettanto importante per la vita dei neolitici doveva essere anche la pastorizia, grazie alla presenza dei pascoli collinari, la caccia nei boschi della Presila e della Sila e la pesca.



L'ETÀ' DEI METALLI



É un momento cruciale nell'evoluzione dell'uomo. Grande sviluppo ha l'agricoltura, ma soprattutto l'allevamento; si vanno differenziando le attività dell'uomo e sempre più intensi si fanno i contatti con gli altri popoli che si affacciano sulle rive del Mediterraneo e con i Micenei in particolare. Si ha l'introduzione del bronzo, lega metallica costituita da rame e stagno, con cui si realizzano armi, utensili e gioielli. Indizi certi di un'occupazione stabile del territorio cirotano appaiono a partire dal Bronzo Medio (1600/1300 a. C), nella contrada Motta dell'Alice, su un ampio pianoro, dove sono stati trovati frammenti di ceramica d'impasto (dolio, olle, ciotole), ma anche di tipo miceneo, che indicano come i rapporti tra il mondo egeo e le popolazioni indigene fossero stretti, tanto da poter fare l'ipotesi che artigiani micenei si fossero stabi­liti sulle coste joniche centro-settentrionali ed avessero insegnato alle genti autoctone nuove tecniche per la lavorazione della cera­mica.

Il materiale archeologico si fa più abbondante nel Bronzo Recente (1300-1150 a. C.) sia nella zona di Motta dell'Alice che a Cozzo Sant'Elia. In entrambe le località si riconoscono insediamenti stabili con resti di capanne, insieme a ceramica d'impasto di tipo buccheroide, che individuano, probabilmente, due villaggi.

All'Età del Bronzo si riferisce anche ceramica che proviene dalle località Oliveto e Taverna, dislocate sulla pianura, forse lungo la strada costiera che la attraversava.

Potremmo ipotizzare che il villaggio di Motta dovesse controllare la pianura coltivata, mentre quello di Sant'Elia potesse essere collegato con la via di penetrazione verso la Sila, dove i boschi erano sfruttati per la legna, i pascoli e la selvaggina.

Con Pinizio dell'Età del Ferro (900 a. C.) la documentazione si fa più ricca.

Oltre all'introduzione di questo nuovo metallo, molto più resistente dell'antica lega, con la quale peraltro convive, i manufatti descrivono una società che si va ormai specializzando nelle singole attività ed in cui si cominciano a diversificare le classi sociali.

Infatti si rinviene un'estesa necropoli a Cozzo Sant'Elia, databile al IX sec. a. C, costituita da tombe scavate nella terra (a fossa), all'interno delle quali, insieme al defunto, c'erano corredi costituiti da monili in bronzo, fibule a 4 spirali, vasi d'impasto e coppette di argilla fine.

Una sepoltura,forse femminile, si distingue per la ricchezza del suo corredo (oltre alla ceramica, monili in bronzo, un disco in lamina d'oro, perline d'ambra ed un disco di alabastro).

Inoltre presso la stessa necropoli viene scoperto nel 1933 un deposito composto da 6 asce in bronzo di un tipo detto ad occhio - Ciro, diffuso anche in Puglia. Queste asce, forse pertinenti ad una tomba maschile, tranne una, non sono rifinite, perciò vengono interpretate come ascelingotto, create non per essere utilizzate ma con valore premonetale.

A Cozzo del Saltarello viene ritrovata un'altra necropoli; si tratta di due tombe in grotticella all'interno delle quali sono presenti 14 scheletri in posizione rannicchiata, deposti con corredi costituiti da oggetti in bronzo e ceramica d'impasto, forse femminili.

Gli insediamenti tra la fine del IX e l'VIII sec. a.C. tendono a collocarsi in zone meglio difese naturalmente e su terrazzi più ampi, come dimostrano i resti rinvenuti a Cozzo Leone, Cozzo S. Francesco e Caraconessa dove la presenza di ceramica d'impasto costituisce una riprova dell'esistenza di abitati indigeni.

Tra di essi, inoltre, il Colle di Sant'Elia sembra avere una posizione dominante come centro di controllo e di collegamento di tutto il territorio circostante, sia verso il mare che verso la montagna.



L'ETÀ'ARCAICA



Nel grande fenomeno della colonizzazione greca dell'Italia Meridionale e della Sicilia, inquadrabile nell'VIII sec. a. C, ciò che avviene nel territorio cirotano sarà descritto dagli storici con il mito di Filottete, fondatore di Krimisa, Makalla e Chone. L'area di pertinenza sembra delinearsi tra i fiumi Lipuda e Santa Venere, cioè sufficientemente lontana dalle korai delle due potenti colonie achee di Crotone e Sibari e luogo di contatto con gli Indigeni.

Gli studiosi moderni, pur nella scarsità delle notizie delle fonti, attraverso i resti archeologici hanno potuto riconoscere nell'area di Punta Alice i resti antichi del santuario dedicato ad Apollo Aleo da Filottete. Sulle colline circostanti le scoperte fatte testimoniano che la vita continuò anche dopo l'arrivo dei Greci. Si attuò su que­sto territorio, a differenza di altri, un contatto pacifico tra Indigeni e colonizzatori, con Passorbimento da parte delle popolazioni locali di usanze, rituali e oggetti greci. Gli spazi di pianura, come avvenne in quasi tutte le aree colonizzate, furono riservati ai coloni ed alle loro attività, mentre le zone medio-collinari continuarono ad essere abitate dalle popolazioni locali.

L'unica area in cui sembra interrompersi la vita è Cozzo S. Francesco, mentre continua nel contiguo sito di Cozzo Sant'Elia. Varie sono le ipotesi proposte ma forse la più plausibile è quella che vuole che venissero privilegiati i siti strategicamente più importanti.

A Cozzo Sant'Elia, sulla pendice orientale e sud-orientale,è

stata scoperta un'area funeraria, databile tra il VII ed il VI sec. a. C 1 corredi presenti nelle tombe sono costituiti, oltre che da ceramica d'impasto, anche da coppe a filetti di produzione greco-coloniale e da ceramica protocorinzia e corinzia d'importazione. Nelle sepolture, oltre al rito tradizionale dell'inumazione, si introduce quello dell'incinerazione e della sepoltura dei bimbi entro un vaso, di tradizione greca. Anche la presenza, nei corredi, di vasi utilizzati nel banchetto funebre è un'usanza tipicamente greca assorbita dalla classe dominante indigena che, inoltre, depone nelle proprie tombe oggetti in ferro e bronzo, quali fibule, armille e bacini con l'orlo perlinato; scarsa è invece la presenza di armi.

Tutti questi elementi sono indicativi dell'importanza che il sito dovette avere in quell'epoca.

A 500 m. in linea d'aria, a Cozzo Leone, già dal finire del VI e fino a tutto il IV sec. a. C, con una strutturazione nel V, era attivo un luogo di culto, "extraurbano" probabilmente, in cui rinvenia­mo materiale indigeno insieme a ceramica coloniale e d'importazione che sottolinea, anche qui, la sua valenza di sito d'incontro tra genti indigene e coloni greci. La divinità cui era dedicato, di cui non conosciamo l'identità, era certamente femminile e legata al mondo agricolo-pastorale. Accanto all'area sacra doveva contnuare ad esistere un centro abitato le cui tracce sono riconoscibili attraverso la ceramica.

In pianura, a Taverna, è stato recuperato uno scarico di ceramica costituito da produzioni corinzie d'importazione e d'imitazione, databili tra la seconda metà del VII e gli inizi del VI sec. a. C, dai più interpretato come un deposito votivo, ma che meriterebbe un approfondimento nell'ottica di una possibile area produttiva. Sempre nel VII sec. a. C. si riscontrano le prime testimonianze di frequentazione greca dell'area del promontorio di Punta Alice. Infatti si rinvengono coppe a filetti della metà del VII sec. a. C. ed un idoletto in argento della seconda metà del VII sec. a. C.



IL SANTUARIO DI APOLLO ALEO



Nella Mesola di San Paolo si suppone che ben presto siano state celebrate anche cerimonie religiose comuni e siano stati sanciti i primi trattati tra popoli diversi, anche attraverso la stipula di matrimoni misti.

La sacralità della zona venne in un primo tempo segnalata con recinti e strutture a carattere provvisorio realizzate con frasche, legno e pelli d'animale per poi, nella seconda metà del VI sec. a. C, strutturarsi con edifici di culto veri e propri.

All'interno dell'area sacra, superati i limiti del temenos, (recinto monumentale che nel santuario cirotano non è stato ancora rinvenuto) si trovava, a conclusione verosimilmente di una grandiosa via sacra (per analogia con altri santuari) il tempio. Nelle adiacenze dovevano essere posti i thesauroi, ovvero piccole costruzioni erette a spese dello Stato per conservare materiali votivi portati nel corso delle feste annuali alla divinità, nonché gli altari, dove venivano offerti i sacrifìci, mentre le folle di fedeli, disposte intorno, nello spazio antistante la facciata orientale dell'edificio di culto, osservavano i sacerdoti intenti nei riti sacri.

La fama del santuario spingeva a compiere i pellegrinaggi annuali anche gente che proveniva da molto lontano. Era ovvio perciò che all'interno del santuario fosse collocato un edificio per banchetti, l'hestiatorion, definito al momento della scoperta da Paolo Orsi come "Case dei Sacerdoti". Esso era formato da stanze in cui erano le Minai (letti) per mangiare distesi e spazi per ospitare i pellegrini.

Grandi stoai (porticati) riccamente decorate dovevano circondare spazi aperti all'interno dell'area sacra, in cui si potevano tro­vare, in piccola o grande scala, piante sacre alle divinità (si pensi all'alloro sacro ad Apollo, di cui esistono le riproduzioni in metallo prezioso e non).

L'insieme di tutte queste cose creava ulteriori suggestioni all'interno del santuario, cui si sovrapponevano il vociare delle folle accorse da ogni luogo, i canti e le melodie intonate nel corso dei riti e gli schiamazzi degli artigiani che offrivano ai pellegrini mercanzie di ogni genere, soprattutto prodotti ceramici (vasellame, statuette) o alimentari, con modalità che si ripetono ancora oggi nel corso di eventi sacri e profani.

Dovevano completare, infine, l'organizzazione topografica del santuario gli edifici residenziali per i sacerdoti, nonché gli archivi (noti in varie parti del mondo greco) e le fosse sacre (stipi), destinate a contenere i materiali votivi che, periodicamente, venivano raccolti nel santuario per lasciare spazio alle donazioni successive.

La fase più antica del tempio di Apollo Alaios risale alla fine delVIsec. a.C.

L'edificio sacro è costituito da una cella (naos) fortemente allungata (m. 27x7,90) e completamente aperta sul lato orientale, divisa in due navate da un colonnato di cui restano le basi in pietra.

Tutte le colonne, esterne ed interne, erano di legno. La cella è conclusa ad Ovest da un ambiente quadrangolare (adyton) chiuso da un muro divisorio, all'interno del quale ci sono le basi di quattro pilastri. Questo era lo spazio più sacro del tempio, perché custodiva la statua del Dio ed il suo accesso era proibito ai fedeli.

La cella era formata da un basso zoccolo costituito da due filari di blocchi di calcare sbozzati grossolanamente e legati da argilla e scaglie di calcare, su cui poggiavano i muri in mattoni crudi.

Intorno ad essa si sviluppava il colonnato o peristasì, con colonne lignee, che definisce appunto un tempio di tipo perìptem.

Per il numero di colonne sui lati corti, il tempio è eptastìlo (cioè con sette colonne sulla fronte); su ciascuno dei Iati lunghi, invece, si ipotizza la presenza di quindici colonne.

Completava l'edificio sacro, naturalmente, la copertura con ele­menti lignei e di terracotta (tegole, coppi, lastre di rivestimento etc). Le terracotte architettoniche, che avevano la funzione di proteggere dagli agenti atmosferici le parti lignee del tetto, in questa fase erano decorate con foglie doriche impresse e dipinte,mentre le antefisse erano di forma triangolare.

L'edificio si pone tra i più antichi templi dell' Italia Meridionale e della Sicilia.

La struttura, con alcuni rifacimenti relativi soprattutto al tetto, rimase in uso fino alla fine del IV sec. a.C, momento in cui si pone la trasformazione del tempio ad opera dei Brettii.

Nel santuario furono ritrovati numerosi ex-voto offerti dai fedeli al Dio venerato nell'area sacra di Punta Alice.

Essi illustrano pienamente la coesistenza tra Greci ed Indigeni, essendo presenti sia prodotti di fabbrica greca e coloniale che oggetti di artigiani locali.

Tra gli ex-voto sono stati recuperati anche una piccola riproduzione in oro di Apollo, piccoli diademi e laminette auree ed argentee che trovano precisi confronti con prodotti delle oreficerie dell'Italia Meridionale (in particolare Taranto) e della Grecia propria.

I reperti fittili rappresentano invece un esempio dei materiali che più comunemente si rinvengono nei santuari greci: tali sono i vasetti mini aturistici, le statuette femminili, le ceramiche a vernice nera e dipinte.



L'ETÀ' CLASSICA



Nel V sec. a. C. tutti i siti finora individuati continuano ad esistere, con una lenta flessione di presenze a Cozzo Sant'Elia a tutto favore di Cozzo Leone, in cui ora si va strutturando un piccolo santuario.

In località Sanguigna si individuano invece strutture murarie relative anche ad una fornace, che farebbero supporre l'esistenza di una fattoria.

Tombe si rinvengono, nella pianura costiera, in località Caparra Siciliani e Oliveto, spesso in prossimità di resti di murature che sono state interpretate come fattorie sparse nel territorio, per lo sfruttamento agricolo dello stesso.

Della fine del V, ma attivo soprattutto nel IV e nel III sec. a. C, è un santuario scoperto di recente in località Bivio Alice. Nell'area, il cui scavo non è stato completato, sono presenti fosse votive che hanno restituito, oltre a ceramica miniaturistica, abbondanti ex-voto raffiguranti figure femminili stanti con fiaccola e porcellino legate, con ogni probabilità, al culto di Demeter e Kore.

Queste favissae sono prossimali ad un'imponente struttura muraria di cui non è ancora chiara la funzione. Il santuario era collegato al culto essenzialmente greco delle acque ed al mondo agricolo -pastorale.

La vittoria di Crotone su Sìbari, nel 510 a. C, non portò conseguenze evidenti soltanto nella città, ma soprattutto nel territorio, dove Crotone procedette ad una riorganizzazione dello stesso, vista l'acquisizione delle aree strappate alla rivale.

Si trattò di un riordino anche amministrativo e così per la prima volta, tra i reperti recuperati, compare un documento su cui è presente il nome di un magistrato, il damiurgo.

Infatti nel piccolo santuario di Cozzo Leone è stata scoperta un'iscrizione in bronzo, datata al primo quarto del V sec. a. C, in cui un certo Philon fa donazione dei propri beni "in vita e in morte" alla moglie Zaotyches, sotto il damiurgo Kalliphaon.

Quale funzione avesse questo magistrato, oltre a quella probabile eponima, non c'è dato sapere.

Qualunque sia stato il tipo di rapporti con l'egemone Crotone, siamo certi che in questo periodo essi furono definiti e sanciti.

Altro elemento evidente è il notevole sviluppo che l'area costiera ebbe, con uno sfruttamento sempre più razionale della stessa.



IL SANTUARIO DI APOLLO ALEO



Nel V sec. a. C. tracce significative della grande venerazione di cui era oggetto il santuario di Apollo Aleo ci vengono da alcuni importanti rinvenimenti fatti da Paolo Orsi all'interno della cella del Tempio.

In ordine cronologico dobbiamo ricordare, prima di tutto, una parrucca in bronzo datata tra il 470 ed il 460 a. C. La chioma è finemente cesellata in ciocche acconciate con il krobilos (treccia sottile che fermava la lunga capigliatura e la circondava).

La parrucca era cinta da una corona di alloro di cui rimane soltanto il gambo, mentre le foglie, in oro o in argento, sono andate perdute. Anteriormente le due lunghe ciocche ai lati del volto sono acconciate a formare un "nodo di Eracle".

Internamente, nella zona temporale, ci sono due perni per il fissaggio.

Il nodo Erculeo, tipico di molte statue apollinee, ne sottolinea il legame con l'eroe dorico, che fu elemento di raccordo e mediazione tra l'elemento greco e quello italico, incarnando anche quell'ideale di conquista degli spazi liberi per la pastorizia così caro alla cultura italica.

Questa parrucca non è pertinente à\¥ Aerolite, sia da un punto di vista stilistico che tecnico e dimensionale.

Si può supporre che appartenesse ad una statua nuda con arco, dono votivo situato nella cella o nel pronaos.

Ma il reperto più significativo di questo periodo è quello che ha reso famosa Ciro nel mondo: il grande acrolito di Apollo. Appartiene alla prima fase costruttiva del tempio ed è datato al 440/420 a. C.

È pertinente ad una grande statua della quale si conservano la testa, la mano sinistra e i piedi in marmo, rinvenuti all'interno della cella dell'edifìcio sacro.

V acrolito è un tipo di statua che si distingue per avere la testa e le estremità in marmi pregiati ed il corpo in legno, o in altro materiale più economico, avvolto da un manto di stoffe pregiate o addirittura di lamine d'oro e d'argento. Gli esempi più famosi utilizzavano oro, argento e avorio anche per le estremità.

La nostra statua, alta oltre due metri, è una delle poche rinvenute in Magna Grecia. Sul cranio, calvo, doveva essere inserita una parrucca in bronzo, forse coronata di alloro. Le cavità orbitali dovevano essere riempite in osso e pasta vitrea, oltre alla lamina bronzea utilizzata per rendere le ciglia. I piedi carnosi e larghi, tagliati sopra la caviglia, erano innestati mediante grossi perni rettangolari e presentano piccoli fori per sorreggere i sandali.

Con ogni probabilità l'idolo raffigurava Apollo, coperto da una lunga veste, seduto in atto di suonare la cetra.

La statua, quasi certamente, fu realizzata da artisti magno-greci operanti nel territorio.




L'ETÀ' ELLENISTICA



Si assiste ad una presenza sempre più massiva di piccoli insediamenti lungo ia costa jonica, secondo un costume tipicamente italico, legato allo sfruttamento sistematico di queste aree.

Questo fenomeno, inquadrabile tra la metà dei IV ed il III sec. a. C, è strettamente connesso con l'emergere deWethnos dei Brettii.

Infatti in questo periodo da una posizione subalterna essi acquisirono un ruolo ben definito nel complesso scenario politico che vedeva Italioti, Sicelioti, Punici e Romani intrecciare la loro storia con quella degli Italici.

In particolare si deve agli Italioti il salire alla ribalta della storia dei Lucani e Brettii.

Le fonti antiche più attendibili che parlano àsXVethnos dei Brettioi (così li chiamavano i Greci) o Brutta (così li chiamavano i Romani) sono Diodoro Siculo (XVI, 15), Strabone (VI 1, 4-255) e Trago (XXIII, 1) i quali, a loro volta, si rifanno agli scritti di Timeo di Taormina e di Eforo di Cuma eolica.

Dei Brettii ci dicono che erano schiavi sottomessi ai Lucani, che vivevano nei boschi in zone non urbanizzate, svolgendo attività legate alla pastorizia.

Grazie alla pratica del brigantaggio e della guerriglia acquisirono buone capacità militari e riunirono intorno a sé molti uomini, tanto da formare un nucleo forte ed addestrato che riuscì a conquistare una posizione autonoma nell'ambito del dominio lucano, fino ad ufficializzare la loro denominazione di Brettioi come segno distintivo di indipendenza.

La tradizione pone questo episodio fondamentale della storia brettianel356a.C.

Brettiì e Lucani, uniti dal comune ceppo sannita, combatterono, però, ancora insieme contro Alessandro il Molosso tra il 334 e il 331 a.C., contro i Romani nella guerra tarantina (326-298 a.C.) ed ancora contro Roma e Thurii tra il 286 ed il 282 a.C Le fonti si disinteressano dei Brettii nel periodo che intercorre tra la fine della guerra tarantina e la prima guerra punica, che sembra corri­spondere al periodo di maggiore floridezza di questo ethnos.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.) le coste dell'Italia meridionale furono flagellate dalle scorrerie della flotta cartaginese e non si può escludere che anche il promontorio di Punta Alice ne fosse interessato.

Durante la seconda guerra punica (218-201 a.C.) la fascia costiera jonìca fu teatro di continui movimenti delle truppe annibaliche ed anche se l'episodio più celebrato,per l'area presa in esame, fu la strenua resistenza opposta dalla filoromana Petelia, anche il territorio cirotano mostra impronte archeologiche tangibili di questo passaggio.

Con la fine del III sec. a.C. e la sempre più massiccia presenza romana, si assiste all'eclissarsi éeWethnos brettio, progressivamente fagocitato dalla cultura romana.

Le iscrizioni brettie che ci sono pervenute sono scarse e per lo più costituite da bolli su mattoni o tegole e da defixiones, cioè testi a carattere magico generalmente incisi su laminette di piombo, ripiegate su loro stesse e poste nelle tombe.

L'unica eccezione certa è costituita da un'iscrizione incisa su una sfaldatura d'arenaria, rinvenuta da Paolo Orsi nell'area del santuario di Apollo Aleo e riferita ad un voto sacro. La lingua adoperata è quella osca, scritta utilizzando le lettere dell'alfabeto ionico-tarantino.

Da quanto è a noi pervenuto e grazie anche all'appellativo di popolo bilingue, assegnato dalle fonti ai Brettiì, possiamo affermare che questo ethnos parlava una lingua osca ascrivibile al ceppo italico del gruppo indoeuropeo, mentre l'alfabeto usato è quello presente tra le popolazioni osche meridionali, cioè quello ionico-tarantino.

La società brettia si basava su istituzioni di tipo spartano.

Le fonti, tra l'altro, descrivono riti iniziatici cui dovevano sottoporsi i giovani nel loro itinerario di passaggio dallo stato di fanciullo a quello di uomo, tenuti lontani dagli agi, in situazioni al limite della sopravvivenza, per provare il loro coraggio e la loro valenza di fronte alle difficoltà ed ai pericoli.

Il ceto dominante era formato da individui la cui posizione era data dal coraggio militare, cui probabilmente venivano demandati compiti di rappresentanza dei propri gruppi nei rapporti con l'esterno e con gli Italioti in particolare, oltre al comando supremo in caso di guerra.

È anche probabile che in tempo di pace abbiano ricoperto magistrature ordinarie definite meddix . Tra di essi veniva scelto il re che guidava il popolo in caso di guerra, come accadeva presso gli altri popoli italici.

Le fonti ci parlano poi di un organismo collegiale, quello dei 50 giovani, scelti tra il ceto aristocratico.

I corredi tombali, infine, evidenziano anche l'esistenza di quel­lo che potremmo definire il "ceto medio", che non ha elementi distintivi riferibili all'attività bellica, ma dimostra grandi disponi­bilità economiche. Questo ceto doveva essere costituito da produttori agricoli, pastori, fornaciai ed artigiani in genere.

Le aree brettie comprendono, nella gran parte, zone occupate da montagne ricche di boschi e colline, mentre poche erano quelle pianeggianti.

L'orografia, spesso aspra e frantumata dai corsi dei fiumi, non favorì il formarsi di grandi centri urbani. Anzi, spesso, sono as­senti insediamenti stabilì, sia a causa di fattori climatici che per le attività svolte in prevalenza dalle popolazioni brettie, quali la silvicoltura, la pastorizia, l'allevamento dei cavalli età.

I centri abitati brettii strutturati appaiono posti all'interno della penisola, in zone difese naturalmente. Tali nuclei sono spesso costituiti su base parentelare; le strutture abitative, qualora non sono precarie, si presentano a pianta rettangolare, con zoccoli in ciottoli di fiume ed alzati in materiale deperibile.

Ben lontana appare la loro organizzazione del territorio da quella realizzata dai Greci, che costruirono le loro poleis secondo precisi progetti urbanistici, posizionandole sulla costa, in zone pianeggianti in cui ampi spazi erano lasciati alle coltivazioni, rigidamen­te divisi in lotti.

Una delle forme insediative brettie che meglio conosciamo è quella presente sul versante jonico, tra Thurii e Crotone, dove si è individuata la presenza dì una serie di oppida, muniti di strutture difensive, posti a controllo del territorio, la cui distanza media sembra costante ed in cui è assicurato il reciproco collegamento a vista.

In questo quadro soltanto Ciro, allo stato attuale delle ricerche, non sembra presentare un centro fortificato.

Per quanto concerne gli insediamenti, nel territorio cirotano sono costituiti da nuclei sparsi, ognuno con necropoli annessa, struttu­rati secondo le attività che vi si svolgevano (agricole, pastorali, forestali), in simbiosi con le caratteristiche geomorfologiche del territorio.

Si tratta, per lo più, di fattorie che in alcuni casi presentano fornaci per la produzione di materiale ceramico di largo consumo.

Prima della presenza brettia, gli abitati erano prevalentemente concentrati nelle zone d'altura quali Cozzo Leone, Serra Sangui­gna, Sant'Elia .

Con la seconda metà del IV sec. a.C. si nota da un lato conti­nuità di vita nel sito di Cozzo Leone, dall'altro l'abbandono di Sant'Elia.

Un'altra area sacra che nasce nel corso del IV e vive fino al III sec. a. C, è stata scoperta in contrada Carrocello; gli ex-voto recuperati sono cavalli, a volte con cavaliere, in terracotta, perciò la divinità venerata doveva essere collegata al mondo equestre.

Nascono nuovi nuclei a mezza costa a Pranza e Cappella, dove sono stati individuati resti di abitazioni ed una fornace; la stessa cosa avviene più in basso sulle colline di Ceramidio, Castello Sabbatini e Oliveto ed infine a Taverna, cioè in pianura.

Questi ultimi siti sono probabilmente in relazione con un asse viario NO-SE e N-S ripercorso in buona parte dalla moderna SS1O6; anche in questi nuclei si individuano tracce di abitazioni e fornaci.

I corredi tombali delle necropoli che segnano i luoghi dei sin­goli nuclei abitativi mostrano un progressivo intensificarsi della vita nelle zone pedemontane, dove presumibilmente si andavano sviluppando le attività mercantili ed artigianali, mentre le colline erano destinate alle residenze dei proprietari di terre e greggi e dei cavalieri armati.

Nell'area dell'antica Krimisa, procedendo dalle alture verso il mare, tra la fine del IV ed il III sec. a.C, nelle contrade Cappella e Franza si individuano necropoli costituite da tombe a fossa con muretti di pietra, a cassone e copertura di tegole e alla cappuccina di tegole; se la maggior parte sono risultate saccheggiate, alcune presentano ricchi corredi.

Scendendo sulla prima linea di colline prospicienti il mare, in un'area a NE del castello Sabbatini, nei primi anni Ottanta, si rinvenne un cospicuo numero di tombe dei tipi già descritti sopra e con corredi simili, che però erano state nella gran parte distrutte durante lavori di sbancamento.

In località Ceramidio, al di sopra del fiume Lipuda, sono state trovate tre tombe alla cappuccina e due a fossa con muretti.

Presso il torrente Fego una necropoli con tombe a fossa con muretti ha restituito un bel corredo femminile con numerose fibule in argento. Infine in località Taverna, in pianura, le sepolture scoperte si caratterizzano per l'assenza di armi nei corredi.

Osserviamo presso i Brettii il costume, tipicamente italico, di sottolineare anche post mortem il rango sociale di appartenenza del defunto e non soltanto attraverso la ricchezza del corredo funerario, ma anche tramite una diversa tipologia delle tombe stesse.

Il ceto dominante viene sepolto in tombe a camera, in genere ipogee, e poste in luoghi appartati; ne sono state scoperte varie nella fascia centrale jonica, tra Thurii e Crotone, e tra queste vanno ricordate le due rinvenute a Ciro Marina, in località Oliveto e Spatoletto. Si tratta di tombe con sepolture sia maschili che femminili. Gli oggetti del corredo maschile si riferiscono a due funzioni specifiche: la guerra ed il simposio.

Simboli della prima sono le armi difensive, quali la corazza, l'elmo, gli schinieri, i cinturoni in bronzo, ed offensive, come le punte di lancia e di giavellotto in bronzo o in ferro. Sono spesso presenti morsi di cavallo e lo sperone, che rimandano al mondo dei cavalieri. All'aspetto simposìaco si riferiscono, invece, crateri, skyphoì, kantharoi, cioè vasi per bere e per versare, e ile anfore destinate al trasporto del vino, ma anche elementi più legati dXVoikos, come candelabri, spiedi, alari, pinze da fuoco in piombo o in ferro, cioè con valore simbolico o funzionale e questi ultimi con una visione della distinzione di ruoli all'interno della familias tipicamente italica. Completavano il corredo maschile corone in lamina d'oro, o in bronzo, o in terracotta dorata, necessario corollario per i cornasti. Anche se più raro, è presente anche

10 strigile in bronzo o in ferro, lontana eco della pratica della palestra, retaggio del costume greco. Le deposizioni femminili si distinguono per la presenza di recipienti quali la lekane, la pisside,11 (ebete gamico, l'hydria, oltre al rinvenimento di numerose fibule in argento e bronzo. Tali corredi sottolineano il ruolo femminile: la procreazione, simboleggiata dal corredo matrimoniale, e la gestione delle derrate. Il tipo di fìbule rinvenute, ad arco semicircolare a lamina slargata e staffa alta con apofisi, che troviamo anche in contesti votivi, stanno probabilmente ad intendere che l'abbigliamento non si discostava da quello quotidiano.

Quanto ai gioielli, essi non sono molto frequenti e quasi sempre si limitano ad orecchini, anelli o collane. Completano il corredo femminile recipienti ed utensili funzionali alla cosmesi, quali gli alabastra, gli aghi crinali ecc. Nelle tombe strutturalmente più semplici, pur non raggiungendosi la ricchezza delle tombe a camera, notiamo ancora la presenza di cospicui quantitativi di vasi di vario tipo. Anche se mancano le corazze da parata, nello stesso corredo rinveniamo anche più di un cinturone in bronzo, cioè la tradizionale arma difensiva italica indossata da coloro che costituivano l'esercito combattente.

Ci sono infine, e nell'area cirotana le rintracciamo soprattutto nelle aree di pianura, tombe che pur avendo ricchi corredi non contengono armi, in esse sembrano individuarsi le sepolture di

quel ceto medio dedito all'agricoltura, alla silvicoltura ed alla pastorizia, solido sostegno della società brettia.

Nelle produzioni metalliche, sìa i cinturoni che gli oggetti in piombo, con esclusiva funzione sepolcrale, sono di produzione brettia, mentre le armature anatomiche e gli elmi, cioè le produzioni più raffinate, sembrano dì esclusiva origine greca.

Quanto ai prodotti ceramici, che rinveniamo in quantità, la scoperta di alcune fornaci in territorio brettio conferma che per i prodotti d'uso quotidiano possiamo parlare di produzione locale, anche se forma e tecnica sono di chiara origine magnogreca.

Possiamo altresì pensare che, sia per le produzioni a vernice nera che per quelle a figure rosse, gli esemplari migliori non sembrano escludere l'eventualità di "ordini su commissione" eseguiti da magnogreci. Concludendo possiamo affermare che i Brettii utilizzarono oggetti e decorazioni elleniche per esprimere il loro concetto, non ellenico, di riprodurre e sottolineare post mortem il loro status sociale.



IL SANTUARIO DI APOLLO ALEO



Nei primi decenni del III sec. a.C. YApollonìon subisce una profonda trasformazione. Demolito ciò che rimane del tempio arcaico e sepolte le sue reliquie più sacre {aerolite ed ex-voto) nelle nuove fondazioni che inglobano completamente la vecchia struttura, viene eretto dai Brettii un periptero dorico di maggiori dimensioni, completamente in calcare, circondato da otto colonne sui lati brevi e diciannove sui lati lunghi, secondo le regole dell'architettura monumentale ellenistica.

La cella originaria é inglobata nel nuovo edifìcio, il colonnato é raddoppiato sul lato principale; la trabeazione (l'insieme degli elementi che sorreggono il tetto) viene organizzata con architrave con taenia e mezza regula di tre gocce e fregio di metope e triglifi.

La seconda fase del tempio di Apollo Aleo ci documenta gli ultimi sviluppi dell'architettura dorica templare in Occidente, costituendo l'unico edificio periptero postclassico conosciuto.

Nello stesso periodo a sud-ovest dell'edifìcio sacro viene eretto quello che Paolo Orsi chiamò le "Case dei sacerdoti", destinato ad accogliere i pellegrini di riguardo in occasione di feste importanti, così come avveniva,per esempio, nel Santuario di Capo Colonna.

L'impegno alla monumentalizzazione del luogo sacro doveva servire, supponiamo,a sottolineare la potenza che l'ethnos brettio possedeva nella prima metà del III sec. a.C.



L'ETÀ' ROMANA



Nell'ambito del II sec. a.C. Roma dedusse nelV Ager Bruttìus alcune colonie, per motivi strategici: quelle romane di Tempsa e Crotone (194 a.C.) e quelle latine di Copia e Valentia (192 a.C).

Molti tenitori vennero espropriati e dati, in parte, ad importanti famiglie romane, in parte, a coloni romani e latini. Il territorio venne coltivato in maniera intensiva, mentre le colline erano sfruttate per l'allevamento del bestiame e la Sila forniva legname e pece.

Ciò che rimaneva delle antiche colonie greche era ormai completamente asservito ai Romani, i cui magistrati spesso compirono soprusi e misfatti contro le popolazioni vinte. Famoso è l'episodio della spoliazione del tempio di Era Lacinia, le cui tegole marmoree furono portate a Roma dal censore Q. Fulvio Fiacco nel 174 a. C. .

Con la realizzazione, alla metà del II sec. a.C, della Via Popilia, da Capua a Regium, sembra concludersi la fase della sottomissione romana ed iniziare quella della riorganizzazione del territorio. In questo periodo infatti cominciano a sorgere in tutto il Bruttium insediamenti rustici (vìllaé), soprattutto lungo le prime colline che fiancheggiano le pianure di costa, ma anche lungo gli assi viari che lo attraversano.

Allo stato attuale delle ricerche, però, il territorio cirotano ha restituito solo flebili tracce.

Nell'area più interna, in loc. Carrocello, sono* stati trovati frammenti di ceramica romana, che documentano come lo sfruttamento boschivo continuò anche in questo periodo.

In loc. Trapano e a Madonna di Mare, oltre ad un tesoretto di denari consolari, è stata trovata ceramica romana.

Strutture e sepolture databili al II-I sec. a.C. sono invece presenti presso la linea ferroviaria nella stessa zona.

Resti romani sono stati rintracciati anche in loc. Cannare, mentre setti murari ed alcune monete romane sono venute in luce in loc. Taverna e presso il fiume Lipuda, in aree da sempre a vocazione commerciale ed artigianale.

Pur se l'epoca romana ha bisogno di ulteriori approfondimenti, si può affermare che, forse con una contrazione degli insediamenti, il territorio cirotano continuò a vivere e ad essere sfruttato da un punto di vista agricolo.

La situazione andrà lentamente riprendendosi successivamen­te fino a tornare a nuova vitalità tra il IV ed il VI sec. d.C.




IL SANTUARIO DI APOLLO ALEO



Paolo Orsi fa risalire a questo periodo la distruzione delVApollonion, ma sondaggi recenti mostrano tracce di frequentazione, almeno nell'area sacra, in epoca tardo-repubblicana ed imperiale (ceramica, monete, bolli figulini e frammenti di mosaici). Segnalazioni della presenza di una villa rustica con pavimenti in opus spicatum e tracce di mosaico, insieme al ritrova­mento di parte di un pavimento in cocciopesto, sono la riprova della continuità di vita nell'area sacra, anche se, forse, in parte essa fu occupata da abitazioni private, così come accadde anche a Capo Colonna. E necessario inoltre considerare che le opere di bonifica realizzate negli anni Venti per risolvere il grave problema dell'impaludamento dell'area di Punta Alice livellarono le dune ivi presenti e se, da un lato, ciò permise di scoprire le vestigia del santuario dedicato ad Apollo Aleo, dall' altro causò la quasi totale cancellazione dello strato archeologico più recente, appunto quello romano.





BREVI INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

n merito all'esame delle testimonianze riguardanti il culto ed il mito di Filottete si veda:



M. Giangiulio, Filottete tra Sibari e Crotone. Osservazioni sulla tradizione letteraria, in Epèios et Philoctete en Italie, XVI, 1991, pp. 37ss., con bibliografia precedente.

Sul culto di Apollo Aleo si vedano le seguenti opere fondamentali:

G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, 1924, p. 163 ss.;

G.Maddoli, I culti di Crotone, in ACSMG XXIII, 1983, p. 336;

M. Torelli, Iculti, in Storia della Calabria Antica I, 1988, p. 594.

La bibliografia completa su Ciro è contenuta nella Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, diretta da G. Nenci e G. Vallet, 1987, s.v. Ciro ( J. De la Genière ) e s.v. Crimis (s) a ( M. Giangiulio ).

P. Orsi, Templum Apollinis Alaei ad Crimisa Promontorium, in Atti e Memorie della Società Magna Grecia, 1932, pp.8-182

E. Lattanzi, Attività della Soprintendenza Archeologica della Calabria nel 1982, in Klearchos, XXV, 1983, p. 115;

E. Lattanzi, Recenti scoperte nei santuari di Hera Lacinia a Crotone e di Apollo Aleo a Ciro Marina, in Epèios et Philoctete en Italie, XVI, 1991, pp. 68 ss;

D. Mertens, Per l'architettura del primo Ellenismo il tempio ed il santuario di Apollo Aleo a Ciro, in Crotone e la sua storia tra IV e III secolo a.C, 1993, pp. 61-80;

J. De la Genière, L'area di Crimisa, in Crotone e la sua storia tra IV e IHsecolo a.C., 1993, pp. 81-91;

AAVV, Santuari a Crotone e nella Crotoniatìde, in Santuari della Magna Grecia in Calabria, catalogo mostra, 1996, passim;

G. P. Givigliano, R. Smurra, L Età antica, in Ciro, Ciro Marina, storia cultura economìa, 1997, pp.28 ss;

G. Genovese, Culti apollinei, presenze epicorie e tradizioni filottetee al Promontorio di Crimisa, in Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, XII, 4, 2001, pp. 585-672.

Finito di Stampare nel mese di Giugno 2002 presso le Grafiche "Eliotip - Ciro Marina"